AUTODECISIONE E SOCIALISMO

 

  1. La nazione sarda 

La nostra analisi parte dalla constatazione della realtà storica, economica e culturale della Sardegna e del popolo che la abita.
Affermiamo l’esistenza della nazione sarda, constatiamo che essa subisce una durissima oppressione nazionale ed è sottoposta ad un tentativo di genocidio sul piano fisico e culturale. Per noi la nazione sarda è una comunità formatasi storicamente su di un territorio comune, con una vita economica comune, con una lingua e una cultura comune.
La nazione sarda esige il diritto alla propria esistenza, al suo sviluppo e a determinare il proprio destino, mentre lo stato italiano, con le classi egemoni alla sua testa, tenta di distruggerla attaccando gli elementi stessi della nazionalità, reprimendo la lingua e la cultura, disperdendo il popolo sardo con l’emigrazione ed espellendolo con le servitù militari, degradando il territorio, conseguenza dell’abbandono dell’agricoltura e dell’imposizione di un’economia tipicamente coloniale.
Per sua natura e ancora di più per la situazione di oppressione in cui versa, la nazione sarda ha il diritto e il dovere all’esercizio dell’autodecisione.

 

  1. Il diritto all’autodecisione 

L’esistenza stessa della nazione sarda viene negata dallo stato italiano colonialista, dagli sciovinisti italiani di destra e di sinistra per non riconoscere il suo diritto inalienabile a disporre del proprio destino.
L’esperienza della liberazione delle colonie e delle nazioni oppresse dimostra come il diritto all’autodecisione non è mai stato concesso dalle nazioni dominanti ma è stato conquistato con la durissima lotta delle masse popolari.
Come diritto all’autodecisione intendiamo il diritto della nazione sarda alla costituzione dello stato nazionale sardo.
L’esercizio di questo diritto, pena la sua inutilità, comprende il diritto alla separazione dallo stato colonialista e alla costituzione dello stato indipendente, ma può anche portare ad altre soluzioni, come la federazione dello stato nazionale sardo con uno o più stati di altre nazionalità.
E’ nostra ferma intenzione non operare attualmente nessuna scelta preferenziale rispetto alle possibilità aperte dalla messa in pratica del diritto dell’autodecisione, in quanto la scelta deve essere fatta dalle masse popolari sarde e a noi come avanguardie anticolonialiste spetta il compito di lottare per permettere, la prima volta nella storia della Sardegna, al nostro popolo di decidere liberamente sul proprio destino.
Evidentemente perché il popolo sardo possa scegliere liberamente bisogna che la macchina repressiva dello stato colonialista, utilizzata dalla borghesia dominante e dai suoi alleati compradores, non sia in grado di funzionare condizionando le scelte dei sardi, significa ad esempio espellere preventivamente tutte le basi militari e le truppe di occupazione, solo così i lavoratori sardi potranno democraticamente e liberamente scegliere il proprio destino.

 

