STALIN
Problemi economici del socialismo
nell’URSS
Ai partecipanti alla discussione
economica
Osservazioni sulle questioni economiche relative alla
discussione del novembre 1951
Ho ricevuto tutti i documenti
sulla discussione economica svoltasi per giudicare il progetto di
manuale di economia politica. Ho ricevuto, tra l'altro, le "Proposte
per migliorare il progetto di manuale di economia politica'', le
"Proposte per eliminare gli errori e le imprecisioni'' nel progetto,
la "Nota informativa sulle questioni in discussione''.
Su tutti
questi materiali, come pure sul progetto di manuale ritengo
necessario fare le seguenti osservazioni.
1. - Questione del carattere delle
leggi economiche nel socialismo.
Alcuni compagni negano il
carattere obiettivo delle leggi della scienza, in particolare delle
leggi dell'economia politica nel socialismo. Essi negano che le
leggi dell'economia politica riflettano le leggi di sviluppo di
processi che si compiono indipendentemente dalla volontà degli
uomini. Essi ritengono che, data la particolare funzione assegnata
dalla storia allo Stato sovietico, lo Stato sovietico e i suoi
dirigenti possano abolire le vigenti leggi della economia politica,
possano "formare'' nuove leggi, "creare'' nuove leggi.
Questi
compagni si sbagliano profondamente. Essi come si vede, confondono
le leggi scientifiche, che riflettono i processi obiettivi che si
svolgono nella natura o nella società indipendentemente dalla
volontà degli uomini, con le leggi che vengono emanate dai governi,
create per volontà degli uomini e che hanno solo una forza
giuridica. Ma non si può in nessun modo confondere queste
leggi.
Il marxismo intende le leggi della scienza, - si tratti di
leggi delle scienze naturali o di leggi dell'economia politica, -
come un riflesso di processi obiettivi che si svolgono
indipendentemente dalla volontà degli uomini. Gli uomini possono
scoprire queste leggi, conoscerle, studiarle, tenerne conto nelle
loro azioni, utilizzarle negli interessi delle società, ma non
possono cambiarle o abolirle. Tanto meno essi possono formare o
creare nuove leggi della scienza. Significa forse questo che, per
esempio, i risultati delle azioni delle leggi della natura, i
risultati delle azioni delle forze della natura siano in genere
irreparabili, che le azioni distruttive delle forze della natura
abbiano sempre e dappertutto luogo con una violenza elementare e
implacabile, che non possa venir sottoposta alla influenza degli
uomini? No, non significa questo. Se si escludono i processi
astronomici, geologici e alcuni altri, dove gli uomini, anche se
conoscono le leggi del loro sviluppo, sono effettivamente impotenti
a influire su di esse, in molti altri casi gli uomini sono lungi
dall'essere impotenti per quanto concerne la possibilità di
influenzare i processi della natura. In tutti questi casi gli
uomini, conosciute le leggi della natura, possono, tenendone conto e
basandosi su di esse, applicandole e utilizzandole abilmente,
limitare la sfera della loro azione, dare alle forze distruttive
della natura un altro indirizzo, rivolgere le forze distruttive
della natura all'utile della società.
Prendiamo uno degli
innumerevoli esempi. Nella remota antichità lo straripamento dei
grandi fiumi, le inondazioni, la distruzione che ne conseguiva delle
abitazioni e dei campi seminati erano ritenuti una sciagura
irreparabile, contro la quale gli uomini erano impotenti. Tuttavia,
col passar del tempo, con lo sviluppo delle conoscenze umane,
allorché gli uomini impararono a costruire dighe e centrali
elettriche, si rivelò possibile allontanare dalla società le
sciagure delle inondazioni che prima sembravano irreparabili. Non
solo, ma gli uomini impararono a imbrigliare le forze distruttive
della natura, a metter loro, per così dire, il morso, a rivolgere la
forza dell'acqua a vantaggio della società e a utilizzarla per
l'irrigazione dei campi, per ottenerne energia.
Significa forse
questo che gli uomini in questo modo abbiano abolito le leggi della
natura, le leggi della scienza, abbiano creato nuove leggi della
natura, nuove leggi della scienza? No, non significa questo. Il
fatto è, che tutto questo sistema di prevenzione delle azioni delle
forze distruttive dell'acqua e di utilizzazione di esse
nell'interesse della società si attua senza che vi sia alcuna
violazione, modificazione o abolizione delle leggi della scienza,
senza che si creino nuove leggi della scienza. Al contrario, tutto
questo sistema si realizza sul preciso fondamento delle leggi della
natura, delle leggi della scienza, perché qualsiasi violazione delle
leggi della natura, la loro minima violazione porterebbe a una
disorganizzazione dell'impresa, al crollo del sistema.
Lo stesso
si deve dire delle leggi dello sviluppo economico, delle leggi
dell'economia politica, - non importa se si tratti del periodo del
capitalismo o del periodo del socialismo. Anche qui come nelle
scienze naturali, le leggi dello sviluppo economico sono leggi
obiettive, che riflettono i processi di sviluppo economico che si
compiono indipendentemente dalla volontà degli uomini. Gli uomini
possono scoprire queste leggi, conoscerle, e basandosi su di esse
utilizzarle nell'interesse della società, dare un altro indirizzo
alle azioni distruttive di alcune leggi, limitare la loro sfera di
azione, dare spazio ad altre leggi che cerchino di aprirsi un varco,
ma non possono distruggerle o creare nuove leggi economiche.
Una
delle particolarità dell'economia politica sta nel fatto che le sue
leggi, a differenza delle leggi delle scienze naturali, non sono
eterne, che esse, o per lo meno la maggior parte di esse, vigono nel
corso di un determinato periodo storico, dopo di che cedono il posto
a leggi nuove. Ma esse, queste leggi, non si distruggono; bensì
perdono la loro forza a causa delle nuove condizioni economiche e
scompaiono dalla scena per lasciare il posto a nuove leggi, che non
si creano per volontà degli uomini, ma sorgono sulla base di nuove
condizioni economiche.
Si cita l'Antidüring di Engels, la sua
formula secondo cui, con la liquidazione del capitalismo e la
collettivizzazione dei mezzi di produzione, gli uomini avranno il
potere sui loro mezzi di produzione, conseguiranno la libertà del
giogo delle relazioni economico-sociali, diverranno "signori'' della
loro vita sociale. Engels chiama questa libertà "necessità
cosciente''. Ma che cosa può significare "necessità cosciente''?
Significa che gli uomini, avendo preso conoscenza delle leggi
obiettive ("necessità''), le applicheranno in modo pienamente
cosciente nell'interesse della società. Proprio per questo Engels
dice nello stesso punto che:
"Le leggi della loro attività
sociale, che sino allora stavano di fronte agli uomini come leggi di
natura estranee e che li dominavano, vengono ora applicate dagli
uomini con piena cognizione di causa e quindi dominate''1.
Come
si vede, la formula di Engels non parla affatto a vantaggio di
coloro i quali pensano che nel socialismo si possano abolire le
leggi economiche esistenti e crearne di nuove. Al contrario, essa
non richiede l'abolizione, ma la conoscenza delle leggi economiche e
una loro abile applicazione.
Si dice che le leggi economiche
rivestano un carattere elementare, che le azioni di queste leggi
siano irreparabili, che la società sia impotente di fronte ad esse.
Ciò non è vero. Questo significa fare delle leggi dei feticci,
rendersi schiavi delle leggi. è provato che la società non è
impotente di fronte alle leggi, che la società può, dopo aver
conosciuto le leggi economiche e basandosi su di esse, limitare la
sfera della loro azione, utilizzarle nell'interesse della società e
"mettere loro il morso'', come succede per quanto riguarda le forze
della natura e le leggi loro, come succede nell'esempio dato sopra
dello straripamento dei grandi fiumi.
Si cita la particolare
funzione del potere sovietico nell'opera di costruzione del
socialismo, funzione che gli darebbe la possibilità di sopprimere le
esistenti leggi dello sviluppo economico e "formarne'' delle nuove.
Anche questo non è vero.
La particolare funzione del potere
sovietico si spiega con due circostanze: in primo luogo col fatto
che il potere sovietico non doveva sostituire una forma di
sfruttamento con un'altra forma, come è avvenuto nelle rivoluzioni
del passato, ma liquidare qualsiasi sfruttamento; in secondo luogo
col fatto che, in seguito all'assenza nel paese di qualsiasi germe
già formato di economia socialista, esso dovette creare, per così
dire, sul "vuoto'', nuove forme socialiste di economia.
Compito,
questo, indubbiamente difficile e complesso, che non aveva
precedenti. Ciò nondimeno, il potere sovietico ha assolto questo
compito con onore. Ma esso non l'ha assolto perché abbia distrutto
le leggi economiche esistenti e "formato'' leggi nuove, ma solo
perché si è appoggiato alla legge economica della necessaria
corrispondenza nei rapporti di produzione al carattere delle forze
produttive. Le forze produttive del nostro paese, specialmente
nell'industria, avevano un carattere sociale; la forma della
proprietà, invece, era privata, capitalistica. Basandosi sulla legge
economica della necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione
al carattere delle forze produttive, il potere sovietico ha
socializzato i mezzi di produzione, li ha resi proprietà di tutto il
popolo e in tal modo ha distrutto il sistema dello sfruttamento, ha
creato forme socialiste di economia. Se non ci fosse stata questa
legge e non si fosse appoggiato su di essa, il potere sovietico non
avrebbe potuto assolvere il suo compito.
La legge economica della
necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere
delle forze produttive cerca da tempo di aprirsi un varco nei paesi
capitalistici. Se essa non si è ancora aperto un varco e non ha
trovato sbocco, ciò è stato perché incontra una fortissima
resistenza da parte delle forze della società che hanno fatto il
loro tempo. Qui ci imbattiamo in una altra peculiarità delle leggi
economiche. A differenza delle leggi delle scienze naturali, dove la
scoperta e l'applicazione di una nuova legge hanno luogo in modo più
o meno pacifico, nel campo economico la scoperta e l'applicazione di
una nuova legge, la quale urti gli interessi delle forze della
società che hanno fatto il loro tempo, incontrano una fortissima
resistenza da parte di queste forze. Occorre, di conseguenza, una
forza, una forza sociale capace di superare questa resistenza. Una
forza simile si è trovata nel nostro paese nella forma dell'alleanza
della classe operaia e dei contadini, che rappresentano la
schiacciante maggioranza della società. Una forza simile negli altri
paesi capitalistici non si è ancora trovata. Qui sta il segreto del
fatto che il potere sovietico sia riuscito a sconfiggere le vecchie
forze della società e la legge economica della necessaria
corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere delle forze
produttive abbia ricevuto da noi pieno sbocco.
Si dice che la
necessità dello sviluppo pianificato (proporzionale) dell'economia
del nostro paese dà la possibilità al potere sovietico di sopprimere
le leggi economiche esistenti e crearne delle nuove. Ciò non è
affatto vero. Non si possono confondere i nostri piani annuali e
quinquennali con la legge economica obiettiva dello sviluppo
pianificato, proporzionale dell'economia nazionale. La legge dello
sviluppo pianificato dell'economia nazionale è sorta come
contrapposizione alla legge della concorrenza e dell'anarchia della
produzione nel capitalismo. è sorta sulla base della socializzazione
dei mezzi di produzione, dopo che la legge della concorrenza e
dell'anarchia della produzione aveva perduto la sua efficacia. è
entrata in vigore perché una economia nazionale socialista si può
avere soltanto sulla base della legge economica dello sviluppo
pianificato dell'economia nazionale. Questo significa che la legge
dello sviluppo pianificato dell'economia nazinale dà la possibilità
ai nostri organi pianificatori di pianificare in modo giusto la
produzione sociale. Ma non si deve confondere la possibilità con la
realtà. Si tratta di due cose differenti. Per far sì che questa
possibilità diventi realtà occorre studiare questa legge economica,
occorre impadronirsene, occorre imparare ad applicarla con perfetta
cognizione di causa, occorre elaborare dei piani che riflettano per
intiero le esigenze di questa legge. Non si può dire che i nostri
piani annuali e quinquennali riflettano per intiero le esigenze di
questa legge economica.
Si dice che alcune leggi economiche, tra
cui anche la legge del valore, vigenti da noi col socialismo, siano
leggi "trasformate'' o persino "trasformate in modo radicale'' sulla
base dell'economia pianificata. Anche questo non è vero. Non si
possono "trasfor-mare'' le leggi e tanto meno "in modo radicale''.
Se si potessero trasfomare, si potrebbero anche abolire,
sostituendole con altre leggi. La tesi della "trasfomazione'' delle
leggi è una sopravvivenza dell'erronea fomula della "distruzione'' e
della "formazione'' delle leggi. Benché la formula della
trasformazione delle leggi economiche sia oramai entrata da tempo da
noi nell'uso comune, sarà meglio rinunciarvi nell'interesse
dell'esattezza. Si può limitare la sfera di azione di queste o
quelle leggi economiche, se ne possono prevenire le azioni
distruttive, se, naturalmente, vi sono, ma non si può
"trasformarle'' o "distruggerle''.
Di conseguenza, quando si
parla dell'"assoggettamento'' delle forze della natura o delle leggi
economiche, del "dominio'' su di esse e così via, non si vuol
affatto dire con questo che gli uomini possano "distruggere'' le
leggi della scienza o "formarle''. Al contrario, con questo si vuol
dire solamente che gli uomini possono scoprire le leggi, conoscerle,
impadronirsene, imparare ad applicarle con perfetta cognizione di
causa, utilizzarle nell'interesse della società e in tal modo
assoggettarle, raggiungere il dominio su di esse.
Dunque, le
leggi dell'economia politica nel socialismo sono leggi obiettive,
che riflettono le leggi di sviluppo dei processi della vita
economica, i quali si compiono indipendentemente dalla nostra
volontà. Coloro che negano questa tesi, negano in sostanza la
scienza, ma negando la scienza negano con ciò stesso la possibilità
di qualsiasi previsione - di conseguenza negano la possibilità che
la vita economica venga diretta.
Si potrà dire che tutto ciò che
qui si afferma è giusto e universalmente noto ma che non vi è nulla
di nuovo e che, di conseguenza, non vale la pena di perdere il tempo
per ripetere verità universalmente note. Certo, qui non vi è
effettivamente nulla di nuovo, ma sarebbe sbagliato pensare che non
valga la pena di perdere il tempo per ripetere alcune verità a noi
note. Il fatto è che a noi, quale nucleo dirigente, si accostano
ogni anno migliaia di nuovi giovani quadri; essi ardono dal
desiderio di aiutarci, ardono dal desiderio di mostrare quel che
valgono, ma non hanno una sufficiente preparazione marxista, non
conoscono molte verità a noi ben note e sono costretti a vagare
nelle tenebre. Essi sono colpiti dalle colossali conquiste del
potere sovietico; gli straordinari successi del sistema sovietico
fanno loro girare la testa ed essi cominciano a immaginare che il
potere sovietico "possa tutto'', che per esso "tutto sia una
bazzecola'', che esso possa sopprimere le leggi della scienza,
formare nuove leggi. Come dobbiamo comportarci con questi compagni?
Come educarli nello spirito del marxismo-leninismo? Io ritengo che
una sistematica ripetizione delle cosiddette verità "universalmente
note'', un loro paziente chiarimento sia uno dei migliori mezzi di
educazione marxista di questi compagni.
2. - Questione della produzione
mercantile nel socialismo
Alcuni compagni affermano che il
partito ha agito erroneamente mantenendo la produzione mercantile
dopo aver preso il potere e nazionalizzato i mezzi di produzione nel
nostro paese. Essi ritengono che il partito allora avrebbe dovuto
eliminare la produzione mercantile. A questo proposito essi citano
Engels, il quale dice:
"Con la presa di possesso dei mezzi di
produzione da parte della società, viene eliminata la produzione di
merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori''2.
Questi
compagni sbagliano profondamente:
Esaminiamo la formula di
Engels. La formula di Engels non si può considerare del tutto chiara
e precisa, giacché in essa non si indica se si parli della presa di
possesso da parte della società di tutti i mezzi di produzione o
solamente di una parte dei mezzi di produzione; se cioè tutti i
mezzi di produzione siano diventati patrimonio di tutto il popolo o
solamente di una parte dei mezzi di produzione. Questa formula di
Engels si può dunque interpretare in un modo o nell'altro.
In un
altro luogo dell'Antidühring, Engels parla del possesso "di tutti i
mezzi di produzione'', del possesso "di tutto il complesso dei mezzi
di produzione''. Quindi Engels nella sua formula non intende parlare
della nazionalizzazione di una parte dei mezzi di produzione, ma di
tutti i mezzi di produzione, ossia del fatto che siano diventati
patrimonio di tutto il popolo non solo i mezzi di produzione
dell'industria, ma anche quelli dell'agricoltura.
Ne consegue che
Engels intende parlare di paesi in cui il capitalismo e la
concentrazione della produzione siano tanto sviluppati, non solo
nell'industria, ma anche nell'agricoltura, da far sì che si possano
espropriare tutti i mezzi di produzione del paese e trasformarli in
proprietà di tutto il popolo. Engels ritiene, di conseguenza, che in
questi paesi, oltre a collettivizzare tutti i mezzi di produzione,
si debba eliminare la produzione mercantile e questo, naturalmente,
è giusto.
Un paese di questo genere era, alla fine dello scorso
secolo, al momento della pubblicazine dell'Antidühring, soltanto
l'Inghilterra, dove lo sviluppo del capitalismo e la concentrazione
della produzione, tanto nell'industria quanto nell'agricoltura,
erano giunte a un punto tale che vi era la possibilità, in caso di
presa del potere da parte del proletariato, di far diventare tutti i
mezzi di produzione del paese patrimonio di tutto il popolo e di
eliminare la produzione mercantile.
Tralascio nel presente caso
la questione dell'importanza per l'Inghilterra del commercio estero,
col suo enorme peso specifico nell'economia nazionale
dell'Inghilterra. Ritengo che solamente studiando questa questione
si potrebbe risolvere definitivamente la questione del destino della
produzione mercantile in Inghilterra dopo la presa del potere da
parte del proletariato e la nazionalizzazione di tutti i mezzi di
produzione.
Del resto, non solamente alla fine dello scorso
secolo, ma anche al giorno d'oggi nessun paese ha ancora raggiunto
quel grado di sviluppo del capitalismo e di concentrazione della
produzione nell'agricoltura che noi osserviamo in Inghilterra. Per
quanto riguarda gli altri paesi, nonostante lo sviluppo del
capitalismo nelle campagne, esiste ancora nelle campagne una classe
abbastanza numerosa di piccoli e medi proprietari-produttori, la cui
sorte bisognerebbe determinare in caso di presa del potere da parte
del proletariato.
Ma ecco sorgere una questione: che cosa devono
fare il proletariato e il suo partito se in un paese o in un altro,
compreso fra questi il nostro paese, esistono condizioni favorevoli
per la presa del potere da parte del proletariato e l'abbattimento
del capitalismo; se il capitalismo nell'industria ha talmente
concentrato i mezzi di produzione che si possono espropriare e dare
in possesso alla società, ma se l'agricoltura, nonostante lo
sviluppo del capitalismo, è ancora talmente frazionata in
innumerevoli piccoli e medi proprietari-produttori, che non si
presenta la possibilità di porre la questione dell'espropriazione di
questi produttori?
A questa domanda la formula di Engels non dà
risposta. Del resto, essa non doveva neppure rispondere a questa
domanda, perché era sorta sulla base di un'altra questione, e
precisamente della questione di quale doveva essere il destino della
produzione mercantile dopo che fossero stati collettivizzati tutti i
mezzi di produzione.
E dunque, come fare se non tutti i mezzi di
produzione sono stati collettivizzati, ma lo è stata solamente una
parte dei mezzi di produzione, eppure vi sono condizioni favorevoli
per la presa del potere da parte del proletariato, - deve il
proletariato prendere il potere e si deve subito dopo distruggere la
produzione mercantile?
Non si può, naturalmente, considerare una
risposta l'opinione di taluni pretesi marxisti, i quali ritengono
che in tali condizioni bisognerebbe rinunciare alla presa del potere
e aspettare finché il capitalismo sia riuscito a ridurre alla
miseria milioni di piccoli e medi produttori trasformandoli in
braccianti e a concentrare i mezzi di produzione nell'agricoltura, e
che solo dopo di questo si possa porre la questione della presa del
potere da parte del proletariato e della socializzazione di tutti i
mezzi di produzione. E' evidente che una simile "via di uscita'' non
può essere seguita dai marxisti se essi non vogliono definitivamente
coprirsi di vergogna.
Non si può neppure considerare una risposta
l'opinione di altri pretesi marxisti, i quali ritengono che
bisognerebbe prendere il potere, passare alla espropriazione dei
piccoli e medi produttori nelle campagne e socializzare i loro mezzi
di produzione. Neppure questa via assurda e delittuosa può essere
seguita dai marxisti, perché una via simile comprometterebbe ogni
possibilità di vittoria della rivoluzione proletaria, getterebbe per
lungo tempo i contadini nel campo dei nemici del proletariato.
E'
stato Lenin a dare una risposta a questa questione nei suoi scritti
sulla Imposta in natura e nel suo celebre Piano cooperativo.
