S T A L I N
Materialismo
dialettico e materialismo storico
Il
materialismo dialettico è la concezione del mondo del partito
marxista-leninista. Si chiama materialismo dialettico, perché il suo modo
di considerare i fenomeni della natura, il suo metodo per investigare e per
conoscere i fenomeni della natura, è dialettico, mentre la sua
interpretazione, la sua concezione di questi fenomeni, la sua teoria, è
materialistica.
Il
materialismo storico estende i principi del materialismo dialettico allo studio
della vita sociale, li applica ai fenomeni della vita sociale, allo studio
della società, allo studio della storia della società.
Definendo
il loro metodo dialettico, Marx ed Engels si riferiscono di solito a Hegel,
come al filosofo che ha fissato i tratti fondamentali della dialettica.
Questo però non vuol dire che la dialettica di Marx e di Engels sia identica a
quella di Hegel. Infatti, Marx ed Engels hanno preso dalla dialettica di
Hegel solo il suo «nucleo razionale», gettando via la corteccia idealistica
hegeliana e sviluppando la dialettica per imprimerle un carattere scientifico
moderno.
«Il mio
metodo dialettico, - dice Marx, - non solo differisce dal metodo hegeliano
nella base, ma ne è diametralmente l'opposto. Per Hegel il processo del
pensiero, che egli trasforma persino, sotto il nome di Idea, in un soggetto
indipendente, è il demiurgo (il creatore) della realtà, la quale è solo la
manifestazione estrinseca dell'Idea. Per me, al contrario, l'elemento
ideale non è che l'elemento materiale, trasportato e trasposto nel cervello
dell'uomo» (1).
Definendo
il loro materialismo, Marx ed Engels si riferiscono di solito a Feuerbach, come
al filosofo che ha riabilitato il materialismo. Questo però non vuol dire
che il materialismo di Marx e di Engels sia identico a quello di
Feuerbach. Marx ed Engels, infatti, hanno preso dal materialismo di
Feuerbach solo il «nucleo essenziale», sviluppandolo in una teoria filosofica
scientifica del materialismo e respingendone le sovrapposizioni idealistiche ed
etico-religiose. E' noto che Feuerbach, pur essendo fondamentalmente
materialista, insorgeva contro il termine materialismo. Engels ha
dichiarato più di una volta che Feuerbach «nonostante la sua base materialistica,
non si è ancora liberato dai vecchi impacci idealistici», che «il vero
idealismo di Feuerbach salta agli occhi non appena si arriva alla sua filosofia
della religione e alla sua etica» (2).
Dialettica
deriva dalla parola greca «dialego», che significa conversare,
polemizzare. Per dialettica si intendeva, nell'antichità, l'arte di
raggiungere la verità, scoprendo le contraddizioni racchiuse nel ragionamento
dell'avversario e superandole. Alcuni filosofi dell'antichità ritenevano
che la scoperta delle contraddizioni nel pensiero e il cozzo delle opposte
opinioni fossero il mezzo migliore per scoprire la verità. Questo modo
dialettico di pensare, esteso in seguito ai fenomeni della natura, è diventato
il metodo dialettico di conoscenza della natura, metodo secondo il quale i
fenomeni della natura sono perpetuamente in moto e in trasformazione, e lo
sviluppo della natura è il risultato dello sviluppo delle contraddizioni nella
natura, il risultato dell'azione reciproca delle forze opposte nella natura.
Nella sua
essenza, la dialettica è diametralmente l'opposto della metafisica.
1)
Il metodo dialettico marxista é caratterizzato dai seguenti tratti essenziali:
a)
Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera la natura, non come un
ammasso casuale di oggetti, di fenomeni, staccati gli uni dagli altri,
isolati e indipendenti gli uni dagli altri, ma come un tutto coerente unico,
nel quale gli oggetti, i fenomeni sono organicamente collegati tra di loro,
dipendono l'uno dall'altro e si condizionano reciprocamente.
Perciò il
metodo dialettico ritiene che nessun fenomeno della natura può essere capito se
preso a sé, isolatamente, senza legami coi fenomeni che lo circondano, poiché
qualsiasi fenomeno, in qualsiasi campo della natura, può diventare un assurdo
se lo si considera al di fuori delle condizioni che lo circondano, distaccato
da esse; e, al contrario, qualsiasi fenomeno può essere compreso e spiegato, se
lo si considera nei suoi legami inscindibili coi fenomeni che lo circondano,
condizionato dai fenomeni che lo circondano.
b)
Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera la natura non come uno
stato di riposo e di immobilità, di stagnazione e di immutabilità, ma come uno
stato di movimento e di cambiamento perpetui, di rinnovamento e sviluppo
incessanti, dove sempre qualche cosa nasce e si sviluppa, qualche cosa si
disgrega e scompare.
Perciò il
metodo dialettico esige che i fenomeni vengano considerati non solo dal punto
di vista dei loro mutui legami e del loro condizionamento reciproco, ma anche
dal punto di vista del loro movimento, del loro cambiamento e del loro
sviluppo, dal punto di vista del loro sorgere e del loro sparire.
Per il
metodo dialettico è soprattutto importante, non già ciò che, a un dato momento,
sembra stabile, ma già incomincia, a deperire, bensì ciò che nasce e si
sviluppa, anche se, nel momento dato, sembra instabile, poiché, per il metodo
dialettico, solo ciò che nasce e si sviluppa è invincibile.
«La natura
intera - dice Engels, - dalle sue particelle infime ai corpi più grandi, dal
granellino di sabbia sino al sole, dal piotista (cellula vivente
primitiva. G. St.) sino all'uomo, si trova in un processo eterno
di nascita e di distruzione, in un flusso incessante, in perpetuo movimento e
cambiamento» (3).
Perciò -
dice Engels, - la dialettica «considera le cose e, il loro riflesso mentale,
principalmente nelle loro relazioni reciproche, nel loro concatenamento, nel
loro movimento, nel loro sorgere e sparire» (4).
c)
Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera il processo di sviluppo
non come un semplice processo di crescenza, nel quale i cambiamenti
quantitativi non portano a cambiamenti qualitativi, ma come uno sviluppo che
passa da cambiamenti quantitativi insignificanti e latenti a cambiamenti aperti
e radicali, a cambiamenti qualitativi, uno sviluppo nel quale i cambiamenti
qualitativi non si producono gradualmente, ma rapidamente, all'improvviso, a
salti da uno stato all'altro, e non si producono a caso, ma secondo leggi
oggettive, come risultato dell'accumulazione d'impercettibili e graduali
cambiamenti quantitativi.
Perciò il
metodo dialettico ritiene che il processo di sviluppo deve essere compreso non
come un movimento circolare, non come una semplice ripetizione di ciò che, è
già avvenuto, ma come un movimento progressivo, ascendente, come il passaggio
dal vecchio stato qualitativo a un nuovo stato qualitativo, come uno sviluppo
dal semplice al complesso, dall'inferiore al superiore.
«La natura,
- dice Engels, - è la pietra di paragone della dialettica, e le scienze
naturali moderne forniscono, per questa prova, dei materiali straordinariamente
ricchi, che aumentano di giorno in giorno; esse hanno così dimostrato che nella
natura, in ultima istanza, tutto si compie in modo dialettico e non metafisico,
che essa non si muove in un circolo eternamente identico, che si ripeta
perpetuamente, ma vive una storia reale. A questo proposito occorre
innanzi tutto ricordare Darwin, che ha inferto un durissimo colpo alla
concezione metafisica della natura, dimostrando che l'intero mondo organico,
come esiste oggi, le piante e gli animali, e quindi anche l'uomo, è il prodotto
di un processo di sviluppo che dura da milioni di anni» (5).
Caratterizzando
lo sviluppo dialettico come il passaggio dai cambiamenti quantitativi a quelli
qualitativi, Engels dice:
«Nella
fisica... ogni mutamento è un passaggio dalla quantità alla qualità, la
conseguenza del cambiamento quantitativo di una certa quantità di movimento
inerente al corpo, o trasmessagli in una forma qualunque. Così, per
esempio, la temperatura dell'acqua, non ha dapprincipio, nessuna importanza per
il suo stato liquido; ma, aumentando o diminuendo la temperatura dell'acqua,
giunge il momento in cui il suo stato di coesione si modifica e l’acqua si
trasforma, nel primo caso in vapore, nel secondo caso, in ghiaccio... Così è
necessario un minimo determinato di corrente elettrica perché un filo di
platino diventi luminoso; così ogni metallo ha la sua temperatura di fusione;
così ogni liquido, a una data pressione, ha il suo punto determinato di
congelamento e di ebollizione, nella misura in cui i nostri mezzi ci permettono
di ottenere le temperature necessarie; così, infine, vi è per ogni gas un punto
critico, in cui, mediante una pressione e un raffreddamento adeguati, lo si può
far passare allo stato liquido... Le cosiddette costanti della fisica (i punti
di passaggio da uno stato all'altro. G. St.), non sono altro,
nella maggior parte dei casi, che punti nodali, dove, in un corpo dato,
l'aumento o la diminuzione di movimento (cambiamento quantitativo) provoca un
cambiamento qualitativo, e dove quindi la quantità si trasforma in qualità» (6).
