MAO TSE-TUNG

Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo

 

Il problema della giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo

costituisce il tema generale del mio intervento. Per facilitarne l’esposizione,

questo tema è diviso in dodici parti. Verrà fatto cenno anche al problema delle

contraddizioni tra noi e i nostri nemici, ma l’intervento sarà dedicato soprattutto

al problema delle contraddizioni che si manifestano in seno al popolo.

 

DUE TIPI DI CONTRADDIZIONI DI DIVERSA NATURA

 

Il nostro paese, oggi, è più unito che mai. Le vittorie della rivoluzione

democratica borghese e della rivoluzione socialista e i nostri successi nell’edificazione

socialista hanno rapidamente mutato il volto della vecchia Cina. Un

avvenire ancora più radioso si apre dinanzi alla nostra patria. La divisione e il caos

del paese, che il popolo odiava, appartengono a un passato che non tornerà mai

più. Guidati dalla classe operaia e dal Partito comunista cinese, i seicento milioni

di abitanti del nostro paese, strettamente uniti, sono impegnati nel compito

grandioso della costruzione del socialismo. L’unità del nostro paese, l’unità del

nostro popolo e l’unità di tutte le nostre nazionalità all’interno del paese sono le

garanzie fondamentali per il sicuro trionfo della nostra causa. Ma questo non

significa che nella nostra società non esista più alcuna contraddizione; il crederlo

sarebbe ingenuo e sarebbe non conforme alla realtà oggettiva. Nella nostra società

esistono due tipi di contraddizioni: le contraddizioni tra noi e i nostri nemici e le

contraddizioni in seno al popolo.

La natura di questi due tipi di contraddizioni è completamente diversa.

Per conoscere correttamente questi due tipi di differenti contraddizioni, tra noi

e i nostri nemici e in seno al popolo, è necessario, innanzitutto, comprendere bene

che cosa è il popolo e che cosa sono i nemici. La nozione di popolo acquista un

significato diverso da paese a paese e in ogni paese da un periodo storico a un

altro. Prendiamo, ad esempio, la situazione nel nostro paese. Durante la Guerra

di resistenza contro il Giappone, tutte le classi, strati e gruppi sociali che

partecipavano alla resistenza all’aggressione del Giappone appartenevano alla

categoria del popolo, mentre gli imperialisti giapponesi, i traditori nazionali e gli

elementi filogiapponesi erano i nemici del popolo. Durante la Guerra di

liberazione, i nemici del popolo erano gli imperialisti americani e i loro lacchè,

cioè la borghesia burocratica, i proprietari terrieri e i reazionari del Kuomintang

che rappresentavano queste due classi; tutte le classi, strati e gruppi sociali che

combattevano contro questi nemici appartenevano alla categoria del popolo.

Nella fase attuale, nel periodo della costruzione del socialismo, tutte le classi, strati

e gruppi sociali che approvano e sostengono l’opera di costruzione socialista e

vi partecipano, formano il popolo, tutte le forze sociali e tutti i gruppi sociali che

si oppongono alla rivoluzione socialista, che sono ostili all’edificazione socialista

e cercano di sabotarla, sono i nemici del popolo.

Le contraddizioni tra noi e i nostri nemici sono contraddizioni antagoniste. In

seno al popolo, le contraddizioni tra i lavoratori non sono antagoniste, mentre

quelle tra le classi sfruttate e le classi sfruttatrici hanno sia un aspetto antagonista

sia un aspetto non antagonista. Le contraddizioni in seno al popolo non datano

da oggi, ma il loro contenuto differisce in ogni periodo della rivoluzione e nel

periodo dell’edificazione socialista.

Nelle condizioni attuali della Cina le contraddizioni in seno al popolo

comprendono le contraddizioni nella classe operaia, le contraddizioni tra i

contadini, le contraddizioni fra gli intellettuali, le contraddizioni tra la classe

operaia e i contadini, le contraddizioni tra gli operai e i contadini da una parte e

gli intellettuali dell’altra, le contraddizioni tra la classe operaia e gli altri lavoratori

da una parte e la borghesia nazionale dall’altra, le contraddizioni in seno alla

borghesia nazionale, ecc.

Il nostro governo popolare è un governo che rappresenta effettivamente gli

interessi del popolo e che serve il popolo, ma fra esso e le masse popolari si

manifestano ugualmente alcune contraddizioni. Queste contraddizioni comprendono

le contraddizioni tra gli interessi dello Stato e gli interessi collettivi da una parte

e gli interessi individuali dall’altra, le contraddizioni tra la democrazia e il centralismo,

fra dirigenti e diretti e le contraddizioni che derivano dallo stile di lavoro burocratico

di alcuni lavoratori dell’apparato statale nei loro rapporti con le masse.

Tutte queste contraddizioni sono contraddizioni in seno al popolo. Generalmente

parlando, le contraddizioni in seno al popolo sono contraddizioni che

esistono sulla base di una fondamentale identità degli interessi del popolo.

Nel nostro paese, le contraddizioni tra la classe operaia e la borghesia nazionale

fanno parte delle contraddizioni in seno al popolo. La lotta di classe tra la classe

operaia e la borghesia nazionale appartiene in linea generale alla lotta di classe in

seno al popolo, ciò perché la borghesia nazionale nel nostro paese ha un carattere

duplice. Nel periodo della rivoluzione democratica borghese essa aveva un carattere

rivoluzionario e, contemporaneamente, una tendenza al compromesso. Nel periodo

della rivoluzione socialista lo sfruttamento della classe operaia per trarne profitto

costituisce un aspetto della natura della borghesia nazionale, mentre il sostegno alla

Costituzione e la disponibilità ad accettare la trasformazione socialista ne costituiscono

l’altro. La borghesia nazionale è diversa dagli imperialisti, dai proprietari terrieri

e dalla borghesia burocratica. La contraddizione tra la classe operaia e la borghesia

nazionale è una contraddizione tra sfruttati e sfruttatori ed è per se stessa una

contraddizione antagonista. Tuttavia nelle condizioni concrete del nostro paese, se

la si tratta nel dovuto modo, la contraddizione antagonista tra queste due classi si può

trasformare in una contraddizione non antagonista ed essere risolta con metodi

pacifici. Se invece noi non la trattiamo correttamente, vale a dire se non applichiamo

nei riguardi della borghesia nazionale una politica di unione, di critica e di

educazione, o se la borghesia nazionale non accetta una tale politica, la contraddizione

tra la classe operaia e la borghesia nazionale può trasformarsi in una

contraddizione tra noi e i nostri nemici.

Poiché le contraddizioni tra noi e i nostri nemici e le contraddizioni in seno al

popolo hanno carattere differente, esse devono essere risolte con metodi

differenti. In breve nelle prime si pone il problema di fare una netta distinzione

tra noi e i nostri nemici, nelle seconde si pone il problema di fare una netta

distinzione tra la ragione e il torto1. Beninteso, il problema di tracciare una linea

di demarcazione tra noi e i nostri nemici è anch’esso un problema di distinzione

tra la ragione e il torto. Ad esempio, la questione di sapere chi ha ragione e chi

ha torto tra noi e le forze reazionarie interne e straniere, cioè l’imperialismo, il

feudalesimo e il capitale burocratico, è anch’essa una questione di ragione e di

torto, ma è differente, per sua natura, dalle questioni sulla ragione e il torto che

sorgono in seno al popolo.

Il nostro Stato è una dittatura democratica popolare diretta dalla classe operaia e

basata sull’alleanza tra operai e contadini. Quali sono le funzioni di questa dittatura?