La
risposta di Lenin si riduce in breve a quanto segue:
a) non
lasciar passare le condizioni favorevoli per la presa del potere:
che il proletariato prenda il potere senza aspettare fino a che il
capitalismo sia riuscito a ridurre alla miseria la popolazione di
molti milioni di piccoli e medi produttori individuali;
b)
espropriare i mezzi di produzione nell'industria e trasformarli in
patrimonio di tutto il popolo;
c) per quanto riguarda i piccoli e
medi produttori individuali riunirli gradualmente in cooperative di
produzione, cioè in grandi aziende agricole, i colcos;
d)
sviluppare in tutti i modi l'industria e dare ai colcos la base
tecnica moderna della grande produzione, ma non espropriarli, bensì,
al contrario, rifornirli intensamente di trattori di prima qualità e
di altre macchine;
e) per la saldatura economica della città e
della campagna, dell'industria e dell'agricoltura, conservare per un
certo tempo la produzione mercantile (scambio attraverso la
compra-vendita), come unica forma di rapporti economici con la città
accettabile per i contadini, e sviluppare appieno il commercio
sovietico, statale e cooperativo-colcosiano, eliminando dalla
circolazione delle merci ogni genere di capitalisti.
La storia
della nostra edificazione socialista dimostra che questa via di
sviluppo, tracciata da Lenin, ha dato ottima prova di sé.
Non vi
può esser dubbio che per tutti i paesi capitalistici aventi una
classe più o meno numerosa di piccoli e medi produttori questa via
di sviluppo è l'unica possibile e razionale per la vittoria del
socialismo.
Si dice che la produzione mercantile in qualsiasi
condizione deve portare e necessariamente porterà al capitalismo.
Questo non è vero. Non sempre e non in qualsiasi condizione! Non si
può identificare la produzione mercantile con la produzione
capitalistica. Sono due cose diverse. La produzione mercantile porta
al capitalismo solamente se esiste la proprietà privata dei mezzi di
produzione, se la forza lavoro si presenta sul mercato come una
merce che il capitalista può comprare e sfruttare nel processo di
produzione, se, di conseguenza, esiste nel paese un sistema di
sfruttamento degli operai salariati da parte dei capitalisti. La
produzione capitalistica incomincia là, dove i mezzi di produzione
sono concentrati in mani private e gli operai, privi di mezzi di
produzione, sono costretti a vendere la loro forza lavoro come una
merce. Senza di ciò non vi è produzione capitalistica.
Ebbene, e
se non esistono queste condizioni che trasformano la produzione
mercantile in produzione capitalistica, se i mezzi di produzione non
sono più proprietà privata, ma proprietà socialista, se non esiste
un sistema di lavoro salariato e la forza lavoro non è più una
merce, se il sistema dello sfruttamento è già da tempo liquidato, -
cosa dire allora: si può considerare che la produzione mercantile
porti in ogni caso al capitalismo? No, non si può. E la nostra
società è proprio una società in cui la proprietà privata dei mezzi
di produzione, il sistema del lavoro salariato, il sistema dello
sfruttamento non esistono più da tempo.
Non si può considerare la
produzione mercantile come qualcosa a sé stante, indipendente dalle
condizioni economiche circostanti. La produzione mercantile è più
antica della produzione capitalistica. Essa esisteva nel sistema
schiavistico e lo serviva, e tuttavia non ha portato al capitalismo.
Essa esisteva nel feudalesimo e lo serviva, e tuttavia, benché
preparasse alcune condizioni della produzione capitalistica, non ha
portato al capitalismo. Si domanda allora perché la produzione
mercantile non può servire per un certo periodo anche la nostra
società socialista senza portare al capitalismo, quando si tenga
presente che la produzione mercantile non ha da noi quella
diffusione illimitata e universale che ha nelle condizioni del
capitalismo, quando si tenga presente che essa da noi è costretta
entro limiti rigorosi, grazie a condizioni economiche decisive,
quali sono la proprietà collettiva sui mezzi di produzione, la
liquidazione del sistema del lavoro salariato, la liquidazione del
sistema dello sfruttamento.
Si dice che, dopo che nel nostro
paese si è stabilito il dominio della proprietà collettiva sui mezzi
di produzione e il sistema del lavoro salariato e dello sfruttamento
è stato liquidato, l'esistenza della produzione mercantile ha
perduto ogni senso e pertanto si dovrebbe eliminare la produzione
mercantile.
Ma anche questo non è vero. Attualmente da noi
esistono due forme fondamentali di produzione socialista: la
produzione statale, di tutto il popolo, e quella colcosiana, che non
si può dire di tutto il popolo. Nelle aziende statali i mezzi di
produzione e la produzione stessa sono proprietà di tutto il popolo.
Nelle aziende colcosiane, invece, benché i mezzi di produzione (la
terra, le macchine) appartengano pur essi allo Stato, tuttavia la
produzione dei prodotti è proprietà dei singoli colcos, giacché nei
colcos il lavoro, come le sementi, sono di proprietà dei colcos,
mentre della terra, che è stata concessa ai colcos in uso eterno, i
colcos dispongono di fatto come di una loro proprietà, benché non
possano venderla, comprarla, darla in affitto o
ipotecarla.
Questa circostanza porta al fatto che lo Stato può
disporre solamente della produzione delle aziende statali, mentre
della produzione colcosiana dispongono solamente i colcos, come di
una loro proprietà. Ma i colcos non vogliono alienare i loro
prodotti altrimenti che sotto forma di merci, in scambio alle quali
essi vogliono ricevere le merci loro necessarie. Altri legami
economici con la città che non siano quelli commerciali, che non
siano lo scambio mediante compra-vendita oggi i colcos non li
accettano. Per questo la produzione mercantile e la circolazione
delle merci sono attualmente da noi una necessità così come lo
erano, diciamo, trent'anni fa, quando Lenin proclamò la necessità di
un sviluppo completo della circolazione delle
merci.
Naturalmente, quando invece dei due fondamentali settori
produttivi, quello statale e quello colcosiano, vi sarà un solo
settore produttivo che abbracci tutto e abbia il diritto di disporre
di tutti i prodotti di consumo del paese, allora la circolazione
delle merci con la sua "economia monetaria'' scomparirà, come un
elemento non più necessario dell'economia nazionale. Ma finché
questo non avvenga, finché sussistono due settori produttivi
fondamentali, la produzione mercantile e la circolazione delle merci
devono restare in vigore come elemento necessario e sotto ogni
aspetto utile del sistema della nostra economia nazionale. In qual
modo avverrà la creazione di un unico settore che abbracci tutto,
attraverso un semplice assorbimento del settore colcosiano da parte
del settore statale, il che è poco verosimile (giacché ciò sarebbe
accolto come un'espropriazione dei colcos), o attraverso la
organizzazione di un unico organo economico di tutto il popolo (con
una rappresentanza della industria di Stato e dei colcos) che abbia
il diritto di calcolare in un primo tempo tutti i prodotti di
consumo del paese, e con il passare del tempo anche di distribuire i
prodotti col sistema, diciamo, dello scambio in natura, - questa è
una questione particolare, che richiede un esame a parte.
Di
conseguenza, la nostra produzione mercantile non è una produzione
mercantile normale, ma una produzione mercantile di tipo
particolare, una produzione mercantile senza capitalisti, che ha a
che fare sostanzialmente con merci di produttori socialisti riuniti
(lo Stato, i colcos, le cooperative), la cui sfera di azione è
limitata agli oggetti di consumo personale, che evidentemente non
può in alcun modo svilupparsi come produzione capitalistica e che è
destinata a servire, insieme con la sua "economia monetaria'', la
causa dello sviluppo e del rafforzamento della produzione
socialista.
Per questo non hanno affatto ragione quei compagni i
quali affermano che, siccome la società socialista non liquida le
forme mercantili di produzione, dovrebbero da noi ripristinarsi
tutte le categorie economiche proprie del capitalismo: la forza
lavoro come merce, il plusvalore, il capitale, il profitto del
capitale, il tasso medio del profitto e così via. Questi compagni
confondono la produzione mercantile con la produzione capitalistica
e suppongono che, poiché esiste la produzione mercantile, deve
esistere anche la produzione capitalistica. Essi non comprendono che
la nostra produzione mercantile differisce in modo radicale dalla
produzione mercantile nel capitalismo.
Non solo, ma io penso che
sia necessario respingere anche alcuni altri concetti, desunti dal
Capitale di Marx, dove Marx si è occupato dell'analisi del
capitalismo, e artificiosamente applicati alle nostre relazioni
socialiste.
Alludo fra l'altro a concetti come quelli di lavoro
"necessa-rio'' e "supplementare'', di prodotto "necessario'' e
"supplementare'', di tempo "necessario'' e "supplementare''. Marx
analizzava il capitalismo per mettere in luce la fonte dello
sfruttamento della classe operaia, il plusvalore, e dare alla classe
operaia, priva dei mezzi di produzione, l'arme spirituale per
l'abbattimento del capitalismo. Si capisce che Marx si serve nel far
ciò di concetti (categorie) che rispondono perfettamente ai rapporti
capitalistici. Ma sarebbe più che strano servirsi di tali concetti
oggi che la classe operaia non solo non è priva del potere e dei
mezzi di produzione, ma, al contrario, ha nelle sue mani il potere e
possiede i mezzi di produzione. E' abbastanza assurdo, oggi, nel
nostro sistema, parlare di forza lavoro come merce e di "ingaggio''
degli operai, come se la classe operaia, padrona degli strumenti di
produzione, si ingaggiasse da sé o vendesse a se stessa la sua forza
lavoro. Altrettanto strano è parlare oggi di lavoro "necessario'' e
"supplementare'', come se il lavoro degli operai, nelle nostre
condizioni, dato alla società per estendere la produzione,
sviluppare l'istruzione, la sanità pubblica, per organizzare la
difesa e così via, non fosse altrettanto necessario per la classe
operaia che è oggi al potere, del lavoro impiegato per coprire i
bisogni personali dell'operaio e della sua famiglia.
Bisogna
notare che Marx nella sua Critica del Programma di Gotha, là dove
non tratta più del capitalismo, ma, fra l'altro, della prima fase
della società comunista, riconosce che il lavoro dato alla società
per estendere la produzione, per l'istruzione, la sanità pubblica,
le spese amministrative, la formazione delle riserve e così via, è
altrettanto necessario del lavoro impiegato per coprire i bisogni di
consumo della classe operaia.
Penso che i nostri economisti
debbano porre fine a questa discrepanza fra i vecchi concetti e la
nuova condizione delle cose nel nostro paese socialista, sostituendo
ai vecchi concetti, concetti nuovi, corrispondenti alla nuova
situazione.
Abbiamo potuto tollerare questa discrepanza per un
certo tempo, ma è giunto il momento in cui finalmente dobbiamo
liquidarla.
3. - Questione della legge del valore
nel socialismo
Talvolta si domanda: esiste e ha vigore da noi,
nel nostro regime socialista, la legge del valore?
Sì, esiste e
ha vigore. Là dove esistono merci e produzione mercantile, non può
non esistere anche la legge del valore.
Il campo d'azione della
legge del valore si estende da noi innanzitutto alla circolazione
delle merci, allo scambio delle merci attraverso la compra-vendita,
principalmente allo scambio delle merci di consumo individuale. Qui,
in questo campo, la legge del valore conserva, naturalmente entro
certi limiti, una funzione regolatrice.
Ma l'efficacia della
legge del valore non si limita al campo della circolazione delle
merci. Essa si estende anche alla produzione. In verità, la legge
del valore non ha un'importanza regolatrice nella nostra produzione
socialista, ma influisce tuttavia sulla produzione, e di questo non
si può non tener conto nel dirigere la produzione stessa. Il fatto è
che i prodotti di consumo, indispensabili per reintegrare l'impiego
di forza lavoro nel processo produttivo, si producono da noi e si
realizzano come merci, soggette all'influenza della legge del
valore. Qui appunto si rivela l'influenza della legge del valore
sulla produzione. In relazione a ciò, nelle nostre aziende hanno
un'importanza attuale questioni come quella del rendimento
commerciale e della gestione redditizia, del costo di produzione,
dei prezzi, ecc. Perciò le nostre aziende non possono e non devono
trascurare di tenere in considerazione la legge del valore.
E'
bene ciò? Non è male. Nelle nostre condizioni attuali effettivamente
ciò non è male, perché questa circostanza educa i dirigenti della
nostra economia nello spirito di una direzione razionale della
produzione e li disciplina. Non è male, perché insegna ai nostri
dirigenti dell'industria a calcolare le entità produttive, a
calcolarle con esattezza, a tener conto con altrettanta esattezza
delle cose reali della produzione e a non perdersi in chiacchiere su
"dati orientativi'', campati in aria. Non è male perché insegna ai
nostri dirigenti dell'industria a cercare, trovare e sfruttare le
riserve nascoste, che si celano in seno alla produzione, e a non
mettersele sotto i piedi. Non è male, perché insegna ai nostri
dirigenti dell'industria a migliorare sistematicamente i metodi
della produzione, a diminuire il costo di produzione, ad attuare un
rendimento commerciale e a ottenere che le aziende siano in attivo.
E' questa una buona scuola pratica, che accelera lo sviluppo dei
nostri quadri economici e la loro trasformazione in veri dirigenti
della produzione socialista nella fase attuale di sviluppo.
Il
male non è che da noi la legge del valore influisca sulla
produzione. Il male è che i nostri dirigenti dell'industria e i
dirigenti della pianificazione, salvo rare eccezioni, non conoscono
bene l'azione della legge del valore, non la studiano e non sanno
tenerne conto nei loro calcoli. Così appunto si spiega la confusione
che ancora regna da noi nella questione della politica dei prezzi.
Ecco uno dei tanti esempi. Qualche tempo fa si decise di regolare
nell'interesse della coltivazione del cotone il rapporto tra i
prezzi del cotone e del grano, di precisare i prezzi del grano
venduto ai raccoglitori di cotone e di aumentare i prezzi del cotone
consegnato allo Stato. A questo proposito i nostri dirigenti
d'azienda e dirigenti della pianificazione avanzarono una proposta,
che non poté non riempire di stupore i membri del Comitato centrale
perché, secondo questa proposta, il prezzo di una tonnellata di
grano doveva essere quasi uguale a quello di una tonnellata di
cotone, e il prezzo di una tonnellata di grano veniva uguagliato a
quello di una tonnellata di pane. Alle osservazioni dei membri del
Comitato centrale che il prezzo di una tonnellata di pane deve
essere superiore al prezzo di una tonnellata di grano, in
considerazione delle spese supplementari relative alla macinazione e
alla cottura, che il cotone costa in generale molto più caro del
grano, come testimoniano anche i prezzi mondiali del cotone e del
grano, gli autori della proposta non seppero rispondere nulla di
sensato. Il Comitato centrale dovette quindi interessarsi
direttamente della questione, diminuire i prezzi del grano e
aumentare i prezzi del cotone. Che cosa sarebbe accaduto se la
proposta di questi compagni fosse stata tradotta in legge? Avremmo
rovinato i raccoglitori di cotone e saremmo rimasti senza
cotone.
Ma significa tutto questo che l'influenza della legge del
valore si eserciti da noi con la medesima ampiezza che nel
capitalismo e che la legge del valore sia da noi la regolatrice
della produzione? No, in nessun modo. In realtà il campo d'azione
della legge del valore nel nostro regime economico è rigorosamente
limitato e circoscritto. Si è già detto che il campo d'azione della
produzione mercantile nel nostro regime è limitato e circoscritto.
Lo stesso si deve dire del campo d'azione della legge del valore.
Non vi è dubbio che l'assenza della proprietà privata dei mezzi di
produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione, sia nella
città, che nella campagna, non possono non limitare il campo
d'azione della legge del valore e il grado della sua influenza sulla
produzione.
Nella stessa direzione agisce la legge dello sviluppo
pianificato (proporzionale) dell'economia nazionale, che ha
sostituito la legge della concorrenza e dell'anarchia dela
produzione.
Nella stessa direzione agiscono i nostri piani
annuali e quinquennali e in generale tutta la nostra politica
economica, che si basa sulle esigenze della legge dello sviluppo
pianificato dell'economia nazionale.
Tutto questo insieme di
elementi fa sì che da noi il campo d'azione della legge del valore
sia rigorosamente limitato e che la legge del valore non possa nel
nostro regime assolvere la funzione di regolatrice della
produzione.
Così appunto si spiega il fatto "sorprendente'' che,
nonostante lo sviluppo ininterrotto e impetuoso della nostra
produzione socialista, la legge del valore non provoca da noi crisi
di sovraproduzione, mentre la stessa legge del valore, che ha nel
capitalismo un vasto campo d'azione, nonostante i bassi ritmi di
sviluppo della produzione nei paesi capitalistici, provoca in essi
crisi periodiche di sovraproduzione.
Si dice che la legge del
valore è una legge permanente, obbligatoria per tutti i periodi
dello sviluppo storico, che anche se la legge del valore perde la
sua efficacia come regolatrice dei rapporti di scambio nella seconda
fase della società comunista, essa, in questa fase di sviluppo,
conserverà la sua efficacia, come regolatrice dei rapporti fra le
diverse branche della produzione, come regolatrice della
ripartizione del lavoro fra le branche della produzione.
Ciò è
falso del tutto. Il valore, come anche la legge del valore, è una
categoria storica, legata all'esistenza della produzione mercantile.
Con la scomparsa della produzione mercantile spariranno sia il
valore con le sue forme, che la legge del valore.
Nella seconda
fase della società comunista la quantità di lavoro impiegata per la
produzione dei prodotti, non si misurerà per vie traverse, non
tramite il valore e le sue forme, come accade nella produzione
mercantile, ma direttamente e immediatamente con la quantità di
tempo, con il numero delle ore impiegate nella produzione dei
prodotti. Per quanto riguarda la ripartizione del lavoro fra le
branche della produzione, essa non sarà regolata dalla legge del
valore, che in questo periodo perde la sua efficacia, ma
dall'incremento del fabbisogno di prodotti da parte della società.
Sarà una società in cui la produzione verrà regolata dal fabbisogno
sociale e il calcolo del fabbisogno sociale acquisterà un'importanza
primordiale per gli organi pianificatori.
E' completamente errata
anche l'affermazione secondo cui nel nostro attuale regime
economico, nella prima fase di sviluppo della società comunista, la
legge del valore regolerebbe "le proporzioni'' della ripartizione
del lavoro tra le diverse branche della produzione.
Se questo
fosse vero, non si capirebbe perché da noi non si sviluppa a pieno
ritmo l'industria leggera, essendo più redditizia, soprattutto nei
confronti dell'industria pesante, che spesso è meno redditizia, e
talvolta addirittura completamente passiva.
Se questo fosse vero,
non si capirebbe perché da noi non vengano chiuse le aziende
dell'industria pesante per il momento ancora passive, dove il lavoro
degli operai non ha la "dovuta efficacia'', e non si aprano nuove
aziende dell'industria leggera incontestabilmente redditizia, dove
il lavoro degli operai potrebbe avere una "maggiore
efficacia''.
Se questo fosse vero, non si capirebbe perché da noi
non si trasferiscano gli operai dalle aziende poco redditizie, anche
se indispensabili all'economia nazionale, alle aziende più
redditizie, secondo la legge del valore che regolerebbe le
"proporzioni'' della ripartizione del lavoro fra le branche della
produzione.
E' evidente che, se si seguissero le orme di questi
compagni, dovremmo desistere dal dare la precedenza alla produzione
dei mezzi di produzione a favore della produzione dei mezzi di
consumo. Ma che cosa significa desistere dal dare la precedenza alla
produzione dei mezzi di produzione? Significa eliminare la
possibilità di sviluppo ininterrotto della nostra economia
nazionale, perché è impossibile attuare uno sviluppo ininterrotto
dell'economia nazionale senza dare, al tempo stesso, la precedenza
alla produzione dei mezzi di produzione.
Questi compagni
dimenticano che la legge del valore può regolare la produzione solo
nel capitalismo, quando esiste la proprietà privata dei mezzi di
produzione, quando esistono la concorrenza, l'anarchia della
produzine e le crisi di sovraproduzione. Essi dimenticano che da noi
il campo d'azione della legge del valore è limitato dall'esistenza
della proprietà sociale dei mezzi di produzione, dal fatto che vige
la legge dello sviluppo pianificato dell'economia nazionale e, per
conseguenza, questo campo è anche limitato dai nostri piani annuali
e quinquennali, che rispecchiano per approssimazione le esigenze di
questa legge.
Alcuni compagni traggono di qui la conclusione che
la legge dello sviluppo pianificato dell'economia nazionale e la
pianificazione dell'economia nazionale sopprimono il principio del
rendimento della produzione. Ciò è falso del tutto. Le cose stanno
esattamente al contrario. Se si considera il rendimento non per
aziende o branche della produzione singole e non in riferimento a un
solo anno, ma per tutta l'economia nazionale e in riferimento,
poniamo, a un periodo di 10-15 anni - e questo sarebbe l'unico modo
giusto di affrontare la questione - il rendimento momentaneo e
instabile di aziende o branche della produzione singole non può in
nessun modo stare a confronto con quella forma superiore di
rendimento stabile e permanente che ci viene assicurato dall'azione
della legge dello sviluppo pianificato dell'economia nazionale e
dalla pianificazione dell'economia nazionale, liberandoci dalle
crisi economiche periodiche, le quali distruggono l'economia
nazionale e infliggono alla società un immenso danno materiale, e
assicurandoci una ascesa ininterrotta dell'economia nazionale con i
suoi ritmi elevati.
In breve: non vi è dubbio che nelle nostre
attuali condizioni socialiste della produzione la legge del valore
non può essere la "regolatrice delle proporzioni'' nella
ripartizione del lavoro fra le diverse branche della produzione.