E a
proposito della chimica, Engels prosegue:
«La chimica
si può definire la scienza dei cambiamenti qualitativi dei corpi che si
producono sotto l'influenza di cambiamenti quantitativi. Hegel stesso già
lo sapeva... Si prenda l'ossigeno: se in una molecola si uniscono tre atomi,
invece di due, come ordinariamente, si ottiene l'ozono, un corpo che si
distingue nettamente dall'ossigeno ordinario per il suo odore e per le sue
reazioni. Che dire poi delle diverse combinazioni dell'ossigeno con
l'azoto o con lo zolfo, ognuna delle quali forma un corpo qualitativamente
differente da tutti gli altri corpi» (7).
Infine,
criticando Dühring, che copre Hegel di invettive, pur appropriandosi sotto mano
della sua celebre tesi, secondo la quale il passaggio dal regno del mondo
insensibile a quello della sensazione, dal regno del mondo inorganico a quello
della vita organica, è un salto a un nuovo stato, Engels dice:
«E' questa
la linea nodale hegeliana dei rapporti di misura, in cui un aumento o una
diminuzione puramente quantitativa, provoca, in punti nodali determinati, un salto
qualitativo, come, per esempio, nel caso del riscaldamento o del
raffreddamento dell'acqua, nel quale i punti di ebollizione e di congelamento
rappresentano i nodi dove si compie, - a una pressione normale, - il salto
verso un nuovo stato di aggregazione, e dove, di conseguenza, la quantità si
trasforma in qualità» (8).
d)
Contrariamente alla metafisica, la dialettica parte dal principio che gli
oggetti e i fenomeni della natura implicano delle contraddizioni interne,
poiché hanno tutti un lato negativo e un lato positivo, un passato e un
avvenire, elementi che deperiscono ed elementi che si sviluppano, e che la
lotta tra questi opposti, tra il vecchio e il nuovo, tra ciò che muore e ciò
che nasce, tra ciò che deperisce e ciò che si sviluppa, è l'intimo contenuto
del processo di sviluppo, il contenuto intimo della trasformazione dei
cambiamenti quantitativi in cambiamenti qualitativi.
Perciò il
metodo dialettico ritiene che il processo di sviluppo dall'inferiore al
superiore si opera non già attraverso un'armonica evoluzione dei fenomeni,
bensì attraverso il manifestarsi delle contraddizioni inerenti agli oggetti, ai
fenomeni, attraverso una «lotta» delle tendenze opposte, che agiscono sulla
base di queste contraddizioni.
«La
dialettica, nel senso proprio della parola, dice Lenin, è lo studio delle contraddizioni
nell'essenza stessa delle cose» (9)
E più
avanti:
«Lo
sviluppo è la «lotta degli opposti» (10).
Tali, in
breve, i tratti essenziali del metodo dialettico marxista.
Non è difficile
comprendere di quale immensa importanza sia l'estensione dei principio del
metodo dialettico allo studio della vita sociale, allo studio della storia
della società, di quale immensa importanza sia l'applicazione di questi
princìpi alla storia della società, alla attività pratica del partito del
proletariato.
Se è vero
che non vi sono al mondo fenomeni isolati, se tutti i fenomeni sono collegati
tra di loro, e si condizionano a vicenda, è chiaro che ogni regime sociale e
ogni movimento sociale, nella storia, devono essere giudicati non dal punto di
vista della «giustizia eterna», o di qualsiasi altra idea preconcetta, come
fanno non di rado gli storici, ma dal punto di vista delle condizioni che hanno
generato quel regime e quel movimento sociale, e con le quali essi sono legati.
Il regime
schiavistico, nelle condizioni attuali, sarebbe un non senso, sarebbe
un'assurdità contro natura. Il regime schiavistico, invece, nelle
condizioni del regime della comunità primitiva in decomposizione, è un fenomeno
perfettamente comprensibile e logico, poiché significa un passo in avanti,
rispetto al regime della comunità primitiva.
Rivendicare
la repubblica democratica borghese sotto lo zarismo e nella società borghese,
per esempio nella Russia del 1905, era cosa del tutto comprensibile, giusta,
rivoluzionaria, perché la repubblica borghese significava allora un passo
avanti. Ma rivendicare la repubblica democratica borghese, nelle nostre,
attuali condizioni, nell'U.R.S.S., non avrebbe senso, sarebbe controrivoluzionario,
perché la repubblica borghese è un passo indietro rispetto alla Repubblica
sovietica.
Tutto
dipende dalle condizioni, dal luogo e dal tempo.
E' chiaro
che senza questo metodo storico nello studio dei fenomeni sociali, non è
possibile che la scienza storica esista e si sviluppi; poiché solo un tale
metodo impedisce alla scienza storica di diventare un caos di contingenze e un
cumulo di errori assurdi.
Proseguiamo.
Se è vero che il mondo è in perpetuo movimento e sviluppo, se è vero che la
scomparsa di ciò che è vecchio e la nascita di ciò che è nuovo sono una legge
dello sviluppo, è chiaro che non esistono più regimi sociali «immutabili» né
«principi eterni» di proprietà privata e di sfruttamento, né «idee eterne» di
sottomissione dei contadini ai proprietari fondiari, e degli operai ai
capitalisti.
Vuol dire
che il regime capitalista può essere sostituito dal regime socialista, nello
stesso modo che il regime capitalista ha sostituito, a suo tempo, il regime
feudale.
Vuol dire
che è necessario fondare la propria azione, non già sugli strati sociali che
non si sviluppano più, ancorché rappresentino, in un momento dato, la forza
dominante, bensì sugli strati che si sviluppano e che hanno davanti a sé
l'avvenire, anche se, per il momento, non rappresentano la forza dominante.
Nel
decennio 1880-1890, al tempo della lotta dei marxisti contro i populisti, il
proletariato era in Russia una piccola minoranza rispetto alla massa dei
contadini individuali, i quali formavano la stragrande maggioranza della
popolazione. Ma il proletariato, in quanto classe, si sviluppava, mentre
i contadini, in quanto classe si disgregavano. Ed è proprio perché il
proletariato si stava sviluppando come classe, che i marxisti fondarono la loro
azione su di esso. E non si sono sbagliati, perché, come è noto, il
proletariato, pur essendo allora una forza poco importante, è divenuto, in
seguito, una forza storica e politica di prim'ordine.
Vuol dire
che, per non sbagliarsi in politica, è necessario guardare avanti e non
indietro.
Proseguiamo.
Se è vero che il passaggio dai cambiamenti quantitativi lenti a bruschi e
rapidi cambiamenti qualitativi è una legge dello sviluppo, è chiaro che i
rivolgimenti rivoluzionari compiuti dalle classi oppresse rappresentano un
fenomeno assolutamente naturale e inevitabile
Vuol dire
che il passaggio dal capitalismo al socialismo e la liberazione della classe
operaia dal giogo capitalistico non possono realizzarsi per mezzo di
cambiamenti lenti, a mezzo di riforme, ma solo mediante un cambiamento qualitativo
del regime capitalista, mediante la rivoluzione.
Vuol dire
che, per non sbagliarsi in politica, è necessario essere un rivoluzionario e
non un riformista.
Proseguiamo.
Se è vero che lo sviluppo si compie attraverso il manifestarsi delle
contraddizioni interne, attraverso il conflitto delle forze opposte sulla base
di queste contraddizioni, conflitto destinato a superarle, è chiaro che la
lotta di classe del proletariato è un fenomeno assolutamente naturale e
inevitabile.
Vuol dire
che non bisogna dissimulare le contraddizioni del regime capitalista, ma
denunciarle e metterle in evidenza, che non bisogna soffocare la lotta di
classe, ma condurla fino in fondo.
Vuol dire
che, per non sbagliarsi in politica, è necessario condurre una politica
proletaria intransigente di classe, e non una politica riformista di armonia
tra gli interessi del proletariato e gl'interessi della borghesia, e non una
politica di conciliazione, di «integrazione» del capitalismo nel socialismo.
Così si
presenta il metodo dialettico marxista, nella sua applicazione alla vita
sociale, alla storia della società.
A sua volta
il materialismo filosofico marxista è, per la sua essenza, esattamente
l'opposto dell'idealismo filosofico.
2)
Il materialismo filosofico marxista
è caratterizzato dai seguenti tratti essenziali:
a)
Contrariamente all'idealismo, che considera il mondo come l'incarnazione
dell'«idea assoluta», dello «spirito universale», della «coscienza», il
materialismo filosofico di Marx parte dal principio che il mondo è per sua
natura, materiale; che i molteplici fenomeni del mondo rappresentano
diversi aspetti della materia in movimento; che i mutui rapporti e il
condizionamento reciproco dei fenomeni accertati col metodo dialettico
costituiscono le leggi necessarie dello sviluppo della materia in movimento;
che il mondo si sviluppa secondo le leggi del movimento della materia e non ha
bisogno di nessuno «spirito universale».
«La
concezione materialistica del mondo - dice Engels - significa semplicemente la
comprensione della natura, quale essa è, senza alcuna aggiunta estranea» (11).