La sua prima funzione riguarda l’interno, cioè la repressione all’interno del paese

delle classi e degli elementi reazionari e di quegli sfruttatori che si oppongono alla

rivoluzione socialista, di coloro che cercano di sabotare la nostra edificazione

socialista; in altre parole la sua prima funzione è quella di risolvere le contraddizioni

tra noi e i nostri nemici all’interno del paese Per esempio: arrestare e giudicare alcuni

controrivoluzionari e, per un certo periodo, non dare diritto di voto ai proprietari

terrieri e ai capitalisti burocratici e negare loro la libertà di parola, tutto ciò rientra

nell’ambito della nostra dittatura. Per mantenere l’ordine sociale e difendere gli

interessi delle larghe masse popolari è anche necessario esercitare la dittatura sui

ladri, sugli imbroglioni, sugli assassini, sugli incendiari, sui banditi e sui diversi

elementi nocivi che compromettono seriamente l’ordine sociale.

La seconda funzione della nostra dittatura è quella di difendere il nostra paese

contro le attività sovversive e una possibile aggressione dei nemici dall’esterno.

Quando si presenta una simile situazione, alla dittatura si pone il compito di

risolvere la contraddizione tra noi e i nemici esterni.

Lo scopo di questa dittatura è insomma proteggere tutto il popolo perché esso

possa dedicarsi al lavoro pacifico e possa trasformare la Cina in un paese socialista

dotato di un’industria, un’agricoltura, una scienza e una cultura moderne.

Chi esercita la dittatura? Naturalmente la classe operaia e tutto il popolo che sta

sotto la sua direzione. La dittatura non si esercita in seno al popolo. Il popolo non

potrebbe esercitare la dittatura su se stesso né una parte del popolo può

opprimerne un’altra. Coloro che, fra il popolo, infrangono le leggi devono essere

anch’essi puniti conformemente alla legge, ma tra questo e la dittatura che si

esprime nella repressione dei nemici del popolo vi è una differenza di principio.

Quello che si pratica in seno al popolo è il centralismo democratico. Nella nostra

Costituzione è stabilito che i cittadini della Repubblica popolare cinese godono

della libertà di parola, di stampa, di riunione, di associazione, di corteo, di

manifestazione, di credenza religiosa e di altre libertà. Nella nostra Costituzione

è ugualmente stabilito che gli organi dello Stato devono praticare il centralismo

democratico, che essi devono appoggiarsi sulle masse popolari e che i pubblici

dipendenti devono servire il popolo. La nostra democrazia socialista è la

democrazia più ampia, una democrazia che non può esistere in nessuno Stato

borghese. La nostra dittatura è la dittatura democratica popolare diretta dalla

classe operaia e basata sull’alleanza tra operai e contadini. Questo significa che

in seno al popolo si pratica la democrazia e che la classe operaia, unendosi con

tutti coloro che godono dei diritti civili, i contadini in primo luogo, esercita la

dittatura sulle classi e sugli elementi reazionari e su tutti coloro che si oppongono

alla trasformazione socialista e all’edificazione socialista. Sul piano politico godere

dei diritti civili significa godere del diritto di libertà e di democrazia.

Ma questa libertà è una libertà che ha una direzione e questa democrazia è una

democrazia sotto una direzione centralizzata: non è anarchia. L’anarchia non

risponde agli interessi e alle aspirazioni del popolo.

Nel nostro paese alcuni si sono rallegrati dei fatti d’Ungheria. Essi speravano che

qualcosa di simile sarebbe accaduto anche in Cina, che migliaia e migliaia di

persone sarebbero scese nelle strade per dimostrare contro il governo popolare.

Tali speranze erano contrarie agli interessi delle masse popolari e non potevano

ottenerne l’appoggio. In Ungheria una parte delle masse, ingannate dalle forze

controrivoluzionarie interne e straniere, hanno commesso l’errore di ricorrere alla

violenza contro il governo popolare: il risultato fu amaro sia per lo Stato che per

il popolo. Occorrerà un lungo periodo per riparare i danni economici di qualche

settimana di disordini. Altri nel nostro paese hanno preso un atteggiamento

oscillante nei riguardi degli avvenimenti d’Ungheria, perché essi ignoravano la

reale situazione mondiale. Essi ritengono che sotto il nostro regime di democrazia

popolare c’è troppa poca libertà e che nel regime democratico parlamentare

dell’Occidente ve ne è di più. Essi chiedono l’instaurazione di un sistema a due

partiti, come in Occidente, con un partito al governo e l’altro all’opposizione. Ma

questo cosiddetto sistema bipartitico non è altro che un mezzo per mantenere la

dittatura della borghesia e non potrebbe in alcun caso garantire la libertà dei

lavoratori. In realtà, nel mondo, libertà e democrazia non possono esistere in

astratto, ma solo in concreto. In una società in cui vi è lotta di classe, se le classi

sfruttatrici hanno la libertà di sfruttare i lavoratori, i lavoratori non hanno la libertà

di non subire lo sfruttamento. Se vi è democrazia per la borghesia, non vi è

democrazia per il proletariato e per i lavoratori. In alcuni paesi capitalisti è tollerata

l’esistenza legale di partiti comunisti, ma soltanto nella misura in cui questi non

ledono gli interessi fondamentali della borghesia; quando si va oltre questo limite,

la loro esistenza non è più tollerata. Coloro che rivendicano libertà e democrazia

in astratto, considerano la democrazia come un fine e non come un mezzo. A volte

sembra che la democrazia sia un fine, ma in realtà non è che un mezzo. Il

marxismo ci indica che la democrazia fa parte della sovrastruttura e che essa

appartiene alla categoria della politica. Questo significa che in fin dei conti essa

serve la base economica. Lo stesso è per la libertà. Sia la democrazia che la libertà

sono relative e non assolute: esse sono apparse e si sono sviluppate in condizioni

storiche difinite. All’interno del popolo la democrazia è in rapporto al centralismo,

la libertà è in rapporto alla disciplina. Si tratta, in entrambi i casi, di aspetti

contraddittori di un insieme unitario; tra di essi esiste contraddizione e, nello

stesso tempo, unità; noi non dobbiamo accentuare unilateralmente uno di questi

aspetti negando l’altro. All’interno del popolo non può mancare la libertà come

non può mancare la disciplina; non può mancare la democrazia come non può

mancare il centralismo. Questa unità di libertà e disciplina, di democrazia e

centralismo costituisce il nostro centralismo democratico. Con un regime di

questo tipo il popolo gode di un’ampia democrazia e di un’ampia libertà, ma nello

stesso tempo deve autolimitarsi con una disciplina socialista. Queste ragioni, le

larghe masse popolari le comprendono molto bene.

Prendere posizione a favore di una libertà che abbia una direzione e di una

democrazia sotto una direzione centralizzata, non significa in alcun modo che i

problemi ideologici e i problemi della distinzione tra la ragione e il torto in seno

al popolo possono essere risolti con misure coercitive. Tutti i tentativi di risolvere

le questioni ideologiche e le questioni della ragione e del torto con ordini

amministrativi o con misure costrittive sono non soltanto inefficaci, ma anche

nocivi. Non possiamo abolire la religione per mezzo di ordini amministrativi né

obbligare la gente a non crederci. Non possiamo obbligare la gente a rinunciare

all’idealismo, così come non possiamo obbligarla ad abbracciare il marxismo.

Tutte le questioni di carattere ideologico e tutte le controversie in seno al popolo

possono essere risolte solo con metodi democratici, con i metodi della

discussione, della critica, della persuasione e dell’educazione; non possono

essere risolte con metodi coercitivi e repressivi. Per intraprendere un’attività

produttiva efficace, per studiare e vivere in pace e in ordine, il popolo esige dal

suo governo, dai dirigenti della produzione e dai dirigenti degli organismi culturali

e dell’educazione che essi promulghino misure amministrative appropriate e a

carattere obbligatorio. Senza queste misure amministrative sarebbe impossibile

mantenere l’ordine sociale. Questo è risaputo e tutti lo comprendono. Per

risolvere le contraddizioni in seno al popolo i metodi della persuasione e

dell’educazione e le misure amministrative costituiscono due aspetti che si

completano a vicenda. Le misure amministrative emanate per mantenere l’ordine

sociale devono accompagnarsi a un lavoro di persuasione e di educazione poiché,

in molti casi, da sole restano inefficaci.