  1. Lotta di liberazione nazionale e lotta di classe 

La nazione sarda è divisa in classi: per questo all’interno di essa esiste la lotta di classe.
La maggioranza della nazione sarda è costituita dalle classi sfruttate. Malgrado le differenti condizioni di sfruttamento che possono esserci tra un operaio, un bracciante, un contadino, un pastore, un lavoratore intellettuale, quest’insieme di classi sociali costituiscono il popolo sardo. La minoranza della nazione sarda, quella cioè che sfrutta l’insieme delle classi subalterne (cioè il popolo sardo) è composta dalla borghesia compradora sarda, intermediaria del colonialismo e subalterna alla borghesia italiana e internazionale. Questa minoranza della nazione sarda è nemica del popolo sardo.
All’interno della nazione sarda la contraddizione principale è quella che oppone il blocco degli sfruttati che costituisce il popolo sardo alla minoranza degli sfruttatori costituita dalla borghesia sarda compradora che ha rinunciato ai propri interessi nazionali, alla possibilità di sviluppo come classe borghese imprenditoriale per perpetuare la condizione coloniale della Sardegna. I nemici principali del popolo sardo sono l’imperialismo, la borghesia colonialista italiana e la borghesia compradora sarda. L’oppressione del popolo sardo infatti è gestita dall’alleanza della borghesia della nazione dominante con la borghesia della nazione dominata, completamente subalterna all’imperialismo.
Queste due borghesie sfruttano il popolo sardo con una duplice oppressione: nazionale e di classe. Oppressione nazionale che si attua negando il diritto alla propria cultura, alla propria lingua e alla gestione degli affari politici ed economici secondo il bisogno del popolo sardo. Oppressione di classe in quanto delle classi sfruttano altre classi.
Essendo l’oppressione nazionale una forma dell’oppressione di classe, non si può lottare contro l’oppressione nazionale senza lottare contro l’oppressione di classe, essendo quest’ultima favorita dalla prima. Non si possono separare questi due elementi della nostra oppressione né sperare di sconfiggerli uno alla volta come teorizzano quegli anticolonialisti che privilegiano la questione nazionale, battendosi esclusivamente per i diritti nazionali sardi, tralasciando o relegando in secondo piano la lotta delle classi all’interno della Sardegna.
Allo stesso tempo esiste nella sinistra sarda una posizione che dice: battiamo l’oppressione di classe e poi, dopo la presa del potere, batteremo l’oppressione nazionale. Anche questa posizione non ci può trovare d’accordo perché abbiamo la dimostrazione storica di come senza la sconfitta dell’oppressione nazionale, che favorisce l’oppressione di classe, non si può avere un’effettiva vittoria sull’oppressione di classe.

 

  1. Lo Stato Socialista Sardo 

Le lotte popolari in Sardegna hanno sempre mirato ad intaccare il rapporto istituzionale che lega la colonia “Sardegna” allo stato italiano.
Il legame tra la lotta di classe e la lotta anticolonialista, cioè i due aspetti della lotta anticapitalista in Sardegna, ha costretto il potere statuale a concedere un’autonomia che però non intacca minimamente la dipendenza coloniale. In questo quadro la lotta di liberazione del popolo sardo ha come protagonista centrale il proletariato che per liberarsi lotta per il potere politico: lo strumento minimo e fondamentale del potere che i lavoratori devono conquistare è la macchina statale.
Le parole d’ordine di autonomia, autogoverno, decentramento sono fumo negli occhi per negare il diritto all’emancipazione complessiva, che significa la conquista degli strumenti di gestione della politica, dell’economia e della cultura.
Nella situazione di oppressione coloniale e nazionale che il popolo sardo vive, lo strumento indispensabile il proletariato deve conquistare è lo stato socialista sardo.
Sono reazionarie in questo quadro le posizioni che pretendono di risolvere la questione sarda esclusivamente con la separazione della Sardegna dallo stato italiano. Il contenuto socialista è l’elemento determinante del nuovo stato da costruire: senza un’economia pianificata e socialista non si uscirebbe infatti dalla dipendenza coloniale che assumerebbe un’altra forma (neocolonialismo).
La crisi attuale del capitalismo ha come conseguenza l’aumento dell’oppressione coloniale che esaspera le contraddizioni esistenti tra il popolo sardo e lo stato colonialista che lo opprime. L’esperienza dell’autonomia è ormai del tutto vissuta e non è possibile per i lavoratori sardi fare passi avanti sul terreno della democrazia e del socialismo, senza rivendicare la necessità della costruzione della propria macchina statale. Per il movimento anticolonialista nascono nuovi compiti, infatti deve essere ormai considerato insufficiente il momento della critica in negativo al colonialismo per giungere invece ad un livello più alto dell’organizzazione di lotte popolari in cui sia chiara la nostra proposta istituzionale: lo Stato Socialista Sardo.

