LA LOTTA DEL POPOLO SARDO PER L'INDIPENDENZA NAZIONALE E LA GIUSTIZIA SOCIALE
di ANTONI SIMON MOSSA

LA POSIZIONE RIVOLUZIONARIA ANTICOLONIALISTA
Se noi non chiariamo una volta per tutte, di fronte al popolo sardo, la
nostra posizione rivoluzionaria, le nostre istanze sociali (in termini
concreti e precisi), la nostra volontà di lottare con tutti i
mezzi per la liberazione della Sardegna del giogo coloniale, e non in
termini genericamente classisti, ma in termini più ampi di
azione popolare, con una decisa tendenza verso l'ecumenismo, e con la
scelta della via più consona e rispondente al momento storico,
che può essere quella resistenza passiva e della non-obbedienza
civile (cioè non-violenza), come quella estrema della lotta
armata (insurrezione); se noi dunque non rendiamo chiare e lampanti le
nostre posizioni, ciò significa che noi siamo stanchi, che la
missione di rigenerazione e riscatto del popolo sardo proposta dai
reduci del 1919 non avrebbe più ragione di essere, e saremo noi
stessi - che vogliamo essere nucleo di azione rivoluzionaria -
condannati insieme con tutto il popolo sardo, all'eterna
schiavitù politica ed economica.
Noi vogliamo dire ai sardi, a tutti quei sardi che ancora non si sono
venduti all'oppressore, che soffrono in Patria o all'estero per non
rinunciare alla loro dignità e alla loro condizione di uomini
liberi, vogliamo dire a tutti costoro che abbiamo il coraggio e la
volontà di batterci per la liberazione della Sardegna, per
l'indipendenza politica ed economica del popolo sardo, per l'abolizione
dell'ultimo e più brutale regime coloniale d'Europa.
I MOTIVI PROFONDI DELLA LOTTA DI LIBERAZIONE
E non diciamo tutto ciò in termini di contestazione salottiera o
letteraria. Saremmo a livello dei demagoghi e dei funzionari dei
partiti metropolitani. Non lo diciamo perché questo potrebbe
portarci ad avere più o meno voti in una qualunque prossima o
remota competizione elettorale.
Ma lo affermiamo perché noi stessi abbiamo necessità di
chiarezza. Dobbiamo riaffermare solennemente, con lo stesso entusiasmo
dei reduci del 1919, che la nostra è una lotta esclusivamente
anticolonialista. Dobbiamo dire, ancora più chiaramente, che
ripudiamo ogni e qualunque forma di conservatorismo equivoco e che ci
battiamo nel popolo, con il popolo, per il popolo, contro il padrone
che oggi è l'Italia post-fascista, neo-piemontese,
essenzialmente reazionaria e autoritaria.
Una lotta, la nostra, che non si può quindi limitare ad una generica o velleitaria dichiarazione di indipendenza.
Una lotta invece che ricerchi i motivi profondi e gli scopi di questa
indipendenza per conseguire la quale ci stiamo battendo. Una lotta
veramente e integralmente popolare, nella quale il popolo sardo diventi
finalmente protagonista autonomo dei suoi destini. Una lotta con la
quale si debbono superare tutte le piccole paure borghesi di un
rivolgimento sociale, ma che tale rivolgimento proponga e promuova in
termini nettamente rivoluzionari.
LA RIVOLUZIONE SOCIALE E’ LONTANA?
Non vi è quindi per noi altra via che assumere finalmente e
decisamente la posizione che ci compete, in parallelo e in comunione
con la lotta che conducono gli altri popoli coloniali e le
comunità etniche che non hanno ancora ottenuto la libertà
e l'indipendenza politica ed economica.
La grande rivoluzione sociale della nostra isola, nonostante lo sforzo
disperato che i sardi migliori sino ad oggi hanno compiuto, è
ancora molto lontana.
Alle baronie feudali dei tempi passati si sono sostituite oggi le non
meno spietate baronie del neo-capitalismo colonialista, della
burocrazia onnipotente, del sindacalismo di importazione,
dell'occupazione militare e poliziesca. Baronie di un nuovo feudalesimo
che ha svilito e raffrenato ogni e qualunque processo di sviluppo, in
una sorta di orgiastica congregazione tra operatori capitalisti e
gruppi di sindacalisti politicanti, guidati e sorretti dai gruppi di
potere centralisti, tutto a danno dei lavoratori sardi, oggi - come
ieri, e più di ieri - costretti ad emigrare per sfamarsi e dare
un contenuto umano alle loro esistenze.
LE MINORANZE ATTIVE NEL DESTINO DEI POPOLI OPPRESSI
In questo caos non vi è che la strada della verità, da percorrere sino in fondo.
Quella strada sulla quale si sono incamminati da tempo altri popoli,
come i Baschi, i Curdi, i Gallesi, gli Scozzesi, i Bretoni, i Catalani,
i Lapponi e gli stessi Corsi: popoli che resistono con ostinazione
disperata alla prepotenza dei governi oppressori, e nella loro
resistenza tenace e spesso eroica - che assume forme diverse a seconda
del grado di civiltà e della situazione politica generale dei
loro paesi - ottengono successi sempre più clamorosi.
Ma quei popoli sono guidati nella lotta da minoranze vivaci, colte,
intelligenti, decise, coraggiose. Minoranze che a poco a poco creano
una opinione pubblica favorevole; minoranze e nuclei attivi che
riescono a risuscitare e a rianimare la coscienza di popoli ormai
stanchi di servire e di soffrire, di popoli senza speranza, come il
popolo sardo.
Ma sino a che non daremo un contenuto socialmente avanzato a questa
lotta, sino a che non chiariremo a tutte lettere quali dovranno essere
le condizioni della nostra società futura, sino a che non
definiremo con decisione i precisi termini di una pianificazione
realistica e – allo stesso tempo – avveniristica, nessuno
dei sardi potrà darci ascolto, né potrà credere
alla nostra sincerità. In quanto noi continueremo a esprimerci
in un linguaggio che per loro sarà incomprensibile, in quanto
modellato su quello dell’oppressore; un linguaggio privo di
chiarezza e ricco di demagogico paternalismo; quello stesso linguaggio
di una classe di oppressori che niente altro trovano che servire le
ideologie e i mezzi di governo di importazione.
San Leonardo de Siete Fuentes, 22 giugno 1969