Già nel 1942 questo metodo democratico di risolvere le contraddizioni

all’interno del popolo fu da noi riassunto nella formula “unità-critica-unità”. Detto

più chiaramente, ciò significa partire dal desiderio di unità, risolvere le contraddizioni

attraverso la critica o la lotta e raggiungere una nuova unità su una nuova

base. Stando alla nostra esperienza, questo è il metodo giusto per risolvere le

contraddizioni in seno al popolo. Nel 1942 abbiamo applicato questo metodo per

risolvere le contraddizioni che si manifestavano all’interno del partito comunista

e precisamente per risolvere le contraddizioni tra i dogmatici e le larghe masse

dei membri del partito, tra il dogmatismo e il marxismo. Allora i dogmatici “di

sinistra” impiegavano nella lotta all’interno del partito il metodo di “lottare a

oltranza, colpire senza pietà”. Questo era un metodo sbagliato. Criticando il

dogmatismo “di sinistra”, noi non abbiamo usato questo vecchio metodo, ma ne

abbiamo usato uno nuovo, cioè quello di partire dal desiderio di unità, distinguere

chiaramente la ragione dal torto per mezzo della critica o della lotta e raggiungere

una nuova unità su una nuova base. Questo fu il metodo usato nel 1942 durante

la campagna di rettifica. Nel giro di alcuni anni, nel frattempo il Partito comunista

cinese aveva tenuto il suo settimo Congresso nazionale, in tutto il partito fu

raggiunta una grande unità come previsto e di conseguenza la rivoluzione

popolare raggiunse la vittoria.

Nell’impiegare questo metodo l’essenziale è che si parta dal desiderio di unità.

Infatti se manca questo desiderio di unità, è sicuro che la lotta, una volta lanciata,

creerebbe una gran confusione e sfuggirebbe di mano. Non equivarrebbe ciò

all’impiego del metodo “lottare a oltranza e colpire senza pietà”? Quale unità del

partito resterebbe? È proprio sulla base di questa esperienza che noi abbiamo

trovato la formula “unità-critica-unità”. Questo metodo si può esprimere anche

con l’espressione “imparare dagli errori passati per evitarne in futuro e curare la

malattia per salvare il malato”. Noi abbiamo esteso l’applicazione di questo

metodo al di fuori del partito. In tutte le basi d’appoggio antigiapponesi abbiamo

applicato con molto successo questo metodo nel trattare i rapporti tra la direzione

e le masse, tra l’esercito e la popolazione, tra gli ufficiali e i soldati, tra le differenti

unità dell’esercito, tra i differenti gruppi di quadri. I segni dell’impiego di questo

metodo si possono rintracciare già nei primi anni della storia del nostro partito.

Già a partire dal 1927, quando noi abbiamo creato nel sud le nostre forze armate

rivoluzionarie e le basi rivoluzionarie, abbiamo impiegato questo metodo per

regolare i rapporti tra il partito e le masse, tra l’esercito e la popolazione, tra gli

ufficiali e i soldati e in altri rapporti in seno al popolo. Ciò che cambiò fu che

durante la Guerra di resistenza contro il Giappone noi abbiamo usato questo

metodo con maggiore consapevolezza. Dopo la liberazione di tutto il paese,

abbiamo adottato questo stesso metodo “unità-critica-unità” nelle nostre relazioni

con gli altri partiti e raggruppamenti democratici e con gli ambienti industriali e

commerciali. Il nostro compito attuale è quello di continuare a estendere e ad

adoperare ancora meglio questo metodo all’interno di tutto il popolo; vogliamo

che tutte le nostre fabbriche, cooperative, aziende commerciali, scuole, amministrazioni

e organizzazioni popolari, insomma tutti i nostri seicento milioni di

uomini, usino questo metodo per risolvere le loro contraddizioni interne.

In condizioni normali le contraddizioni che si manifestano in seno al popolo

non sono antagoniste. Tuttavia se non le trattiamo in modo corretto, o se

manchiamo di vigilanza e restiamo indifferenti e negligenti, l’antagonismo può

apparire. Nei paesi socialisti una tale situazione di norma è soltanto un fenomeno

parziale e temporaneo. Questo perché nei paesi socialisti il sistema di sfruttamento

dell’uomo sull’uomo è stato soppresso e gli interessi del popolo sono

fondamentalmente identici.

Le azioni antagoniste su scala piuttosto vasta verificatesi durante gli avvenimenti

d’Ungheria sono state il risultato delle macchinazioni di elementi controrivoluzionari

sia interni sia stranieri. Questo fu un fenomeno particolare e temporaneo. Fu un

caso di reazionari all’interno dei paesi socialisti che, in connivenza con gli

imperialisti, cercarono di far trionfare i loro complotti sfruttando le contraddizioni

in seno al popolo per fomentare dissensi e creare disordini. La lezione degli

avvenimenti d’Ungheria merita la nostra attenzione.

Molti ritengono che l’impiego di metodi democratici per risolvere le contraddizioni

in seno al popolo costituisca qualcosa di nuovo. In realtà non è così. I marxisti hanno

sempre sostenuto che la causa del proletariato deve poggiare sulle masse popolari

e che i comunisti devono impiegare i metodi democratici della persuasione e

dell’educazione quando hanno a che fare con i lavoratori e che non devono per

nessuna ragione fare ricorso all’autoritarismo o alla costrizione. Il Partito comunista

cinese osserva scrupolosamente questo principio marxista-leninista. Noi abbiamo

sempre sostenuto che sotto il regime della dittatura democratica popolare, per

risolvere i due tipi di contraddizioni, differenti per la loro natura, le contraddizioni

tra noi e i nemici e le contraddizioni in seno al popolo, bisogna ricorrere a due metodi

differenti: la dittatura e la democrazia. Si è parlato di ciò a diverse riprese in molti

documenti passati del nostro partito e in numerosi interventi dei suoi membri

dirigenti. Nell’articolo Sulla dittatura democratica popolare2 che scrissi nel 1949

dicevo: “Sono questi due aspetti, democrazia per il popolo e dittatura sui reazionari,

che costituiscono in sé la dittatura democratica popolare”. Dicevo anche che per

risolvere i problemi in seno al popolo, “i metodi che noi impieghiamo sono

democratici, cioè sono metodi di persuasione e non di costrizione”. Nel mio

intervento alla seconda sessione della Conferenza politica consultiva del popolo

cinese nel giugno del 19503 dicevo ancora: “La dittatura democratica popolare

impiega due metodi. Il metodo della dittatura è impiegato nei riguardi dei nemici.

Ciò significa che, per il lungo periodo di tempo che sarà necessario, essi non sono

autorizzati a partecipare all’attività politica, sono costretti a sottomettersi alle leggi del

governo popolare, sono costretti a lavorare e a trasformarsi con il lavoro in uomini

nuovi. Al contrario, nei riguardi del popolo non si adotta il metodo della costrizione,

ma quello democratico. Ciò significa che è necessario dare al popolo la possibilità

di partecipare all’attività politica, non obbligarlo a fare una cosa o un’altra, ma usare

i metodi democratici dell’educazione e della persuasione. Questa educazione

costituisce l’autoeducazione in seno al popolo e la critica e l’autocritica costituiscono

il metodo fondamentale dell’autoeducazione”.

Quindi nel passato abbiamo già diverse volte parlato dell’impiego del metodo

democratico per risolvere le contraddizioni in seno al popolo; non solo, ma in

linea di massima nel nostro lavoro abbiamo usato questo metodo e molti fra i

quadri e il popolo hanno acquistato familiarità con esso nella pratica. Perché

alcuni oggi ritengono che esso sia una cosa nuova? Perché nel passato la lotta tra

noi e i nostri nemici interni ed esteri era estremamente aspra e la gente non

prestava la stessa attenzione di oggi alle contraddizioni in seno al popolo.