Riferendosi
alla concezione materialistica esposta dal filosofo antico Eraclito, secondo il
quale «il mondo è uno, non è stato creato da alcun dio, né da alcun uomo; è
stato, è e sarà una fiamma eternamente vivente, che si avviva e si ammorza
secondo leggi determinate». Lenin dice che è un'«eccellente esposizione del
principio del materialismo dialettico» (12).
b)
Contrariamente all'idealismo, il quale asserisce che solo la nostra coscienza
ha un'esistenza reale, mentre il mondo materiale, l'essere, la natura esistono
solo nella nostra coscienza, nelle nostre sensazioni, rappresentazioni, concetti,
il materialismo filosofico marxista parte dal principio che la materia, la
natura, l'essere, è una realtà oggettiva, esistente al di fuori e
indipendentemente dalla coscienza; che la materia è il dato primo, perché è la
fonte delle sensazioni, delle rappresentazioni, della coscienza, mentre la
coscienza è il dato secondario è un dato derivato, perché è il riflesso della
materia il riflesso dell'essere; che il pensiero è un prodotto della materia,
quando essa ha raggiunto nel suo sviluppo un alto grado di perfezione, che cioè
è il prodotto del cervello, e il cervello è l'organo del pensiero; che non si
può dunque separare il pensiero dalla materia, se non si vuol cadere in un
errore grossolano.
«Il
problema supremo di tutta la filosofia, - dice Engels, - è quello del rapporto
del pensiero coll'essere, dello spirito con la natura... I filosofi si sono
divisi in due grandi campi secondo il modo come rispondevano a tale
quesito. I filosofi che affermavano la priorità dello spirito rispetto
alla natura... formavano il campo dell'idealismo. Quelli che affermavano
la priorità della natura... appartenevano alle diverse scuole del materialismo»
(13).
E poi
oltre:
«Il mondo
materiale, percepibile dai sensi, al quale noi stessi apparteniamo, è l'unico
mondo reale... La nostra coscienza e il nostro pensiero, per quanto
trascendenti essi sembrino, sono semplicemente il prodotto di un organo
materiale, corporeo: il cervello... La materia non è un prodotto dello spirito,
ma lo spirito non è esso stesso che il prodotto supremo della materia» (14).
Riferendosi
al problema della materia e del pensiero, Marx dice:
«Non si
può separare il pensiero dalla materia pensante. Questa materia è il substrato di tutti i cambiamenti che si
operano».
Definendo
il materialismo filosofico marxista, Lenin così si esprime:
«Il
materialismo ammette in generale che l'essere reale oggettivo (la materia) è
indipendente dalla coscienza, dall'esperienza... La coscienza... è solo
il riflesso approssimativamente esatto (adeguato), d'una precisione ideale» (15).
E ancora:
«La materia
è ciò che, agendo sui nostri organi dei sensi, produce le sensazioni; la
materia è una realtà oggettiva, che ci è data nelle sensazioni... La materia,
la natura, la coscienza, la sensazione, lo psichico è il dato secondario» (16).
«Il quadro
del mondo è il quadro che mostra come la materia si muova e come «la materia
pensi» (17).
«Il
cervello è l'organo del pensiero» (18).
c)
Contrariamente all'idealismo, che contesta la possibilità di conoscere il mondo
e le sue leggi, non crede alla validità delle nostre conoscenze, non riconosce
la verità oggettiva e considera il mondo pieno di «cose in sé», le quali non
potranno mai essere conosciute dalla scienza, il materialismo filosofico
marxista parte dal principio che il mondo e le sue leggi sono perfettamente
conoscibili, che la nostra conoscenza delle leggi della natura, verificata
dall'esperienza, dalla pratica, è una conoscenza valida, che ha il valore di
una verità oggettiva; che al mondo non esistono cose inconciliabili, ma solo
cose ancora ignote, che saranno scoperte e conosciute grazie alla scienza e
alla pratica.
Criticando
la tesi di Kant e degli altri idealisti, per i quali il mondo e le «cose
in sé» sarebbero inconoscibili, e difendendo la nota tesi materialistica circa
la validità delle nostre conoscenze, Engels scrive:
«La
confutazione più decisiva di questa ubbia filosofia, come del resto di tutte le
altre, è data dalla pratica, particolarmente dall'esperimento e
dall'industria. Se possiamo dimostrare che la nostra comprensione di un
dato fenomeno naturale è giusta, creando noi stessi, producendolo dalle sue
condizioni è, quel che più conta, facendolo servire ai nostri fini
l'inafferrabile «cosa in se» di Kant è finita. Le sostanze chimiche che
si formano negli organismi animali e vegetali restarono «cose in sé» fino a che
la chimica organica non si mise a prepararle l'una dopo l'altra; quando ciò
avvenne, la «cosa in sé» si trasformò in una cosa per noi, come per esempio
l'alizarina, materia colorante della garanza, che non ricaviamo più dalle
radici della garanza coltivata nei campi, ma molto più a buon mercato e in modo
più semplice dal catrame di carbone. Il sistema solare di Copernico fu
per tre secoli, un'ipotesi assai verosimile, ma pur sempre un'ipotesi.
Quando però Leverrier, con i dati ottenuti grazie a quel sistema, non solo
dimostrò che doveva esistere un altro pianeta, ignoto fino a quel tempo, ma
calcolò pure in modo esatto il posto occupato da quel pianeta nello spazio
celeste e quando, in seguito, Galilei lo scoprì, il sistema copernicano era
provato» (19).
Accasando
di fideismo (teoria reazionaria che antepone la fede alla scienza) Bogdanov,
Basarov, Jusckevic e altri seguaci di Mach, e difendendo la nota tesi
materialistica circa la validità delle nostre conoscenze scientifiche delle
leggi della natura e circa la verità oggettiva delle leggi della scienza, Lenin
dice:
«Il
fideismo contemporaneo non ripudia in nessun modo la scienza; ne respinge
soltanto le «pretese eccessive» e cioè la pretesa di scoprire la verità
oggettiva. Se esiste una verità oggettiva (come pensano i materialisti),
se le scienze della natura, riflettendo il mondo esterno nella «esperienza»
umana, sono solo capaci di darci la verità oggettiva, ogni fideismo deve essere
respinto in modo assoluto» (20).
Tali, in
breve, i tratti caratteristici del materialismo filosofico marxista.
E' facile
comprendere di quale immensa importanza sia l'estensione dei principio del
materialismo filosofico allo studio della vita sociale, allo studio della
storia della società, di quale enorme importanza sia l'applicazione di questi
princìpi alla storia della società, all'attività pratica del partito del
proletariato.
Se è vero
che i legami reciproci tra i fenomeni della natura e il loro reciproco
condizionamento rappresentano delle leggi necessarie dello sviluppo della
natura, ne deriva che i legami e il condizionamento reciproco tra i fenomeni
della vita sociale rappresentano essi pure non delle contingenze, ma delle
leggi necessarie dello sviluppo sociale.
Vuol dire
che la vita sociale, la storia della società, cessa di essere un cumulo di
«contingenze», giacché la storia della società si presenta come uno sviluppo
necessario della società, e lo studio della storia della società diventa una
scienza.
Vuol dire
che l'attività pratica del partito del proletariato deve fondarsi, non già sui
lodevoli desideri di «individualità eccezionali», né sulle esigenze della
«ragione», della «morale universale» ecc., bensì sulle leggi dello sviluppo
della società, sullo studio di queste leggi.
Proseguiamo.
Se è vero che il mondo è conoscibile e se è vero che la nostra conoscenza delle
leggi dello sviluppo della natura è una conoscenza valida, che ha il valore
di una verità oggettiva, ne deriva che la vita sociale e lo sviluppo della
società sono pure conoscibili, e che i dati della scienza sulle leggi dello
sviluppo della società sono dati validi, che hanno il valore di verità
oggettive.
Vuol dire
che la scienza della storia della società, nonostante tutta la complessità dei
fenomeni della vita sociale, può diventare una scienza altrettanto esatta
quanto, ad esempio, la biologia, capace di utilizzare le leggi di sviluppo
della società per servirsene nella pratica.
Vuol dire
che, nella sua attività pratica, il partito del proletariato deve richiamarsi,
anziché a motivi fortuiti, alle leggi di sviluppo della società e alle
conclusioni pratiche che derivano da queste leggi.
Vuol dire
che il socialismo, da sogno che era d'un migliore avvenire del genere umano,
diventa una scienza.
Vuol dire
che il legame tra la scienza e l'attività pratica, il legame della teoria con
la pratica, la loro unità deve diventare la stella che guida la rotta del
partito del proletariato,
Proseguiamo.
Se è vero che la natura, l'essere, il mondo materiale è il dato primo, e la
coscienza, il pensiero è il dato secondario, derivato, se è vero che il mondo
materiale rappresenta una realtà oggettiva, la quale esiste indipendentemente
dalla coscienza degli uomini, e la coscienza è il riflesso di questa realtà
oggettiva, ne deriva che la vita materiale della società, il suo essere, è pure
il dato primo mentre la sua vita spirituale è il dato secondario, derivato, che
la vita materiale della società è una realtà oggettiva, la quale esiste indipendentemente
dalla volontà degli uomini, mentre la vita spirituale della società è un
riflesso di questa realtà oggettiva, un riflesso dell'essere.
Vuol dire
che la fonte della vita spirituale della società, l'origine delle idee sociali,
delle teorie sociali, delle concezioni politiche, delle istituzioni politiche,
si deve ricercare non già nelle idee, teorie, concezioni, istituzioni politiche
stesse, bensì nelle condizioni della vita materiale della società, nell'essere
sociale, di cui queste idee, teorie, concezioni, ecc. sono il riflesso.
