“Alternativa Sarda” -
Risoluzione del Comitato Centrale
del Partidu Sardu Indipendentista, “Libertade”, dicembre 1989
L’isola
di Sardegna, per tutta la sua storia, è stata riconosciuta universalmente come
una singola unità, abitata da un solo popolo, possedente una lingua, una
cultura, una tradizione storica distintiva.
Sebbene sia stato sottomesso da diverse dominazioni, il nostro popolo non ha
mai rinunciato alla rivendicazione del diritto all’autogoverno, né ha mai
rinunciato alla difesa della propria identità linguistico-culturale, fondamento
della nazione sarda moderna.
Il diritto dei sardi all’autogoverno è stato calpestato dalla forza delle armi
dei colonizzatori.
Con la sconfitta del regno di Arborea, che ha ucciso l’indipendenza Sarda, si è
ucciso il diritto legittimo del popolo Sardo a vivere in libertà.
Con la sconfitta del movimento rivoluzionario Angioiano si è ucciso il diritto
naturale dei Sardi a decidere del proprio destino.
Mentre persino i feroci colonizzatori romani in qualche modo riconobbero
l’identità nazionale dei Sardi, ufficializzando il culto del Sardus Pater, il
moderno colonialismo che ci opprime tenta di negare persino l’esistenza della
Nazione Sarda.
Negli ultimi 200 anni i Sardi hanno vissuto in un regime politico che ha tentato
di distruggere definitivamente l’identità nazionale e culturale attraverso un
programma di acculturazione forzata.
La negazione della lingua e della cultura dei Sardi, la emarginazione della
nostra terra dal contesto delle fertili relazioni mercantili che nel
Mediterraneo si sviluppano. L’occupazione militare della nostra isola, la
dipendenza imposta alla nostra economia, che è sempre più mercato delle
produzioni continentali, la rapina finanziaria e fiscale, la cementificazione
delle nostre coste e la distruzione del nostro ambiente naturale, l’enorme
tasso di disoccupazione, tutti i nodi centrali della moderna questione sarda
trovano la propria origine nella negazione dei diritti nazionali e sociali dei
Sardi.
Ma il diritto della Sardigna alla sovranità, il diritto di tutto il popolo
sardo all’autodeterminazione, è sostenuto dal principio delle leggi
internazionali universalmente riconosciute.
Il diritto all’autodeterminazione è illustrato nelle due convenzioni delle
Nazioni Unite del 1966. La Convenzione Internazionale sui Diritti Politici e
Civili, e la Convenzione Internazionale sui Diritti Economici Sociali e
Culturali. L’articolo di ogni Convenzione recita: “…tutti i popoli hanno
diritto all’autodeterminazione. Per virtù di tale diritto essi determinano il
loro sviluppo economico, sociale e culturale.”
Nella Dichiarazione sui Principi di Legge Internazionale riguardanti i rapporti
amichevolie la Cooperazione tra gli Stati della carta delle Nazioni Unite si
sostiene: “…tutti i popoli hanno diritto di determinare liberamente, senza
influenze esterne, il loro status politico e di poter seguire il loro sviluppo
economico, sociale e culturale ed ogni Stato ha il dovere di rispettare questo
diritto secondo i provvedimenti della carta.”
Il governo italiano in sardigna nega ai Sardi i diritti riconosciuti da tutta
la comunità internazionale.
Su Partidu Indipendentista Sardu
Il Partidu Indipendentista Sardu è l’espressione politica più avanzata del
movimento per la liberazione del popolo sardo ed è nato con l’obbiettivo di far
acquisire alla Sardigna la condizione di stato sovrano ed alla società sarda
l’assetto socialista e libertario.
Il Partidu lavora per rafforzare l’unità politica del popolo Sardo e per la
liberazione nazionale e sociale e dell’individuo da qualsiasi forma di
sfruttamento.
Coerente con il suo progetto di liberazione, il Partidu attua una precisa
scelta di campo, definendosi indipendentista, socialista e libertario ed
affermando il proprio antagonismo verso il capitalismo colonialista, lo
statalismo burocratico, l’imperialismo, il razzismo e tutto ciò che è
repressione dell’uomo e della donna nella loro dimensione personale e nel loro
essere protagonisti della dinamica sociale.
Il socialismo in Sardigna ha radici antichissime e popolari che si sono
espresse nel carattere di solidarietà tipico della nostra mentalità e nei
rapporti di produzione solidaristica del mondo delle campagne.
LA SOLIDARIETA’ POPOLARE E’ LA BASE DEL SOCIALISMO AL QUALE CI ISPIRIAMO.
Proporre una politica di lotta per la solidarietà che si ponga il compito di
trasformare radicalmente il sistema sociale significa costruire un “modello”
originale dove la divisione del lavoro non voglia dire subordinazione dell’uomo
a nuove gerarchie sociali, come è avvenuto nei paesi del socialismo reale né
subordinazione della personalità umana ai meccanismi della ricerca del massimo
profitto, come è avvenuto nei paesi capitalistici occidentali.
Il nostro partito si batte per la costruzione di una società le cui strutture
siano orientate all’eliminazione della dipendenza economica, alla soddisfazione
dei bisogni socialmente utili, alla realizzazione della competitività
dell’apparato produttivo Sardo nel mercato internazionale, alla socializzazione
della cultura e dei servizi, alla crescita tecnologica della società Sarda.