Molti non riescono a fare una distinzione netta tra questi due tipi di contraddizioni

di natura diversa, le contraddizioni tra noi e i nostri nemici e le contraddizioni

in seno al popolo; essi confondono facilmente questi due tipi di

contraddizioni. Bisogna ammettere che questi due tipi di contraddizioni sono

talvolta facili da confondere. Nel nostro lavoro passato è capitato che li abbiamo

confusi. Nel corso del lavoro di liquidazione dei controrivoluzionari, gente onesta

è stata ritenuta erroneamente colpevole; casi del genere si sono presentati nel

passato e si presentano ancora oggi. Se noi siamo stati capaci di limitare i nostri

errori è grazie alla nostra politica di tracciare una netta linea di demarcazione tra

noi e i nostri nemici e di correggere gli errori ogni volta che li scopriamo.

Secondo la filosofia marxista la legge dell’unità degli opposti è la legge fondamentale

dell’universo. Questa legge agisce universalmente, tanto nella natura che nella

società umana e nel pensiero degli uomini. Tra i due aspetti contrapposti della

contraddizione c’è, nello stesso tempo, unità e lotta: da ciò deriva l’impulso al

movimento e al mutamento delle cose. Le contraddizioni esistono dovunque, ma

hanno carattere diverso a seconda del differente carattere delle cose. In ogni singola

cosa l’unità degli opposti è condizionata, temporanea, transitoria, quindi relativa,

mentre la lotta degli opposti è assoluta. Lenin ha esposto in modo molto chiaro questa

legge. Nel nostro paese essa è stata compresa da un numero sempre più grande di

gente. Tuttavia per molti riconoscere questa legge è una cosa e impiegarla nell’esame

e nella soluzione dei problemi è un’altra cosa. Molti non osano riconoscere

apertamente che esistono ancora in seno al nostro popolo contraddizioni, mentre

sono proprio queste contraddizioni che stimolano la marcia in avanti della nostra

società. Molti rifiutano di ammettere che nella società socialista esistono ancora delle

contraddizioni, così che quando essi si trovano di fronte alle contrad-dizioni sociali,

agiscono con timidezza e non manifestano alcuna iniziativa. Essi non comprendono

che è nel processo incessante del trattare correttamente e del risolvere contraddizioni

che la società socialista diventa più unita e si consolida. Per questo motivo noi

abbiamo bisogno di spiegare le cose al nostro popolo e innanzitutto ai nostri quadri,

per aiutarli a comprendere le contraddizioni della società socialista e per insegnar

loro a trattare queste contraddizioni con metodi corretti.

Le contraddizioni della società socialista sono di natura diversa dalle contraddizioni

delle vecchie società, quali la società capitalista. Le contraddizioni della

società capitalista si manifestano in antagonismi e conflitti acuti, in un’accanita

lotta di classe; esse non possono essere risolte dallo stesso regime capitalista, ma

soltanto dalla rivoluzione socialista. Diverso è per le contraddizioni della società

socialista che, al contrario, non sono antagoniste e possono essere risolte l’una

dopo l’altra dallo stesso regime socialista.

Nella società socialista, le contraddizioni fondamentali restano ancora la

contraddizione tra i rapporti di produzione e le forze produttive e la contraddizione

tra la sovrastruttura e la base economica. Tuttavia esse hanno natura

sostanziale differente e manifestazioni differenti dalla contraddizione tra i rapporti

di produzione e le forze produttive e dalla contraddizione tra la sovrastruttura e

la base economica nelle vecchie società. Il regime sociale esistente attualmente

nel nostro paese è di gran lunga superiore a quello del passato. Se non fosse così,

il vecchio regime non sarebbe stato rovesciato e sarebbe stato impossibile

instaurare il nuovo regime. Quando diciamo che i rapporti di produzione socialisti

corrispondono meglio al carattere delle forze produttive di quanto vi corrispondessero

i vecchi rapporti di produzione, noi intendiamo dire che i rapporti di

produzione socialisti permettono alle forze produttive di svilupparsi a un ritmo

irraggiungibile nella vecchia società, per cui la produzione può espandersi con

continuità e soddisfare in misura crescente i bisogni continuamente crescenti del

popolo. Nella vecchia Cina dominata dall’imperialismo, dal feudalesimo e dal

capitale burocratico, le forze produttive si sviluppavano con estrema lentezza. Nei

cinquant’anni precedenti la liberazione del paese, la produzione annuale di

acciaio, se si escludono le province nordorientali, era rimasta ferma a qualche

decina di migliaia di tonnellate. Con quella delle province nordorientali, la

produzione massima annuale di acciaio non superò mai le novecentomila

tonnellate. Nel 1949 la produzione di acciaio in tutto il paese superava di poco

le centomila tonnellate. Invece soltanto nello spazio di sette anni da dopo la

liberazione, la produzione di acciaio ha già superato quattro milioni di tonnellate

per anno. Nella vecchia Cina era difficile trovare qualche stabilimento di

costruzioni meccaniche, per non parlare di stabilimenti che producessero

autocarri o aeroplani. Ora vi sono stabilimenti di tutti questi tre tipi. Quando il

popolo cinese rovesciò la dominazione dell’imperialismo, del feudalesimo e del

capitale burocratico, a molti non era chiaro in quale direzione doveva andare la

Cina, se verso il capitalismo o verso il socialismo. Molti non avevano le idee chiare

su questo problema. Ora i fatti vi hanno già risposto: soltanto il socialismo può

salvare la Cina. Il regime socialista ha stimolato lo sviluppo impetuoso delle forze

produttive del nostro paese e persino i nostri nemici stranieri sono obbligati a

riconoscerlo.

Ma nel nostro paese il sistema socialista è stato appena instaurato, la sua

instaurazione non è ancora terminata ed esso non si è ancora completamente

consolidato. Nelle imprese industriali e commerciali miste a capitale privato e di

Stato i capitalisti ricevono ancora un interesse fisso sul loro capitale, cioè vi è

ancora sfruttamento. Quanto alla proprietà, queste imprese non hanno ancora un

carattere del tutto socialista. Un certo numero delle nostre cooperative di

produzione agricola e delle nostre cooperative di produzione artigianale hanno

anch’esse ancora carattere semisocialista. Anche nelle cooperative interamente

socialiste restano ancora da risolvere alcuni problemi relativi alla proprietà. Nei

differenti settori della nostra economia e tra di essi si stanno gradualmente

instaurando rapporti di produzione e di scambio conformi ai principi socialisti e

gradualmente si trovano forme più adeguate. Sia nel settore dell’economia

socialista basato sulla proprietà di tutto il popolo, sia nel settore dell’economia

socialista basato sulla proprietà collettiva sia nei rapporti tra questi due settori

dell’economia socialista, il problema di un giusto rapporto tra accumulazione e

consumo è tuttavia un problema complesso. Non è facile trovare d’un solo colpo

una soluzione integralmente razionale. In breve, sono stati instaurati rapporti di

produzione socialisti ed essi favoriscono lo sviluppo delle forze produttive, ma

sono ancora lontani dall’essere perfetti e questa imperfezione frena lo sviluppo

delle forze produttive. Oltre alla situazione di corrispondenza e contraddizione

tra i rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive, esiste anche una

situazione di corrispondenza e di contraddizione tra la sovrastruttura e la base

economica. La sovrastruttura, comprendente il sistema statale, le leggi della

dittatura democratica popolare e l’ideologia socialista guidata dal marxismoleninismo,

svolge un ruolo positivo facilitando la vittoria della trasformazione

socialista del nostro paese e della creazione di un’organizzazione socialista del

lavoro. Essa è conforme alla base economica socialista, cioè ai rapporti di

produzione socialisti. Ma l’esistenza dell’ideologia borghese, un certo stile

burocratico di lavoro negli organi dello Stato e i difetti nei rapporti tra alcune

istituzioni del nostro Stato sono in contraddizione con la base economica

socialista. Dobbiamo continuare a risolvere tali contraddizioni in conformità alle

nostre circostanze concrete. Beninteso, una volta risolte queste contraddizioni,

sorgeranno nuovi problemi. Nuove contraddizioni dovranno essere risolte. Per

esempio, per trattare la contraddizione tra la produzione e i bisogni della società,