Vuol dire
che, se nei differenti periodi della storia della società si osservano diverse
idee sociali, teorie, concezioni, istituzioni politiche, se, sotto il regime
schiavistico, incontriamo determinate idee sociali, teorie, concezioni e
istituzioni politiche, mentre, sotto il feudalesimo, ne incontriamo altre, e
altre ancora sotto il regime capitalistico, ciò si spiega, non già con la
«natura», né con le «proprietà» di tali idee, concezioni, istituzioni politiche,
ma con le differenti condizioni della vita materiale della società, nei
differenti periodi dello sviluppo sociale.
Quale è
l'essere sociale, quali sono le condizioni della vita materiale della società,
tali sono le idee, le teorie, le concezioni politiche, le istituzioni politiche
della società.
A questo
proposito Marx dice:
«Non è la
coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma al contrario, è il loro
essere sociale che determina la loro coscienza» (21).
Vuol dire
che, per non sbagliarsi in politica e non abbandonarsi a vuote fantasticherie,
il partito del proletariato deve fondare la sua azione non sugli astratti
«princìpi della ragione umana», ma sulle condizioni concrete della vita
materiale della società, forza decisiva dello sviluppo sociale, non sui
lodevoli desideri dei «grandi uomini», ma sulle esigenze reali dello sviluppo
della vita materiale della società.
Il
fallimento degli utopisti e, tra di essi, dei populisti, degli anarchici, dei
socialisti-rivoluzionari, si spiega, tra l'altro, col fatto che essi non
riconobbero la funzione primordiale che nello sviluppo sociale hanno le
condizioni della vita materiale della società e, caduti nell'idealismo,
basarono la loro attività pratica non già sulle esigenze dello sviluppo della
vita materiale della società, ma, indipendentemente da esse e contro di esse,
su «piani ideali» e «progetti universali», staccati dalla vita reale della
società.
La forza e
la vitalità del marxismo-leninismo stanno nel fatto che esso fonda la sua
azione pratica proprio sulle esigenze dello sviluppo della vita materiale della
società, non staccandosi mai dalla vita reale della società.
Dalle
parole di Marx non deriva però che le idee e le teorie sociali, le concezioni e
le istituzioni politiche non abbiano alcuna importanza nella vita della
società, che non esercitino a loro volta una influenza sull'essere sociale,
sullo sviluppo delle condizioni materiali della vita sociale. Abbiamo
parlato fin qui soltanto dell'origine delle idee e teorie sociali, delle
concezioni e istituzioni politiche, del loro sorgere, abbiamo detto che
la vita spirituale della società è il riflesso delle condizioni della sua vita
materiale. Ma in quanto all'importanza delle idee e teorie
sociali, delle concezioni e istituzioni politiche, in quanto alla loro funzione
nella storia, il materialismo storico è ben lontano dal negarle, anzi,
sottolinea la funzione e l'importanza considerevoli che hanno, nella vita e
nella storia della società, le idee e le teorie sociali, le concezioni e le
istituzioni politiche.
Le idee e
le teorie sociali possono essere di vario tipo. Vi sono idee e teorie
vecchie, che hanno fatto il loro tempo e servono gl'interessi delle forze
sociali in declino. La loro importanza sta nel fatto che esse frenano lo
sviluppo della società, il suo progresso. Vi sono idee e teorie nuove,
d'avanguardia, che servono gl'interessi delle forze d'avanguardia della
società. La loro importanza sta nel fatto che esse agevolano lo sviluppo
della società, il suo progresso; esse acquistano inoltre tanto maggiore
importanza, quanto più riflettono fedelmente le esigenze dello sviluppo della
vita materiale della società.
Le idee e
le teorie sociali nuove sorgono solo quando lo sviluppo della vita materiale
della società pone di fronte alla società compiti nuovi. Ma, sorte che
siano, diventano una forza estremamente importante, che agevola l'adempimento
dei nuovi compiti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, che
agevola il progresso della società. Ed è proprio allora che si rivela tutta
l'importanza della funzione organizzatrice, mobilizzatrice e trasformatrice
delle nuove idee, delle nuove teorie, delle nuove concezioni, delle nuove
istituzioni politiche. Certo, se delle idee e teorie sociali nuove
sorgono, ciò avviene appunto perché esse sono necessarie alla società, perché
senza la loro azione organizzatrice, mobilizzatrice e trasformatrice, è impossibile
la soluzione dei problemi urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale
della società. Suscitate dai nuovi compiti posti dallo sviluppo della
vita materiale della società, le idee e le teorie sociali nuove si aprono il
cammino, diventano patrimonio delle masse popolari, le mobilitano, le
organizzano contro le forze morenti della società, e facilitano, in tal modo,
l'abbattimento di queste forze che intralciano lo sviluppo della vita materiale
della società.
Così
avviene che le idee e le teorie sociali, le istituzioni politiche, suscitate
dai compiti urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale della società,
dallo sviluppo dell'essere sociale, agiscano, a loro volta, sull'essere
sociale, sulla vita materiale della società, creando le condizioni necessarie
per condurre a termine la soluzione dei compiti urgenti posti dalla vita
materiale della società e per rendere possibile il suo sviluppo ulteriore.
E' a questo
punto che Marx dice:
«La teoria
diventa una forza materiale non appena conquista le masse» (22).
Vuol dire
che per poter agire sulle condizioni della vita materiale della società e
affrettare il loro sviluppo, accelerare il loro miglioramento il partito del
proletariato si deve appoggiare su una teoria sociale, su un'idea sociale che
esprima in modo giusto, le esigenze dello sviluppo della vita materiale della
società e sia capace, perciò, di mettere in movimento le grandi masse popolari,
capace di mobilitarle e di organizzarle nel grande esercito del partito del
proletariato, pronto a spezzare le forze reazionarie e ad aprire la strada alle
forze d'avanguardia della società.
Il
fallimento degli «economisti» e dei menscevichi si spiega, tra l'altro, col
fatto che essi non riconobbero la funzione mobilizzatrice, organizzatrice e
trasformatrice della teoria d'avanguardia, delle idee d'avanguardia e, caduti
nel materialismo volgare, ridussero la propria funzione quasi a nulla,
condannando di conseguenza il partito alla passività, alla stagnazione.
La forza e
la vitalità del marxismo-leninismo stanno nel fatto che esso si appoggia su una
teoria d'avanguardia esprimente in modo giusto le esigenze dello sviluppo della
vita materiale della società, che esso eleva la teoria all'alto livello che le
spetta, e considera suo compito utilizzarne al massimo la forza mobilizzatrice,
organizzatrice e trasformatrice.
Così il
materialismo storico risolve la questione dei rapporti tra l'essere sociale e
la coscienza sociale, tra le condizioni di sviluppo della vita materiale e lo
sviluppo della vita spirituale della società.
3) Il
materialismo storico.
Rimane da
chiarire una questione: che cosa si deve intendere, dal punto di vista del
materialismo storico, per «condizioni della vita materiale della società»,
determinanti, in ultima analisi, la fisionomia della società, le sue idee,
concezioni, istituzioni politiche, ecc.?
Che cosa
sono dunque le «condizioni della vita materiale della società?». Quali ne sono
le caratteristiche? Senza dubbio, il concetto di «condizioni della vita
materiale della società» comprende innanzi tutto la natura che circonda la
società, l'ambiente geografico, che è una delle condizioni necessarie e
permanenti della vita materiale della società e che, evidentemente, influisce
sullo sviluppo della società. Quale funzione ha l'ambiente geografico
nello sviluppo della società? Non è l'ambiente geografico la forza
principale che determina la fisionomia della società, il carattere del regime
sociale degli uomini, il passaggio da un regime all'altro?
A questa
domanda il materialismo storico risponde negativamente.
L'ambiente
geografico è, incontestabilmente, una delle condizioni permanenti e necessarie
dello sviluppo della società, e naturalmente influisce su questo sviluppo,
accelerandone il corso. Ma la sua influenza non è un'influenza determinante,
perché i cambiamenti e lo sviluppo della società sono di gran lunga più
rapidi che i cambiamenti e lo sviluppo dell'ambiente geografico. In
tremila anni sono potuti tramontare l'uno dopo l'altro, in Europa, tre
ordinamenti sociali differenti: la comunità primitiva, il regime schiavistico,
il regime feudale, e nell'Europa orientale, sul territorio dell'U.R.S.S., sono
tramontati persino quattro ordinamenti sociali. Ebbene, nello stesso
periodo le condizioni geografiche dell'Europa, o non sono cambiate per niente,
o sono cambiate così poco che la geografia non ne parla neppure. Ciò si
comprende agevolmente. Affinché cambiamenti di una certa importanza si
verifichino nell'ambiente geografico, sono necessari dei milioni di anni,
mentre per i mutamenti, sia pure i più importanti, del regime sociale degli
uomini, bastano soltanto alcune centinaia o un paio di migliaia di anni.
Dunque,
l'ambiente. geografico non può essere la causa principale, la causa determinante
dello sviluppo sociale, poiché ciò che rimane quasi immutato durante decine
di migliaia di anni non può essere la causa principale dello sviluppo di ciò
che è soggetto a cambiamenti radicali nel corso di alcune migliaia di anni.