 

  1. Lotta per l’autodecisione ed il socialismo e internazionalismo proletario 

Per portare avanti la lotta per l’autodecisione ed il socialismo è necessaria al popolo sardo la solidarietà degli altri popoli e del proletariato internazionale. Ma spesso si è visto che questa solidarietà si conquista nel corso di una lotta basata sulle proprie forze. Ma se la lotta per l’autodecisione del popolo sardo necessita anche della solidarietà del popolo e della classe operaia italiana, questa lotta è una manifestazione di solidarietà nei confronti del popolo e della classe operaia italiana nella sua lotta contro il capitalismo.
Nessun altro popolo può fare la rivoluzione né elaborare una strategia di emancipazione al posto del popolo sardo. Solo il popolo sardo può liberare sé stesso, perché è capace di elaborare la propria linea rivoluzionaria così come hanno fatto tutti i popoli oppressi che hanno battuto il colonialismo e il capitalismo.

 

  1. Mezzi di lotta rivoluzionaria 

Date le condizioni che esistono in Sardegna dove la debolezza della “borghesia nazionale” rende impossibile separare la lotta di liberazione nazionale dalla lotta di emancipazione sociale, è solamente con la mobilitazione di tutto il popolo in un movimento di massa, di resistenza diretta dal proletariato (mobilitazione costruita sulle questioni che riguardano direttamente il popolo lavoratore e che dividono più efficacemente gli imperialisti dai loro alleati), che si può giungere alla liberazione nazionale.
Il principale obiettivo dell’avanguardia rivoluzionaria del popolo sardo è attualmente lavorare per questa unità essenziale del popolo. Nel dirigere tutta la lotta di massa il movimento rivoluzionario non può mai permettersi di essere distaccato o di essere isolato dalla sua base popolare.
Perciò bisogna opporsi a coloro che vorrebbero sostituire la lotta di massa con un militarismo di elite isolano; come bisogna opporsi agli “ultrasinistri” che cercano di evitare le differenti tappe della lotta con la retorica e l’avventurismo. La situazione coloniale è sempre violenta. La disoccupazione, l’emigrazione, la povertà, la rapina delle risorse naturali e la feroce repressione sono il terreno sul quale l’imperialismo agisce, sempre con il mezzo della violenza aperta, al fine di mantenere e giustificare la sua dominazione. Nessun popolo ha mai conquistato la sua liberazione in altro modo che con la lotta di massa in risposta alla violenza dell’imperialismo. Noi affermiamo assolutamente il diritto del popolo sardo colonizzato di rispondere alla violenza controrivoluzionaria con la violenza rivoluzionaria. Ma non si deve dimenticare che la violenza rivoluzionaria è la risposta di un popolo oppresso, organizzato per la resistenza; questa violenza è ben diversa da quella di individui irresponsabili che no possono sopportare una lotta politica lunga e dura.

 

  1. L’area anticolonialista 

All’interno del nostro popolo si è creata un’area anticolonialista molto più vasta di quella coperta dalle organizzazioni anticolonialiste attualmente operanti in Sardegna. Quest’area è  estremamente ramificata, cresce continuamente anche in forma autonoma o come una presa di coscienza e dibattito all’interno di altre formazioni politiche.
Rispetto a quest’area sono punto di riferimento Su Populu Sardu ed altre organizzazioni che con gradi diversi di consapevolezza e di militanza, dipendenti dalla loro matrice di classe e ideologica, hanno individuato lo sfruttamento coloniale della Sardegna.
Proprio per queste diversità i metodi di lotta, di organizzazione, gli stessi obiettivi strategici e tattici che queste organizzazioni portano avanti sono condizionati dagli interessi di classe che difendono e spesso sono divergenti.
Di fronte a questa realtà l’area anticolonialista è spesso disorientata ed impossibilitata ad unire le sue forze.

