Cagliari,
23 ottobre 2006
Da oggi i
patrioti, militanti di a Manca pro s’Indipendentzia, sequestrati dall’11 luglio
2006 a seguito dell’operazione “Arcadia” e tenuti in ostaggio da oltre cento
giorni nelle carceri dello stato italiano (sei in custodia cautelare in carcere
e tre detenuti ai domiciliari), costituiscono il Comitato Prigionieri di a
Manca pro s’Indipendetzia: “sa die nostra at’a bennere!”.
L’obiettivo è quello di
continuare a portare avanti le istanze proposte dalla nostra organizzazione
politica (aM.p.I.), le rivendicazioni di autodeterminazione del Popolo Sardo e
il diritto all’indipendenza della Sardegna, in un’ottica legata alle nuove
esigenze di lotta che la nostra condizione ci impone, in opposizione ai sistemi
di repressione che lo stato italiano pone in essere con le sue strutture di
controllo totale.
Comitato
Prigionieri di a Manca pro s’Indipendetzia: “sa die nostra at’a bennere!”.
Cagliari,
9 novembre 2006
“Nonostante le apparenze
l’accerchiamento è reciproco”
Il periodo che va dai primi anni
’90 ad oggi segna la nascita e lo sviluppo del nuovo indipendentismo sardo.
Dopo un primo slancio nel corso degli anni ’70 la lotta per l’indipendenza si
impantana negli anni ’80 a causa del terrorismo italiano contro alcuni
dirigenti e, al contempo, a causa di una certa ingenuità politica dei movimenti
indipendentisti che accondiscesero a discutibili alleanze con entità politiche
tutt’altro che propense ad avviare la lotta di liberazione nazionale.
Nel frattempo le nuove
generazioni di giovani si avvicinavano, come accennato, alla lotta
indipendentista e costruirono, nel quindicennio che va dal ’90 – ’91 al 2005 –
’06, l’impianto scientifico di cui l’indipendentismo sardo era ancora carente.
Mentre da un lato proseguiva il filone di impostazione interclassista,
dall’altro una forte componente di sinistra rianalizzava pazientemente il
patrimonio della lotta di liberazione nazionale alla luce di un’impostazione
rivoluzionaria.
Questa grande area variegata
rifaceva proprio il portato storico-politico di “Su Populu Sardu”, proseguendo
quella lettura nazionale di classe della situazione sarda che si era interrotta
purtroppo nei primissimi anni ’80. Lo sviluppo di questa componente, nel corso
degli anni, giunse a coalizzare intorno all’organizzazione a Manca pro
s’Indipendentzia gli elementi d’avanguardia della sinistra indipendentista
sarda.
Contemporaneamente alla crescita
del consenso popolare per le posizioni indipendentiste (di tutte le
organizzazioni indipendentiste, quindi anche Sardigna Nazione e la neo-nata
Indipendentzia-Repubrica de Sardigna, oltre ad aM.p.I.), si è andato
trasformando anche l’atteggiamento repressivo dell’italia per il fenomeno. E’
accaduto così che l’iniziale sorveglianza “prudente”, a distanza, che veniva
fatta dalle forze d’occupazione italiane lasciasse il posto, nel corso di
questa evoluzione, a pedinamenti quotidiani dei patrioti; in seguito si è
passati alle perquisizioni periodiche di sedi e abitazioni. Nel corso degli
anni 2000 era ormai divenuto normale, per i militanti indipendentisti essere
sottoposti a lunghi pedinamenti, intercettazioni telefoniche ed ambientali,
perquisizioni stradali e delle proprie autovetture, ripetute identificazioni
dei militanti nel corso di spostamenti fuori città, e una lunghissima serie di
intimidazioni piccole e meno piccole e di minacce velate e non. In questa
situazione di continua intimidazione repressiva a carico dell’indipendentismo
sardo, inizia una lunga serie di attentati messi a segno dall’”Organizzatzione
Indipendentista Rivolutzionaria” e dai Nuclei Proletari per il Comunismo contro
strutture e simboli del colonialismo e del capitalismo in Sardigna. Da quel
momento inizia per l’indipendentismo sardo, ed in particolare per aM.p.I., la
sua ala sinistra, il periodo caratterizzato da una repressione inaudita. Mentre
gli attentati si susseguono a ritmi vertiginosi, i militanti di aM.p.I. si
ritrovavano a dover subire pedinamenti strettissimi ovunque andassero, in
qualsiasi ora del giorno e della notte, 365 giorni all’anno. Allo stesso tempo
però, e nonostante le continue intimidazioni poliziesche, aM.p.I. andava
lentamente conquistandosi la simpatia popolare. La situazione oggettiva,
caratterizzata da un’accentuazione delle condizioni di sudditanza coloniale
della Sardigna assicurate dal dispiegamento di un imponente apparato militare
repressivo, deve confrontarsi con una situazione soggettiva, caratterizzata a
sua volta dalla grande vivacità e determinazione di un vasto movimento di
liberazione nazionale. In questo contesto, determinato dallo scontro insanabile
tra la situazione oggettiva colonialista e la situazione soggettiva
anticolonialista, si inserì il lavoro dei servizi segreti italiani, incaricati
di dar manforte alle forze di occupazione italiane in Sardigna.