Senza
dubbio, poi, anche l'aumento e la densità della popolazione devono essere
compresi nel concetto di «condizioni della vita materiale della società»,
perché gli uomini sono un elemento indispensabile delle condizioni della vita
materiale della società, e senza la presenza di un certo numero di uomini non
può esservi nessuna vita materiale della società. Sarebbe forse allora
l'aumento della popolazione la forza principale che determina il carattere del
regime sociale degli uomini?
Il
materialismo storico risponde negativamente anche a questa domanda.
Certo,
l'aumento della popolazione influisce sullo sviluppo della società, lo affretta
o lo rallenta, ma non può esserne la forza principale, e la sua influenza sullo
sviluppo sociale non può essere l'influenza determinante, perché
l'aumento della popolazione, di per sé stesso, non ci dà la chiave per spiegare
le ragioni per cui a un determinato ordinamento sociale succede proprio quel
nuovo ordinamento e non un altro, le ragioni per cui alla comunità primitiva
succede proprio il regime schiavistico, al regime schiavistico il regime
feudale, al regime feudale il regime borghese e non un altro qualunque.
Se
l'aumento della popolazione fosse la forza determinante dello sviluppo sociale,
una maggior densità di popolazione dovrebbe necessariamente generare un tipo
superiore di regime sociale. Ma in realtà le cose non stanno così.
La popolazione in Cina è quattro volte più densa che negli Stati Uniti
d'America, eppure gli Stati Uniti d'America si trovano a un livello di sviluppo
sociale più elevato della Cina, poiché ivi continua a dominare un regime
semifeudale, mentre gli Stati Uniti d'America hanno già raggiunto da molto
tempo il più alto stadio di sviluppo del capitalismo. La popolazione nel
Belgio è 19 volte più densa che negli Stati Uniti di America e 26 volte più che
nell'U.R.S.S., eppure gli Stati Uniti d'America sono a un livello di sviluppo
sociale più elevato del Belgio e, rispetto all'U.R.S.S., il Belgio è in ritardo
di un'intera epoca storica, perché vi domina il regime capitalista, mentre
l'U.R.S.S. ha già posto fine al capitalismo e instaurato il regime socialista.
Dunque,
l'aumento della popolazione non è e non può essere la forza principale nello
sviluppo della società, la forza che determina il carattere del regime
sociale, la fisionomia della società.
a)
Ma allora, qual'è dunque, nel sistema delle condizioni della vita materiale
della società la forza principale che determina la fisionomia della società, il
carattere del regime sociale, lo sviluppo della società da un regime all'altro?
Il
materialismo storico considera che questa forza è il modo con cui si
ottengono i mezzi di sussistenza necessari alla vita degli uomini, il modo
di produzione dei beni materiali, - alimenti, indumenti, scarpe,
abitazioni, combustibili, strumenti di produzione, ecc., - necessari perché la
società possa vivere e svilupparsi.
Per vivere
bisogna disporre di alimenti, indumenti, scarpe, abitazioni, combustibili,
ecc.; per avere questi beni materiali, è necessario produrli; e per produrli, è
necessario avere gli strumenti di produzione coll'aiuto dei quali gli uomini
producono gli alimenti, gli indumenti, le scarpe, le abitazioni, il
combustibile, ecc., è necessario saper produrre questi strumenti, è necessario
sapersene servire.
Gli
strumenti di produzione con l'aiuto dei
quali si producono i beni materiali, gli uomini che mettono in movimento
questi strumenti di produzione e producono i beni materiali, grazie ad una
certa esperienza della produzione e a delle abitudini di lavoro: ecco
gli elementi che presi tutti insieme costituiscono le forze produttive della
società. Ma le forze produttive non costituiscono che uno degli aspetti
della produzione, uno degli aspetti del modo di produzione, l'aspetto che
esprime l'atteggiamento degli uomini verso gli oggetti e le forze della natura,
di cui si servono per produrre i beni materiali. L'altro aspetto della
produzione, l'altro aspetto del modo di produzione è costituito dai rapporti
reciproci degli uomini nel processo della produzione, dai rapporti di
produzione tra gli uomini. Gli uomini lottano contro la natura e
sfruttano la natura per la produzione di beni materiali non isolatamente gli
uni dagli altri, non come unità staccate le une dalle altre, ma in comune, a
gruppi, in società. Perciò la produzione è sempre, in qualunque
condizione, una produzione sociale. Nella produzione dei beni
materiali, gli uomini stabiliscono tra di loro questi o quei rapporti reciproci
nell'interno della produzione, stabiliscono questi o quei rapporti di
produzione. Questi rapporti possono essere rapporti di collaborazione e
di aiuto reciproco tra uomini liberi da ogni sfruttamento, possono essere
rapporti di dominio e di sottomissione, possono essere, infine, rapporti di
transizione da una forma di rapporti di produzione ad un'altra. Qualunque
sia però il loro carattere, i rapporti di produzione costituiscono, - sempre e
in tutti i regimi, - un elemento altrettanto indispensabile della produzione,
quanto le forze produttive della società.
«Nella
produzione, - dice Marx, - gli uomini non agiscono soltanto sulla natura, ma
anche gli uni sugli altri. Essi producono soltanto in quanto collaborano
in un determinato modo e scambiano reciprocamente la propria attività.
Per produrre, essi entrano gli uni con gli altri in determinati legami e
rapporti, e la loro azione sulla natura, la produzione, ha luogo soltanto nei
quadri di questi legami e rapporti sociali» (23).
Dunque, la
produzione, il modo di produzione abbraccia tanto le forze produttive della
società, quanto i rapporti di produzione fra gli uomini, ed incarna così la
loro unione nel processo di produzione dei beni materiali.
b)
La prima particolarità della produzione è
che essa non rimane mai per un lungo periodo a un punto determinato, ma è in
continuo mutamento e sviluppo; inoltre, i cambiamenti del modo di produzione
provocano inevitabilmente dei cambiamenti di tutto il regime sociale, delle
idee sociali, delle concezioni e delle istituzioni politiche, provocano una
trasformazione di tutto il sistema sociale e politico. Nei diversi gradi
dello sviluppo sociale gli uomini si servono di differenti modi di produzione,
ossia, per parlare più semplicemente, gli uomini hanno un diverso modo di
vita. Nella comunità primitiva esiste un determinato modo di produzione;
sotto la schiavitù ne esiste un altro; sotto il feudalesimo un terzo, e via
dicendo. In rapporto con questi cambiamenti anche il regime sociale degli
uomini, la loro vita spirituale, le loro concezioni, le loro istituzioni
politiche sono diversi.
Quale il
modo di produzione della società, tale sostanzialmente è la società stessa,
tali le sue idee e teorie, le sue concezioni e istituzioni politiche.
Ossia, più
semplicemente: quale il modo di vita degli uomini, tale è il loro modo di
pensare.
Questo vuol
dire che la storia dello sviluppo della società è, innanzi tutto, storia dello
sviluppo della produzione, storia dei modi di produzione che si susseguono nel
corso dei secoli, storia dello sviluppo delle forze produttive e dei rapporti
di produzione tra gli uomini.
Vuol dire
che la storia dello sviluppo sociale è, nello stesso tempo, storia dei
produttori dei beni materiali, storia delle masse lavoratrici, che sono le
forze fondamentali del processo di produzione, e producono i beni materiali
necessari all'esistenza della società.
Vuol dire
che la scienza storica, se vuol essere una vera scienza, non può più ridurre la
storia dello sviluppo sociale alle gesta dei re e dei condottieri, alle gesta
dei «conquistatori» e degli «assoggettatori» di Stati, ma deve, innanzi tutto,
essere storia dei produttori dei beni materiali, storia delle masse
lavoratrici, storia dei popoli.
Vuol dire
che la chiave per lo studio delle leggi della storia della società bisogna
cercarla, non nel cervello degli uomini, e neppure nelle concezioni e nelle
idee della società, ma nel modo di Produzione praticato dalla società in ogni
periodo storico determinato, nell'economia della società.
Vuol dire
che il compito primordiale della scienza storica è quello di studiare e
scoprire le leggi della produzione, le leggi secondo le quali si sviluppano le
forze produttive e i rapporti di produzione, le leggi dello sviluppo economico
della società.
Vuol dire
che il partito del proletariato, se vuol essere un vero partito, deve
possedere, innanzi tutto, la conoscenza delle leggi dello sviluppo della
produzione, la conoscenza delle leggi dello sviluppo economico della società.
Vuol dire
che, per non sbagliarsi in politica, il partito del proletariato, tanto nello
stabilire il suo programma, quanto nella sua attività pratica, deve ispirarsi
innanzi tutto alle leggi dello sviluppo della produzione, alle leggi dello
sviluppo economico della società.
c)
La seconda particolarità della produzione
è data dal fatto che i suoi cambiamenti e il suo sviluppo cominciano sempre col
cambiamento e con lo sviluppo delle forze produttive e, innanzi tutto, degli
strumenti di produzione. Le forze produttive sono, di conseguenza,
l'elemento più mobile e più rivoluzionario della produzione. Dapprima si
modificano e si sviluppano le forze produttive della società e poi in
funzione di tali cambiamenti e conformemente ad essi, si modificano
i rapporti di produzione tra gli uomini, i loro rapporti economici.