4. - Questione della eliminazione del
contrasto fra città e campagna, fra lavoro fisico e intellettuale e
questione della liquidazione delle differenze tra di essi.
Questo
titolo concerne numerosi problemi che si differenziano
sostanzialmente l'uno dall'altro, ma che unisco in un solo capitolo
non per confonderli, ma esclusivamente per brevità di
esposizione.
Il problema della eliminazione del contrasto fra la
città e la campagna, fra l'industria e l'agricoltura è un problema
noto, posto già da tempo da Marx ed Engels. La base economica di
questo contrasto è lo sfruttamento della campagna da parte della
città, l'espropriazione dei contadini e la rovina della maggior
parte della popolazione rurale in seguito a tutto il corso dello
sviluppo dell'industria, del commercio e del sistema creditizio nel
capitalismo. Perciò il contrasto fra la città e la campagna nel
capitalismo deve considerarsi come un contrasto di interessi. Su
questo terreno è sorto un atteggiamento ostile della campagna verso
la città e in generale verso la "gente di città''.
Non vi è
dubbio che con la distruzione del capitalismo e del sistema dello
sfruttamento, con il consolidamento del regime socialista, nel
nostro paese doveva sparire anche il contrasto di interessi tra la
città e la campagna, tra l'industria e l'agricoltura. E così è
accaduto. L'immenso aiuto dato ai nostri contadini dalla città
socialista e dalla nostra classe operaia per liquidare i proprietari
fondiari e i kulak, ha consolidato la base dell'alleanza fra la
classe operaia e i contadini, mentre la fornitura sistematica di
trattori di prima qualità e di altre macchine ai contadini e ai loro
colcos ha trasformato in amicizia l'alleanza fra la classe operaia e
i contadini. Certo, gli operai e i contadini colcosiani sono tuttora
due classi, che differiscono l'una dall'altra per la loro posizione.
Ma questa differenza non indebolisce in nessuna misura la loro
amicizia. Al contrario, i loro interessi corrono su un'unica linea
comune, sulla linea del consolidamento del regime socialista e della
vittoria del comunismo. Perciò non deve far meraviglia che non sia
rimasta neppure una traccia della vecchia sfiducia e, a maggior
ragione, del vecchio odio della campagna per la città.
Tutto
questo significa che la base su cui sorge il contrasto fra la città
e la campagna, fra l'industria e l'agricoltura è già stata liquidata
dal nostro attuale regime socialista.
Questo, naturalmente, non
significa che la eliminazione del contrasto fra la città e la
campagna debba portare alla "rovina delle grandi città'' (vedi
l'Anti-dühring di Engels). Le grandi città non solo non andranno in
rovina, ma sorgeranno altre nuove grandi città, quali centri di un
maggiore sviluppo culturale, centri non solo della grande industria,
ma anche della lavorazione dei prodotti agricoli e di un poderoso
sviluppo di tutte le branche dell'industria alimentare. Questa
circostanza favorirà la fioritura culturale del paese e determinerà
un livellamento delle condizioni di vita nelle città e nella
campagna.
Una situazione analoga vi è nel problema della
eliminazione del contrasto fra lavoro fisico e intellettuale. Anche
questo è un problema noto, posto già da tempo da Marx ed Engels. La
base economica del contrasto fra lavoro fisico e intellettuale è
costituita dallo sfruttamento degli uomini che compiono il lavoro
fisico da parte di coloro che rappresentano il lavoro intellettuale.
Tutti conoscono il distacco che esisteva nel capitalismo fra gli
uomini che compiono il lavoro fisico nelle aziende e il personale
direttivo. E' noto che sulla base di questo distacco sorse un
atteggiamento ostile degli operai verso il direttore, il
capo-reparto, l'ingegnere e gli altri rappresentanti del personale
tecnico, considerati come nemici. Naturalmente, con la distruzione
del capitalismo e del sistema dello sfruttamento, doveva scomparire
anche il contrasto di interessi fra il lavoro fisico e il lavoro
intellettuale. Ed esso effettivamente è scomparso nel nostro odierno
regime socialista. Oggi gli uomini che compiono il lavoro fisico e
il personale direttivo non sono nemici, ma compagni e amici, membri
di un unico collettivo della produzione, vitalmente interessati al
progresso e al miglioramento della produzione. Della vecchia
ostilità fra loro non è rimasta traccia.
Un carattere
completamente diverso ha il problema della scomparsa delle
differenze fra la città (l'industria) e la campagna (l'agricoltura),
fra il lavoro fisico e intellettuale. Questo problema non è stato
posto dai classici del marxismo. E' un problema nuovo, posto dalla
pratica della nostra edificazione socialista.
Ma non è questo un
problema immaginario; ha esso per noi una qualche importanza pratica
o teorica? No, questo problema non si può considerare immaginario.
Al contrario, esso è per noi della più alta importanza.
Se
esaminiamo, per esempio, la differenza fra l'agricoltura e
l'industria, essa, da noi, non consiste solo nel fatto che le
condizioni di lavoro nell'agricoltura differiscono dalle condizioni
di lavoro nell'industria, ma innanzitutto e principalmente nel fatto
che nell'industria abbiamo una proprietà di tutto il popolo sui
mezzi di produzione e sul prodotto dell'attività produttiva, mentre
nell'agricolutra non abbiamo una prorietà di tutto il popolo, ma di
gruppo, colcosiana. E' già stato detto che questa circostanza porta
al mantenimento della circolazione delle merci, che solo con la
scomparsa di questa differenza fra l'industria e l'agricoltura può
scomparire la produzione mercantile, con tutte le conseguenze che ne
derivano. Per conseguenza, non si può negare che la scomparsa di
questa sostanziale differenza tra l'agricoltura e l'industria deve
avere per noi un'importanza di prim'ordine.
Lo stesso si deve
dire del problema della eliminazione della differenza sostanziale
fra il lavoro fisico e il lavoro intellettuale. Anche questo
problema ha per noi un'importanza di prim'ordine. Prima che avesse
inizio lo sviluppo dell'emulazione socialista di massa, l'ascesa
dell'industria procedeva da noi a stento e molti compagni posero
persino la questione di rallentare i ritmi di sviluppo
dell'industria. La cosa si spiega principalmente col fatto che il
livello tecnico-culturale degli operai era troppo basso e molto
arretrato rispetto al livello del personale tenico. Ma le cose sono
radicalmente cambiate dopo che l'emulazione socialista ebbe assunto
da noi un carattere di massa. Fu appunto dopo di allora che
l'industria progredì a ritmo accelerato. Perché l'emulazione
socialista assunse un carattere di massa? Perché fra gli operai si
formarono intieri gruppi di compagni, che non solo assimilarono un
minimo di preparazione tecnica, ma andarono oltre, salirono al
livello del personale tecnico, cominciarono a correggere i tecnici e
gli ingegneri, a infrangere le norme esistenti come superate, a
introdurre nuove norme, più moderne, ecc. Che cosa sarebbe accaduto
se non singoli gruppi di operai, ma la maggioranza degli operai
avesse elevato il suo livello tecnico-culturale portandolo al
livello del personale tecnico e degli ingegneri? La nostra industria
avrebbe raggiunto un'altezza inaccessibile all'industria degli altri
paesi. Per conseguenza, non si può negare che l'eliminazione della
differenza sostanziale fra il lavoro fisico e il lavoro
intellettuale, ottenuta portando il livello tecnico-culturale degli
operai al livello del personale tecnico, non può non avere per noi
un'importanza di prim'ordine.
Alcuni compagni affermano che col
tempo sparirà non solo la differenza sostanziale fra l'industria e
l'agricoltura, fra il lavoro fisico e intellettuale, ma sparirà
anche qualsiasi differenza fra di essi. Questo non è vero.
L'eliminazione della differenza sostanziale fra l'industria e
l'agricoltura non può portare all'eliminazione di qualsiasi
differenza fra di esse. Una certa differenza, anche se non
sostanziale, incontestabilmente rimarrà, a causa delle differenze
esistenti nelle condizioni di lavoro nell'industria e
nell'agricoltura. Anche nell'industria, se si considerano le sue
differenti branche, le condizioni di lavoro non sono dappertutto
identiche: le condizioni di lavoro, per esempio, dei minatori
addetti all'estrazione del carbone differiscono dalle condizioni di
lavoro degli operai di un calzaturificio meccanizzato, le condizioni
di lavoro dei minatori addetti alla estrazione dei metalli
differiscono dalle condizioni di lavoro degli operai addetti alle
costruzioni meccaniche. Se questo è vero, a maggior ragione si dovrà
conservare una certa differenza fra l'industria e
l'agricoltura.
Lo stesso si deve dire della differenza fra il
lavoro fisico e il lavoro intellettuale. La differenza sostanziale
che esiste fra di essi, intesa come differenza di livello
tecnico-culturale, sparirà incontestabilmente. Ma una certa
differenza, anche se non sostanziale, continuerà a sussistere, se
non altro perché le condizioni di lavoro del personale dirigente
delle aziende non sono identiche alle condizioni di lavoro degli
operai.
I compagni che affermano il contrario si basano,
probabilmente, sulla nota formula contenuta in alcuni miei scritti,
nei quali si parla della eliminazione della differenza fra
l'industria e l'agricoltura, fra il lavoro fisico e intellettuale,
senza precisare che si tratta di eliminare la differenza sostanziale
e non qualsiasi differenza. I compagni hanno inteso in questo senso
la mia formula, supponendo che comportasse l'eliminazione di
qualsiasi differenza. Ma questo significa che la formula non era
precisa, non era soddisfacente. Essa deve essere respinta e
sostituita con un'altra formula, che parli della eliminazione delle
differenze sostanziali e del persistere di differenze non
sostanziali fra l'industria e l'agricoltura, fra il lavoro fisico e
intellettuale.
5. -Questione della disgregazione del
mercato unico mondiale e dell'approfondirsi della crisi del sistema
capitalistico mondiale.
La disgregazione del mercato mondiale
unico e universale deve considerarsi il risultato economico più
importante della seconda guerra mondiale e delle sue conseguenze
economiche. Questa circostanza ha determinato l'ulteriore
approfondimento della crisi generale del sistema capitalistico
mondiale.
La seconda guerra mondiale stessa fu generata da questa
crisi. Ciascuna delle due coalizioni capitalistiche, scagliatesi
l'una contro l'altra durante la geurra, contava di schiacciare
l'avversario e di conquistare il dominio mondiale. In questo esse
cercavano una via di uscita dalla crisi. Gli Stati Uniti d'America
contavano di eliminare la Germania e il Giappone dalla schiera dei
loro concorrenti più pericolosi, di impadronirsi dei mercati esteri,
delle risorse mondiali di materie prime e conquistare il dominio
mondiale.
Ma la guerra non soddisfece queste speranze. E' vero,
la Germania e il Giappone furono messi fuori combattimento come
concorrenti dei tre principali paesi capitalistici: gli Stati Uniti
d'America, l'Inghilterra e la Francia. Ma in pari tempo la Cina e
gli altri paesi di democrazia popolare in Europa si staccarono dal
sistema capitalistico, formando insieme all'Unione Sovietica un
unico e potente campo socialista, opposto al campo del capitalismo.
Il risultato economico dell'esistenza di due campi opposti è stato
che il mercato mondiale unico e universale si è spezzato, per cui
abbiamo oggi due mercati mondiali paralleli, anch'essi opposti l'uno
all'altro.
E' necessario osservare che gli Stati Uniti d'America
e l'Inghilterra con la Francia hanno favorito essi stessi,
naturalmente contro la loro volontà, la formazione e il
consolidamento del nuovo mercato mondiale parallelo. Essi hanno
sottoposto a un blocco economico l'Urss, la Cina e i paesi europei
di democrazia popolare, che non erano entrati nel sistema del "piano
Marshall'', pensando con ciò di soffocarli. Ma di fatto si è avuto
non un soffocamento, bensì un consolidamento del nuovo
mercato
Certo, l'elemento essenziale è dato qui non dal blocco
economico, ma dal fatto che nel periodo dopo la guerra questi paesi
si sono avvicinati economicamente e hanno avviato fra loro una
collaborazione economica e una mutua assistenza. L'esperienza di
questa collaborazione dimostra che nessun paese capitalistico
avrebbe potuto prestare un aiuto così efficace e tecnicamente
qualificato ai paesi di democrazia popolare, come quello che presta
loro l'Unione Sovietica. Non si tratta solo del fatto che questo
aiuto ha un costo minimo per questi paesi ed è tecnicamente di
prim'ordine. Si tratta, innanzi tutto, del fatto che questa
collaborazione si basa sul desiderio più sincero di aiutarsi a
vicenda e di realizzare uno sviluppo economico comune. Come
risultato, abbiamo ritmi elevati di sviluppo dell'industria in
questi paesi. Si può affermare con sicurezza che, grazie a questi
ritmi di sviluppo dell'industria, si arriverà rapidamente a ottenere
che questi paesi non solo non abbiano bisogno di importare merci dai
paesi capitalistici, ma sentano essi stessi la necessità di
esportare le merci eccedenti della loro produzione.
Ma da questo
deriva che la sfera d'applicazione delle forze dei principali paesi
capitalistici (Stati Uniti d'America, Inghilterra, Francia) alle
risorse mondiali non si estenderà, ma si ridurrà; che le condizioni
del mercato mondiale di sbocco per questi paesi peggioreranno e si
accentuerà la contrazione della produzione per le aziende di questi
paesi. In questo consiste, propriamente, l'approfondirsi della crisi
generale del sistema capitalistico mondiale per quanto riguarda la
disgregazione del mercato mondiale.
Di questo si accorgono anche
i capitalisti, perché è difficile non accorgersi della perdita di
mercati come l'Urss e la Cina. Essi si sforzano di superare queste
difficoltà con il "piano Marshall'', con la guerra in Corea, con la
corsa degli armamenti, con la militarizzazione dell'industria. Ma
questo ricorda gli annegati che si afferrano a un fuscello.
In
riferimento a questa situazione sono sorte per gli economisti due
questioni.
a) Si può affermare che sia tuttora valida la nota
tesi di Stalin sulla relativa stabilità dei mercati nel periodo
della crisi generale del capitalismo, enunciata prima della seconda
guerra mondiale?
b) Si può affermare che sia tuttora valida la
nota tesi di Lenin, da lui enunciata nella primavera del 1916, che,
nonostante la putrefazione del capitalismo, "nel suo insieme il
capitalismo cresce con un ritmo incomparabilmente più rapido di
prima''?
Penso che non lo si possa affermare. Le nuove condizioni
sorte in legame con la seconda guerra mondiale han fatto sì che
entrambe queste tesi debbano considerarsi superate.
6. - Questione della inevitabilità
delle guerre fra i paesi capitalistici.
Alcuni compagni affermano
che in seguito allo sviluppo delle nuove condizioni internazionali
dopo la seconda guerra mondiale, le guerre fra i paesi capitalistici
hanno cessato di essere inevitabili. Essi ritengono che i contrasti
fra il campo del socialismo e il campo del capitalismo siano più
forti dei contrasti fra i paesi capitalistici; che gli Stati Uniti
d'America abbiano sufficientemente soggiogato gli altri paesi
capitalistici per impedire che essi combattano fra loro e si
indeboliscano a vicenda; che gli uomini più intelligenti del
capitalismo siano stati abbastanza istruiti dall'esperienza delle
due guerre mondiali, che hanno inflitto sì gravi danni a tutto il
mondo capitalistico, per permettersi di trascinare nuovamente i
paesi capitalistici in una guerra fra loro, - che, in considerazione
di tutto questo, le guerre tra i paesi capitalistici abbiano cessato
di essere inevitabili.
Questi compagni sbagliano. Essi vedono i
fenomeni esteriori, che affiorano alla superficie, ma non vedono le
forze profonde, le quali, anche se per un momento agiscono senza
farsi notare, determineranno tuttavia il corso degli
avvenimenti.
Esteriormente tutto sembrerebbe andare
"ottimamente'': gli Stati Uniti d'America hanno messo al passo la
Europa occidentale, il Giappone e gli altri paesi capitalistici; la
Germania (occidentale), l'Inghilterra, la Francia, l'Italia, il
Giappone, caduti tra gli artigli degli Stati Uniti di America,
eseguono docilmente gli ordini degli Stati Uniti. Ma sarebbe errato
pensare che questo andare "ottimamente'' possa mantenersi "nei
secoli dei secoli'', che questi paesi sopporteranno senza fine il
dominio e l'oppressione degli Stati Uniti d'America, che essi non
tenteranno di sottrarsi alla schiavitù americana e di porsi sulla
strada di uno sviluppo autonomo.
Prendiamo prima di tutto
l'Inghilterra e la Francia. Non vi è dubbio che le materie prime a
buon mercato e i mercati di sbocco assicurati hanno per essi
un'importanza di prim'ordine. Si può ammettere che essi
sopporteranno senza fine la situazione attuale, in cui gli
americani, con il pretesto di "aiutarli'' mediante il "piano
Marshall'', si istallano nell'economia dell'Inghilterra e della
Francia, cercando di trasformarla in una appendice dell'economia
degli Stati Uniti d'America; in cui il capitale americano si
impadronisce delle materie prime e dei mercati di sbocco delle
colonie anglo-francesi, preparando così una catastrofe per gli alti
profitti dei capitalisti anglo-francesi? Non sarebbe più giusto dire
che l'Inghilterra capitalistica, e dopo di essa anche la Francia
capitalistica, saranno costrette in fin dei conti a svincolarsi
dalla stretta degli Stati Uniti d'America e a entrare in conflitto
con essi per assicurarsi una situazione autonoma e, naturalmente,
alti profitti?
Passiamo ai principali paesi vinti, alla Germania
(occidentale), al Giappone. Questi paesi trascinano oggi una misera
esistenza sotto lo stivale dell'imperialismo americano. La loro
industria e l'agricoltura, il loro commercio, la loro politica
interna ed esterna, tutta la loro esistenza è avvinta dalle catene
del "regime'' americano di occupazione. Ma questi paesi erano ancora
ieri grandi potenze imperialistiche, che scossero le basi del
dominio dell'Inghilterra, degli Stati Uniti d'America e della
Francia in Europa e in Asia. Pensare che questi paesi non tenteranno
nuovamente di rimettersi in piedi, di infrangere il "regime'' degli
Stati Uniti d'America e porsi sulla strada dello sviluppo autonomo
significa credere nei miracoli.
Si dice che i contrasti tra il
capitalismo e il socialismo sono più forti che i contrasti fra i
paesi capitalistici. Teoricamente, certo, questo è vero. è vero non
solo oggi, ai nostri giorni, ma era vero anche alla vigilia della
seconda guerra mondiale. E lo capivano, in maggiore o minore misura,
anche i dirigenti dei paesi capitalistici. Eppure la seconda guerra
mondiale non incominciò con la guerra contro l'Urss, ma con la
guerra fra i paesi capitalistici. Perché? Perché, in primo luogo, la
guerra contro la Urss, in quanto guerra contro il paese del
socialismo, è più pericolosa per il capitalismo della guerra fra i
paesi capitalistici, giacché mentre la guerra fra i paesi
capitalistici pone solo la questione del predominio di determinati
paesi capitalistici su altri paesi capitalistici, la guera contro
l'Urss deve invece necessariamente porre la questione dell'esistenza
del capitalismo stesso. In secondo luogo, perché i capitalisti,
sebbene a scopo di "propaganda'' facciano chiasso circa la
aggressività dell'Unione Sovietica, non credono essi stessi a questa
aggressività, poiché tengono conto della politica pacifica
dell'Unione Sovietica e sanno che l'Unione Sovietica non attaccherà,
dal canto suo, i paesi capitalistici.
Anche dopo la prima guerra
mondiale si riteneva che la Germania fosse stata definitivamente
messa fuori combattimento, così come alcuni compagni pensano oggi
che siano stati messi definitivamente fuori combattimento il
Giappone e la Germania. Anche allora sulla stampa si parlava e
faceva chiasso circa il fatto che gli Stati Uniti d'America avevano
messo al passo l'Europa, che la Germania non avrebbe più potuto
rimettersi in piedi, che non ci dovevano più essere guerre fra i
paesi capitalistici. Ma cionondimeno la Germania, a distanza di
circa 15-20 anni dalla sua sconfitta, si risollevò e si rimise in
piedi come grande potenza, sottraendosi alla schiavitù e prendendo
il cammino di uno sviluppo autonomo. è significativo inoltre che
nessu altro se non l'Inghilterra e gli Stati Uniti d'America avevano
aiutato la Germania a risollevarsi economicamente e ad accrescere il
proprio potenziale economico e militare. Naturalmente, gli Stati
Uniti d'America e l'Inghilterra, aiutando la Germania a risollevarsi
economicamente, miravano a rivolgere contro l'Unione Sovietica la
Germania risollevata, a servirsene contro il paese del socialismo.
Ma la Germania diresse le sue forze innanzi tutto contro il blocco
anglo-franco-americano, e quando la Germania hitleriana dichiarò
guerra all'Unione Sovietica, il blocco anglo-franco-americano non
solo non si associò alla Germania hitleriana, ma, al contrario, fu
costretto a entrare in coalizione con l'Urss contro la Germania
hitleriana.
Per conseguenza, la lotta dei paesi capitalistici per
i mercati e il desiderio di sommergere i propri concorrenti si
rivelarono praticamente più forti che i contrasti fra il campo dei
capitalisti e il campo del socialismo.
Si domanda: quale garanzia
esiste che la Germania e il Giappone non si rimettano nuovamente in
piedi e non tentino di sottrarsi dalla schiavitù americana e di
vivere una propria vita autonoma? Penso che non esistano garanzie di
questo genere.
