AUTODECISIONE E SOCIALISMO
- La nazione sarda
La nostra
analisi parte dalla constatazione della realtà storica, economica e culturale
della Sardegna e del popolo che la abita.
Affermiamo
l’esistenza della nazione sarda, constatiamo che essa subisce una durissima
oppressione nazionale ed è sottoposta ad un tentativo di genocidio sul piano
fisico e culturale. Per noi la nazione sarda è una comunità formatasi
storicamente su di un territorio comune, con una vita economica comune, con una
lingua e una cultura comune.
La nazione
sarda esige il diritto alla propria esistenza, al suo sviluppo e a determinare
il proprio destino, mentre lo stato italiano, con le classi egemoni alla sua
testa, tenta di distruggerla attaccando gli elementi stessi della nazionalità,
reprimendo la lingua e la cultura, disperdendo il popolo sardo con
l’emigrazione ed espellendolo con le servitù militari, degradando il territorio,
conseguenza dell’abbandono dell’agricoltura e dell’imposizione di un’economia
tipicamente coloniale.
Per sua natura
e ancora di più per la situazione di oppressione in cui versa, la nazione sarda
ha il diritto e il dovere all’esercizio dell’autodecisione.
- Il diritto
all’autodecisione
L’esistenza
stessa della nazione sarda viene negata dallo stato italiano colonialista, dagli
sciovinisti italiani di destra e di sinistra per non riconoscere il suo diritto
inalienabile a disporre del proprio destino.
L’esperienza
della liberazione delle colonie e delle nazioni oppresse dimostra come il
diritto all’autodecisione non è mai stato concesso dalle nazioni dominanti ma è
stato conquistato con la durissima lotta delle masse popolari.
Come diritto
all’autodecisione intendiamo il diritto della nazione sarda alla costituzione
dello stato nazionale sardo.
L’esercizio di
questo diritto, pena la sua inutilità, comprende il diritto alla separazione
dallo stato colonialista e alla costituzione dello stato indipendente, ma può
anche portare ad altre soluzioni, come la federazione dello stato nazionale
sardo con uno o più stati di altre nazionalità.
E’ nostra
ferma intenzione non operare attualmente nessuna scelta preferenziale rispetto
alle possibilità aperte dalla messa in pratica del diritto dell’autodecisione,
in quanto la scelta deve essere fatta dalle masse popolari sarde e a noi come
avanguardie anticolonialiste spetta il compito di lottare per permettere, la
prima volta nella storia della Sardegna, al nostro popolo di decidere
liberamente sul proprio destino.
Evidentemente
perché il popolo sardo possa scegliere liberamente bisogna che la macchina
repressiva dello stato colonialista, utilizzata dalla borghesia dominante e dai
suoi alleati compradores, non sia in
grado di funzionare condizionando le scelte dei sardi, significa ad esempio
espellere preventivamente tutte le basi militari e le truppe di occupazione,
solo così i lavoratori sardi potranno democraticamente e liberamente scegliere
il proprio destino.
- Lotta di
liberazione nazionale e lotta di classe
La nazione
sarda è divisa in classi: per questo all’interno di essa esiste la lotta di
classe.
La maggioranza
della nazione sarda è costituita dalle classi sfruttate. Malgrado le differenti
condizioni di sfruttamento che possono esserci tra un operaio, un bracciante,
un contadino, un pastore, un lavoratore intellettuale, quest’insieme di classi
sociali costituiscono il popolo sardo. La minoranza della nazione sarda, quella
cioè che sfrutta l’insieme delle classi subalterne (cioè il popolo sardo) è
composta dalla borghesia compradora sarda, intermediaria del colonialismo e
subalterna alla borghesia italiana e internazionale. Questa minoranza della
nazione sarda è nemica del popolo sardo.