che per un lungo periodo continuerà a esistere come una realtà oggettiva, sarà

necessario un processo costante di adattamento attraverso la pianificazione

statale. Ogni anno nel nostro paese si fa un piano economico per stabilire una

proporzione appropriata tra accumulazione e consumo e per giungere a un

equilibrio tra la produzione e i bisogni. Questo equilibrio costituisce l’unità

relativa e temporanea di opposti. Un anno passa e, generalmente parlando,

questo equilibrio è rotto dalla lotta dei contrari; l’unità subisce una trasformazione,

l’equilibrio si trasforma in squilibrio, l’unità cessa di essere unità e bisogna di

nuovo ristabilire un’equilibrio e un’unità per l’anno seguente. È in ciò che consiste

la superiorità della nostra economia pianificata. Nei fatti, questo equilibrio e

questa unità sono parzialmente rotti ogni mese, ogni trimestre e ciò rende

necessari aggiustamenti parziali. A volte, quando le disposizioni soggettive che

sono state prese non corrispondono alla realtà dei fatti, sorgono contraddizioni

e l’equilibrio è rotto. Questo è ciò che chiamiamo commettere un errore. Il

continuo sorgere e la continua soluzione di contraddizioni è quello che costituisce

la legge dialettica dello sviluppo delle cose.

Attualmente la situazione si presenta nel modo seguente: le lotte di classe

violente e condotte su una vasta scala dalle masse, caratteristiche del periodo

rivoluzionario, sono, per l’essenziale, finite, ma la lotta di classe non è affatto

completamente finita. Le larghe masse da una parte accolgono favorevolmente il

nuovo regime e dall’altra non vi sono ancora abituate. L’esperienza dei lavoratori

dell’apparato governativo non è ancora sufficientemente ricca ed essi devono

continuare a esaminare e approfondire certe questioni concrete nel campo delle

direttive politiche. Questo significa che è necessario ancora del tempo prima che

il nostro regime socialista sia instaurato e consolidato, prima che le masse popolari

si abituino a questo nuovo regime e prima che i lavoratori dello Stato possano

imparare e acquisire esperienza. Attualmente è quindi assolutamente necessario

che solleviamo il problema di stabilire una linea di demarcazione tra i due tipi di

contraddizioni , le contraddizioni tra noi e i nemici e le contraddizioni in seno al

popolo e il problema della giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo,

per riunire tutte le nazionalità del nostro paese per una nuova lotta, la lotta contro

la natura, per sviluppare la nostra economia e la nostra cultura, per aiutare tutto

il popolo ad attraversare senza grandi difficoltà questo periodo di transizione, per

rafforzare il nostro nuovo sistema e per costruire il nostro nuovo Stato.

 

L’ELIMINAZIONE DEI CONTRORIVOLUZIONARI

 

L’eliminazione dei controrivoluzionari è una questione di lotta tra opposti che

appartiene alle contraddizioni tra noi e i nostri nemici. Tra il popolo vi sono taluni

che sulla questione dell’eliminazione dei controrivoluzionari hanno punti di vista

un po’ differenti. Vi sono due categorie di persone le cui opinioni sono differenti

dalle nostre. Quelli che hanno idee deviazioniste di destra non fanno differenza

tra noi e i nostri nemici e prendono i nemici come amici. Costoro considerano

come amici coloro che le masse considerano come nemici. Quelli che hanno idee

deviazioniste “di sinistra” nella loro fantasia allargano il campo delle contraddizioni

tra noi e i nostri nemici fino ad arrivare a considerare alcune contraddizioni

in seno al popolo come contraddizioni tra noi e i nostri nemici; essi considerano

come controrivoluzionari elementi che in realtà non lo sono. Questi due punti di

vista sono sbagliati. Né l’uno né l’altro permettono di trattare correttamente la

questione dell’eliminazione dei controrivoluzionari e di dare una giusta valutazione

dei risultati del nostro lavoro in questo campo.

Per valutare in modo corretto il nostro lavoro per l’eliminazione dei

controrivoluzionari, non è inutile che noi esaminiamo l’influenza che i fatti

d’Ungheria hanno avuto nel nostro paese. Questi avvenimenti hanno prodotto

una certa agitazione in una parte dei nostri intellettuali senza però provocare

nessuna tempesta. Quale ne è stata la causa? Occorre dire che una delle cause è

che noi siamo riusciti a liquidare in modo abbastanza radicale i controrivoluzionari.

Certamente il consolidamento del nostro Stato non è dovuto principalmente

all’eliminazione dei controrivoluzionari. Esso è dovuto in primo luogo al fatto che

noi abbiamo un partito comunista e un esercito di liberazione temprati da una lotta

rivoluzionaria di alcune decine di anni e lavoratori temprati anche loro da una lotta

rivoluzionaria di alcuni decenni. Il nostro partito e il nostro esercito hanno

profonde radici nelle masse, sono stati forgiati nel fuoco di una lunga lotta

rivoluzionaria, sono forti e hanno capacità combattive. La nostra repubblica

popolare non fu creata in un sol giorno, al contrario essa si è sviluppata

gradualmente dalle basi rivoluzionarie. Anche alcune personalità democratiche,

in maggiore o minore misura, si sono temprate nella lotta e hanno attraversato

tempi duri insieme con noi. Alcuni intellettuali si sono temprati nelle lotte contro

l’imperialismo e la reazione; dopo la liberazione molti sono passati attraverso un

processo di trasformazione ideologica che aveva per scopo di rendere loro

possibile una chiara distinzione tra noi e il nemico. Inoltre il consolidamento del

nostro Stato è dovuto al fatto che le misure economiche prese sono fondamentalmente

giuste, che le condizioni di vita nella popolazione sono stabili e

migliorano gradualmente, che la nostra politica verso la borghesia nazionale e le

altre classi è anch’essa giusta e così via.

Ciò nonostante i nostri successi nel liquidare i controrivoluzionari sono

incontestabilmente una ragione importante del consolidamento del nostro Stato.

È per tutto questo che, sebbene molti studenti universitari provengano da famiglie

che non appartengono al popolo lavoratore, tutti, con poche eccezioni, sono

patrioti, sono per il socialismo e non hanno dato luogo a disordini durante i fatti

d’Ungheria. Lo stesso si può dire della borghesia nazionale, per non parlare delle

masse fondamentali, gli operai e i contadini.

Dopo la liberazione abbiamo eliminato un certo numero di controrivoluzionari.

Alcuni furono condannati a morte perché avevano commesso gravi delitti. Ciò era

assolutamente necessario, era voluto dalle masse e fu fatto per liberare queste da

lunghi anni di oppressione da parte di controrivoluzionari e di ogni genere di

despoti locali; in altri termini, per liberare le forze produttive. Se non avessimo

agito in questo modo, le masse non avrebbero potuto alzare la testa. A partire dal

1956 tuttavia c’è stato un radicale cambiamento nella situazione. Considerando il

paese nel suo insieme, le forze principali della controrivoluzione erano state

annientate. Il nostro compito fondamentale non è più la liberazione delle forze

produttive, ma la difesa e lo sviluppo delle forze produttive nel quadro dei nuovi

rapporti di produzione. Alcuni non comprendono che la nostra politica attuale

corrisponde alla situazione attuale come la nostra politica passata corrispondeva

alla passata situazione; essi di conseguenza vorrebbero servirsi della nostra attuale

politica per rovesciare decisioni del passato e per negare gli immensi successi

ottenuti nella liquidazione dei controrivoluzionari. Ciò è completamente sbagliato

e le masse popolari non lo permetteranno.

Nel nostro lavoro di eliminazione dei controrivoluzionari, l’elemento principale è

che noi abbiamo ottenuto dei successi, ma sono stati fatti anche degli errori. In alcuni

casi vi furono degli eccessi, in altri i controrivoluzionari sono sfuggiti dalla nostra rete.