Questo non vuol dire, tuttavia, che i rapporti di produzione non influiscano
sullo sviluppo delle forze produttive e che queste ultime non dipendano dai
primi. Sviluppandosi in funzione dello sviluppo delle forze produttive, i
rapporti di produzione agiscono, a loro volta, sullo sviluppo delle forze
produttive, affrettandolo o rallentandolo. E' necessario, inoltre,
osservare che i rapporti di produzione non possono troppo a lungo rimanere
addietro allo sviluppo delle forze produttive e trovarsi in contraddizione con
tale sviluppo, perché le forze produttive possono svilupparsi pienamente solo
nel caso in cui i rapporti di produzione corrispondano al carattere, allo stato
delle forze produttive e ne permettano il libero sviluppo. Perciò,
qualunque sia il ritardo dei rapporti di produzione sullo sviluppo delle forze
produttive, i rapporti di produzione devono presto o tardi finire col corrispondere,
ed è ciò che essi fanno effettivamente, al livello di sviluppo delle forze
produttive, al carattere delle forze produttive. Qualora ciò non
avvenisse, l'unità delle forze produttive e dei rapporti di produzione, nel
sistema della produzione, verrebbe radicalmente compromessa, si verificherebbe
una rottura nell'insieme della produzione, una crisi della produzione, una
distruzione di forze produttive.
Un esempio
di disaccordo tra i rapporti di produzione e il carattere delle forze
produttive, un esempio di conflitto tra di essi ci è offerto dalle crisi
economiche nei paesi capitalistici, dove la proprietà privata capitalistica dei
mezzi di produzione è in flagrante contraddizione col carattere sociale del
processo di produzione, col carattere delle forze produttive. Risultato
di questo disaccordo sono le crisi economiche che portano a una distruzione di
forze produttive; anzi, questo stesso disaccordo è la base economica della
rivoluzione sociale, destinata a distruggere i rapporti attuali di produzione e
a crearne dei nuovi, conformi al carattere delle forze produttive.
Viceversa
l'economia nazionale socialista dell'U.R.S.S., dove la proprietà sociale dei
mezzi di produzione è in perfetto accordo con il carattere sociale del processo
di produzione e dove, perciò, non esistono crisi economiche, né si distruggono
forze produttive, è un esempio di perfetto accordo tra i rapporti di produzione
e il carattere delle forze produttive.
Le forze
produttive, quindi, non sono solamente l'elemento più mobile e più
rivoluzionario della produzione, ma sono anche l'elemento che determina lo
sviluppo della produzione.
Quali sono
le forze produttive, tali devono essere i rapporti di produzione.
Se lo stato
delle forze produttive indica con quali strumenti di produzione gli uomini
producono i beni materiali che sono loro necessari, lo stato dei rapporti di
produzione indica, a sua volta, in possesso di chi si trovano i mezzi di
produzione (terre, foreste, acque, sottosuolo, materie prime, strumenti di
lavoro, edifici, mezzi di trasporto e di comunicazione, ecc.), indica a
disposizione di chi si trovano i mezzi di produzione: se a disposizione di
tutta la società oppure se a disposizione di singoli individui, di gruppi, di
classi che li utilizzano per lo sfruttamento di altri individui, gruppi o
classi.
Ecco il
quadro schematico dello sviluppo delle forze produttive, dai tempi più remoti
ai nostri giorni: passaggio dai grossolani utensili di pietra all'arco e alle
frecce, e quindi, passaggio dal modo di vita fondato sulla caccia,
all'addomesticamento e allevamento primitivo del bestiame; passaggio dagli
utensili di pietra a quelli metallici (ascia di ferro, aratro col vomere di
ferro, ecc.), e quindi, passaggio alla coltivazione delle piante e
all'agricoltura; nuovo perfezionamento degli utensili metallici per la
lavorazione dei materiali, passaggio alla forgia a mantice, alla produzione
delle terre cotte, e quindi, sviluppo dei mestieri, separazione dei mestieri
dall'agricoltura, sviluppo di una produzione artigiana e poi di una produzione
manifatturiera indipendenti; passaggio dagli strumenti della produzione
artigiana alle macchine, e trasformazione della produzione
artigiana-manifatturiera in industria meccanizzata; passaggio al sistema delle
macchine e sorgere della grande industria meccanizzata moderna: tale è il
quadro generale, ben lungi dall'essere completo, dello sviluppo delle forze
produttive della società durante la storia dell'umanità. E' inoltre
comprensibile che lo sviluppo e il perfezionamento degli strumenti di
produzione sono stati realizzati da uomini aventi legami con la produzione e
non indipendentemente dagli uomini. Quindi, nello stesso tempo che sono
cambiati e si sono sviluppati gli strumenti di produzione, sono cambiati e si
sono sviluppati pure gli uomini, elemento essenziale delle forze produttive;
sono cambiate e si sono sviluppate la loro esperienza produttiva, le loro
abitudini di lavoro, la loro capacità di adoperare gli strumenti di produzione.
In accordo
con questi cambiamenti e con questo sviluppo delle forze produttive della
società, sono cambiati e si sono sviluppati, nel corso della storia, i rapporti
di produzione tra gli uomini, i loro rapporti economici.
La storia
conosce cinque tipi fondamentali di rapporti, di produzione: la
comunità primitiva, la schiavitù, il regime feudale, il regime capitalista e il
regime socialista.
Nel regime
della comunità primitiva, la proprietà collettiva dei mezzi di produzione
costituisce la base dei rapporti di produzione. Ciò corrisponde,
essenzialmente, al carattere delle forze produttive in questo periodo.
Gli utensili di pietra, e l'arco e le frecce apparsi più tardi, escludevano la
possibilità di lottare, isolatamente, contro le forze della natura e contro le
bestie feroci. Per raccogliere i frutti nelle foreste, per pescare, per
costruire un'abitazione qualsiasi, gli uomini debbono lavorare in comune, se
non vogliono morire di fame, o essere preda delle bestie feroci, o cadere in
mano alle comunità vicine. Il lavoro collettivo conduce alla proprietà
collettiva, sia dei mezzi di produzione, sia dei prodotti. Non si ha
ancora nozione della proprietà privata dei mezzi di produzione, salvo la
proprietà personale di alcuni strumenti di produzione, che sono in pari tempo
armi di difesa contro gli animali feroci. Non esistono né sfruttamento,
né classi.
Sotto il
regime della schiavitù, la base dei rapporti di produzione è costituita dalla
proprietà del padrone di schiavi sui mezzi di produzione ed anche sul
produttore, sullo schiavo, che egli può vendere, comprare, uccidere come
bestiame. Tali rapporti di produzione corrispondono, essenzialmente, allo
stato delle forze produttive in questo periodo. invece degli utensili di
pietra, gli uomini dispongono ora di strumenti di metallo, invece di un'economia
misera e primitiva, fondata sulla caccia e che ignora tanto l'allevamento del
bestiame quanto la coltivazione della terra, sorgono l'allevamento del
bestiame, l'agricoltura, i mestieri, la divisione del lavoro tra questi diversi
rami di produzione, diventa possibile lo scambio dei prodotti tra individui e
gruppi diversi, diventa possibile l'accumulazione di ricchezza nelle mani di
pochi, l'accumulazione reale dei mezzi di produzione nelle mani di una
minoranza, diventa possibile la sottomissione della maggioranza alla minoranza
e la trasformazione dei membri della maggioranza in schiavi. Non esiste
già più il lavoro comune e libero di tutti i membri della società nel processo
della produzione, ma domina il lavoro forzato degli schiavi, sfruttati da padroni
che non lavorano. Non esiste quindi più una proprietà comune né dei mezzi
di produzione né dei prodotti. Essa è sostituita dalla proprietà privata.
il padrone di schiavi è il primo e principale proprietario, il proprietario
assoluto.
Ricchi e
poveri, sfruttatori e sfruttati, uomini che hanno tutti i diritti e uomini che
non ne hanno nessuno, un'aspra lotta di classe tra gli uni e gli altri: tale è
il quadro del regime schiavistico.
Sotto il
regime feudale la base dei rapporti di produzione è costituita dalla proprietà
del signore feudale sui mezzi di produzione, e dalla sua proprietà limitata sul
lavoratore, sul servo, che il feudatario non può più uccidere, ma può vendere e
comprare. Accanto alla proprietà feudale esiste la proprietà individuale del
contadino e dell'artigiano sugli strumenti di produzione e sulla loro economia
privata. basata sul lavoro personale. Tali rapporti di produzione
corrispondono essenzialmente allo stato delle forze produttive in questo
periodo. L'ulteriore perfezionamento della fusione e della lavorazione
del ferro, la diffusione generale dell'aratro di ferro e del telaio, lo
sviluppo ulteriore dell'agricoltura, dell'orticoltura, dell'industria vinicola,
della fabbricazione dei grassi, il sorgere delle manifatture accanto alle
botteghe degli artigiani: tali sono i tratti caratteristici dello stato delle
forze produttive.
Le nuove
forze produttive esigono che il lavoratore abbia una certa iniziativa nella
produzione, che sia propenso e interessato al lavoro. Per questa ragione
il feudale rinuncia allo schiavo che non ha nessun interesse al lavoro e non ha
nessuna iniziativa, e preferisce aver a che fare con un servo, che possiede
un'azienda propria, i propri strumenti di produzione, e ha qualche interesse
per il lavoro, interesse indispensabile perché il servo coltivi la terra e
paghi al feudale, sul proprio raccolto, un tributo in natura.