All’interno
della nazione sarda la contraddizione principale è quella che oppone il blocco
degli sfruttati che costituisce il popolo sardo alla minoranza degli
sfruttatori costituita dalla borghesia sarda compradora che ha rinunciato ai
propri interessi nazionali, alla possibilità di sviluppo come classe borghese
imprenditoriale per perpetuare la condizione coloniale della Sardegna. I nemici
principali del popolo sardo sono l’imperialismo, la borghesia colonialista
italiana e la borghesia compradora sarda. L’oppressione del popolo sardo infatti
è gestita dall’alleanza della borghesia della nazione dominante con la
borghesia della nazione dominata, completamente subalterna all’imperialismo.
Queste due
borghesie sfruttano il popolo sardo con una duplice oppressione: nazionale e di
classe. Oppressione nazionale che si attua negando il diritto alla propria
cultura, alla propria lingua e alla gestione degli affari politici ed economici
secondo il bisogno del popolo sardo. Oppressione di classe in quanto delle
classi sfruttano altre classi.
Essendo
l’oppressione nazionale una forma dell’oppressione di classe, non si può
lottare contro l’oppressione nazionale senza lottare contro l’oppressione di
classe, essendo quest’ultima favorita dalla prima. Non si possono separare
questi due elementi della nostra oppressione né sperare di sconfiggerli uno
alla volta come teorizzano quegli anticolonialisti che privilegiano la
questione nazionale, battendosi esclusivamente per i diritti nazionali sardi,
tralasciando o relegando in secondo piano la lotta delle classi all’interno
della Sardegna.
Allo stesso
tempo esiste nella sinistra sarda una posizione che dice: battiamo l’oppressione
di classe e poi, dopo la presa del potere, batteremo l’oppressione nazionale.
Anche questa posizione non ci può trovare d’accordo perché abbiamo la
dimostrazione storica di come senza la sconfitta dell’oppressione nazionale,
che favorisce l’oppressione di classe, non si può avere un’effettiva vittoria
sull’oppressione di classe.
- Lo Stato
Socialista Sardo
Le lotte
popolari in Sardegna hanno sempre mirato ad intaccare il rapporto istituzionale
che lega la colonia “Sardegna” allo stato italiano.
Il legame tra
la lotta di classe e la lotta anticolonialista, cioè i due aspetti della lotta
anticapitalista in Sardegna, ha costretto il potere statuale a concedere
un’autonomia che però non intacca minimamente la dipendenza coloniale. In
questo quadro la lotta di liberazione del popolo sardo ha come protagonista
centrale il proletariato che per liberarsi lotta per il potere politico: lo
strumento minimo e fondamentale del potere che i lavoratori devono conquistare
è la macchina statale.
Le parole
d’ordine di autonomia, autogoverno, decentramento sono fumo negli occhi per
negare il diritto all’emancipazione complessiva, che significa la conquista
degli strumenti di gestione della politica, dell’economia e della cultura.
Nella
situazione di oppressione coloniale e nazionale che il popolo sardo vive, lo
strumento indispensabile il proletariato deve conquistare è lo stato socialista
sardo.
Sono
reazionarie in questo quadro le posizioni che pretendono di risolvere la
questione sarda esclusivamente con la separazione della Sardegna dallo stato
italiano. Il contenuto socialista è l’elemento determinante del nuovo stato da
costruire: senza un’economia pianificata e socialista non si uscirebbe infatti
dalla dipendenza coloniale che assumerebbe un’altra forma (neocolonialismo).
La crisi
attuale del capitalismo ha come conseguenza l’aumento dell’oppressione
coloniale che esaspera le contraddizioni esistenti tra il popolo sardo e lo
stato colonialista che lo opprime. L’esperienza dell’autonomia è ormai del
tutto vissuta e non è possibile per i lavoratori sardi fare passi avanti sul
terreno della democrazia e del socialismo, senza rivendicare la necessità della
costruzione della propria macchina statale. Per il movimento anticolonialista
nascono nuovi compiti, infatti deve essere ormai considerato insufficiente il
momento della critica in negativo al colonialismo per giungere invece ad un
livello più alto dell’organizzazione di lotte popolari in cui sia chiara la
nostra proposta istituzionale: lo Stato Socialista Sardo.