La nostra politica è: “Dovunque vi sono controrivoluzionari, essi devono essere

eliminati; ogni volta che si scopre un errore, esso deve essere corretto”. La nostra linea

nel lavoro di eliminazione dei controrivoluzionari è la linea di massa. Pur adottando

questa linea, ovviamente potranno sempre verificarsi errori nel nostro lavoro, ma

saranno di meno e più facili da correggere. Le masse acquistano esperienza attraverso

la lotta. Dalle cose ben fatte acquistano esperienza sul modo corretto di agire. Dagli

errori acquistano esperienza su come si fanno errori.

Provvedimenti sono stati presi e vengono presi per correggere gli errori già

individuati nel lavoro di eliminazione dei controrivoluzionari. Gli errori non ancora

individuati saranno corretti non appena verranno alla luce. Le decisioni sulle

riabilitazioni dovranno ricevere la stessa pubblicità delle precedenti errate decisioni.

Propongo che quest’anno o l’anno prossimo sia fatto un generale riesame del lavoro

di eliminazione dei controrivoluzionari per fare il bilancio dell’esperienza, incoraggiare

lo spirito di giustizia e combattere gli attacchi ingiusti4. Su scala nazionale questo

compito dovrà essere svolto sotto la direzione del Comitato permanente dell’Assemblea

popolare nazionale e del Comitato permanente della Conferenza politica

consultiva; sul piano locale, dai governi popolari e dai comitati della Conferenza

politica consultiva di provincia e di municipalità. Con questo riesame dobbiamo

aiutare e non scoraggiare i numerosi funzionari e attivisti che hanno partecipato al

lavoro di eliminazione dei controrivoluzionari. Non sarebbe giusto avvilirli. Tuttavia

i casi di torti che vengono alla luce devono essere riparati. Questo deve essere

l’atteggiamento di tutti gli organi di pubblica sicurezza, dei tribunali e delle procure,

delle prigioni e degli organismi incaricati della rieducazione attraverso il lavoro.

Speriamo che, ovunque sia possibile, i membri del Comitato permanente dell’Assemblea

popolare nazionale e della Conferenza politica consultiva e i deputati del popolo

partecipino a questa verifica. Ciò ci aiuterà a perfezionare il nostro ordinamento

giuridico e ad assumere un giusto atteggiamento verso i controrivoluzionari e gli altri

criminali.

La situazione attuale per quanto riguarda i controrivoluzionari può essere così

definita: vi sono ancora controrivoluzionari, ma non ve ne sono molti. In primo

luogo, dunque, controrivoluzionari ve ne sono ancora. Alcuni dicono che non ve

ne sono più e che tutto è calmo, che possiamo dormire fra due guanciali. Ma le

cose non stanno così. Il fatto è che controrivoluzionari ve ne sono ancora (ciò non

vuol dire naturalmente che li troverete dappertutto e in ogni organizzazione) e

che dobbiamo continuare a combatterli. È ovvio che i controrivoluzionari

nascosti, ancora in circolazione, non rimarranno passivi ma coglieranno certamente

ogni occasione per danneggiare il nostro lavoro; gli imperialisti americani

e la cricca di Chiang Kai-shek continuano a inviare nel paese agenti segreti per

svolgervi attività di sabotaggio. Anche quando tutti i controrivoluzionari esistenti

saranno stati eliminati, altri ne appariranno. Se cesseremo la vigilanza saremo

ingannati e dovremo scontarne le conseguenze. Ovunque scopriremo

controrivoluzionari che fomentano disordini, dovremo liquidarli con estrema

fermezza. Tuttavia, in generale, considerando il paese nel suo complesso,

possiamo affermare con sicurezza che non vi sono molti controrivoluzionari.

Sarebbe errato affermare che ve n’è ancora un gran numero in circolazione. Anche

accettare questo punto di vista significherebbe creare della confusione.

 

LA COOPERAZIONE NELL’AGRICOLTURA

 

Dato che abbiamo una popolazione agricola di oltre cinquecento milioni di

persone, la situazione dei nostri contadini è di estrema importanza per lo sviluppo

della nostra economia e per il consolidamento del nostro potere. Ritengo che in

questo campo la situazione sia sostanzialmente buona. La trasformazione cooperativa

dell’agricoltura è stata portata a termine e questo ha risolto una delle maggiori

contraddizioni nel nostro paese, quella tra l’industrializzazione socialista e l’economia

agricola individuale. La rapidità con cui è stata portata a termine la cooperazione

agricola preoccupa alcuni, i quali si chiedono se non accadrà che si manifestino degli

errori. Errori certo ve ne sono, ma fortunatamente non sono troppo grandi e in

generale la situazione è sana. I contadini lavorano con molto slancio e nonostante

nello scorso anno i danni provocati da inondazioni, siccità e venti siano stati più gravi

che negli anni passati, la produzione di cereali è tuttavia aumentata in tutto il paese.

Malgrado ciò alcuni hanno sollevato un tifone in miniatura, sostengono che la

cooperazione agricola non vale niente e che non presenta alcun vantaggio. Di fatto

la cooperazione presenta dei vantaggi o no? Tra i documenti distribuiti oggi alla

conferenza ve ne è uno sulla cooperativa Wang Kuo-fan del distretto di Tsunhua,

nella provincia dello Hopei, che vi consiglio di leggere. Questa cooperativa si trova

in una regione montuosa nota da sempre per la sua povertà e che per anni ha fatto

ricorso ai cereali forniti dal governo popolare. Quando nel 1953 vi si fondò per la

prima volta una cooperativa, questa venne detta la “cooperativa degli straccioni”. Per

quattro anni si condusse una lotta accanita, ogni anno la situazione della cooperativa

migliorava e ora la stragrande maggioranza dei membri della cooperativa dispone

di scorte di cereali. Ciò che è stato possibile per la cooperativa di Wang Kuo-fan, lo

possono fare anche altre cooperative in condizioni normali nello stesso tempo o in

un tempo un po’ più lungo. Questo ci dimostra che la tesi secondo la quale la

cooperazione agricola non vale niente non ha alcun fondamento.

È anche chiaro che la creazione di cooperative esige necessariamente una lotta aspra

e difficile. Tutto ciò che è nuovo deve incontrare difficoltà e rovesci mentre cresce. Sarebbe

vuota fantasia credere che la causa del socialismo sia navigare col vento in poppa e facili

successi, senza difficoltà e rovesci e che non richieda sforzi tremendi.

Chi è che sostiene attivamente le cooperative? La schiacciante maggioranza dei

contadini poveri e dei contadini medi dello strato inferiore, che assieme

costituiscono più del 70 per cento della popolazione rurale. Anche la maggior

parte degli altri contadini ripongono le loro speranze nelle cooperative. Quelli che

realmente sono scontenti non sono che una piccolissima minoranza. Ma molti non

hanno analizzato questa situazione, non hanno esaminato in tutti i loro aspetti i

successi e i difetti delle cooperative, né le cause di questi difetti; essi hanno

scambiato una parte del quadro o un lato della questione per l’insieme e su questa

base alcuni hanno sollevato un tifone in miniatura, pretendendo che le cooperative

non presentino alcun vantaggio.

Quanto tempo ci vorrà perché le cooperative si consolidino e perché cessino

questi discorsi per cui non presenterebbero alcun vantaggio? Giudicando

dall’esperienza dello sviluppo di molte cooperative, ci vorranno circa cinque anni

o forse un po’ di più. Attualmente la maggior parte delle cooperative del nostro

paese hanno poco più di un anno di vita e non è giusto pretendere che tutto vada

bene. A mio parere se, una volta fondate nel corso del primo piano quinquennale,

riuscissimo a consolidarle durante il secondo, sarebbe già un ottimo lavoro.

Le cooperative stanno gradualmente consolidandosi. Vi sono ancora alcune

contraddizioni che devono essere risolte, come quelle tra le cooperative e lo Stato

e quelle all’interno delle cooperative e tra le diverse cooperative.

Per risolvere queste contraddizioni dobbiamo aver sempre presenti le questioni

della produzione e della ripartizione.