La
proprietà privata, in questo periodo, continua a svilupparsi., Lo sfruttamento
è quasi altrettanto duro quanto in regime schiavistico; si è solo appena
mitigato. La lotta di classe tra sfruttatori e sfruttati è la
caratteristica fondamentale del regime feudale.
Sotto il
regime capitalistico la base dei rapporti di produzione è costituita dalla
proprietà capitalistica sui mezzi di produzione; non esiste più la proprietà
sui produttori, sugli operai salariati: il capitalista non può né ucciderli, né
venderli, perché essi sono liberi da ogni dipendenza personale, ma sono privi
dei mezzi di produzione e, per non morire di fame, sono costretti a vendere la
loro forza-lavoro al capitalista, a sottomettersi al giogo dello
sfruttamento. Accanto alla proprietà capitalistica dei mezzi di
produzione esiste, ed è nei primi tempi largamente diffusa, la proprietà
privata del contadino e dell'artigiano, emancipatisi dalla servitù della gleba,
sui mezzi di produzione, proprietà che si fonda sul lavoro personale. Le
botteghe degli artigiani e le manifatture vengono sostituite da immense
fabbriche ed officine, fornite di macchine. I domìni dei nobili, già coltivati
con gli strumenti primitivi dei contadini, vengono sostituiti da grandi aziende
capitalistiche, gestite coi criteri della scienza agronomica e munite di
macchine agricole.
Le nuove
forze produttive esigono che i lavoratori siano più progrediti e più istruiti
dei servi ignoranti e arretrati, che siano capaci di capire la macchina e di
maneggiarla nel modo dovuto. Per questo i capitalisti preferiscono aver a che
fare con operai salariati, liberi dai vincoli servili e abbastanza progrediti
per maneggiare le macchine nel modo dovuto.
Ma avendo
sviluppato le forze produttive in proporzioni gigantesche, il capitalismo è
caduto in un groviglio di contraddizioni insolubili. Producendo quantità
sempre maggiori di merci e diminuendone i prezzi, il capitalismo accentua la
concorrenza, rovina la massa dei piccoli e medi proprietari privati, li
converte in proletari e diminuisce la loro capacità d'acquisto, in conseguenza
di che lo smercio dei prodotti diventa impossibile. Allargando la
produzione e raggruppando in immense fabbriche ed officine milioni di operai,
il capitalismo imprime al processo della produzione un carattere sociale e
mina, per questo fatto stesso, la propria base, poiché il carattere sociale del
processo della produzione esige la proprietà sociale dei mezzi di produzione,
mentre la proprietà dei mezzi di produzione rimane una proprietà privata,
capitalistica, incompatibile col carattere sociale del processo della
produzione.
Queste
contraddizioni inconciliabili tra il carattere delle forze produttive e i
rapporti di produzione si manifestano nelle crisi periodiche di
sovrapproduzione, quando i capitalisti, non trovando compratori solvibili, a
causa della rovina delle masse della quale sono i responsabili, sono costretti
a bruciare le derrate, a distruggere le merci, ad arrestare la produzione, a
distruggere le forze produttive, mentre milioni di uomini sono costretti alla
disoccupazione e alla fame, non perché manchino le merci, ma perché ne sono
state prodotte troppe.
Ciò
significa che i rapporti capitalistici di produzione hanno cessato di
corrispondere allo stato delle forze produttive della società e sono entrati
con esse in contraddizione irriconciliabile.
Ciò
significa che il capitalismo è gravido di una rivoluzione, chiamata a
sostituire l'attuale proprietà capitalistica dei mezzi di produzione con la
proprietà socialista.
Ciò
significa che un'acutissima lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori è il
tratto caratteristico essenziale del regime capitalista.
Nel regime
socialista che, per il momento, esiste solo nell'U.R.S.S., la proprietà sociale
dei mezzi di produzione costituisce la base dei rapporti di produzione Qui non
esistono più né sfruttatori né sfruttati. I prodotti vengono ripartiti
secondo il lavoro compiuto e secondo il principio: «Chi non lavora non mangia».
I rapporti tra gli uomini nel processo della produzione sono rapporti di
collaborazione fraterna e di mutuo aiuto socialista tra lavoratori liberi dallo
sfruttamento. Qui i rapporti di produzione corrispondono perfettamente
allo stato delle forze produttive, perché il carattere sociale del processo
della produzione è rafforzato dalla proprietà sociale sui mezzi di produzione.
Perciò, la
produzione socialista nell'U.R.S.S. ignora le crisi periodiche di
sovrapproduzione e tutte le assurdità che le accompagnano.
Perciò le
forze produttive si sviluppano nell'U.R.S.S. con un ritmo accelerato dato che i
rapporti di produzione che sono loro conformi offrono loro tutte le possibilità
di sviluppo.
Tale è il
quadro dello sviluppo dei rapporti di produzione tra gli uomini nel corso della
storia dell'umanità.
Tale è la
dipendenza dello sviluppo dei rapporti di produzione dallo sviluppo delle forze
produttive della società, e innanzi tutto dallo sviluppo degli strumenti della
produzione, dipendenza in virtù della quale i cambiamenti e lo sviluppo delle
forze produttive conducono, presto o tardi a un cambiamento e a uno sviluppo
corrispondente dei rapporti di produzione.
«L'impiego
e la creazione dei mezzi di lavoro (*), dice Marx, - benché si trovino in germe
presso qualche specie animale, caratterizzano eminentemente il processo del
lavoro umano. Gli è perciò che Franklin definisce l'uomo a tool-making
animal, un animale fabbricatore di strumenti. Gli avanzi degli
antichi strumenti di lavoro hanno, per lo studio delle forme economiche delle
società scomparse, la stessa importanza che la struttura delle ossa fossili ha
per la cognizione degli organismi delle specie animali estinte. Le epoche
economiche si distinguono non per ciò che vi si produce, ma pel modo come vi si
produce... I mezzi di lavoro non danno soltanto la misura del grado dello
sviluppo della forza di lavoro umana, ma sono l'indice dei rapporti sociali in
cui si lavora» (24).
(*) Per
«mezzi di lavoro», Marx intende prevalentemente gli strumenti di produzione.
G.St.
E più
oltre:
«I rapporti
sociali sono intimamente legati alle forze produttive. Acquistando nuove
forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione, e cambiando il
modo di produzione, il modo di guadagnarsi la vita, essi cambiano tutti i loro
rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società diretta dal
signore (feudale. G.St.), il mulino a vapore la società diretta
dal capitalista industriale» (25).
«Vi è un
movimento continuo di aumento delle forze produttive, di distruzione dei
rapporti sociali di formazione delle idee: immobile è solo l'astrazione del
movimento» (26).
Nella
prefazione al «Manifesto del Partito comunista», Engels dà la seguente
definizione del materialismo storico:
«La
produzione economica e la struttura sociale che necessariamente ne deriva
formano, in qualunque epoca storica, la base della storia politica e intellettuale
dell'epoca stessa... Conforme a ciò, dopo il dissolversi della primitiva
proprietà comune del suolo, tutta la storia è stata una storia di lotte di
classe, di lotte tra le classi sfruttate e le classi sfruttatrici, tra le
classi dominate e classi dominanti, nelle varie tappe dello sviluppo sociale...
Questa lotta ha ora raggiunto un grado in cui la classe sfruttata e oppressa
(il proletariato), non può più liberarsi dalla classe che la sfrutta e la
opprime (la borghesia), senza liberare anche ad un tempo, e per sempre, tutta
la società dallo sfruttamento dall'oppressione e dalla lotta di classe...» (27).
d)
La terza particolarità della produzione
sta in ciò, che il sorgere delle nuove forze produttive e dei rapporti di
produzione corrispondenti non avviene al di fuori del vecchio regime, dopo la
sua scomparsa, ma nel seno stesso del vecchio regime, non è il risultato di
un'azione premeditata e cosciente degli uomini, ma avviene spontaneamente,
indipendentemente dalla coscienza e dalla volontà degli uomini. E ciò per
due ragioni.
In primo
luogo, perché gli uomini non sono liberi nella scelta di questo o quel modo di
produzione, perché ogni nuova generazione, al suo ingresso nella vita, trova
delle forze produttive e dei rapporti di produzione già pronti, come risultato
del lavoro delle generazioni precedenti, e quindi ogni nuova generazione è
obbligata, in un primo tempo, ad accettare tutto ciò che trova di già pronto
nel dominio della produzione e ad adattarvisi, per aver la possibilità di
produrre dei beni materiali.
In secondo
luogo, perché gli uomini, perfezionando questo o quello strumento di
produzione, questo o quell’elemento delle forze produttive, non hanno la
coscienza e la comprensione, né riflettono ai risultati sociali a cui
quei perfezionamenti debbono portare; pensano semplicemente ai loro interessi
quotidiani, a rendere più facile il loro lavoro e ad ottenere un vantaggio
immediato e tangibile.