- Lotta per
l’autodecisione ed il socialismo e internazionalismo proletario
Per portare
avanti la lotta per l’autodecisione ed il socialismo è necessaria al popolo
sardo la solidarietà degli altri popoli e del proletariato internazionale. Ma
spesso si è visto che questa solidarietà si conquista nel corso di una lotta
basata sulle proprie forze. Ma se la lotta per l’autodecisione del popolo sardo
necessita anche della solidarietà del popolo e della classe operaia italiana,
questa lotta è una manifestazione di solidarietà nei confronti del popolo e
della classe operaia italiana nella sua lotta contro il capitalismo.
Nessun altro
popolo può fare la rivoluzione né elaborare una strategia di emancipazione al
posto del popolo sardo. Solo il popolo sardo può liberare sé stesso, perché è
capace di elaborare la propria linea rivoluzionaria così come hanno fatto tutti
i popoli oppressi che hanno battuto il colonialismo e il capitalismo.
- Mezzi di
lotta rivoluzionaria
Date le
condizioni che esistono in Sardegna dove la debolezza della “borghesia
nazionale” rende impossibile separare la lotta di liberazione nazionale dalla
lotta di emancipazione sociale, è solamente con la mobilitazione di tutto il
popolo in un movimento di massa, di resistenza diretta dal proletariato (mobilitazione
costruita sulle questioni che riguardano direttamente il popolo lavoratore e
che dividono più efficacemente gli imperialisti dai loro alleati), che si può
giungere alla liberazione nazionale.
Il principale
obiettivo dell’avanguardia rivoluzionaria del popolo sardo è attualmente
lavorare per questa unità essenziale del popolo. Nel dirigere tutta la lotta di
massa il movimento rivoluzionario non può mai permettersi di essere distaccato
o di essere isolato dalla sua base popolare.
Perciò bisogna
opporsi a coloro che vorrebbero sostituire la lotta di massa con un militarismo
di elite isolano; come bisogna
opporsi agli “ultrasinistri” che cercano di evitare le differenti tappe della
lotta con la retorica e l’avventurismo. La situazione coloniale è sempre
violenta. La disoccupazione, l’emigrazione, la povertà, la rapina delle risorse
naturali e la feroce repressione sono il terreno sul quale l’imperialismo
agisce, sempre con il mezzo della violenza aperta, al fine di mantenere e
giustificare la sua dominazione. Nessun popolo ha mai conquistato la sua
liberazione in altro modo che con la lotta di massa in risposta alla violenza
dell’imperialismo. Noi affermiamo assolutamente il diritto del popolo sardo
colonizzato di rispondere alla violenza controrivoluzionaria con la violenza
rivoluzionaria. Ma non si deve dimenticare che la violenza rivoluzionaria è la
risposta di un popolo oppresso, organizzato per la resistenza; questa violenza
è ben diversa da quella di individui irresponsabili che no possono sopportare
una lotta politica lunga e dura.
- L’area
anticolonialista
All’interno
del nostro popolo si è creata un’area anticolonialista molto più vasta di
quella coperta dalle organizzazioni anticolonialiste attualmente operanti in
Sardegna. Quest’area è estremamente
ramificata, cresce continuamente anche in forma autonoma o come una presa di
coscienza e dibattito all’interno di altre formazioni politiche.
Rispetto a
quest’area sono punto di riferimento Su Populu Sardu ed altre organizzazioni
che con gradi diversi di consapevolezza e di militanza, dipendenti dalla loro
matrice di classe e ideologica, hanno individuato lo sfruttamento coloniale
della Sardegna.
Proprio per
queste diversità i metodi di lotta, di organizzazione, gli stessi obiettivi
strategici e tattici che queste organizzazioni portano avanti sono condizionati
dagli interessi di classe che difendono e spesso sono divergenti.
Di fronte a
questa realtà l’area anticolonialista è spesso disorientata ed impossibilitata
ad unire le sue forze.