Ma da ciò deriva che l'inevitabilità delle guerre
fra i paesi capitalistici continua a sussistere.
Si dice che la
tesi di Lenin secondo cui l'imperialismo genera inevitabilmente le
guerre deve considerarsi superata, perché attualmente si sono
sviluppate potenti forze popolari che agiscono in difesa della pace,
contro una nuova guerra mondiale. Questo non è vero.
L'attuale
movimento per la pace ha lo scopo di sollevare le masse popolari
alla lotta per mantenere la pace, per scongiurare una nuova gerra
mondiale. Per conseguenza, esso non persegue lo scopo di rovesciare
il capitalismo e di istaurare il socialismo, - esso si limita a
perseguire i fini democratici della lotta per mantenere la pace.
Sotto questo aspetto l'auttuale movimento per mantenere la pace si
distingue dal movimento svoltosi durante la prima guerra mondiale
per trasformare la guerra imperialistica in guerra civile, giacché
questo ultimo movimento andava oltre e perseguiva fini
socialisti.
Può darsi che, per un concorso di circostanze, la
lotta per la pace si sviluppi in certe zone trasformandosi in lotta
per il socialismo, ma questo non sarebbe più l'attuale movimento per
la pace, bensì un movimento per rovesciare il capitalismo.
La
cosa più probabile è che l'attuale movimento per la pace, inteso
come movimento per mantenere la pace, in caso di successo porterà a
scongiurare una guerra determinata, a rinviarla per un certo tempo,
a mantenere per un certo tempo una pace determinata, a costringere
alle dimissioni un governo guerrafondaio sostituendolo con un altro
governo, disposto a salvaguardare per un certo tempo la pace.
Questa, naturalmente, è una cosa buona. Anzi, è una cosa ottima.
Tuttavia questo non basta per eliminare l'inevitabilità delle guerre
fra i paesi capitalistici. Non basta, perché, nonostante tutti
questi successi del movimento per la difesa della pace,
l'imperialismo continua a sussistere, conserva le sue forze, - e per
conseguenza, continua a sussistere l'inevitabilità delle
guerre.
Per eliminare l'inevitabilità delle guerre, è necessario
distruggere l'imperialismo.
7. - Questione delle leggi economiche
fondamentali del capitalismo contemporaneo e del socialismo.
Come
è noto, la questione delle leggi economiche fondamentali del
capitalismo e del socialismo ha formato ripetutamente oggetto di
discussione. Sono state espresse diverse opinioni in proposito,
comprese le più fantastiche. In verità, la maggioranza di coloro che
hanno preso parte alla discussione ha dato uno scarso contributo
alla questione e nessuna soluzione è stata indicata in proposito.
Però, nessuno degli intervenuti nella discussione ha negato
l'esistenza di queste leggi.
Esiste una legge economica
fondamentale del capitalismo? Sì, esiste. Qual è questa legge, quali
sono i suoi tratti caratteristici? La legge economica fondamentale
del capitalismo è la legge che determina non un qualsiasi aspetto
singolo o singoli processi di sviluppo della produzione
capitalistica, ma tutti gli aspetti principali e tutti i processi
principali di questo sviluppo, - per conseguenza, determina la
sostanza della produzione capitalistica, la sua essenza.
Non è la
legge del valore la legge economica fondamentale del capitalismo?
No. La legge del valore è innanzi tutto la legge della produzione
mercantile. Essa esiste prima del capitalismo e continua a
sussistere, così come continua a sussistere la produzione
mercantile, dopo il rovesciamento del capitalismo, per esempio nel
nostro paese, pur avendo in verità un limitato campo d'azione.
Naturalmente, la legge del valore, che ha un vasto campo d'azione
nelle condizioni del capitalismo, assolve una grande funzione nello
sviluppo della produzione capitalistica, ma non solo non determina
la sostanza della produzione capitalistica e delle basi del profitto
capitalistico, ma non pone neppure questi problemi. Perciò essa non
può essere la legge economica fondamentale del capitalismo
contemporaneo.
Per le stesse considerazioni non possono essere
legge economica fondamentale del capitalismo la legge della
concorrenza e dell'anarchia della produzione, o la legge dello
sviluppo ineguale del capitalismo nei diversi paesi.
Si dice che
la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo è la
legge del tasso medio del profitto. Questo non è vero. Il
capitalismo contemporaneo, il capitalismo monopolistico, non può
accontentarsi del profitto medio, che inoltre ha la tendenza a
diminuire in seguito all'aumento della composizione organica del
capitale. Il capitalismo monopolistico contemporaneo non cerca il
profitto medio ma il massimo profitto, indispensabile per attuare
una riproduzione allargata più o meno regolare.
Più di tutto si
avvicina al concetto di legge economica fondamentale del capitalismo
la legge del plusvalore, la legge della formazione e della crescita
del profitto capitalistico. Essa predetermina effettivamente i
tratti fondamentali della produzione capitalistica. Ma la legge del
plusvalore è una legge troppo generale, che non tocca i problemi del
più alto tasso del profitto, il cui conseguimento è condizione dello
sviluppo del capitalismo monopolistico. Per colmare questa lacuna è
necessario concretizzare la legge del plusvalore e svilupparla
ulteriormente applicandola alle condizioni del capitalismo
monpolistico, tenendo conto inoltre che il capitalismo monopolistico
non cerca un qualsiasi profitto, ma precisamente il profitto
massimo. Sarebbe appunto questa la legge economica fondamentale del
capitalismo contemporaneo.
I tratti principali e le esigenze
della legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo
potrebbero formularsi all'incirca in questo modo: realizzazione del
massimo profitto capitalistico mediante lo sfruttamento, la rovina,
e l'impoverimento della maggioranza della popolazione di un
determinato paese, mediante l'asservimento e la spoliazione
sistematica dei popoli degli altri paesi, particolarmente dei paesi
arretrati, e infine, mediante le guerre e la militarizzazione
dell'economia nazionale, utilizzate per realizzare i profitti
massimi.
Si dice che il profitto medio potrebbe considerarsi
tuttavia come del tutto sufficiente allo sviluppo capitalistico
nelle condizioni attuali. Non è vero. Il profitto medio è il limite
più basso del rendimento, oltre il quale la produzione capitalistica
diventa impossibile; ma sarebbe ridicolo pensare che i cavalieri
d'industria del capitalismo monopolistico contemporaneo si
impadroniscano delle colonie, soggioghino i popoli e tramino le
guerre solo per cercare di assicurarsi il profitto medio. No, non il
profitto medio, e nemmeno il sovraprofitto, che di regola
rappresenta solo una certa maggiorazione del profitto medio, ma
precisamente il profitto massimo è il motore del capitalismo
monopolistico. Precisamente la necessità di realizzare i profitti
massimi spinge il capitalismo monopolistico a compiere passi
arrischiati quali sono l'asservimento e la spoliazione sistematica
delle colonie e degli altri paesi arretrati, la trasformazione di
numerosi paesi indipendenti in paesi dipendenti, l'organizzazione di
nuove guerre che costituiscono per i cavalieri d'industria del
capitalismo contemporaneo il migliore "affare", che permette di
ricavare i profitti massimi, e infine, i tentativi di conquistare il
dominio economico mondiale.
L'importanza della legge economica
fondamentale del capitalismo consiste, fra l'altro, nel fatto che
essa, determinando tutti i più importanti fenomeni nel campo dello
sviluppo del modo capitalistico di produzione, le sue ascese e le
sue crisi, le sue vittorie e le sue sconfitte, i suoi pregi e i suoi
difetti - tutto il processo del suo contraddittorio sviluppo -, dà
la possibilità di capirli e spiegarli.
Ecco uno fra numerosi
esempi "sorprendenti".
A tutti sono noti i fatti della storia e
della pratica del capitalismo, che dimostrano l'impetuoso sviluppo
della tecnica nel capitalismo, quando i capitalisti agiscono come
alfieri della tecnica d'avanguardia, come rivoluzionari nel campo
dello sviluppo della tecnica produttiva. Ma sono noti anche fatti
d'altro genere, che dimostrano l'arresto dello sviluppo tecnico nel
capitalismo, quando i capitalisti agiscono come reazionari nel campo
dello sviluppo della nuova tecnica e passano non di rado al lavoro a
mano.
Come spiegare questa contraddizione stridente? La si può
spiegare soltanto con la legge economica fondamenta del capitalismo
contemporaneo, cioè con la necessità di ottenere profitti massimi.
Il capitalismo è per la nuova tecnica quando essa gli promette i
maggiori profitti. Il capitalismo è contro la nuova tecnica e per il
passaggio al lavoro a mano, quando la nuova tecnica non gli promette
più i maggiori profitti.
Così stanno le cose per quanto riguarda
la legge economica fondamentale del capitalismo
contemporaneo.
Esiste una legge economica fondamentale del
socialismo? Sì, esiste. In che cosa consistono i tratti essenziali e
le esigenze di questa legge? I tratti essenziali e le esigenze della
legge economica fondamentale del socialismo potrebbero formularsi
all'incirca in questo modo: assicurazione del massimo
soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e
culturali di tutta la società, mediante l'aumento ininterrotto e il
perfezionamento della produzione socialista sulla base di una
tecnica superiore.
Quindi: non assicurazione dei profitti
massimi, ma assicurazione del massimo soddisfacimento delle esigenze
materiali e culturali della società; non sviluppo della produzione
con fratture tra l'avanzata e la crisi e tra la crisi e l'avanzata,
ma sviluppo ininterrotto della produzione; non interruzioni
periodiche nello sviluppo della tecnica, accompagnate dalla
distruzione delle forze produttive della società, ma perfezionamento
continuo della produzione sulla base di una tecnica più
elevata.
Si dice che la legge economica fondamentale del
socialismo è la legge dello sviluppo pianificato, proporzionale
dell'economia nazionale. Questo non è vero. Lo sviluppo pianificato
dell'economia nazionale, e quindi anche la pianificazione
dell'economia nazionale, che rispecchiano più o meno fedelmente
questa legge, di per sé non possono esprimere nulla, se non si
conosce verso quale meta procede lo sviluppo pianificato
dell'economia nazionale, oppure se la meta non è chiara. La legge
dello sviluppo pianificato dell'economia nazionale può avere la
dovuta efficacia solo nel caso che esista una meta verso la cui
attuazione procede lo sviluppo pianificato della economia nazionale.
Di per sé, la legge dello sviluppo pianificato dell'economia
nazionale non può indicare questa meta. A maggior ragione la meta
non può essere indicata dalla pianificazione dell'economia
nazionale. Questa meta è contenuta nella legge economica
fondamentale del socialismo e consiste nelle esigenze esposte sopra.
Quindi, la legge dello sviluppo pianificato dell'economia nazionale
può operare in tutta la sua estensione solo nel caso che poggi sulla
legge economica fondamentale del socialismo.
Per quanto riguarda
la pianificazione dell'economia nazionale, essa può ottenere
risultati positivi solo se si osservano due condizioni: a) deve
rispecchiare esattamente le esigenze della legge dello sviluppo
pianificato della economia nazionale; b) deve uniformarsi
interamente alle esigenze della legge economica fondamentale del
socialismo.
8. - Altre questioni.
1. - Questione della coercizione
extraeconomica nel regime feudale.
Naturalmente, la coercizione
extraeconomica ha avuto la sua funzione nel consolidamento del
potere economico dei grandi proprietari feudali, ma non fu essa la
base del feudalesimo, bensì la proprietà feudale della terra.
2.
- Questione della proprietà personale della famiglia
colcosiana.
Sarebbe errato dire nel progetto di manuale che "ogni
famiglia colcosiana ha in godimento personale una mucca, il bestiame
minuto e gli animali da cortile". In realtà, come è noto, la mucca,
il bestiame minuto, gli animali da cortile, ecc. non si trovano in
godimento personale, ma in proprietà personale della famiglia
colcosiana. L'espressione "in godimento personale" è presa
evidentemente dallo statuto modello dell'artel agricolo. Ma nello
statuto modello dell'artel agricolo è stato commesso un errore. La
Costituzione dell'Urss, che è stata elaborata con maggior cura, dice
in modo diverso e precisamente:
"Ogni famiglia appartenente a un
colcos... ha in proprietà personale l'impresa ausiliaria esistente
sul suo appezzamento, la casa d'abitazione, il bestiame produttivo,
gli animali da cortile e l'attrezzamento agricolo
minuto".
Questo, naturalmente, è giusto.
Inoltre, bisognerebbe
dire in modo più particolareggiato che ogni colcosiano ha in
proprietà personale da una a più mucche, secondo le condizioni
locali, un certo numero di pecore, di capre, di maiali (anch'essi da
uno a più secondo le condizioni locali) e un numero non limitato di
volatili domestici (anatre, oche, galline, tacchini).
Questi
particolari hanno una grande importanza per i nostri compagni
stranieri, i quali vogliono sapere con precisione che cosa è rimasto
propriamente alla famiglia colcosiana in proprietà personale, dopo
che da noi è stata attuata la collettivazione
dell'agricoltura.
3. - Questione dell'ammontare del fitto pagato
dai contadini ai proprietari fondiari, e anche dell'ammontare delle
spese necessarie per acquistare la terra.
Il progetto di manuale
dice che, in seguito alla nazionalizzazione della terra, "i
contadini sono stati esonerati dal pagare il fitto ai proprietari
fondiari per una somma che si aggira attorno ai 500 milioni di rubli
annui" (si deve dire rubli "oro"). Questa cifra dovrebbe essere
precisata, perché, a mio avviso, essa tiene conto dei fitti pagati
non in tutta la Russia, ma solo nella maggioranza delle province
della Russia. Inoltre bisogna tenere presente che in numerose
regioni periferiche della Russia il fitto si pagava in natura, il
che probabilmente non è stato tenuto in considerazione dagli autori
del progetto di manuale. Infine bisogna tener presente che contadini
non sono stati esonerati solo dal pagamento del fitto, ma anche
dalle spese annue per l'acquisto della terra. Tiene conto di questo
il progetto di manuale? Mi pare che non ne tiene conto, mentre lo si
dovrebbe fare.
4. - Questione dell'integrazione dei monopoli
nell'apparato statale.
L'espressione "integrazione" non va bene.
Questa espressione rileva in modo superficiale e descrittivo
l'avvicinamento fra i monopoli e lo Stato, ma non pone in luce il
significato economico di questo avvicinamento. Il fatto è che, nel
processo di questo avvicinamento, non si verifica solo
un'integrazione, ma una subordinazione dell'apparato statale ai
monopoli. Per questo bisognerebbe togliere il termine "integrazione"
e sostituirlo con l'espressione "subordinazione dell'apparato
statale ai monopoli".
5. - Questione dell'impiego delle macchine
nella Urss.
Nel progetto di manuale è detto che "nell'Urss le
macchine vengono impiegate in tutti i casi in cui assicurano alla
società un risparmio di lavoro". Non è affatto questo che si doveva
dire. In primo luogo, le macchine nell'Urss assicurano sempre alla
società un risparmio di lavoro, per cui non conosciamo casi in cui
esse, nelle condizioni dell'Urss, non assicurino alla società un
risparmio di lavoro. In secondo luogo, le macchine non solo
assicurano un risparmio di lavoro ma in pari tempo facilitano il
lavoro dei lavoratori, per cui, nelle nostre condizioni, a
differenza di quanto accade nelle condizioni del capitalismo, gli
operai utlizzano con grande entusiasmo le macchine nel processo
lavorativo.
Si dovrebbe dire perciò che in nessun paese le
macchine vengono impiegate così volentieri come nell'Urss, poiché le
macchine assicurano alla società un risparmio di lavoro e facilitano
il lavoro degli operai, e siccome nell'Urss non esiste
disoccupazione, gli operai utilizzano con grande entusiasmo le
macchine nell'economia nazionale.
6. - Questione della situazione
materiale della classe operaia nei paesi capitalistici.
Quando si
parla della situazione materiale della classe operaia, si allude
comunemente agli operai occupati nella produzione e non si tiene
conto della situazione materiale del cosiddetto esercito di riserva
dei disoccupati. è giusto questo modo di considerare la questione
della situazione materiale della classe operaia? Ritengo che non è
giusto. Se esiste un esercito di riserva dei disoccupati, i cui
componenti non possono vivere che vendendo la loro forza di lavoro,
i disoccupati non possono non far parte della classe operaia; ma se
essi fanno parte della classe operaia, la loro situazione di miseria
non può non influire sulla situazione materiale degli operai
occupati nella produzione. Ritengo perciò che nel caratterizzare la
situazione materiale della classe operaia nei paesi capitalistici si
dovrebbe anche tener conto della situazione dell'esercito di riserva
degli operai disoccupati.
7. - Questione del reddito
nazionale.
Ritengo che si dovrebbe assolutamente inserire nel
progetto di manuale un nuovo capitolo sul reddito nazionale.
8. -
Questione del capitolo speciale del manuale su Lenin e Stalin, come
fondatori dell'economia politica del socialismo.
Ritengo che il
capitolo La dottrina marxista del socialismo. V. I. Lenin e G. V.
Stalin fondatori dell'economia politica del socialismo debba essere
tolto dal manuale. Esso è del tutto superfluo nel manuale, perché
non dice nulla di nuovo e non fa che ripetere superficialmente
quanto è detto più particolareggiatamente nei capitoli precedenti
del manuale.
Per quanto riguarda le rimanenti questioni non ho
alcuna osservazione da fare alle "proposte' dei compagni
Ostrovitianov, Leontiev, Scepilov, Gatovski, ecc.
9. - Importanza
internazionale di un manuale marxista di economia
economica.
Ritengo che i compagni non apprezzino tutto
l'importanza di un manuale marxista di economia politica. Il manuale
non è solo necessario alla nostra gioventù sovietica. Esso è
particolarmente necessario ai comunisti di tutti i paesi e a coloro
che simpatizzano per i comunisti. I nostri compagni stranieri
vogliono sapere in che modo ci siamo liberati dalla schiavitù
capitalistica, in che modo abbiamo trasformato l'economia del paese
nello spirito del socialismo, come abbiamo conquistato l'amicizia
dei contadini; come siamo riusciti a trasformare il nostro paese
ancora sino dai tempi recenti misero e debole in un paese ricco,
potente, che cosa rappresentano i colcos; perché noi, nonostante la
socializzazione dei mezzi di produzione, non aboliamo la produzione
mercantile, la valuta, il commercio, ecc. Essi vogliono sapere tutte
queste cose e molte altre non per semplice curiosità, ma per
imparare da noi e mettere a profitto la nostra esperienza per il
loro paese. Per questo la pubblicazione di un buon manuale marxista
di economia politica ha non solo un'importanza politica interna, ma
anche una grande importanza internazionale.
è necessario, per
conseguenza, un manuale che possa servire da libro di consultazione
quotdiana della gioventù rivoluzionaria, non solo all'interno del
paese, ma anche all'estero. Non deve essere troppo voluminoso,
poiché un manuale troppo voluminoso non può diventare un libro di
consultazione quotidiana e sarebbe difficile assimiliarlo, venirne a
capo. Deve però contenere tutto l'esenziale che si riferisce sia
all'economia del nostro paese, che all'economia del capitalismo e
del sistema coloniale.
Alcuni compagni hanno proposto durante la
discussione di inserire nel manuale tutta una serie di nuovi
capitoli: gli storici, capitoli di storia; i politici di politica, i
filosofi di filosfia, gli economisti di ecoomia. Ma ciò porterebbe
ad accrescere a dismisura le proporzioni del manuale. Questo,
naturalmente, non si può accettarlo. Il manuale si serve del metodo
storico per illustrare i problemi dell'economia politica, ma questo
non significa ancora che dobbiamo trasformare un manuale di economia
politica in una storia dei rapporti economici.
Ci serve un
manuale di 500, al massimo 600 pagine - non di più. Il manuale sarà
un volume di consultazione quotidiana per l'economia politica
marxista e un buon regalo ai giovani comunisti di tutti i
paesi.
Del resto, dato l'insufficiente livello di sviluppo
marxista della maggior parte dei partiti comunisti dei paesi esteri,
questo manuale potrebbe anche essere di grande aiuto ai quadri
comunisti anziani di questi paesi.
10. - Metodi per migliorare il
progetto di manuale di economia politica.
Alcuni compagni,
durante la discussione, "si sono scagliati" con eccessivo
accanimento contro il progetto di manuale, hanno rimproverato ai
suoi autori errori e omissioni, hanno affermato che il progetto non
è riuscito. Questo non è giusto. Naturalmente il manuale ha errori e
omissioni - essi vi sono quasi sempre in un grande lavoro. Ma
comunque stiano queste cose, la stragrande maggioranza di coloro che
hanno preso parte alla discussione ha riconosciuto tuttavia che il
progetto di manuale può servire di base per un futuro manuale e ha
solo bisogno di alcune correzioni e aggiunte. In realtà, basta solo
paragonare il progetto di manuale ai manuali di economia politica
che sono in circolazione, per giungere alla conclusione che il
progetto di manuale è di tutta una testa superiore ai manuali
esistenti. In questo è il grande merito dei suoi autori.
Ritengo
che per migliorare il progetto di manuale si dovrebbe nominare una
commissione poco numerosa, includendovi non solo gli autori del
manuale e non solo coloro che condividono l'opinione della
maggioranza degli intervenuti nella discussione, ma anche degli
avversari della maggioranza, critici accesi del progetto di
manuale.
Sarebbe bene includere nella commissione anche un
esperto studioso di statistica per controllare i dati e arricchire
il progetto di nuovi materiali statistici, e anche un esperto di
diritto per verificare l'esattezza di certe formulazioni.