Sin da subito i servizi segreti
italiani hanno avuto un preciso obiettivo: non tanto quello di arginare gli
attentati, quanto quello di screditare e desertificare l’indipendentismo in
quanto tale, ed indipendentemente dai metodi di lotta utilizzati dai patrioti.
Il loro lavoro inizia con il
tentativo di convincere l’opinione pubblica sarda, attraverso una massiccia
campagna giornalistica, che i numerosissimi e terribili incendi estivi nelle
località turistiche sarde fossero opera di indipendentisti sardi. Nessuna prova
viene addotta da nessun giornale per giustificare questa tesi, ma nonostante
tutto si continua ossessivamente ad alimentare questa convinzione nei confronti
dell’opinione pubblica.
Sarebbe, ad esempio, molto
importante chiedersi: 1) chi ha foraggiato questa tesi? 2) chi ha appiccato gli
spaventosi incendi delle estati 2003-‘04-’05? 3) Può essere che chi ha cercato
di scatenare la caccia all’untore fosse la stessa entità che appiccava gli
incendi?
Mentre questa operazione ignobile
veniva montata ad arte, le questure di tutta la Sardigna venivano istruite dai
servizi segreti su quale metodologia seguire per giungere all’arresto dei
gruppi armati: intercettare tutti i discorsi di tutti i militanti dei movimenti
non armati!
Nello specifico, che ci risulti,
lo stato italiano ha speso, in una terra flagellata dalla disoccupazione come
la nostra, la bellezza di 16 miliardi di lire per ascoltare i discorsi dei
militanti di aM.p.I., organizzazione assolutamente pubblica e non armata. Dopo
quattro anni di ascolto e dopo vari sotterfugi perlomeno dubbi utilizzati al
fine di poter rinnovare l’autorizzazione ad indagini di volta in volta sempre
infruttuose, le digos di tutta la Sardigna hanno costruito una serie di
intercettazioni ambientali fatte di frasi ricolme di puntini, omissis e
completamente sgrammaticate. La consegna al magistrato di queste
intercettazioni ha fatto scattare l’operazione “Arcadia”, ovvero quell’atto di
criminalizzazione dell’indipendentismo tanto raccomandato dai servizi segreti
italiani.
All’alba dell’11 luglio 2006
vengono arrestati 10 militanti di aM.p.I. ed altri 55 vengono sottoposti a
perquisizione e indagati per eversione. La stampa sarda e italiana, come
guidata all’unisono da mani oscure ma esperte, sbatte il mostro in prima
pagina: guai a dubitare che i terroristi siano proprio loro!
I giornalisti sono completamente
all’oscuro delle accuse precise che vengono mosse, ma sin da subito tendono a
scartare il condizionale nel descrivere i 10 patrioti come terroristi. Come se
qualcuno avesse dato precise disposizioni, come se la condanna preventiva della
stampa facesse parte di una grande orchestra che doveva suonare una sola
musica: sono colpevoli! Probabilmente affinché l’opinione pubblica ne fosse
talmente influenzata da non ritenere neanche opportuno vedere delle “prove”
assolutamente inconsistenti.
Tuttavia la massiccia solidarietà
popolare espressa nei confronti dei patrioti non si è fatta attendere,
scombinando inaspettatamente i piani di criminalizzazione orditi dal
colonialismo.
Dopo pochi giorni dall’arresto,
quando i toni forcaioli della stampa iniziano lentamente ad essere più calmi
(sorpresi dalla solidarietà popolare?), arriva il colpo di scena: al tribunale
del riesame viene dimostrato che il compagno Bruno Bellomonte il giorno della presunta
intercettazione che lo incriminava si trovava in vacanza in Tunisia. Viene
immediatamente scarcerato e, nonostante ciò sia già indicativo della serietà
con cui sono state fatte le indagini, il castello accusatorio, sebbene pieno di
crepe, viene ostinatamente tenuto in piedi per gli altri accusati.
Ma questo non è tutto: non solo
l’arresto è caratterizzato da una palese ingiustizia, ma persino la stessa
detenzione. I patrioti vengono infatti fin da subito sottoposti ad un
trattamento anomalo: devono essere continuamente sorvegliati ed accompagnati
dalla polizia penitenziaria ovunque vadano, hanno severissimo divieto di
incontro tra loro (a causa di ciò devono rinunciare ad attività didattiche e
concerti) come se fossero sottoposti a regime E.I.V. (elevato indice di
vigilanza), ma allo stesso tempo, contraddittoriamente, vengono tenuti nelle
celle dei detenuti “comuni”, negando di fatto il loro “status” di prigionieri
politici. Non solo! E’ il caso di Stefania Bonu e Massimiliano Nappi, due dei
patrioti detenuti ai domiciliari che, nonostante siano sottoposti a durissime
restrizioni che sfiorano la paranoia, denunciano pubblicamente l’anomalia che
li porta ad essere autorizzati a potersi muovere liberamente senza scorte per
visite o ricoveri ospedalieri…….il tutto palesemente mirato a fiaccare la
nostra unità di patrioti militanti di aM.p.I.