Quando
alcuni membri della comunità primitiva incominciarono a poco a poco, e come a
tastoni, a passare dagli utensili di pietra agli utensili di ferro, certamente
ignoravano e non concepivano i risultati sociali cui avrebbe portato
quell'innovazione; essi non avevano la comprensione né la coscienza del fatto
che il passaggio a strumenti di metallo significava una rivoluzione nella
produzione, che tale passaggio doveva portare, in fine, al regime
schiavistico. Essi volevano semplicemente rendere più facile il loro
lavoro e ottenere un vantaggio immediato e tangibile; la loro attività
cosciente si limitava al quadro ristretto di questo vantaggio personale,
quotidiano.
Quando,
durante il regime feudale, la giovane borghesia europea cominciò a costruire,
accanto ai piccoli laboratori degli artigiani, grandi manifatture, facendo in
tal modo progredire le forze produttive della società, essa certamente non
sapeva e non concepiva le conseguenze sociali cui avrebbe portato
quell'innovazione; essa non aveva la comprensione né la coscienza del fatto che
quella «piccola» innovazione doveva portare di necessità a un raggruppamento di
forze sociali, il quale doveva concludersi con la rivoluzione contro il potere
monarchico, di cui essa tanto apprezzava la benignità, e contro la nobiltà,
nelle cui file sognavano spesso di entrare i suoi rappresentanti
migliori. Essa voleva semplicemente ridurre il costo di produzione delle
merci, gettare una maggior quantità di merci sui mercati dell'Asia e
dell'America, solo allora scoperta, e trarne maggiori profitti; la sua attività
cosciente si limitava al quadro ristretto di questo vantaggio pratico,
quotidiano.
Quando i
capitalisti russi, insieme con i capitalisti stranieri, incominciarono
attivamente a introdurre in Russia la grande industria meccanizzata moderna,
senza toccare lo zarismo e gettando i contadini in pasto ai grandi proprietari
fondiari, essi certo non sapevano e non concepivano le conseguenze sociali cui
avrebbe portato quel poderoso aumento delle forze produttive; essi non avevano
la comprensione né la coscienza del fatto che quel grande balzo delle forze
produttive della società doveva portare a un raggruppamento di forze sociali,
che avrebbe permesso al proletariato di unire a sé i contadini e di far
trionfare la rivoluzione socialista. Essi volevano semplicemente allargare
al massimo grado la produzione industriale, impadronirsi d'un mercato interno
immenso, monopolizzare la produzione e trarre dall'economia nazionale i
maggiori profitti possibili; la loro attività cosciente non superava la cerchia
dei loro interessi quotidiani, puramente pratici.
A questo
proposito Marx dice:
«Nella
produzione sociale della loro esistenza (ossia nella produzione dei beni
materiali necessari alla vita degli uomini. G.St.), gli uomini entrano in
rapporti determinati, necessari, indipendenti(*) dalla loro volontà, in
rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo
delle loro forze produttive materiali» (28).
(*) Il
corsivo è mio. G. St.
Ciò non
vuol dire tuttavia che i cambiamenti nei rapporti di produzione e il passaggio
dai vecchi rapporti di produzione ai nuovi avvengano pacificamente, senza
conflitti, senza scosse. Al contrario, un tale passaggio avviene di
solito mediante l'abbattimento rivoluzionario dei vecchi rapporti di produzione
e l'instaurazione di rapporti nuovi. Fino a un certo momento lo sviluppo
delle forze produttive e i cambiamenti nel campo dei rapporti di produzione si
effettuano spontaneamente, indipendentemente dalla volontà degli uomini.
Ma questo solo fino a un certo momento, fino al momento in cui le forze
produttive, precedentemente sorte e sviluppatesi, siano sufficientemente
mature. Quando le nuove forze produttive sono giunte a maturazione, i
rapporti di produzione esistenti e le classi dominanti che li personificano si
trasformano in una barriera «insormontabile», che può essere tolta di mezzo
solo dall'attività cosciente delle nuove classi, dall'azione violenta di queste
classi, dalla rivoluzione. Appare allora in modo chiarissimo la funzione
immensa delle nuove idee sociali, delle nuove istituzioni politiche, del
nuovo potere politico, chiamati a sopprimere con la forza i vecchi rapporti di
produzione. Sulla base del conflitto tra le nuove forze produttive e i
vecchi rapporti di produzione, sulla base delle nuove esigenze economiche della
società, sorgono nuove idee sociali, queste nuove idee organizzano e mobilitano
le masse, le masse si uniscono in un nuovo esercito politico, creano un nuovo
potere rivoluzionario e se ne servono per sopprimere con la forza il vecchio
ordine nel campo dei rapporti di produzione, e per instaurarvi l'ordine
nuovo. Il processo spontaneo di sviluppo cede il posto all'attività
cosciente degli uomini, lo sviluppo pacifico a un rivolgimento violento,
l'evoluzione alla rivoluzione.
«Il
proletariato, - dice Marx, - nella lotta contro la borghesia si costituisce
necessariamente in classe... e per mezzo della rivoluzione trasforma se stesso
in classe dominante e, come tale, distrugge violentemente i vecchi rapporti di
produzione» (29).
E più
avanti:
«Il
proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla
borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti
di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso,
organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità
possibile, la massa delle forze produttive» (30).
«La
violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova» (31).
Ecco come
la sostanza del materialismo storico è stata genialmente esposta da Marx nel
1859, nella storica prefazione alla sua celebre opera «Per la critica
dell'economia politica».
«Nella produzione
sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati,
necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che
corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive
materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la
struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una
soprastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme
determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita
materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale
della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere,
ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro
coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive
materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione
esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l'equivalente giuridico
di tale espressione) dentro dei quali esse forze per l'innanzi s'erano
mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si
convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione
sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno
rapidamente tutta la gigantesca soprastruttura. Quando si studiano simili
sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento
materiale delle condizioni economiche della produzione, - che può essere
constatato con la precisione delle scienze naturali,- e le forme giuridiche,
politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che
permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo.
Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si
può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di
se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della
vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della
società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce
finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso;
nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano
maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro
esistenza. Ecco perché l'umanità non si propone se non quei problemi che
può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il
problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono
già o almeno sono in formazione» (32).
Ecco ciò
che insegna il materialismo marxista, applicato alla vita sociale, alla storia
della società.
Questi sono
i tratti caratteristici essenziali del materialismo dialettico e storico.
Mosca,
settembre 1938
N 0 T E
(1) Appendice della seconda edizione tedesca del I
Volume del «Capitale».
(2)
«Ludovico Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca»:
Carlo Marx. «Scritti scelti»,
Vol. I, pp. 443-445 ed. tedesca, Mosca 1934.
(3)
«Dialettica della natura», p. 491 ed. tedesca Mosca 1935.
(4)
«La scienza sovvertita dal Signor Eugenio Dühring» pag. 8 ed. tedesca Mosca
1939.
(5)
Ib., p. 8.
(6)
«Dialettica della natura», pp. 502-503 ed. tedesca,
Mosca 1935.
(7)
Ib., p. 503.
(8)
«La scienza sovvertita dal Sig. Eugenio Diihring», p.31 ed tedesca, Mosca
1939.
(9)
«Quaderni di filosofia», p. 263 ed. russa.
(10)
«Sulla questione della dialettica», Vol. XIII, p. 301 ed. russa.
(1 1) «La
scienza sovvertita dal Sig. Eugenio Dühring», p.60 ed. tedesca, Mosca
1939.
(12)
«Quaderni di filosofia», p. 318 ed. russa.
(13)
«Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca»,
pp. 16-17 ed. tedesca, Mosca 1939.
(14)
Ib., p. 20.
(15)
«Materialismo ed empiriocriticismo», Vol. XIII, pp. 266-267 ed russa.
(16)
Ib., pp. 119-120.
(17)
Ib., p. 288.
(18)
IB., p. 125.
(19)
«Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca», p.
18 ed. tedesca, Mosca 1939.
(20)
«Materialismo ed empiriocriticismo», Vol. XIII, p.102, ed. russa.
(21)
«Per la critica dell'economia politica,,, «Scritti scelti», Vol. I, p.
359 ed. tedesca, Mosca 1934.
(22)
«Per la critica della filosofia del diritto di Hegel Marx-Engels, «Opere
complete» Vol. I, parte 1, p. 614 e tedesca,
Francoforte 1927.
(23)
«Lavoro salariato e capitale», «Scritti scelti Vol. 1, p. 261 ed. tedesca,
Mosca 1936.
(24)
«Il Capitale», Vol. I, pp. 187-188 ed. tedesca, Mosca Leningrado 1932.
(25)
«Miseria della filosofia», p. 99 ed. francese, Parigi 1937.
(26)
Ibidem.
(27)
Prefazione all'edizione tedesca (1883) del «Manifesto del Partito Comunista».
(28)
«Per la critica dell'economia politica» «Scritti scelti»,Vol. I p. 359,
ed. tedesca, Mosca 1934.
(29)
C. Marx-F. Engels. «Manifesto del Partito Comunista», p. 24 ed. tedesca, Mosca
1939.
(30) Ib., p. 23.
(31)
«Il Capitale», Vol. I, p. 791 ed. tedesca, Mosca 193
(32)
«Scritti scelti», Vol. 1, pp. 359-360 ed. tedesca Mosca 1934.