I
membri della commissione dovrebbero essere per un certo tempo
esonerati da qualsiasi altro lavoro e liberati completamente da
qualsiasi preoccupazione materiale, affinché possano dedicarsi
interamente al lavoro del manuale.
Inoltre si dovrebbe nominare
una commissione di redazione formata, poniamo, da tre membri,
incaricata di dare al manuale la redazione definitiva. Questo è
indispensabile anche per ottenere quella uniformità di stile che,
purtroppo, manca al progetto di manuale.
Il termine entro cui
presentare il manuale al Comitato centrale dovrebbe essere un anno.
1° febbraio 1952
G. Stalin
Risposta al comp. Alessandro Ilic
Notkin
Compagno Notkin!
Non mi sono affrettato a rispondere
perché le questioni da Voi poste, a mio avviso, non sono urgenti,
tanto più che esistono altre questioni aventi carattere d'urgenza
che, naturalmente, distolgono la mia attenzione dalla vostra
lettera.
Rispondo secondo i vari punti.
Sul primo punto.
Nelle
Osservazioni si trova la nota affermazione che la società non è
importante di fronte alle leggi della scienza, che gli uomini,
conosciute le leggi economiche, possono utilizzarle nell'interesse
della società. Voi dite che questa affermazione non può essere
estesa alle altre formazioni sociali, che può avere vigore solo nel
socialismo e nel comunismo, che il carattere spontaneo dei processi
economici, per esempio nel capitalismo, non permette alla società di
utilizzare le leggi economiche a proprio vantaggio.
Questo non è
vero. Nell'epoca della rivoluzione borghese, per esempio, in Francia
la borghesia utilizzò contro il feudalesimo la nota legge della
necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere
delle forze produttive, rovesciò i rapporti di produzione feudali,
creò i nuovi rapporti di produzione borghesi e fece sì che questi
rapporti di produzione corrispondessero al carattere delle forze
produttive, cresciute in seno al regime feudale. La borghesia fece
questo non grazie a sue particolari capacità, ma perché vi era
interessata in modo vitale. I feudatari resistettero non per loro
ottusità, ma perché erano in modo vitale interessati a impedire la
attuazione di questa legge.
Lo stesso si deve dire della
rivoluzione socialista nel nostro paese. La classe operaia ha
utilizzato la legge della necessaria corrispondenza dei rapporti di
produzione al carattere delle forze produttive, ha rovesciato i
rapporti di produzione borghesi, ha creato nuovi rapporti di
produzione, socialisti, e ha fatto sì che corrispondessero al
carattere delle forze produttive. Essa ha potuto fare questo non
grazie a sue particolari capacità, ma perché vi era interessata in
modo vitale. La borghesia, che da forza di avanguardia quale era
all'alba della rivoluzione borghese si era già trasformata in forza
controrivoluzionaria, resistette con ogni mezzo all'attuazione di
questa legge, - resistette non perché fosse male organizzata e
neanche perché il carattere spontaneo dei processi economici la
spingesse a resistere, ma principalmente perché essa era in modo
vitale interessata a opporsi all'attuazione di questa legge.
Per
conseguenza:
1) l'utilizzazione dei processi economici, delle
leggi economiche nell'interesse della società si compie in una
determinata misura non solo nel socialismo e nel comunismo, ma anche
nelle altre formazioni;
2) l'utilizzazione delle leggi economiche
ha sempre e dappertutto, in una società divisa in classi, un
substrato di classe, e l'alfiere dell'utilizzazione delle leggi
economiche nell'interesse della società è sempre e dappertutto la
classe d'avanguardia, mentre le classi superate si oppongono.
In
questo la differenza tra il proletariato, da una parte, e le altre
classi dall'altra, che nel corso della storia hanno nel passato
compiuto dei rivolgimenti nei rapporti di produzione, consiste nel
fatto che gli interessi di classe del proletariato si fondono con
gli interessi della stragrande maggioranza della società, perché la
rivoluzione del proletariato non significa la soppressione di questa
o quella forma di sfruttamento, ma la soppressione di qualsiasi
sfruttamento, mentre le rivoluzioni delle altre classi, distruggendo
solo questa o quella forma di sfruttamento, sono rimaste
circoscritte nell'ambito dei loro ristretti interessi di classe, in
contrasto con gli interessi della maggioranza della
società.
Nelle Osservazioni si parla del substrato di classe
della utilizzazione delle leggi economiche nell'interesse della
società. In essi si dice che "a differenza delle leggi delle scienze
naturali, dove la scoperta e l'applicazione di una nuova legge hanno
luogo in modo più o meno pacifico, nel campo economico la scoperta e
l'applicazione di una nuova legge la quale urti gli interessi delle
forze della società che hanno fatto il loro tempo, incontrano una
fortissima resistenza da parte di queste forze". Però voi non avete
fatto attenzione a questo.
Sul secondo punto.
Voi affermate
che una piena corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere
delle forze produttive può essere raggiunta soltanto nel socialismo
e nel comunismo, mentre nelle altre formazioni può essere attuata
solo una corrispondenza incompleta.
Ciò non è vero. Nell'epoca
successiva alla rivoluzione borghese, quando la borghesia distrusse
i rapporti di produzione feudali e creò i rapporti di produzione
borghesi, vi sono stati certamente dei periodi in cui i rapporti di
produzione borghesi erano pienamente conformi al carattere delle
forze produttive. Se così non fosse stato, il capitalismo non
avrebbe potuto svilupparsi con la rapidità con cui si è sviluppato
dopo la rivoluzione borghese.
Inoltre, non si possono intendere
in senso assoluto le parole "piena corrispondenza". Non si possono
intendere nel senso che nel socialismo non esista nessun ritardo dei
rapporti di produzione rispetto allo sviluppo delle forze
produttive. Le forze produttive sono le forze più mobili e
rivoluzionarie della produzione. Esse precedono indiscutibilmente i
rapporti di produzione anche nel socialismo. I rapporti di
produzione, sia pure soltanto per un certo periodo di tempo, si
modificano in conformità con il carattere delle forze
produttive.
Come bisogna quindi intendere le parole "piena
corrispondenza"? Bisogna intenderle nel senso che nel socialismo di
solito non si giunge sino a un conflitto tra i rapporti di
produzione e le forze produttive, nel senso che la società ha la
possibilità di rendere tempestivamente conformi al carattere delle
forze produttive i rapporti di produzione in ritardo. La società
socialista ha la possibilità di fare questo, perché non ha nel suo
seno classi sorpassate, capaci di organizzare una resistenza.
Naturalmente, anche nel socialismo vi saranno forze inerti e
arretrate, che non comprenderanno la necessità di modificare i
rapporti di produzione ma, naturalmente, non sarà difficile
superarle, senza giungere sino a un conflitto.
Sul terzo punto.
Dalle vostre
osservazioni risulta che voi considerate i mezzi di produzione, e
prima di tutto gli strumenti di produzione, prodotti dalle nostre
aziende nazionalizzate, come merce.
E' possibile considerare i
mezzi di produzione, nel nostro regime socialista, come merce?
Secondo me, non è assolutamente possibile.
La merce è un prodotto
della produzione, che viene venduto a qualsiasi acquirente, e quando
la merce viene venduta il proprietario della merce perde il diritto
di proprietà su di essa e l'acquirente diventa proprietario della
merce, che può rivendere, impegnare e far marcire. Rientrano anche i
mezzi di produzione in questa definizione? E' chiaro che non vi
rientrano. In primo luogo, i mezzi di produzione non "sono venduti"
a qualsiasi acquirente; non "sono venduti" neppure ai colcos, ma
vengono soltanto distribuiti dallo Stato tra le sue aziende. In
secondo luogo, il proprietario dei mezzi di produzione, lo Stato,
nel consegnarli all'una o all'altra azienda non perde in alcun modo
il diritto di proprietà sui mezzi di produzione, ma al contrario lo
conserva interamente. In terzo luogo, i direttori delle aziende, che
hanno ricevuto dallo Stato i mezzi di produzione, non solo non ne
divengono proprietari, ma al contrario sono considerati come
incaricati dallo Stato sovietico di utilizzare i mezzi di
produzione, in conformità con i piani stabiliti dallo Stato.
E'
quindi evidente che i mezzi di produzione non possono nel nostro
regime rientrare in alcun modo nella categoria delle
merci.
Perché dunque in questo caso si parla di valore dei mezzi
di produzione, del loro costo, del loro prezzo, ecc.?
Per due
ragioni.
In primo luogo ciò è necessario per calcolare, per fare
i conti, per definire la redditività e la passività delle aziende,
per verificare e controllare le aziende. Ma questo è soltanto un
lato formale della questione.
In secondo luogo ciò è necessario
per realizzare la vendita dei mezzi di produzione a Stati stranieri,
nell'interesse del commercio estero. Qui nel campo del commercio
estero, ma solo in questo campo, i nostri mezzi di produzione sono
effettivamente merci e vengono effettivamente venduti (senza
virgolette).
Ne consegue dunque che nel campo del commercio
estero i mezzi di produzione prodotti dalle nostre aziende
conservano le caratteristiche delle merci sia per la sostanza che
per la forma, mentre nel campo della circolazione economica
all'interno del paese i mezzi di produzione perdono le
caratteristiche delle merci, cessano di essere merci ed escono dai
limiti della sfera d'azione della legge del valore, conservando solo
la forma esteriore delle merci (calcolo, ecc.).
Come si spiega
questa particolarità?
Il fatto è che nelle nostre condizioni
socialiste lo sviluppo economico non si attua mediante rivoluzioni,
ma attraverso modificazioni graduali; il vecchio non viene
semplicemente liquidato, ma modifica la sua natura, in relazione al
nuovo, conservando soltanto la sua forma, mentre il nuovo non
distrugge semplicemente il vecchio, ma penetra in esso, modifica la
sua natura, le sue funzioni, senza distruggerne la forma, ma
impiegandola per lo sviluppo del nuovo. Così stanno le cose non solo
riguardo alle merci, ma anche riguardo al denaro nella nostra
circolazione economica, così stanno le cose riguardo alle banche, le
quali perdendo le loro vecchie funzioni e assumendone nuove,
conservano la vecchia forma, che viene utilizzata dal regime
socialista.
Se esaminiamo la questione guardando alla forma, ai
processi che si compiono alla superficie dei fenomeni, si può
giungere alla conclusione errata che le categorie del capitalismo
conservino vigore nella nostra economia. Se invece esaminiamo la
cosa attraverso un'analisi marxista, che stabilisce una rigorosa
differenza tra il contenuto del processo economico e la sua forma,
tra i processi di fondo dello sviluppo e i fenomeni superficiali,
allora si può giungere all'unica conclusione giusta che delle
vecchie categorie del capitalismo si è conservata da noi
principalmente la forma, l'immagine esterna, mentre esse sono state
radicalmente modificate nella sostanza in connessione con le
esigenze di sviluppo dell'economia nazionale socialista.
Sul quarto punto.
Voi affermate
che la legge del valore esercita una influenza regolatrice sui
prezzi dei "mezzi di produzione" prodotti dall'agricoltura e
consegnati allo Stato a prezzi di ammasso. Dicendo questo vi
riferite a "mezzi di produzione", quali sono le materie prime, ad
esempio il cotone. Potreste aggiungere anche il lino, la lana e
altre materie prime prodotte dall'agricoltura.
Bisogna anzitutto
osservare che in questo caso l'agricoltura non produce "mezzi di
produzione" ma uno dei mezzi di produzione, le materie prime. Non si
deve giocare con le parole "mezzi di produzione". Quando i marxisti
parlano di produzione dei mezzi di produzione, essi si riferiscono
anzitutto alla produzione degli strumenti della produzione, a ciò
che Marx chiama "i mezzi meccanici di lavoro, il cui insieme può
essere detto sistema osseo e muscolare della produzione", che
costituiscono "gli elementi caratteristici e distintivi di una
determinata epoca della produzione sociale". Porre sullo stesso
piano una parte dei mezzi di produzione (le materie prime) e i mezzi
di produzione, quindi anche gli strumenti della produzione,
significa peccare contro il marxismo, poiché il marxismo muove dalla
funzione determinante degli strumenti della produzione rispetto a
tutti gli altri mezzi di produzione. E' a tutti noto che le materie
prime di per sé non possono produrre strumenti della produzione,
anche se alcuni tipi di materie prime sono necessari come materiali
per la produzione degli strumenti della produzione, mentre nessuna
materia prima può essere prodotta senza strumenti di
produzione.
Procediamo. Vi è un'influenza della legge del valore
sul prezzo delle materie prime prodotte nell'agricoltura, un
influenza regolatrice, come affermate voi, compagno Notkin? Essa
sarebbe regolatrice se da noi esistesse il "libero" gioco dei prezzi
delle materie prime agricole, se da noi agisse la legge della
concorrenza e dell'anarchia della produzione, se da noi non vi fosse
un'economia pianificata, se la produzione delle materie prime non
fosse regolata da un piano. Ma poiché tutti questi "se" mancano nel
sistema della nostra economia nazionale, l'influenza della legge del
valore sul prezzo delle materie prime agricole non può essere in
nessun modo regolatrice. In primo luogo, da noi i prezzi delle
materie prime agricole sono fissi, stabiliti dal piano, e non
"liberi". In secondo luogo, le dimensioni della produzione delle
materie prime agricole non sono determinate da fattori naturali o da
qualsiasi altro elemento casuale, ma dal piano. In terzo luogo, gli
strumenti di produzione, necessari per la produzione delle materie
prime agricole non sono concentrati nelle mani di singole persone o
di gruppi di persone, ma nelle mani dello Stato. Che cosa rimane
dopo ciò della funzione regolatrice della legge del valore? Risulta
che la legge stessa del valore è regolata dai fatti sopra indicati,
propri della produzione socialista.
Non è quindi possibile negare
che la legge del valore agisce sulla formazione dei prezzi delle
materie prime agricole, che essa ne sia uno dei fattori. Ma a
maggior ragione è innegabile che questa influenza non è e non può
essere determinante.
Sul quinto punto.
Parlando del
rendimento dell'economia nazionale socialista ho sollevato obiezioni
nelle mie Osservazioni ad alcuni compagni, i quali affermano che,
poiché la nostra economia nazionale pianificata non dà una grande
preferenza alle aziende redditizie e tollera l'esistenza, accanto a
queste aziende, anche di aziende non redditizie, essa ucciderebbe il
principio stesso del rendimento nell'economia. Nelle Osservazioni è
detto che il rendimento per le aziende e i settori di produzione
singoli non è in alcun modo paragonabile a quel tipo superiore di
rendimento che ci offre la produzione socialista, liberandoci dalle
crisi di sovraproduzione e garantendoci un aumento continuo della
produzione.
Ma sarebbe errato trarre da ciò la conclusione che il
rendimento di aziende e settori di produzione singoli non abbia un
particolare valore e non meriti che gli si presti seria attenzione.
Questo, naturalmente, non è vero. La redditività di aziende e
settori di produzione singoli ha una enorme importanza per lo
sviluppo della nostra produzione. Essa deve essere presa in
considerazione sia nella pianificazione delle costruzioni, che nella
pianificazione della produzione. Essa è l'abicì della nostra
attività economica nell'attuale tappa di sviluppo.
Sul sesto punto.
Non è chiaro come
si debbano intendere le vostre parole relative al capitalismo;
"Produzione allargata in forma molto deformata". E' necessario dire
che simili produzioni, e per di più allargate, non esistono nel
mondo.
E' evidente che, dopo che il mercato mondiale si è diviso
e la sfera di applicazione delle forze dei principali paesi
capitalistici (Stati Uniti di America, Inghilterra, Francia) alle
risorse mondiali ha cominciato a ridursi, il carattere ciclico di
sviluppo del capitalismo - aumento e contrazione della produzione -
deve tuttavia conservarsi. Ma l'aumento della produzione in questi
paesi si verificherà su una base ristretta, poiché il volume della
produzione di questi paesi si ridurrà.
Sul settimo punto.
La crisi
generale del sistema capitalistico mondiale è cominciata nel periodo
della prima guerra mondiale, particolarmente in seguito al distacco
dell'Unione Sovietica dal sistema capitalistico. Questa è stata la
prima tappa della crisi generale. Nel periodo della seconda guerra
mondiale si è svolta la seconda tappa della crisi generale,
particolarmente dopo il distacco dal sistema capitalistico dei paesi
di democrazia popolare in Europa e in Asia. La prima crisi nel
periodo della prima guerra mondiale e la seconda crisi nel periodo
della seconda guerra mondiale non debbono essere considerate come
crisi isolate, staccate l'una dall'altra, autonome, ma come tappe di
sviluppo della crisi generale del sistema capitalistico
mondiale.
E' la crisi generale del capitalismo mondiale soltanto
una crisi politica o soltanto una crisi economica? Né l'una cosa né
l'altra. Essa è una crisi generale, ossia multilaterale, del sistema
mondiale del capitalismo, e abbraccia tanto l'economia quanto la
politica. Si capisce quindi che alla base di essa sta la
disgregazione sempre più accentuata del sistema economico mondiale
del capitalismo da una parte e la potenza economica crescente dei
paesi staccatisi dal capitalismo, l'Urss, la Cina, e gli altri paesi
di democrazia popolare, dall'altra parte.
21 aprile 1952
G.
Stalin
Sugli errori del comp. L. D.
Iaroscenko
Il compagno Iaroscenko ha
recentemente distribuito ai membri dell'Ufficio politico del
Comitato centrale del PC(b) dell'Urss una lettera in data 20 marzo
di quest'anno, concernente numerose questioni economiche dibattute
durante la nota discussione di novembre. Nella lettera ci si duole
che i principali documenti nei quali si traggono le conclusioni
generali della discussione, come anche le Osservazioni del compagno
Stalin, "non hanno tenuto in minimo conto l'opinione" del compagno
Iaroscenko. La lettera contiene inoltre la proposta del compagno
Iaroscenko di autorizzarlo a redigere una Economia politica del
socialismo entro il termine di un anno o di un anno e mezzo,
dandogli due collaboratori per tale lavoro.
Penso che si debbano
esaminare nella sostanza sia le lagnanze del compagno Iaroscenko,
che la sua proposta.
Cominciamo dalle lagnanze.
In che
consiste dunque "il punto di vista" del compagno Iaroscenko che non
è stato tenuto in minimo conto dai documenti suddetti?
1. - L'errore principale del compagno
Iaroscenko.
Se si vuole caratterizzare in due parole l'opinione
del compagno Iaroscenko, bisogna dire che essa non è marxista e, per
conseguenza, è profondamente erronea.
L'errore principale del
compagno Iaroscenko è di allontanarsi dal marxismo nella questione
della funzione delle forze produttive e dei rapporti di produzione
nello sviluppo della società, di sopravvalutare in modo eccessivo la
funzione delle forze produttive, di sottovalutare in modo
altrettanto eccessivo la funzione dei rapporti di produzione e di
finire per dichiarare che i rapporti di produzione nel socialismo
sono una parte delle forze produttive.
Il compagno Iaroscenko è
d'accordo nel riconoscere ai rapporti di produzione una certa
funzione nelle condizioni "di contrasti antagonistici di classe",
poiché in questo caso i rapporti di produzione "sono in contrasto
con lo sviluppo delle forze produttive". Ma egli limita questa
funzione a un'azione negativa, di fattore che ostacola lo sviluppo
delle forze produttive, ne incatena lo sviluppo. Altre funzioni,
funzioni in qualche modo positive dei rapporti di produzione, il
compagno Iaroscenko non ne vede.
Per quanto riguarda il regime
socialista, nel quale non esistono più "contrasti antagonistici di
classe" e nel quale i rapporti di produzione "non sono più in
contrasto con lo sviluppo delle forze produttive", il compagno
Iaroscenko ritiene che qui scompare qualsiasi funzione autonoma dei
rapporti di produzione, i rapporti di produzione cessano di essere
un serio fattore di sviluppo e vengono assorbiti dalle forze
produttive come una parte dal tutto. Nel socialismo "i rapporti di
produzione degli uomini - dice il compagno Iaroscenko - fanno parte
dell'organizzazione delle forze produttive, come un mezzo, come un
elemento di questa organizzazione" (vedi lettera del compagno
Iaroscenko all'Ufficio politico del Comitato centrale).
Qual è in
tal caso il compito principale dell'economia politica del
socialismo? Il compagno Iaroscenko risponde: "Il problema principale
dell'economia politica del socialismo non è perciò di studiare i
rapporti di produzione degli uomini della società socialista, ma di
elaborare e sviluppare una teoria scientifica dell'organizzazione
delle forze produttive nella produzione sociale, una teoria della
pianificazione dello sviluppo dell'economia" (vedi discorso del
compagno Iaroscenko alla riunione dell'assemblea plenaria per la
discussione).
Così appunto si spiega che il compagno Iaroscenko
non si occupi di questioni economiche del regime socialista quali
l'esistenza di forme diverse di proprietà nelal nostra economia, la
circolazione mercantile, la legge del valore, ecc., considerandole
questioni di second'ordine, che provocano soltanto discussioni
scolastiche. Egli dichiara apertamente che nella sua Economia
politica del socialismo "la discussioni sulla funzione di questa o
quella categoria dell'economia politica del socialismo - quali il
valore, la merce, il denaro, il credito, ecc. - che spesso assumono
da noi un carattere scolastico, vengono sostituite da sani
ragionamenti sull'organizzazione razionale delle forze produttive
nella produzione sociale, dalla giustificazione scientifica di
questa organizzazione" (vedi discorso del compagno Iaroscenko alla
riunione dell'assemblea plenaria per la discussione).