 

  1. Fronte anticolonialista e Partito sardo dei lavoratori 

E’ compito di Su Populu Sardu spingere gli strati popolari che si identificano nell’area anticolonialista di una lotta che esalti i fattori di unità e cerchi di risolvere le divergenze.
Per questo nel luglio del 1975 Su Populu Sardu aveva proposto a tutte le organizzazioni anticolonialiste la linea di tendenza dell’unione di un fronte anticolonialista sardo che fosse in grado di esprimere l’alto livello di combattività e di coscienza dei nostri lavoratori.
Questa proposta pone come pregiudiziale l’accordo sull’impossibilità dell’abbattimento dell’oppressione nazionale e di classe senza la rottura e lo scontro con l’imperialismo, quale sviluppo del capitalismo nella nostra epoca, in modo particolare l’imperialismo americano, che ha trasformato la Sardegna in una colonia militare e in una base di sovversione in tutto il mediterraneo.
Infatti 185'000 ettari di servitù, le basi della NATO e americane, il condizionamento che l’imperialismo americano impone allo stato italiano, alla borghesia colonialista e compradora è uno degli ostacoli principali ad ogni sviluppo politico, economico e culturale della Sardegna.
Senza la rottura e lo scontro con l’imperialismo, senza la rottura della dipendenza coloniale e la relativa sconfitta della borghesia compradora sarda, presupposto per la definitiva presa del potere delle classi lavoratrici, non potrà esserci nessuna prospettiva reale d’emancipazione della Sardegna.
Non si può separare la tappa della liberazione nazionale da quella della rivoluzione sociale, senza capire che l’una nasce dall’altra, perché solo quelle classi sociali che vogliono costruire il socialismo in Sardegna saranno capaci di resistere per molto tempo all’imperialismo e portare avanti la tappa della liberazione nazionale sopprimendo il dominio del capitalismo italiano e internazionale e del mercato capitalistico sull’economia della Sardegna.
Accettare questa linea di scontro significa entrare nella prospettiva di una lotta popolare di lunghissima durata. Su Populu Sardu, oltre ad essere il promotore del Fronte Anticolonialista Sardo, ha quindi il compito di lavorare come embrione del Partito Sardo dei Lavoratori. Infatti per fare la rivoluzione e dirigere il fronte delle classi popolari occorre un partito rivoluzionario radicato nella realtà sarda per mobilitare ed organizzare le masse all’interno e all’esterno della Sardegna. Un terzo del nostro popolo, la metà della forza attiva, è all’estero, questi settecentomila lavoratori costituiscono un deterrente rivoluzionario enorme e fondamentale per la riuscita della nostra lotta. Questa massa di lavoratori è disposta a lottare solo se esiste la garanzia di un partito rivoluzionario sardo. Questo partito deve avere una linea che tutti i membri devono capire e alla quale si devono uniformare. Questa linea di riferimento alla storia delle rivoluzioni, alla storia della lotta di liberazione dei popoli, dev’essere frutto della nostra creatività. Noi pensiamo che si debba applicare il diritto all’autodecisione anche alla questione del partito. Considerate le condizioni politiche, sociali, culturali, economiche, geografiche della Sardegna, la sua unità nazionale specifica e differenziata che condiziona la strategia e la tattica dei rivoluzionari sardi, esaminata l’esperienza storica del popolo sardo, del Partito Sardo d’Azione e del Partito Comunista Sardo che hanno esercitato il diritto all’autodecisione scegliendo un’organizzazione costruita secondo le proprie esigenze e non per imposizione della struttura dello stato, noi pensiamo che per applicare il diritto di autodecisione anche alla questione del partito sia necessario organizzare il Partito Sardo dei Lavoratori per portare avanti la lotta per l’autodecisione e il socialismo e per coordinare la propria lotta con le organizzazioni della penisola che lottano contro il capitalismo e solidarizzano con la nostra lotta.

 

Assemblea generale dei militanti di Su Populu Sardu