Grazie al sostegno dato anche
dalle lotte condotte fuori dal carcere dal movimento comunista e dal movimento
indipendentista, le lotte che i patrioti incarcerati hanno dovuto affrontare in
questi mesi per difendere i loro diritti hanno raggiunto alcuni risultati. Sono
state vinte le dure battaglie per dare gli arresti domiciliari ad alcuni dei
dieci militanti con problemi di salute. E’ stata vinta di recente la lotta contro
il tentativo di deportare in italia i militanti e per il rimpatrio di un
militante già deportato, anche grazie alla vastissima solidarietà e
mobilitazione portata avanti dai detenuti del carcere di Buoncammino.
La violenza dello stato italiano
nei confronti dei patrioti sardi è tale che nella sua foga lo stato non si cura
più della vetrina dei diritti umani, infrange anche le sue stesse leggi pur di
accanirsi contro di loro. Non è forse un diritto del cittadino la detenzione
domiciliare qualora le condizioni di salute siano incompatibili con la galera?
Non è forse un diritto del cittadino scontare la carcerazione nel carcere più
vicino possibile alla propria famiglia? Si, sono diritti dei cittadini. Ma il
livore dell’italia nei confronti dei patrioti sardi è tale che si è giunti al
paradosso per cui dei presunti terroristi lottano per far applicare la legge!
L’italia infatti non ha nessuna
intenzione di far rispettare le sue leggi, il suo obiettivo è solo annientare
le giuste aspirazioni del Popolo Sardo alla sua autodeterminazione. Lo dimostra
l’oscura vicenda del volantino N.P.C. ritrovato dai servizi segreti italiani
all’Università di Cagliari. Venne infatti “ritrovato” un volantino N.P.C. nei
locali dell’Università il 30 dicembre 2004, ad opera del S.I.S.D.E. Ma cosa ci
faceva il S.I.S.D.E. all’Università di Cagliari il 30 dicembre, con
l’Università chiusa per le ferie natalizie? A questo torbido e tipico “mistero
italiano” dovrebbero, per l’accusa, rispondere i patrioti sardi………….assurdità
che si commentano da sole!!!
Tuttavia in questa vicenda
tragica, dove la prima a morire è stata proprio la “democrazia” italiana, i
soprusi illegali e antidemocratici nei confronti dei militanti prigionieri di
aM.p.I. non sono finiti. Potremmo ancora parlare del compagno Roberto Loi che
da 4 mesi chiede inutilmente di essere operato ad un occhio, ferito in seguito
ad un incidente e a rischio di danni permanenti, di Emanuela Sanna a cui è
stato illegalmente negato di partecipare ad un concorso, di Bruno Bellomonte sospeso
dal lavoro anche dopo il riconoscimento di estraneità ai fatti contestatigli, e
via dicendo, passando per i compagni liberi che sono stati licenziati o
sfrattati come rappresaglia per essere finiti sotto indagine (qualcuno avrà
fatto pressioni su padroni di casa e datori di lavoro?), fino ad arrivare al
grottesco sequestro della nostra bandiera nazionale ai patrioti chiusi in
galera da parte dell’amministrazione carceraria.
Dove sono, in questi momenti,
tutti quei politici unionisti che si sgolano per la democrazia e i diritti
umani? Dov’è tutto l’amore per la democrazia che ha spinto i “nostri” politici
a portare la guerra a Baghdad? Forse per loro la Sardigna è lontana, molto più
lontana dell’Iraq.
I nove patrioti comunisti,
militanti di a Manca pro s’Indipendentzia, attualmente sottoposti a detenzione
nelle carceri e nelle abitazioni, appartenenti alla struttura interna ad a
Manca pro s’Indipendentzia denominata “Comitato Prigionieri di a Manca pro
s’Indipendetzia: “sa die nostra at’a bennere!” intendono infine denunciare
il divieto apposto dal magistrato al deposito delle registrazioni, fonte
centrale delle “accuse”. I nostri legali, ai quali rivolgiamo ulteriormente
l’invito ad affrontare la nostra difesa secondo un’impostazione politica,
perché tale è l’attacco nei nostri confronti, devono avere la possibilità di
accedere alle registrazioni, affinché possa essere chiara e dimostrata a tutto
il nostro Popolo la nostra estraneità ai fatti e la dimensione dell’attacco che
i servizi segreti italiani hanno costruito contro aM.p.I.
La nostra unità è la forza del
nostro Popolo!
Comitato Prigionieri di a
Manca pro s’Indipendetzia: “sa die nostra at’a bennere!”.