Quindi,
economia politica senza problemi economici.
Il compagno
Iaroscenko pensa che basti istaurare "un'organizzazione razionale
delle forze produttive", perché il passaggio dal socialismo al
comunismo avvenga senza particolari difficoltà. Egli ritiene che
questo sia del tutto sufficiente per passare al comunismo. Egli
dichiara apertamente che "nel socialismo la lotta essenziale per
edificare la società comunista si riduce alla lotta per organizzare
giustamente le forze produttive e utilizzarle razionalmente nella
produzione sociale" (vedi discorso alla riunione dell'assemblea
plenaria per la discussione). Il compagno Iaroscenko proclama
solennemente che "il comunismo è la più alta organizzazione
scientifica delle forze produttive nella produzione sociale".
Ne
deriva, a quanto pare, che l'essenza del regime comunista si
esaurisce nell'"organizzazione razionale delle forze
produttive".
Da tutto questo il compagno Iaroscenko trae la
conclusione che non può esistere un'unica economia politica per
tutte le formazioni sociali, che vi devono essere due economie
politiche: una per le formazioni sociali presocialistiche, che ha
per oggetto lo studio dei rapporti di produzione degli uomini,
l'altra per il regime socialista, che non deve avere come oggetto lo
studio dei rapporti di produzione, vale a dire economici, ma lo
studio delle questioni dell'organizzazione razionale delle forze
produttive.
Questa è l'opinione del compagno Iaroscenko.
Che
cosa si può dire di questa opinione?
Non è vero, prima di tutto,
che la funzione dei rapporti di produzione nella storia della
società sia soltanto una funzione di freno, che incateni lo sviluppo
delle forze produttive. Quando i marxisti parlano della funzione di
freno dei rapporti di produzione, essi non pensano a qualsiasi
genere di rapporti di produzione, ma solo ai vecchi rapporti di
produzione che non corrispondono più alla crescita delle forze
produttive, e quindi ne frenano lo sviluppo. Ma oltre ai vecchi
rapporti di produzione esistono, come è noto, nuovi rapporti di
produzione che sostituiscono i vecchi. Si può dire che la funzione
dei nuovi rapporti di produzione si riduca a essere una funzione di
freno delle forze produttive? No, non lo si può dire. Al contrario,
i nuovi rapporti di produzione sono la forza principale e decisiva,
che determina appunto l'ulteriore e anche poderoso sviluppo delle
forze produttive; senza questi nuovi rapporti di produzione le forze
produttive sarebbero condannate alla stagnazione, come accade
attualmente nei paesi capitalistici.
Nessuno può negare lo
sviluppo colossale delle forze produttive della nostra industria
sovietica durante i piani quinquennali. Ma questo sviluppo non si
sarebbe avuto se nell'ottobre 1917 non avessimo sostituito ai vecchi
rapporti di produzione capitalistici nuovi rapporti di produzione
socialisti. Senza questo rivolgimento nei rapporti di produzione,
economici, del nostro paese, le forze produttive avrebbero da noi
stagnato così come stagnano attualmente nei paesi
capitalistici.
Nessuno può negare lo sviluppo colossale delle
forze produttive della nostra agricoltura negli ultimi 20-25 anni.
Ma questo sviluppo non si sarebbe verificato se nel decennio
1930-1940 non avessimo sostituito ai vecchi rapporti di produzione
capitalistici nelle campagne nuovi rapporti di produzione
collettivistici. Senza questo rivolgimento nel campo della
produzione le forze produttive della nostra agricoltura avrebbero
stagnato, così come stagnano attualmente nei paesi
capitalistici.
Naturalmente, i nuovi rapporti di produzione non
possono restare e non restano eternamente nuovi; essi cominciano a
invecchiare e a entrare in contraddizione con l'ulteriore sviluppo
delle forze produttive, cominciano a perdere la funzione di
propulsore principale delle forze produttive e si trasformano in
freno di queste ultime. Allora, al posto di questi rapporti di
produzione diventati oramai vecchi, compaiono nuovi rapporti di
produzione, la funzione dei quali è di essere il propulsore
principale dell'ulteriore sviluppo delle forze produttive.
Questo
sviluppo originale dei rapporti di produzione dalla funzione di
freno delle forze produttive alla funzione di loro propulsore
principale e dalla funzione di principale propulsore a quella di
freno delle forze produttive, costituisce uno degli elementi
principali della dialettica materialistica marxista. Lo sanno oggi
tutti coloro che hanno una preparazione marxista. Non lo sa, a
quanto pare, il compagno Iaroscenko.
Non è vero, in secondo
luogo, che nel socialismo la funzione autonoma dei rapporti di
produzione, vale a dire economici, scompaia; che i rapporti di
produzione vengano assorbiti dalle forze produttive; che nel
socialismo la produzione sociale si riduca alla organizzazione delle
forze produttive. Il marxismo considera la produzione sociale come
un tutto, che ha due aspetti inseparabili: le forze produttive della
società (rapporti della società con le forze naturali, lottando
contro le quali essa si procura i beni materiali indispensabili) e i
rapporti di produzione (rapporti degli uomini fra di loro nel
processo produttivo). Si tratta di due diversi aspetti della
produzione sociale, sebbene indissolubilmente legati fra loro. E
appunto perché essi sono aspetti diversi della produzione sociale
possono influenzarsi reciprocamente. Affermare che uno di questi
aspetti può essere assorbito dall'altro e trasformato in sua parte
integrante, significa peccare nel modo più grave contro il
marxismo.
Marx dice: "Nella produzione gli uomini non influiscono
solo sulla natura, ma reciprocamente fra loro. Essi non possono
produrre senza associarsi in qualche modo per svolgere un'attività
comune e per scambiare reciprocamente la loro attività. Per
produrre, gli uomini entrano in determinati legami e rapporti e solo
per il tramite di questi legami e rapporti sociali esiste il loro
rapporto con la natura, ha luogo la produzione" (vedi K. Marx e F.
Engels, vol. V, pag. 429, ed. russa).
Per conseguenza, la
produzione sociale ha due aspetti che, pur essendo indissolubilmente
legati tra loro, rispecchiano tuttavia due diversi gruppi di
rapporti: i rapporti degli uomini con la natura (forze produttive) e
i rapporti degli uomini tra di loro nel processo produttivo
(rapporti di produzione). Soltanto la presenza di entrambi questi
aspetti della produzione ci dà la produzione sociale, sia che si
tratti del regime socialista o di altre formazioni sociali.
Il
compagno Iaroscenko, evidentemente, non è del tutto d'accordo con
Marx. Egli ritiene che questa affermazione di Marx non sia
applicabile al regime socialista. Appunto perciò egli restringe il
problema dell'economia politica del socialismo al compito di
organizzare razionalmente le forze produttive, scartando i rapporti
di produzione, i rapporti economici, e staccando da essi le forze
produttive.
Per conseguenza, invece di una Economia politica
marxista, il compagno Iaroscenko ci da qualcosa sul tipo della
Scienza generale dell'organizzazione di Bogdanov.
In questo modo,
partendo dal giusto concetto che le forze produttive sono le forze
più mobili e rivoluzionarie della produzione, il compagno Iaroscenko
porta questo concetto sino all'assurdo, sino a negare la funzione
dei rapporti di produzione, economici, nel socialismo, per cui, al
posto di una produzione sociale in tutta la sua concretezza, ci dà
una tecnologia della produzione unilaterale e scheletrica, qualcosa
sul tipo della "tecnica dell'organizzazione sociale" di
Bukharin.
Marx dice:
"Nella produzione sociale della loro
esistenza (vale a dire nella produzione dei beni materiali
indispensabili all'esistenza degli uomini - G. St.) gli uomini
entrano in rappporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro
volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un
determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali.
L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura
economica della società, la base reale sulla quale si eleva una
soprastruttura giuridica e poltica e alla quale corrispondono forme
determinate della coscienza sociale"3.
Ciò significa che ogni
formazione sociale, ivi compresa anche la società socialista, ha una
propria base economica, costituita dall'insieme dei rapporti di
produzione degli uomini. Sorge la questione della base economica del
regime socialista per il compagno Iaroscenko. Come è noto, il
compagno Iaroscenko ha già liquidato nel socialismo i rapporti di
produzione come campo più o meno autonomo, includendo quel poco che
è rimasto di essi nell'organizzazione delle forze produttive. Si
domanda se il regime socialista ha una sua propria base economica.
Evidentemente, posto che nel socialismo i rapporti di produzione
sono scomparsi come forze più o meno autonoma, il regime socialista
resta privo di una propria base economica.
Dunque, un regime
socialista senza una propria base economica. Una cosa abbastanza
allegra...
è possibile in generale un regime sociale che non
abbia una propria base economica? Il compagno Iaroscenko ritiene,
evidentemente, che sia possibile. Il marxismo invece ritiene che al
mondo non esistono simili regimi sociali.
Non è vero, infine, che
il comunismo sia l'organizzazione razionale delle forze produttive,
che nell'organizzazione razionale delle forze produttive si
esaurisce la sostanza del regime comunista, che basti organizzare
razionalmente le forze produttive per passare al comunismo senza
particolari difficoltà. I nostri testi contengono un'altra
definizione, un'altra formula del comunismo e precisamente la
formula di Lenin: "Il comunismo è il potere sovietico più
l'elettrificazione di tutto il paese". Al compagno Iaroscenko,
evidentemente, non piace la formula di Lenin ed egli la sostituisce
con una propria formula, di sua propria fabbricazione: "Il comunismo
è la più alta organizzazione scientifica delle forze produttive
nella produzione sociale".
In primo luogo, nessuno sa che cosa
sia questa organizzazione "scientifica più alta" o "razionale" delle
forze produttive, propagandata dal compagno Iaroscenko e quale sia
il suo contenuto concreto. Il compagno Iaroscenko ripete decine di
volte questa formula mitica nei suoi discorsi alla riunione plenaria
e nelle riunioni di commissione, nella sua lettera ai membri
dell'Ufficio politico, ma non spende mai una sola parola per cercare
di spiegare come si deve intendere con precisione "l'organizzazione
razionale" delle forze produttive, nelle quali si esaurirebbe la
sostanza del regime comunista.
In secondo luogo, se si dovesse
scegliere fra le due formule, bisognerebbe respingere non la formula
di Lenin, che è l'unica giusta, ma la cosiddetta formula del
compagno Iaroscenko, palesemente cervellotica e non marxista, presa
dall'arsenale di Bogdanov e cioè dalla Scienza generale
dell'organizzazione.
Il compagno Iaroscenko pensa che basta
arrivare a un'organizzazione razionale delle forze produttive per
ottenere abbondanza di prodotti e passare al comunismo, passare
dalla formula: "a ognuno secondo il suo lavoro" alla formula: "a
ognuno secondo i suoi bisogni". Questo è un grave errore, che
denuncia una totale incomprensione delle leggi dello sviluppo
economico del socialismo. Il compagno Iaroscenko concepisce le
condizioni del passaggio dal socialismo al comunismo con un
semplicismo eccessivo, infantile. Il compagno Iaroscenko non capisce
che non si può ottenere né un'abbondanza di prodotti capace di
soddisfare tutto il fabbisogno della società, né il passaggio alla
formula "a ognuno secondo i suoi bisogni", sino a che continuano a
sussistere fatti economici come la proprietà dei gruppi colcosiani,
la circolazione mercantile, ecc. Il compagno Iaroscenko non capisce
che prima di passare alla formula "a ognuno secondo i suoi bisogni",
bisogna percorrere numerose tappe di rieducazione economica e
culturale della società, durante le quali il lavoro, da mezzo che
provvede esclusivamente al mantenimento in vita, verrà trasformato,
agli occhi della società, nella prima esigenza vitale e la proprietà
sociale in base incrollabile e intangibile di esistenza della
società.
Per preparare il passaggio effettivo al comunismo, e non
soltanto proclamarlo, bisogna realizzare almeno tre condizioni
preliminari fondamentali.
1. - è necessario, in primo luogo,
assicurare saldamente non una mitica "organizzazione razionale"
delle forze produttive, ma uno sviluppo ininterrotto di tutta la
produzione sociale e uno sviluppo prevalente della produzione dei
mezzi di produzione. Lo sviluppo prevalente della produzione dei
mezzi di produzione è necessario non solo perché deve assicurare
l'attrezzatura sia delle proprie aziende che delle aziende di tutte
le altre branche dell'economia nazionale, ma anche perché senza di
esso non è possibile in genere realizzare la riproduzione
allargata.
2. - è necessario, in secondo luogo, mediante passaggi
graduali, attuati a vantaggio dei colcos e quindi di tutta la
società, elevare la proprietà colcosiana fino al livello di
proprietà di tutto il popolo e sostituire alla circolazione
mercantile, anche qui mediante passaggi graduali, un sistema di
scambio dei prodotti in modo tale che il potere centrale o qualsiasi
altro centro economico-sociale possa abbracciare tutto il prodotto
della produzione sociale nell'interesse della società.
Il
compagno Iaroscenko sbaglia affermando che nel socialismo non esiste
nessuna contraddizione tra i rapporti di produzione e le forze
produttive della società. Naturalmente, i nostri attuali rapporti di
produzione attraversano un periodo in cui, corrispondendo appieno
alla crescita delle forze produttive, le fanno procedere in avanti a
passi da giganti. Ma non sarebbe giusto accontentarsi di questo e
ritenere che non esista nessuna contraddizione tra le nostre forze
produttive e i rapporti di produzione. Contraddizioni esistono
senz'altro ed esisteranno, in quanto lo sviluppo dei rapporti di
produzione ritarda e ritarderà rispetto allo sviluppo delle forze
produttive. Con una giusta politica degli organismi dirigenti queste
contraddizioni non possono trasformarsi in contrasto, e non si può
giungere a un conflitto tra i rapporti di produzione e le forze
produttive della società. Ma non sarebbe così se facessimo una
politica sbagliata, del genere di quella raccomandata dal compagno
Iaroscenko. In tal caso il conflitto sarebbe inevitabile, e i nostri
rapporti di produzione potrebbero trasformarsi in un freno molto
serio dell'ulteriore sviluppo delle forze produttive.
Per questo
il compito degli organismi dirigenti consiste nell'individuare
tempestivamente le contraddizioni che sorgono e nel prendere
tempestivamente le misure per superarle mediante l'adeguamento dei
rapporti di produzione allo sviluppo delle forze produttive. Questo
si riferisce prima di tutto a fenomeni economici come la proprietà
di gruppo colcosiana e la circolazione mercantile. Naturalmente, nel
momento attuale questi fenomeni vengono da noi utilizzati con
successo per sviluppare la economia socialista ed essi recano alla
nostra società un utile indubbio. Non v'è dubbio che recheranno
qusta utilità anche nel prossimo futuro; ma sarebbe una cecità
imperdonabile non vedere che in pari tempo questi fenomeni
cominciano già adesso a frenare il potente sviluppo delle nostre
forze produttive, in quanto creano ostacoli alla completa estensione
a tutta l'economia nazionale, in modo particolare all'agricoltura,
della pianificazione statale. Non vi può essere dubbio che più si
andrà avanti e più questi fenomeni freneranno l'ulteriore sviluppo
delle forze produttive del nostro paese. Di conseguenza, il compito
consiste nel liquidare queste contraddizioni mediante la
trasformazione graduale della proprietà colcosiana in proprietà di
tutto il popolo e mediante l'introduzione - anch'essa graduale -
dello scambio dei prodotti invece della circolazione
mercantile.
3. - è necessario, in terzo luogo, raggiungere un
tale sviluppo culturale della società che assicuri a tutti i membri
della società uno sviluppo completo delle loro capacità fisiche e
intellettuali, affinché i membri della società possano ricevere
un'istruzione sufficiente per diventare attivi fattori dello
sviluppo sociale, abbiano la possibilità di scegliere liberamente
una professione, non siano inchiodati per tutta la vita, in seguito
alla sussistente divisione del lavoro, a una professione
qualsiasi.
Che cosa occorre per questo?
Non sarebbe giusto
pensare che si possa conseguire un tale importante sviluppo
culturale dei membri della società senza seri cambiamenti
nell'attuale situazione del lavoro. Per questo occorre prima di
tutto diminuire la giornata lavorativa per lo meno sino a sei e poi
a cinque ore. Ciò è necessario affinché i membri della società
abbiano abbastanza tempo libero per ricevere un'istruzione completa.
Per questo occorre, poi, rendere obbligatoria l'istruzione
politecnica necessaria perché i membri della società abbiano la
possibilità di scegliere liberamente una professione e di non essere
inchiodati per tutta la vita a una professione qualsiasi. Per questo
occorre, inoltre, migliorare in modo radicale le abitazioni ed
aumentare il salario reale degli operai e degli impiegati di almeno
due volte, se non più, sia mediante l'aumento diretto del salario,
sia, in modo particolare, mediante l'ulteriore sistematica
diminuzione dei prezzi degli articoli di largo consumo.
Tali sono
le condizioni fondamentali della preparazione del passaggio al
comunismo.
Soltanto dopo l'attuazione di tutte queste condizioni
preliminari prese assieme si potrà sperare che il lavoro, agli occhi
dei membri della società, non sarà più un peso ma la "prima
necessità dell'esistenza" (Marx), che "il lavoro da pesante fardello
si trasformerà in una gioia" (Engels), che la proprietà sociale sarà
considerata da tutti i membri della società come base incrollabile e
inviolabile dell'esistenza della società stessa.
Soltanto dopo
l'attuazione di tutte queste condizioni preliminari prese assieme si
potrà passare dalla formula socialista: "Da ognuno secondo le sue
capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro" alla formula comunista:
"Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi
bisogni".
Questo sarà il passaggio radicale da una economia,
dall'economia del socialismo, a un'altra economia, più alta,
all'economia del comunismo.
Come si vede, il passaggio dal
socialismo al comunismo non è tanto semplice, come se lo immagina il
compagno Iaroscenko.
Tentare di ridurre tutta questa questione
complessa e multiforme, che esige seri cambiamenti economici,
"all'organizzazione razionale delle forze produttive" come fa il
compagno Iaroscenko, significa sostituire al marxismo una pensata
degna di un Bogdanov.
2. - Altri errori del compagno
Iaroscenko.
1. - Il compagno Iaroscenko trae dalla sua opinione
sbagliata conclusioni sbagliate circa il carattere e l'oggetto
dell'economia politica.
Il compagno Iaroscenko nega la necessità
di una economia politica unica per tutte le formazioni sociali,
partendo dal fatto che ogni formazione sociale ha le sue leggi
economiche specifiche. Ma non ha affatto ragione, e dissente in
questo da marxisti come Engels e Lenin.
Engels dice che
l'economia politica è "la scienza delle condizioni e delle forme
nelle quali hanno luogo la produzione e lo scambio nelle diverse
società umane e nelle quali, in relazione con questo, in ogni caso
avviene la distribuzione dei prodotti" (Antidühring). Di
conseguenza, l'economia politica studia le leggi dello sviluppo
economico non solo di una formazione sociale, ma delle varie
formazioni sociali.
In questo, come è noto, è pienamente
d'accordo Lenin, il quale, nelle sue osservazioni critiche al libro
di Bukharin L'economia del periodo di transizione, ha detto che
Bukharin ha torto di restringere la sfera d'azione dell'economia
politica alla produzione mercantile e particolarmente alla
produzione capitalistica, rilevando in pari tempo che Bukharin
compie qui "un passo indietro rispetto a Engels".
A ciò
corrisponde pienamente la definizione dell'economia politica data
nel progetto del manuale di economia politica, dove è detto che
l'economia politica è la scienza che studia "le leggi della
produzione sociale e della distribuzione dei beni materiali nelle
varie fasi di sviluppo della società umana".
E ciò è
comprensibile. Le varie formazioni sociali nel loro sviluppo
economico sono soggette non solo alle loro leggi economiche
specifiche, ma anche a quelle leggi economiche che sono comuni a
tutte le formazioni, ad esempio, a leggi come quella dell'unità
delle forze produttive e dei rapporti di produzione in una
produzione sociale unica, come la legge sui rapporti tra le forze
produttive e i rapporti di produzione nel processo di sviluppo di
tutte le formazioni sociali.
Le formazioni sociali non sono
dunque soltanto divise l'una dall'altra dalle proprie leggi
specifiche, ma sono anche legate l'una all'altra da leggi economiche
comuni a tutte le formazioni.
Engels aveva ragione quando
diceva:
"Per effettuare compiutamente questa critica della
economia borghese, non era sufficiente la conoscenza della forma
capitalistica della produzione, dello scambio e della distribuzione.
Si dovevano del pari indagare e raffrontare, almeno nelle loro
grandi linee, le forme che l'hanno preceduta o che accanto ad essa
sussistono ancora in paesi meno sviluppati".4
è evidente che qui,
in questa questione, il compagno Iaroscenko riecheggia
Bukharin.
Proseguiamo. Il compagno Iaroscenko afferma che nella
sua Economia politica del socialismo "le categorie dell'economia
politica - il valore, la merce, il denaro, il credito, ecc. - sono
sostituite da sensati ragionamenti sull'organizzazione razionale
delle forze produttive nella produzione sociale", che di conseguenza
oggetto di questa economia politica non sono i rapporti di
produzione del socialismo, ma "la elaborazione e lo sviluppo della
teoria scientifica dell'organizzazione delle forze produttive, della
teoria della pianificazione dell'economia nazionale ecc.", che i
rapporti di produzione nel socialismo perdono la loro funzione
autonoma e vengono assorbiti dalle forze produttive, come loro parte
integrante.