Per quanto riguarda la produzione, da un lato l’economia delle cooperative

deve essere subordinata alla direzione del piano economico unificato dello Stato

e nello stesso tempo, senza nuocere al piano unificato dello Stato, alla sua politica,

alle sue leggi e ai suoi regolamenti, deve mantenere una certa elasticità e una certa

indipendenza; dall’altro, ogni famiglia aderente a una cooperativa deve sottostare

ai piani generali della cooperativa o della squadra di lavoro cui appartiene,

benché possa stabilire da sé dei piani adeguati per quanto riguarda il lotto di terra

concesso per la coltivazione individuale e per le altre attività economiche

condotte individualmente.

Per quanto riguarda la ripartizione, dobbiamo tener conto contemporaneamente

degli interessi dello Stato, del collettivo e degli individui. Occorre stabilire un

giusto rapporto tra le entrate fiscali dello Stato, l’accumulazione dei fondi nella

cooperativa e il reddito personale dei contadini e avere costantemente cura di

apportare gli aggiustamenti atti a risolvere le contraddizioni tra questi tre aspetti.

Sia lo Stato sia le cooperative devono accumulare dei fondi, ma queste

accumulazioni non devono essere eccessive. Dobbiamo fare il possibile perché

i contadini, negli anni di raccolto normale, aumentino di anno in anno il loro

reddito personale grazie all’aumento della produzione.

Molti dicono che i contadini hanno una vita dura. È vero? In un certo senso sì.

Infatti più di un secolo di sfruttamento e di oppressione da parte degli imperialisti

e dei loro agenti ha trasformato la Cina in un paese molto povero, dove il livello

di vita è basso non solo per i contadini, ma anche per gli operai e per gli

intellettuali. Per migliorare gradualmente il livello di vita di tutto il nostro popolo

ci vorranno parecchi decenni di ardui sforzi. In questo senso è giusto dire che i

contadini hanno una “vita dura”. Ma in un altro senso è un’affermazione sbagliata.

Non si può dire che nei sette anni dalla liberazione a oggi sia migliorata solo la

vita degli operai e non quella dei contadini. Difatti, tranne che per una

piccolissima minoranza, il tenore di vita è in una certa misura aumentato sia per

i contadini sia per gli operai. A partire dalla liberazione, i contadini non sono più

sfruttati dai proprietari terrieri e la loro produzione è aumentata ogni anno.

Prendiamo ad esempio la produzione di cereali: nel 1949 essa superava di poco

210 miliardi di chin. Nel 1956 ha superato 360 miliardi di chin, con un aumento

di circa 150 miliardi di chin. L’imposta agraria statale è annualmente un po’

superiore a 30 miliardi di chin e non può essere considerata pesante. La quantità

di cereali comperata ai contadini ogni anno dallo Stato a prezzo corrente supera

di poco 50 miliardi di chin. Queste due voci sommate assieme danno un totale

di circa 80 miliardi di chin. Va però considerato che più della metà di questi cereali

è venduta nelle campagne e negli agglomerati delle regioni rurali. È chiaro che

non si può dire che la vita dei contadini non è migliorata.

Stiamo progettando di stabilizzare, per un certo numero di anni, la quantità

totale di cereali che lo Stato riceve dai contadini a titolo di imposta o di acquisto,

a un livello approssimativo di poco più di 80 miliardi di chin all’anno e ciò allo

scopo di sviluppare l’agricoltura e di consolidare le cooperative. In questo modo

il piccolo numero di famiglie contadine che adesso ancora non producono cereali

sufficienti al loro consumo, smetteranno di avere problemi e tutte le famiglie

contadine, a parte quelle dedite a colture industriali, avranno riserve di cereali o

almeno saranno autosufficienti. In questo modo non vi saranno più contadini

poveri e tutti i contadini raggiungeranno o supereranno il livello di vita dei

contadini medi. Non è giusto fare un confronto superficiale tra il reddito annuale

medio di un contadino e quello di un operaio e saltare alla conclusione che uno

è troppo basso e l’altro troppo alto. La produttività del lavoro degli operai è molto

più alta di quella dei contadini e, d’altra parte, il costo della vita è molto più basso

per i contadini che per gli operai delle città; di conseguenza non si può dire che

questi ricevano un trattamento di favore da parte dello Stato. Tuttavia i salari di

un piccolo numero di operai e di alcuni dipendenti statali sono un po’ troppo alti

e i contadini hanno ragione di essere malcontenti, per cui è necessario arrivare

a opportuni ridimensionamenti tenendo conto delle circostanze concrete.

 

IL PROBLEMA DEGLI INDUSTRIALI E DEI COMMERCIANTI

 

Nel quadro della riforma del nostro sistema sociale, oltre a organizzare

cooperative nei settori dell’agricoltura e dell’artigianato, nel 1956 si è anche

compiuta la trasformazione delle imprese industriali e commerciali private in

imprese miste, a capitale privato e statale. La rapida e felice realizzazione di questo

compito è strettamente legata al fatto che noi abbiamo trattato la contraddizione

tra la classe operaia e la borghesia nazionale come una contraddizione in seno

al popolo. Questa contraddizione di classe è stata completamente risolta? No, non

ancora e ci vorrà ancora un tempo piuttosto lungo per riuscirci. Tuttavia vi sono

alcuni che dicono che i capitalisti sono già stati così bene rieducati che non si

distinguono quasi più dagli operai e che quindi non è necessario continuarne la

rieducazione. Vi è persino chi giunge a dire che i capitalisti sono più in gamba

degli operai. Altri ancora chiedono perché, se la rieducazione è necessaria, la

classe operaia non ne ha bisogno. Sono giuste queste opinioni? Certamente no.

Quando si costruisce una società socialista, tutti devono trasformarsi, sia gli

sfruttatori sia i proletari. Chi dice che la classe operaia non deve trasformarsi?

Naturalmente, la rieducazione degli sfruttatori e quella dei lavoratori sono due

diversi tipi di rieducazione e non bisogna confonderli. La classe operaia trasforma

la società intera nella lotta di classe e nella lotta contro la natura e nel corso del

processo trasforma anche se stessa. La classe operaia deve continuamente

imparare lavorando, eliminare gradualmente i propri difetti e incessantemente

progredire. Prendiamo ad esempio noi che siamo qui presenti. Molti di noi ogni

anno fanno qualche progresso, cioè ogni anno ci trasformiamo. Un tempo io

avevo una quantità di idee non marxiste e solo in seguito ho aderito al marxismo.

Ho studiato un po’ di marxismo sui libri iniziando così a trasformare la mia

ideologia, ma la trasformazione si è realizzata soprattutto prendendo parte per

anni alla lotta di classe. Se voglio ancora progredire io devo continuare a imparare,

altrimenti tornerei indietro. I capitalisti possono essere così in gamba da non aver

più bisogno di continuare la loro trasformazione?

Alcuni pretendono che ormai la borghesia cinese non ha più un duplice

carattere, bensì uno solo. Ma è veramente così? No. Da una parte gli elementi

borghesi sono già diventati membri del personale amministrativo delle imprese

miste e stanno per essere trasformati da sfruttatori in lavoratori che vivono del

reddito del proprio lavoro, dall’altra però ricevono ancora dalle imprese miste un

tasso d’interesse fisso sui loro capitali, il che significa che non si sono ancora

completamente liberati del loro carattere di sfruttatori. Fra loro e la classe operaia

vi è ancora una considerevole distanza nel campo ideologico come in quello dei

sentimenti e delle abitudini di vita quotidiana. Come si può allora dire che il loro

carattere non è più duplice? Anche quando cesseranno di ricevere il loro tasso di

interesse e si libereranno dall’etichetta di borghesi, per un certo tempo essi

avranno ancora bisogno di continuare la loro rieducazione ideologica. Se, come

alcuni dicono, la borghesia non avesse più un duplice carattere, allora i capitalisti

non avrebbero più bisogno di studiare e di rieducarsi.