L’ampiezza della oppressione nazionale e sociale, la crisi del modello di
sviluppo, la crescita del disimpegno e dell’assenteismo politico, sono
contraddizioni reali che ci debbono far riflettere.
Dobbiamo capire che la via Sarda verso la sovranità nazionale ed il socialismo
necessita di obbiettivi Politici che compattino i settori più progressisti
della nostra società.
Per questi motivi il nostro Partidu ritiene che tutto ciò che è utile a
rafforzare il sentimento nazionale dei Sardi sia nel contempo utile al
raggiungimento dei suoi fini strategici. Assume pertanto come compito
fondamentale quello di sviluppare e rafforzare il sentimento nazionale mettendo
in essere tutte le iniziative che si riterranno più opportune.
Si tratta di lavorare alla costruzione di un grande movimento nazionale che
saldi insieme gli interessi fondamentali del nostro popolo, contribuendo alla
costruzione di un blocco sociale progressista che si muova sulla strada
dell’alternativa.
Il capitalismo coloniale
Alcune concentrazioni economiche e finanziarie dominano la società sarda. Il
capitalismo monopolistico di stato (Le PPSS) controlla l’85% della proprietà
industriale presente in Sardegna.
Come in tutti i paesi coloniali, il capitalismo monopolistico dello stato
dominante, stabilendo strette relazioni finanziarie e produttive con le
concentrazioni multinazionali, ha impedito lo sviluppo di una imprenditoria
diffusa autogena, legata non soltanto alle esigenze del profitto ma anche ai
bisogni nazionali del nostro popolo. Questo sistema ha fatto in modo che ogni
cosa assumesse il valore di merce di scambio e che la legge del profitto
determinasse qualsiasi aspetto del sistema sociale.
Persino l’intervento dello “stato sociale” è perennemente inserito in questa
logica. No a caso una delle più gravi diseconomie che ostacolano lo sviluppo è
quella del sistema dei trasporti. Questo è controllato da una concentrazione
mista di capitalismo privato e PPSS che insegue la logica del massimo profitto
ed utilizza gli introiti delle linee sarde per coprire il deficit delle altre
linee e per investimenti finanziari del tutto estranei ai bisogni della
Sardegna. Tutto ciò è veramente assurdo. E’ come se a Roma imponessero aumenti
delle tariffe dei trasporti urbani per risanare il bilancio negativo ad
esempio, della azienda trasporti palermitana, La vera natura del capitalismo
coloniale è quindi quella di essere la struttura fondamentale del dominio dello
stato in Sardegna.
Quindi si apre una rilevante contraddizione tra il capitalismo coloniale, che
opera in Sardegna in regime di monopolio, protetto dall’intervento dello stato,
e l’imprenditoria sarda cosciente del proprio ruolo economico e consapevole dei
propri bisogni di classe. Questa nuova realtà ci impone di ridefinire quale è
oggi il blocco sociale potenzialmente sostenitore della liberazione nazionale e
del processo di decolonizzazione.
Segnali diffusi emergono da tutta la Sardegna che indicano come piccoli e medi
imprenditori sardi intendono diventare figure sociali produttive e abbandonare
l’originaria vocazione intermediaria e subalterna. Si tratta di far coincidere
gli interessi di questa nuova realtà con i bisogni oggettivi della gran parte
del popolo lavoratore sardo per la nascita di un grande movimento nazionale che
opponga alla politica succursalista dei partiti italiani la costruzione di una
politica sarda alternativa al dominio coloniale.
L’alternativa sarda
Il nazionalismo sardo è la risposta al tentativo fallito di distruggere
l’identità nazionale del nostro popolo.
Questo, però, tranne alcuni momenti d’avanguardia, non è ancora riuscito ad
assumere la piena consapevolezza della necessità di dislocare in avanti il
dibattito politico superando un impegno esclusivamente “culturalista” od
“economicista”.
E’ naturale però che le contraddizioni prodotte dall’oppressione coloniale
facciano crescere il bisogno oggettivo di un grande movimento nazionale per la
liberazione. Il Partidu Indipendentista è consapevole di non rappresentare,
nella sua interezza l’area politica del nazionalismo sardo, ma è anche
consapevole d’essere la componente imprescindibile dello sviluppo del movimento
di liberazione.
Alle porte del terzo millennio, dopo secoli di oppressione, dopo gli ultimi
decenni di intossicazione delle coscienze operata con gli strumenti della
propagandata ineluttabilità della subordinazione, dell’acculturazione forzata,
dello strapotere dei partiti italiani e del clientelismo, esprimere un
programma politico di alternativa al dominio coloniale, ha per noi, una
importanza sia tattica che strategica.
Con la proposta dell’alternativa sarda, il Partidu Indipendentista definisce il
suo ruolo all’interno dell’area nazionalista ed indica su quali obiettivi
politici è possibile costruire il futuro della liberazione di tutti i Sardi.
Indica come far maturare un movimento nazionale che raccolga le esigenze
politiche, economiche e culturali del Popolo sardo in alternativa al progetto
del potere coloniale. (...)