- Fronte
anticolonialista e Partito sardo dei lavoratori
E’ compito di
Su Populu Sardu spingere gli strati popolari che si identificano nell’area
anticolonialista di una lotta che esalti i fattori di unità e cerchi di
risolvere le divergenze.
Per questo nel
luglio del 1975 Su Populu Sardu aveva proposto a tutte le organizzazioni
anticolonialiste la linea di tendenza dell’unione di un fronte anticolonialista
sardo che fosse in grado di esprimere l’alto livello di combattività e di
coscienza dei nostri lavoratori.
Questa proposta
pone come pregiudiziale l’accordo sull’impossibilità dell’abbattimento
dell’oppressione nazionale e di classe senza la rottura e lo scontro con
l’imperialismo, quale sviluppo del capitalismo nella nostra epoca, in modo
particolare l’imperialismo americano, che ha trasformato la Sardegna in una
colonia militare e in una base di sovversione in tutto il mediterraneo.
Infatti
185'000 ettari di servitù, le basi della NATO e americane, il condizionamento
che l’imperialismo americano impone allo stato italiano, alla borghesia
colonialista e compradora è uno degli ostacoli principali ad ogni sviluppo
politico, economico e culturale della Sardegna.
Senza la
rottura e lo scontro con l’imperialismo, senza la rottura della dipendenza
coloniale e la relativa sconfitta della borghesia compradora sarda, presupposto
per la definitiva presa del potere delle classi lavoratrici, non potrà esserci
nessuna prospettiva reale d’emancipazione della Sardegna.
Non si può
separare la tappa della liberazione nazionale da quella della rivoluzione
sociale, senza capire che l’una nasce dall’altra, perché solo quelle classi
sociali che vogliono costruire il socialismo in Sardegna saranno capaci di
resistere per molto tempo all’imperialismo e portare avanti la tappa della
liberazione nazionale sopprimendo il dominio del capitalismo italiano e
internazionale e del mercato capitalistico sull’economia della Sardegna.
Accettare
questa linea di scontro significa entrare nella prospettiva di una lotta
popolare di lunghissima durata. Su Populu Sardu, oltre ad essere il promotore
del Fronte Anticolonialista Sardo, ha quindi il compito di lavorare come
embrione del Partito Sardo dei Lavoratori. Infatti per fare la rivoluzione e
dirigere il fronte delle classi popolari occorre un partito rivoluzionario
radicato nella realtà sarda per mobilitare ed organizzare le masse all’interno
e all’esterno della Sardegna. Un terzo del nostro popolo, la metà della forza
attiva, è all’estero, questi settecentomila lavoratori costituiscono un
deterrente rivoluzionario enorme e fondamentale per la riuscita della nostra
lotta. Questa massa di lavoratori è disposta a lottare solo se esiste la
garanzia di un partito rivoluzionario sardo. Questo partito deve avere una
linea che tutti i membri devono capire e alla quale si devono uniformare.
Questa linea di riferimento alla storia delle rivoluzioni, alla storia della
lotta di liberazione dei popoli, dev’essere frutto della nostra creatività. Noi
pensiamo che si debba applicare il diritto all’autodecisione anche alla questione
del partito. Considerate le condizioni politiche, sociali, culturali,
economiche, geografiche della Sardegna, la sua unità nazionale specifica e
differenziata che condiziona la strategia e la tattica dei rivoluzionari sardi,
esaminata l’esperienza storica del popolo sardo, del Partito Sardo d’Azione e
del Partito Comunista Sardo che hanno esercitato il diritto all’autodecisione
scegliendo un’organizzazione costruita secondo le proprie esigenze e non per
imposizione della struttura dello stato, noi pensiamo che per applicare il
diritto di autodecisione anche alla questione del partito sia necessario
organizzare il Partito Sardo dei Lavoratori per portare avanti la lotta per
l’autodecisione e il socialismo e per coordinare la propria lotta con le organizzazioni
della penisola che lottano contro il capitalismo e solidarizzano con la nostra
lotta.
Assemblea generale dei militanti di Su Populu
Sardu