Bisogna dire che da noi un tale miscuglio di
assurdità non era stato ancora messo alla luce da nessun "marxista"
fuori senno. Infatti che cosa significa una economia politica del
socialismo senza problemi economici, senza problemi della
produzione? Esiste al mondo siffatta economia politica? Cosa
significa sostituire nell'economia politica del socialismo ai
problemi economici i problemi di organizzazione delle forze
produttive? Significa liquidare l'economia politica del socialismo.
Il compagno Iaroscenko procede proprio in questo modo: - egli
liquida l'economia politica del socialismo. Qui egli fa tutt'uno con
Bukharin. Bukharin diceva che, con la distruzione del capitalismo,
deve andare distrutta l'economia politica. Il compagno Iaroscenko
non dice questo, ma lo fa, liquidando l'economia politica del
socialismo. E' vero che, ciò facendo, egli finge di non essere
pienamente d'accordo con Bukharin, ma è un'astuzia, è un'astuzia che
non vale un soldo. In realtà, egli fa ciò che predicava Bukharin e
contro cui prese posizione Lenin. Il compagno Iaroscenko calca le
orme di Bukharin.
Proseguiamo. Il compagno Iaroscenko riduce i
problemi dell'economia politica del socialismo ai problemi
dell'organizzazione razionale delle forze produttive, ai problemi
della pianificazione dell'economia nazionale, ecc. Ma egli sbaglia
di grosso. I problemi dell'organizzazione razionale delle forze
produttive, della pianificazione dell'economia nazionale ecc., non
sono oggetto dell'economia politica, ma oggetto della politica
economica degli organismi dirigenti. Si tratta di due campi diversi,
che non si devono confondere. Il compagno Iaroscenko ha confuso
queste due cose diverse ed è caduto in un pasticcio. L'economia
politica studia le leggi di sviluppo dei rapporti di produzione tra
gli uomini. La politica economica trae da questo studio conclusioni
pratiche, le concretizza e imposta su questo il proprio lavoro
quotidiano. Far gravare sull'economia politica le questioni della
politica economica significa rovinarla come scienza.
Oggetto
dell'economia politica sono i rapporti economici, i rapporti di
produzione tra gli uomini. Questo comprende: a) le forme della
proprietà sui mezzi di produzione; b) la conseguente situazione dei
vari gruppi sociali nella produzione e i rapporti reciproci tra di
essi, oppure, come dice Marx, "il reciproco scambio della loro
attività"; c) le forme della distribuzione dei prodotti, che ne
dipendono interamente. Tutto ciò è, nel suo insieme, oggetto
dell'economia politica.
In questa definizione manca la parola
"scambio", che vi è nella definizione di Engels. Essa manca, perché
"scambio" viene di solito inteso da molti come scambio di merci,
proprio non di tutte, ma soltanto di alcune formazioni sociali, il
che a volte genera malintesi, benché Engels con la parola "scambio"
non intendesse soltanto lo scambio delle merci. Però, come è
evidente, ciò che Engels intendeva con la parola "scambio" ha
trovato il suo posto nella definizione citata sopra, ne fa parte
integrante. Di conseguenza, per il suo contenuto questa definizione
dell'oggetto dell'economia politica corrisponde pienamente alla
definizione di Engels.
2. - Quando si parla della legge economica
fondamentale di questa o di quella formazione sociale, di solito si
parte dal fatto che questa formazione non può avere più leggi
economiche fondamentali, che può avere soltanto una determinata
legge economica fondamentale unica, appunto perché essa è
fondamentale. In caso contrario avremmo alcune leggi economiche
fondamentali per ciascuna formazione sociale, il che contrasta con
lo stesso concetto di legge fondamentale. Ma il compagno Iaroscenko
non è d'accordo con questo. Egli ritiene che si possano avere non
una, ma parecchie leggi economiche fondamentali del socialismo. E'
inverosimile, ma è così. Nel suo discorso alla riunione plenaria
della assemblea convocata per la discussione, ha detto:
"L'entità
e il rapporto reciproco dei fondi materiali della produzione e
riproduzione sociale sono determinati dall'esistenza e dalla
prospettiva di accrescimento della forza lavoro che partecipa alla
produzione sociale. Questa è la legge economica fondamentale della
società socialista, che determina la struttura della produzione e
riproduzione sociale socialista".
Questa sarebbe la prima legge
economica fondamentale del socialismo.
Nello stesso discorso il
compagno Iaroscenko afferma:
"I rapporti tra la I e la II sezione
sono condizionati, nella società socialista, dalle esigenze della
produzione dei mezzi di produzione nella misura necessaria per far
partecipare alla produzione sociale tutta la popolazione capace di
lavorare. Questa è la legge economica fondamentale del socialismo ed
è in pari tempo un'esigenza della nostra Costituzione, che deriva
dal diritto al lavoro dei cittadini sovietici".
Questa, dunque,
sarebbe una seconda legge economica fondamentale del
socialismo.
Infine, nella sua lettera ai membri dell'Ufficio
politico il compagno Iaroscenko afferma:
"Partendo da ciò i
tratti e le esigenze sostanziali della legge economica fondamentale
del socialismo possono essere formulati, mi sembra, press'a poco
così: produzione in continuo aumento e perfezionamento delle
condizioni materiali e culturali di vita della società".
Questa è
già la terza legge economica fondamentale del socialismo.
Sono
tutte queste leggi, leggi economiche fondamentali del socialismo,
oppure, se una sola di esse lo è, di quale precisamente si tratta? A
questa domanda il compagno Iaroscenko non dà risposta nella sua
ultima lettera ai membri dell'Ufficio politico. Nel formulare la
legge economica fondamentale del socialismo, nella sua lettera ai
membri dell'Ufficio politico, si deve supporre che egli "ha
dimenticato" che nel suo discorso alla riunione plenaria
dell'assemblea convocata per la discussione, tre mesi prima, già
aveva formulato altre due leggi economiche fondamentali del
socialismo, contando probabilmente che non si sarebbe prestata
attenzione a questo equivoco pasticcio. Ma, come si vede, il suo
calcolo è fallito.
Ammettiamo che le prime due leggi economiche
fondamentali del socialismo, formulate dal compagno Iaroscenko, non
esistano più, che il compagno Iaroscenko consideri oramai legge
economica fondamentale del socialismo la sua terza formula, esposta
nella lettera indirizzata ai membri dell'Ufficio politico. Vediamo
la lettera del compagno Iaroscenko.
Il compagno Iaroscenko dice
in questa lettera di non essere d'accordo con la definizione della
legge economica fondamentale del socialismo, data nelle Osservazioni
del compagno Stalin. Egli dice:
"La cosa principale in questa
definizione è `la garanzia del massimo soddisfacimento... delle
esigenze di tutta la società'. La produzione è indicata qui come un
mezzo per raggiungere questo scopo principale, il soddisfacimento
delle esigenze. Questa definizione giustifica la supposizione che la
legge economica fondamentale del socialismo da voi formulata non
parte dal primato della produzione, ma dal primato del
consumo".
E' evidente che il compagno Iaroscenko non ha compreso
affatto la sostanza del problema e non vede che le chiacchiere sul
primato del consumo o della produzione non hanno assolutamente alcun
rapporto con la questione. Quando si parla del primato di questi o
quei processi sociali rispetto ad altri processi, si parte di solito
dal fatto che entrambi questi processi siano più o meno della stessa
natura. Si può e si deve parlare del primato della produzione dei
mezzi di produzione rispetto alla produzione dei beni di consumo,
poiché nell'un caso e nell'altro si parla di produzione e quindi di
cose più o meno della stessa natura. Ma non si può parlare, non
sarebbe giusto parlare del primato del consumo sulla produzione o
della produzione sul consumo, poiché la produzione e il consumo sono
due campi completamente diversi, legati, è vero, tra di loro, ma
tuttavia diversi. Il comp. Iaroscenko evidentemente non comprende
che qui non si tratta del primato del consumo o della produzione, ma
dello scopo che la società pone alla produzione sociale, del compito
a cui essa subordina la produzione sociale, per esempio, in regime
socialista. Per questo nulla hanno a che vedere con la questione
nemmeno le chiacchiere del compagno Iaroscenko, secondo cui "la base
della vita della società socialista, come di ogni altra società, è
la produzione". Il compagno Iaroscenko dimentica che gli uomini non
producono per la produzione, ma per soddisfare le proprie esigenze.
Egli dimentica che la produzione, staccata dal soddisfacimento dei
bisogni della società, langue e perisce.
E' possibile parlare in
generale dello scopo della produzione capitalistica o socialista,
dei compiti a cui è subordinata la produzione capitalistica o
socialista? Ritengo che è possibile e che si deve farlo.
Marx
dice:
"Scopo immediato della produzione capitalistica non è la
produzione di merci, ma di plusvalore, o di profitto nella sua forma
evoluta; non del prodotto, ma del prodotto supplementare. Lo stesso
lavoro è quindi produttivo solo nella misura in cui crea profitto o
prodotto supplementare per il capitale. Se l'operaio non lo crea, il
suo lavoro è improduttivo. La massa del lavoro produttivo impiegato,
dunque, presenta un interesse per il capitale solo nella misura in
cui grazie ad essa, o in relazione con essa, aumenta la quantità di
lavoro supplementare; solo inquesta misura è necessario ciò che noi
chiamiamo tempo di lavoro necessario. Se il lavoro non dà questo
risultato, è superfluo e deve essere interrotto.
"Lo scopo della
produzione capitalistica consiste sempre nella creazione di un
massimo di plusvalore o di un massimo di prodotto supplementare con
un minimo di capitale anticipato; nella misura in cui questo
risultato non è raggiunto con l'eccesso di lavoro degli operai,
sorge la tendenza del capitale, che consiste nello sforzo per
ottenere un determinato prodotto con la minima spesa possibile,
nello sforzo per risparmiare forza lavoro e spese...
"Gli stessi
operai sono rappresentati in questa concezione come realmente sono
nella produzione capitalistica, solo mezzi di produzione, e non fini
a se stessi, e non scopo della produzione" (vedi Teorie del
plusvalore, vol. II, parte 2).
Queste parole di Marx non sono
importanti soltanto perché definiscono brevemente e con esattezza lo
scopo della produzione capitalistica, ma anche perché indicano lo
scopo fondamentale, il compito principale, che deve essere posto
alla produzione socialista.
Lo scopo della produzione
capitalistica è, dunque, di ottenere del profitto. Per quanto
riguarda il consumo, esso è necessario al capitalismo solo in quanto
garantisce che il profitto sia ottenuto. All'infuori di questo, la
questione del consumo perde ogni significato per il capitalismo.
L'uomo con i suoi bisogni scompare dal campo visivo.
Quale è
invece lo scopo della produzione socialista, quale il compito
principale, alla cui attuazione deve essere subordinata la
produzione sociale nel socialismo?
Scopo della produzione
socialista non è il profitto, ma l'uomo con i suoi bisogni, cioè il
soddisfacimento delle sue esigenze materiali e culturali. Scopo
della produzione socialista, come è detto nelle Osservazioni del
compagno Stalin E' "l'assicurazione del massimo soddisfacimento
delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la
società".
Il compagno Iaroscenko ritiene che qui si tratti del
"primato" del consumo sulla produzione. Questa, naturalmente, è una
sciocchezza. In effetti si tratta qui non di un primato del consumo,
ma della subordinazione della produzione socialista al suo
fondamentale scopo di garantire il massimo soddisfacimento delle
esigenze materiali e culturali, in costante aumento, di tutta la
società.
Quindi la garanzia del massimo soddisfacimento delle
esigenze materiali e culturali, in costante aumento, di tutta la
società, è lo scopo della produzione socialista; l'aumento
ininterrotto e il perfezionamento della produzione socialista sulla
base di una tecnica superiore è il mezzo per raggiungere questo
scopo.
Questa è la legge economica fondamentale del
socialismo.
Volendo conservare il cosiddetto "primato" della
produzione sul consumo, il compagno Iaroscenko afferma che la "legge
economica fondamentale del socialismo" consiste "nell'aumento
ininterrotto e nel perfezionamento della produzione delle condizioni
materiali e culturali della società". Questo non è affatto vero. Il
compagno Iaroscenko deforma in modo grossolano e snatura la formula
esposta nelle Osservazioni del compagno Stalin. Per lui la
produzione da mezzo si trasforma in scopo, e la garanzia del massimo
soddisfacimento delle esigenze materiali e culturali, in costante
aumento, della società, viene esclusa. Si ha un aumento della
produzione per l'aumento della produzione, la produzione come fine a
se stessa, mentre l'uomo con i suoi bisogni scompare dal campo
visivo del compagno Iaroscenko.
Non vi è quindi da stupire se
insieme alla scomparsa dell'uomo, come scopo della produzione
socialista, scompaiono dalla "concezione" del compagno Iaroscenko
gli ultimi resti di marxismo.
In questo modo si giunge nel
compagno Iaroscenko non al "primato" della produzione sul consumo,
ma ad una specie di "primato" dell'ideologia borghese sull'ideologia
marxista.
3. - Un posto a parte merita la questione della teoria
marxista della riproduzione. Il compagno Iaroscenko afferma che la
teoria marxista della riproduzione è soltanto teoria della
riproduzione capitalistica, che essa non contiene nulla che possa
valere per altre formazioni sociali, e quindi per la formazione
sociale socialista. Egli dice:
"L'applicazione dello schema della
riproduzione di Marx, da lui elaborato per l'economia capitalistica,
alla produzione sociale socialista è il frutto di un'interpretazione
dogmatica della dottrina di Marx e contraddice la sostanza della sua
dottrina" (vedi il discorso del compagno Iaroscenko alla seduta
plenaria dell'assemblea per la discussione).
Egli sostiene, più
avanti, che "lo schema della riproduzione di Marx non corrisponde
alle leggi economiche della società socialista e non può servire di
base per lo studio della riproduzione socialista"
(ivi).
Riferendosi alla teoria marxista della riproduzione
semplice, dove si stabilisce una determinata correlazione tra la
produzione dei mezzi di produzione (I sezione) e la produzione dei
mezzi di consumo (II sezione), il compagno Iaroscenko dice:
"La
correlazione tra la prima e la seconda sezione non è condizionata
nella società socialista dalla formula di Marx V + M della prima
sezione e C della seconda sezione. Nelle condizioni del socialismo
l'indicato nesso reciproco nello sviluppo tra la prima e la seconda
sezione non deve verificarsi" (ivi).
Egli afferma che "la teoria
della correlazione tra la prima e la seconda sezione, elaborata da
Marx, è inapplicabile nelle nostre condizioni socialiste, poiché
alla base della teoria di Marx vi è l'economia capitalistica con le
sue leggi" (si veda la lettera del comp. Iaroscenko ai membri
dell'Ufficio politico).
Così il comp. Iaroscenko distrugge la
teoria marxista della riproduzione.
Certamente, la teoria
marxista della riproduzione, elaborata in seguito allo studio delle
leggi della produzione capitalistica, riflette il carattere
specifico della produzione capitalistica e, naturalmente, è espressa
nella forma dei rapporti di valore mercantili-capitalistici. Non
poteva essere altrimenti. Ma vedere nella teoria marxista della
riproduzione soltanto questa forma, e non scorgerne le basi, non
scorgere il suo contenuto fondamentale, che non ha valore soltanto
per la formazione sociale capitalistica, significa non capire nulla
di questa teoria. Se il comp. Iaroscenko avesse compreso qualche
cosa della questione, avrebbe capito anche la palese verità che gli
schemi marxisti della riproduzione non si esauriscono affatto nel
riflesso del carattere specifico della produzione capitalistica, ma
contengono in pari tempo tutta una serie di tesi fondamentali della
riproduzione, le quali hanno valore per tutte le formazioni sociali,
quindi anche in particolare per la formazione sociale socialista.
Queste tesi fondamentali della teoria marxista della riproduzione,
come la tesi della divisione della produzione sociale in produzione
dei mezzi di produzione e produzione dei beni di consumo; la tesi
dell'aumento prevalente della produzione dei mezzi di produzione
nella riproduzione allargata; la tesi della correlazione tra la I e
la II sezione; la tesi del prodotto supplementare, come unica fonte
dell'accumulazione; la tesi della formazione e destinazione dei
fondi sociali; la tesi dell'accumulazione come unica fonte della
riproduzione allargata: - tutte queste tesi fondamentali della
teoria marxita della riproduzione sono le stesse che hanno valore
non soltanto per la formazione capitalistica e la cui applicazione
non può essere elusa da nessuna società socialista nella
pianificazione dell'economia nazionale. è caratteristico il fatto
che lo stesso comp. Iaroscenko, il quale arriccia altezzosamente il
naso sugli "schemi della riproduzione" di Marx, è costretto di
regola a ricorrere all'usilio di questi "schemi" nella discussione
delle questioni della riproduzione socialista.
Ma come
considerarono questa questione Lenin e Marx?
A tutti sono note le
osservazioni critiche di Lenin al libro di Bukharin L'economia del
periodo di transizione. In queste osservazioni Lenin ha
riconosciuto, com'è noto, che la formula marxista della correlazione
tra la I e la II sezione, contro cui insorge il comp. Iaroscenko,
rimane valida tanto per il socialismo quanto per il "comunismo
puro", cioè per la fase del comunismo.
Per ciò che riguarda Marx,
egli, com'è noto, non amava astrarsi dallo studio delle leggi della
produzione capitalistica e non si occupò nel suo Capitale della
questione della applicabilità dei suoi schemi della riproduzione al
socialismo. Tuttavia nel 20° capitolo del II volume del Capitale,
nel paragrafo intitolato Il capitale costante della I sezione, in
cui si tratta dello scambio dei prodotti della I sezione all'interno
di questa, Marx osserva quasi di sfuggita che lo scambio dei
prodotti in questa sezione avverrebbe in regime socialista con la
stessa continuità, con cui avviene nella produzione capitalistica.
Marx dice:
"Se la produzione fosse sociale, e non capitalistica,
è chiaro che i prodotti nella I sezione ai fini della riproduzione
sarebbero distribuiti con non minore continuità dei mezzi di
produzione tra le branche di produzione di questa sezione: una parte
rimarrebbe immediatamente in quella sfera della produzione, da cui
essa è uscita come prodotto; l'altra parte invece passerebbe in
altri luoghi di produzione, e si creerebbe così tra i diversi luoghi
della produzione di questa sezione un movimento costante in
direzioni opposte" (vedi Marx, Capitale, vol. II, pag. 307, VIII
ediz. russa).
Di conseguenza, Marx non riteneva affatto che la
sua teoria della riproduzione fosse valida soltanto per la
produzione capitalistica, sebbene egli si sia occupato dell'indagine
delle leggi della produzione capitalistica. Al contrario egli, come
si vede, si basava sul fatto che la sua teoria della riproduzione
può essere valida anche per la produzione socialista.
Bisogna
notare che Marx nella Critica del Programma di Gotha, nell'analisi
dell'economia del socialismo e del periodo di transizione al
comunismo muove dalle tesi fondamentali della sua teoria della
riproduzione, considerandole evidentemente obbligatorie per un
regime comunista.
Bisogna inoltre notare che Engels nel suo
Antidühring, criticando il "sistema socialitario" di Dühring e
caratterizzando l'economia del regime socialista, muove pure dalle
tesi fondamentali della teoria della riproduzione di Marx,
considerandole obbligatorie per il regime comunista.
Questi sono
i fatti.
Ne consegue che anche nella questione della
riproduzione, il comp. Iaroscenko, nonostante il suo tono disinvolto
riguardo agli "schemi" di Marx, ha dato di nuovo nelle secche.
4.
- Il comp. Iaroscenko conclude la sua lettera ai membri dell'Ufficio
politico con la proposta di affidargli la compilazione di una
Economia politica del socialismo. Egli scrive:
"Partendo dalla
definizione dell'oggetto della scienza dell'economia politica del
socialismo, da me esposta nella seduta plenaria, nelle commissioni e
nella presente lettera, usando il metodo dialettico marxista, posso
nel corso di un anno, o al massimo di un anno e mezzo, con l'aiuto
di due collaboratori, elaborare le soluzioni teoriche dei problemi
fondamentali dell'economia politica del socialismo; esporre la
teoria marxista, leninista-staliniana dell'economia politica del
socialismo, la teoria che trasforma questa scienza in una effettiva
arme di lotta del popolo per il comunismo".
Non si può non
riconoscere che il comp. Iaroscenko non pecca di modestia. Anzi,
usando lo stile di alcuni letterati, si può dire che "è proprio
tutto il contrario".
Si è già detto sopra che il comp. Iaroscenko
confonde l'economia politica del socialismo con la politica
economica degli organi dirigenti. Ciò che egli ritiene essere
oggetto dell'economia politica del socialismo - l'organizzazione
razionale delle forze produttive, la pianificazione dell'economia
nazionale, la formazione dei fondi sociali, ecc. - non è oggetto
dell'economia politica del socialismo, ma della politica economica
degli organi dirigenti.
Non parlo poi del fatto che i gravi
errori che il comp. Iaroscenko commette e il suo "punto di vista"
non marxista non inducono ad affidare questo incarico al compagno
Iaroscenko.
Conclusioni:
1) la lagnanza del
compagno Iaroscenko verso i dirigenti della discussione è priva di
senso, poiché i dirigenti della discussione, essendo marxisti, non
potevano riflettere nei loro documenti conclusivi il "punto di
vista" non marxista del comp. Iaroscenko;
2) la richiesta del
comp. Iaroscenko di affidargli l'incarico di scrivere una Economia
politica del socialismo non può essere considerata seria, anche
perché sa di Khlestakhov5.
22 maggio 1952
G. Stalin
Risposta ai compagni A. V. Sanina e
V. C. Vensger
Ho ricevuto le vostre lettere. Com'è evidente, gli
autori di queste lettere studiano in modo approfondito e serio i
problemi dell'economia del nostro paese. Nelle lettere vi sono non
poche formulazioni giuste e considerazioni interessanti. Tuttavia,
accanto ad esse vi sono anche alcuni gravi errori teorici. Nella
presente risposta penso di soffermarmi proprio su questi
errori.
1. - Questione del carattere delle leggi economiche del
socialismo.
I compagni Sanina e Vensger affermano che "solo
grazie all'azione cosciente dei cittadini sovietici, occupati nella
produzione materiale, nascono le leggi economiche del
socialismo".
Questa tesi è completamente sbagliata.
Esistono
leggi dello sviluppo economico obiettivamente, fuori di noi,
indipendentemente dalla volontà e dalla coscienza degli uomini? Il
marxismo risponde a questa domanda in modo affermativo. Il marxismo
ritiene che le leggi dell'economia politica del socialismo sono il
riflesso nella testa degli uomini di leggi obiettive esistenti fuori
di noi. La formula dei compagni Sanina e Vensger invece risponde
negativamente a questa domanda. Ciò vuol dire che questi compagni
sono sulle posizioni di una teoria sbagliata, la quale afferma che
le leggi dello sviluppo economico nel socialismo "sono create",
"sono trasformate" dagli organi dirigenti della società. In altri
termini, essi si distaccano dal marxismo e si pongono sulla via
dell'idealismo soggettivo.
Naturalmente, gli uomini possono
scoprire queste leggi obiettive, conoscerle e, poggiando su di esse,
utilizzarle nell'interesse della società. Ma essi non possono né
"crearle", né "trasformarle".
Supponiamo di accogliere per un
momento la posizione della teoria sbagliata, che nega l'esistenza di
leggi obiettive nella vita economica del socialismo e proclama la
possibilità di "creare" le leggi economiche, di "trasformare" le
leggi economiche. A che cosa questo condurrebbe? Condurrebbe a farci
cadere nel regno del caos e della casualità, a farci trovare in uno
stato di servile dipendenza da questa casualità, a privarci della
possibilità, nonché di comprendere, ma nemmeno di orientarci in
questo caos di cose casuali.
Questo ci condurrebbe a liquidare
l'economia politica come scienza, perché la scienza non può vivere e
svilupparsi senza il riconoscimento di leggi obiettive, senza lo
studio di queste leggi. Liquidata la scienza, ci priveremmo della
possibilità di prevedere il corso degli avvenimenti nella vita
economica del paese, cioè ci priveremmo della possibilità di
esercitare la direzione economica anche più elementare.
In ultima
analisi cadremmo in potere dell'arbitrio di avventurieri
"economici", pronti a "distruggere" le leggi dello sviluppo
economico e a "creare" nuove leggi senza comprendere e tener conto
delle leggi obiettive.
è a tutti nota la classica formulazione
della posizione marxista su questo problema, data da Engels nel suo
Antidühring:
"Le forze socialmente attive agiscono in modo
assolutamente eguale alle forze naturali: in maniera cieca,
violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non
facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute,
che ne abbiamo compreso il modo d'agire, la direzione e gli effetti,
dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e
per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo
tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Sino a
quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne la natura e il
carattere, e a questa intelligenza si oppongono il modo di
produzione capitalistico e i suoi sostenitori, queste forze agiranno
malgrado noi e contro di noi, e, come abbiamo diffusamente esposto,
ci domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro natura,
esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere
trasformate da demoniache dominatrici in docili serve. è questa la
differenza tra la forza distruttiva dell'elettricità nel lampo della
tempesta e l'elettricità domata del telegrafo e della lampada ad
arco; la differenza tra l'incendio e il fuoco che agisce a servizio
dell'uomo. Quando le odierne forze produttive saranno considerate in
questo modo, conformemente alla loro natura finalmente conosciuta,
all'anarchia sociale della produzione subentrerà una
regolamentazione socialmente pianificata della produzione, conforme
ai bisogni sia della comunità che di ogni singolo. Così il modo di
appropriazione capitalistico, in cui il prodotto asservisce
anzitutto chi lo produce, ma poi anche colui che se lo appropria,
viene sostituito dal modo di appropriazione dei prodotti, fondato
sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione: da una parte da
un'appropriazione direttamente sociale come mezzo per mantenere ed
allargare la produzione, dall'altra da un'appropriazione
direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di
godimento"6.
2. - Questione delle misure dirette a elevare la
proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il
popolo.
Quali misure sono necessarie per elevare la proprietà
colcosiana che, naturalmente, non è proprietà di tutto il popolo, al
livello di proprietà di tutto il popolo ("nazionale")?
Alcuni
compagni ritengono che è necessario semplicemente nazionalizzare la
proprietà colcosiana, dichiarandola proprietà di tutto il popolo,
sull'esempio di ciò che è stato fatto a suo tempo con la proprietà
capitalistica. Questa proposta è assolutamente sbagliata e
indiscutibilmente inaccettabile. La proprietà colcosiana è una
proprietà socialista e noi non possiamo in nessun modo procedere nei
suoi confronti come con la proprietà capitalistica. Dal fatto che la
proprietà colcosiana non è proprietà di tutto il popolo non deriva
in nessun modo che la proprietà colcosiana non sia proprietà
socialista.
Questi compagni suppongono che il passaggio della
proprietà di singoli gruppi e di singole persone in proprietà dello
Stato sia l'unica o, in ogni caso, la migliore forma di
nazionalizzazione. Questo non è vero. In realtà il passaggio in
proprietà dello Stato non è l'unica e neppure la migliore forma di
nazionalizzazione, ma è la forma iniziale della nazionalizzazione,
come dice giustamente Engels nell'Antidühring. è incontestabile che,
finché esiste lo Stato, il passaggio in proprietà dello Stato è la
forma iniziale più comprensibile di nazionalizzazione. Ma lo Stato
non esisterà in eterno. Con l'estendersi del campo d'azione del
socialismo nella maggior parte dei paesi del mondo lo Stato si
estinguerà e, naturalmente, in legame con ciò cadrà la questione del
passaggio del patrimonio di singole persone e di singoli gruppi in
proprietà dello Stato. Lo Stato si sarà estinto, ma la società
continuerà a esistere. Di conseguenza, erede della proprietà di
tutto il popolo non sarà lo Stato, che si sarà estinto, ma sarà la
società stessa, rappresentata dal suo organo economico dirigente,
centrale.
Stando così le cose, che cosa si deve fare per elevare
la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il
popolo?
Come misura principale per elevare a questo livello la
proprietà colcosiana, i compagni Sanina e Vensger propongono di
vendere in proprietà ai colcos i principali strumenti di produzione
concentrati nelle stazioni di macchine e trattori, sgravare così lo
Stato dagli investimenti di capitali nell'agricoltura e ottenere che
i colcos stessi si assumano la responsabilità di provvedere al
mantenimento e allo sviluppo delle stazioni di macchine e trattori.
Essi dicono.
"Sarebbe errato pensare che gli investimenti dei
colcos dovranno essere principalmente diretti a soddisfare i bisogni
culturali della campagna colcosiana, e che lo Stato dovrà continuare
a effettuare la massa principale degli investimenti per soddisfare i
bisogni della produzione agricola. Non sarebbe più giusto liberare
lo Stato da questo carico, dato che i colcos sono pienamente in
grado di prenderlo interamente su di sè? Lo Stato avrà non poco da
fare per investire i propri fondi allo scopo di crare nel paese
abbondanza di beni di consumo".
Per giustificare questa proposta,
i suoi autori ricorrono ad alcuni argomenti.
In primo luogo.
Citando le parole di Stalin, secondo cui i mezzi di produzione non
vengono venduti neppure ai colcos, gli autori della proposta mettono
in dubbio questa tesi di Stalin, dichiarando che lo Stato vende
tuttavia ai colcos mezzi di produzione, quali l'attrezzamento
agricolo minuto che comprende i vari tipi di falci, i piccoli
motori, ecc. Essi ritengono che se lo Stato vende ai colcos questi
mezzi di produzione, esso potrebbe vendere loro anche tutti gli
altri mezzi di produzione, come le macchine delle stazioni di
macchine e trattori.
Questo argomento è inconsistente.
Naturalmente, lo Stato vende ai colcos l'attrezzamento agricolo
minuto, come si desume dallo statuto dell'artel agricolo e dalla
Costituzione. Ma si può mettere su uno stesso piano l'attrezzamento
agricolo minuto e mezzi essenziali della produzione in agricoltura
quali sono le macchine delle stazioni di macchine e trattori o,
poniamo, la terra che indubbiamente è anch'essa uno dei principali
mezzi di produzione nell'agricoltura? è chiaro che è impossibile. è
impossibile perché l'attrezzamento agricolo minuto non decide in
nessuna misura le sorti della produzione colcosiana, mentre mezzi di
produzione come le macchine delle stazioni di macchine e trattori e
la terra decidono interamente le sorti dell'agricoltura nelle nostre
attuali condizioni.
Non è difficile capire che quando Stalin
diceva che i mezzi di produzione non vengono venduti ai colcos, non
intendeva l'attrezzamento agricolo minuto, ma i mezzi principali
della produzione agricola: le macchine delle stazioni di macchine e
trattori e la terra. Gli autori della proposta giuocano con
l'espressione "mezzi di produzione" e confondono due cose diverse,
senza accorgersi che si mettono su una falsa strada.
In secondo
luogo, i compagni Sanina e Vensger citano poi il fatto che nel
periodo in cui ebbe inizio il movimento colcosiano di massa, tra la
fine del 1929 e l'inizio del 1930, lo stesso Comitato centrale del
Partito comunista (b) dell'Urss sosteneva la necessità di trasferire
le stazioni di macchine e trattori in proprietà ai colcos, chiedendo
ai colcos di compensare il valore delle stazioni di macchine e
trattori entro un termine di tre anni. Essi ritengono che, sebbene
allora questa operazione non fosse riuscita "data la povertà" dei
colcos, oggi, che i colcos sono diventati ricchi, si possa ritornare
a questa politica, a vendere ai colcos le stazioni di macchine e
trattori.
Anche questo argomento è inconsistente. Il Comitato
centrale del Partito comunista (b) dell'Urss decise effettivamente
all'inizio del 1930 di vendere ai colcos le stazioni di macchine e
trattori. Questa decisione fu approvata su proposta di un gruppo di
lavoratori d'assalto colcosiani a titolo d'esperimento, come prova,
con la riserva di ritornare entro breve tempo sulla questione e
riesaminarla. Ma, sin dal primo controllo dei risultati, si vide che
questa decisione non era opportuna, e dopo alcuni mesi e
precisamente alla fine del 1930 fu abrogata.
L'ulteriore ascesa
del moviento colcosiano e lo sviluppo dell'edificazione colcosiana
convinsero definitivamente sia i colcosiani, sia i dirigenti che la
concentrazione dei principali strumenti della produzione agricola
nelle mani dello Stato, nelle mani delle stazioni di macchine e
trattori, era l'unico mezzo per assicurare ritmi elevati di sviluppo
alla produzione colcosiana.
Tutti noi siamo lieti della
gigantesca ascesa della produzione agricola del nostro paese,
dell'aumento della produzione cerealicola, della produzione del
cotone, del lino, della barbabietola, ecc. Qual è la fonte di questa
ascesa? La fonte di questa ascesa sta nella tecnica moderna, nelle
numerose macchine moderne poste al servizio di tutte queste branche
produttive. Qui non si tratta solo della tecnica in generale, ma del
fatto che la tecnica non può restar ferma allo stesso punto, deve
continuamente perfezionarsi, che la vecchia tecnica deve essere
messa da parte e sostituita da quella moderna e la tecnica moderna
deve essere sostituita da quella modernissima. Senza questo è
inconcepibile il progresso della nostra agricoltura socialista, sono
inconcepibili sia i grandi raccolti, che l'abbondanza dei prodotti
agricoli. Ma che cosa significa togliere dalla circolazione
centinaia di migliaia di trattori a ruote e sostituirli con trattori
a cingoli, sostituire decine di migliaia di mietotrebbiatrici
invecchiate con mietotrebbiatrici nuove, creare nuove macchine,
poniamo, per le culture tecniche? Significa sopportare spese di
miliardi, che possono essere recuperati solo entro 6-8 anni. Possono
sopportare queste spese i nostri colcos, anche se sono milionari?
No, non possono, perché non sono in grado di addossarsi spese di
miliardi che possono essere recuperate solo entro 6-8 anni. Solo lo
Stato può prendere su di sé queste spese, perché esso e soltanto
esso è in grado di addossarsi le perdite dovute all'accantonamento
delle vecchie macchine e alla loro sostituzione con macchine nuove,
perché esso e soltanto esso è in grado di coprire queste perdite in
un periodo di 6-8 anni, compensando entro questo termine le spese
sostenute.
Che cosa significa, dopo tutte queste considerazioni,
chiedere la vendita delle stazioni di macchine e trattori
trasferendone la proprietà ai colcos? Significa causare gravi
perdite ai colcos e rovinarli, scalzare la meccanizzazione
dell'agricoltura, diminuire i ritmi della produzione
colcosiana.
Di qui la conclusione: proponendo di vendere le
stazioni di macchine e trattori e di trasferirne la proprietà ai
colcos, i compagni Sanina e Vensger fanno un passo indietro verso
l'arretratezza, cercano di far girare all'indietro la ruota della
storia.
Ammettiamo per un istante di aver accettato la proposta
dei compagni Sanina e Vensger e di aver cominciato a vendere e
passare in proprietà ai colcos i principali strumenti di produzione,
le stazioni di macchine e trattori. Quale sarebbe la
conseguenza?
La prima conseguenza sarebbe che i colcos
diventerebbero proprietari dei principali strumenti di produzione,
cioè verrebbero a trovarsi in una situazione di eccezione, quale non
ha nessuna azienda del nostro paese, perché, come è noto, da noi
neppure le aziende nazionalizzate sono proprietarie degli strumenti
di produzione. Come si può giustificare questa situazione di
eccezione dei colcos, con quali considerazioni di progresso, di
movimento in avanti? Si può dire che questa situazione favorirebbe
l'elevamento della proprietà colcosiana al livello di proprietà di
tutto il popolo, che essa affretterebbe il passaggio della nostra
società dal socialismo al comunismo? Non sarebbe più giusto dire che
questa situazione potrebbe solo rendere più lontana la proprietà
colcosiana dall'essere proprietà di tutto il popolo e determinerebbe
non un avvicinamento al comunismo, ma un allontanamento da
esso?
La seconda conseguenza sarebbe l'estendersi del campo
d'azione della circolazione mercantile, perché un numero colossale
di strumenti della produzione agricola cadrebbe nell'orbita della
circolazione mercantile. Che ne pensano i compagni Sanina e Vensger:
l'estendersi della sfera della circolazione mercantile può favorire
la nostra avanzata verso il comunismo? Non sarebbe più giusto dire
che tale estensione può solo frenare la nostra avanzata verso il
comunismo?
L'errore fondamentale dei compagni Sanina e Vensger è
di non capire la funzione e l'importanza della circolazione
mercantile nel socialismo, di non capire che la circolazione
mercantile è incompatibile con la prospettiva del passaggio dal
socialismo al comunismo. Essi, evidentemente, ritengono che si possa
passare dal socialismo al comunismo pur permanendo la circolazione
mercantile, che la circolazione mercantile non possa impedire questo
passaggio. Questo è un profondo errore, che nasce sulla base di una
incomprensione del marxismo.
Engels, nel suo Antidühring,
criticando la "comune economia" di Dühring operante nelle condizioni
della cirolazione mercantile, ha dimostrato in modo convincente che
l'esistenza della circolazione mercantile deve inevitabilmente
portare le cosiddette "comuni economiche" di Dühring alla rinascita
del capitalismo. I compagni Sanina e Vensger, evidentemente, non
sono d'accordo con questo. Peggio per loro. Ma noi, marxisti,
partiamo dalla nota tesi marxista secondo cui il passaggio dal
socialismo al comunismo e il principio comunista della ripartizione
dei prodotti secondo i bisogni escludono qualsiasi scambio
mercantile, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merci e
al tempo stesso la loro trasformazione in valore.
Così stanno le
cose per quanto riguarda la proposta e gli argomenti dei compagni
Sanina e Vensger.
Che cosa si deve fare, in fin dei conti, per
elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il
popolo?
Il colcos non è un'azienda di tipo ordinario. Il colcos
lavora sulla terra e coltiva la terra, che da tempo non è più
proprietà colcosiana, ma proprietà di tutto il popolo. Di
conseguenza, il colcos non è proprietario della terra che
lavora.
Proseguiamo. Il colcos lavora servendosi dei principali
strumenti di produzione, che non sono proprietà colcosiana, ma di
tutto il popolo. Di conseguenza, il colcos non è proprietario dei
principali strumenti di produzione.
Ancora. Il colcos è
un'azienda cooperativa; esso impiega il lavoro dei suoi membri e
ripartisce fra loro le entrate in ragione delle giornate lavorative;
inoltre il colcos ha sementi proprie, che annualmente si rinnovano e
vengono immesse nella produzione.
Si domanda: che cosa possiede
propriamente il colcos, dov'è la proprietà colcosiana di cui può
disporre in piena libertà, a suo piacimento? Tale proprietà è la
produzione del colcos, il prodotto dell'attività produttiva
colcosiana: il grano, la carne, il burro, i legumi, il cotone, la
barbaietola, il lino, ecc., senza contare gli edifici e l'azienda
personale dei colcosiani sul loro appezzamento. Il fatto è che una
parte considerevole di questa produzione, le eccedenze della
produzione colcosiana si riversano sul mercato ed entrano in questo
modo nel sistema della circolazione mercantile. Appunto questa
circostanza impedisce oggi di elevare la proprietà colcosiana al
livello di proprietà di tutto il popolo. Perciò è precisamente da
questo punto che si deve sviluppare il lavoro per elevare la
proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il
popolo.
Per elevare la proprietà colcosiana al livello di
proprietà di tutto il popolo è necessario escludere le eccedenze
della produzione colcosiana dal sistema della circolazione
mercantile e inserirle nel sistema dello scambio dei prodotti fra
l'industria statale e i colcos. Questa è la misura
essenziale.
Non abbiamo ancora un sistema sviluppato di scambio
dei prodotti, abbiamo però embrioni di scambio dei prodotti nella
forma di "smercantilizzazione" dei prodotti agricoli. Come è noto,
la produzione dei colcos produttori di cotone, lino, barbabietole,
ecc. già da tempo viene "smercantilizzata" non per intiero, in
verità, ma ad ogni modo "viene smercantilizzata". Osserviamo tra
parentesi che il termine "smercantilizzazione" è infelice e dovrebbe
essere sostituito con il termine "scambio di prodotti". Il compito è
di organizzare questi embrioni di scambio dei prodotti in tutte le
branche dell'agricoltura e svilupparli in un vasto sistema di
scambio dei prodotti, in modo che i colcos, in cambio della loro
produzione non ricevano solo danaro ma, principalmente, gli oggetti
loro indispensabili. Questo sistema richiederà un gigantesco aumento
della produzione fornita dalla città alla campagna; perciò dovrà
essere introdotto senza una fretta particolare, nella misura che si
accumulano i prodotti della città. Ma questo sistema deve essere
introdotto fermamente, senza esitazioni, restringendo gradualmente
il campo d'azione della cirolazione mercantile ed estendendo il
campo d'azione dello scambio dei prodotti.
Questo sistema,
restringendo il campo d'azione della circolazione mercantile,
favorirà il passaggio dal socialismo al comunismo. Inoltre, esso
permetterà di inserire la proprietà fondamentale dei colcos, il
prodotto dell'attività produttiva colcosiana nel sistema generale
della pianificazione nazionale.
Questo sarà appunto un mezzo
concreto e decisivo per elevare la proprietà colcosiana al livello
di proprietà di tutto il popolo nelle nostre attuali
condizioni.
è vantaggiso questo sistema per i contadini
colcosiani? è incontestabilmente vantaggioso. è vantaggioso perché i
contadini colcosiani riceveranno dallo Stato una quantità molto
superiore di prodotti e a prezzi più bassi di quelli della
circolazione mercantile. Tutti sanno che i colcos i quali hanno col
governo un contratto per lo scambio di prodotti
("smercantilizzazione") ricavano vantaggi incomparabilmente maggiori
a quelli dei colcos che non hanno questi contratti. Se il sistema
dello scambio dei prodotti verrà esteso nel paese a tutti i colcos,
questi vantaggi saranno goduti da tutti i nostri contadini
colcosiani.
28 settembre 1952
G. Stalin
NOTE
1 F. Engels, Antidühring,
Edizioni Rinascita, Roma 1950, p. 308.
2F. Engels, Antidühring,
cit. p. 308.
3 Cfr. K. Marx, Per la critica dell'economia
politica, prefazione, in K. Marx - F. Engels, Sul materialismo
storico, Edizioni Rinascita, Roma, 1949, pp. 43 - 44.
4 F.
Engels, Antidühring cit., p. 167
5 Khlestakhov è lo spaccone
della famosa commedia di Gogol, Il revisore.
6 F. Engels,
Antidüring cit., p. 304.