Ma bisogna dire che questa opinione né corrisponde alla situazione reale degli

industriali e dei commercianti, né si accorda con ciò che la maggior parte di loro

desidera. Negli ultimi anni la maggioranza degli industriali e dei commercianti si

sono messi a studiare volentieri e hanno fatto notevoli progressi. Dato che una

profonda rieducazione degli industriali e dei commercianti può effettuarsi solo nel

corso del lavoro, essi devono lavorare nelle aziende a fianco degli operai e degli

impiegati e fare dell’azienda il terreno principale della loro rieducazione. È

tuttavia anche molto importante che modifichino per mezzo dello studio alcuni

dei loro vecchi punti di vista; questo studio deve essere fatto volontariamente.

Quando ritornano nelle aziende dopo aver seguito dei corsi per alcune decine di

giorni, molti industriali e commercianti scoprono che parlano più spesso un

linguaggio comune a quello degli operai e dei rappresentanti dello Stato e che

quindi ci sono migliori possibilità di lavoro comune. Per loro esperienza personale

capiscono che è bene per loro continuare a studiare e a rieducarsi. L’idea alla quale

mi riferivo e cioè che non è più necessario che essi studino e si rieduchino, non

riflette assolutamente il punto di vista della maggioranza degli industriali e dei

commercianti, ma solo quello di una minoranza.

 

IL PROBLEMA DEGLI INTELLETTUALI

 

Le contraddizioni in seno al nostro popolo si manifestano anche tra gli

intellettuali. Alcuni milioni di intellettuali che prima servivano la vecchia società

sono ora passati al servizio della nuova e il problema che si pone è come essi

possono soddisfare le esigenze della nuova società e come possiamo aiutarli in

tale impresa. Anche questa è una contraddizione in seno al popolo.

Durante gli ultimi sette anni la maggior parte dei nostri intellettuali hanno fatto

notevoli progressi e hanno dimostrato di essere favorevoli al sistema socialista;

molti studiano con zelo il marxismo e alcuni sono diventati comunisti. Il numero

di questi ultimi, quantunque ancora limitato, aumenta continuamente. Naturalmente

tra gli intellettuali vi è ancora qualcuno che continua a dubitare del

socialismo o che non l’approva, ma non è che una minoranza.

La Cina ha bisogno del maggior numero possibile di intellettuali per condurre

a buon fine la gigantesca impresa dell’edificazione del socialismo. Dobbiamo dare

fiducia a tutti gli intellettuali che sono veramente desiderosi di servire la causa del

socialismo, dobbiamo migliorare radicalmente i nostri rapporti con loro e aiutarli

a risolvere tutti i problemi che esigono di essere risolti, affinché abbiano la

possibilità di sfruttare pienamente le loro capacità. Molti dei nostri compagni non

sanno unirsi con gli intellettuali, si mostrano rigidi nei loro confronti, non hanno

sufficiente rispetto del loro lavoro e interferiscono a sproposito nel lavoro

scientifico e culturale, in questioni in cui non dovrebbero interferire. Dobbiamo

farla finita con questi difetti.

Per quanto molti intellettuali abbiano fatto dei progressi, essi non devono per

questo autocompiacersi. Per soddisfare pienamente le esigenze della nuova società

e per unirsi con gli operai e i contadini è necessario che continuino la loro

rieducazione e gradualmente abbandonino la loro concezione borghese del mondo

per adottare quella proletaria, comunista. Il mutamento della concezione del mondo

è un mutamento fondamentale e, sino a ora, non si può dire che la maggior parte

dei nostri intellettuali l’abbiano realizzato. Noi speriamo che essi continuino a

progredire e che, nel corso del loro lavoro e del loro studio, gradualmente

acquisiscano una concezione comunista del mondo, assimilino il marxismo-leninismo

e arrivino a essere una cosa sola con gli operai e i contadini. Noi speriamo

che né si arrestino a mezza strada né, cosa ancora peggiore, tornino indietro, perché

ciò li condurrebbe in un vicolo cieco. Dato che il sistema sociale del nostro paese

è cambiato e la base economica dell’ideologia borghese è stata sostanzialmente

distrutta, non solo è assolutamente necessario, ma è anche possibile che larghe

masse di intellettuali cambino la loro concezione del mondo. Ma un cambiamento

completo della concezione del mondo richiede un tempo assai lungo: perciò noi

dobbiamo avere pazienza ed evitare ogni precipitazione. Ora è probabile che alcuni

saranno ideologicamente riluttanti ad accettare il marxismo-leninismo e il comunismo.

Non dobbiamo essere troppo esigenti nei loro confronti; purché si conformino

alle condizioni poste dallo Stato e si dedichino ad attività lecite, dobbiamo dare loro

la possibilità di dedicarsi a un lavoro adeguato.

Negli ultimi tempi vi è stato un calo nel lavoro politico e ideologico tra gli

intellettuali e gli studenti e sono apparse alcune tendenze malsane. A quanto pare

alcuni ritengono che non sia più necessario occuparsi di politica, dell’avvenire della

patria e degli ideali dell’umanità; sembra che per loro il marxismo sia stata una moda

durata per un certo tempo e ormai superata. Per affrontare questa tendenza è oggi

assolutamente necessario rafforzare il nostro lavoro ideologico e politico. Sia gli

studenti sia gli intellettuali devono studiare con impegno. Oltre che studiare le

materie della loro specializzazione, essi devono progredire sul piano ideologico e

politico e ciò significa che devono studiare il marxismo, le questioni politiche e i

problemi di attualità. Non avere un orientamento politico giusto è come non avere

anima. Il lavoro di rieducazione ideologica condotto nel passato era necessario e ha

dato buoni risultati, però i metodi usati erano un po’ rudi e hanno offeso qualcuno.

Questo non era bene. In futuro dobbiamo evitare questi difetti. Tutti gli organismi

e tutte le organizzazioni devono assumersi la loro responsabilità del lavoro

ideologico e politico: questo vale per il partito comunista, per la lega della gioventù,

per gli organismi governativi responsabili di questo settore e, a maggior ragione, per

i direttori e gli insegnanti degli istituti scolastici. La nostra politica nel campo

dell’educazione deve permettere a tutti quelli che ricevono un’educazione di

svilupparsi moralmente, intellettualmente e fisicamente e di divenire dei lavoratori

dotati di cultura e di una coscienza socialista. Dobbiamo diffondere l’idea che il

nostro paese va costruito con un duro lavoro e praticando l’economia. Bisogna far

capire a tutti i nostri giovani che il nostro paese è ancora molto povero, che non

riusciremo a cambiare radicalmente in poco tempo questa situazione e che solo un

decenni di sforzi uniti dei giovani e di tutto il popolo, lavorando con le nostre mani,

potremo fare della Cina un paese prospero e potente. L’instaurazione del sistema

socialista ci ha aperto la strada verso la società ideale del futuro, ma perché questo

ideale diventi una realtà dobbiamo lavorare duramente. Alcuni dei nostri giovani

ritengono che, una volta instaurata una società socialista, tutto debba essere perfetto

e che essi debbano poter godere di una vita felice, bella e fatta, senza fare alcuno

sforzo. Questo modo di pensare non è realistico.

 

IL PROBLEMA DELLE MINORANZE NAZIONALI

 

Nel nostro paese le minoranze nazionali hanno una popolazione di più di trenta

milioni di abitanti; per quanto non rappresentino che il 6 per cento della popolazione

complessiva del paese, esse vivono in vaste regioni e occupano tra il 50 e il 60 per

cento dell’intero territorio nazionale. Per questo è assolutamente necessario stabilire

buoni rapporti tra gli han5 e le minoranze nazionali. La chiave per risolvere questo

problema consiste nel superamento dello sciovinismo degli han. Nello stesso tempo

bisogna fare sforzi per superare lo sciovinismo delle minoranze nazionali là dove

esiste. Sia lo sciovinismo degli han sia lo sciovinismo delle minoranze nazionali

danneggiano l’unità di tutte le nazionalità. Essi devono essere trattati come

contraddizioni in seno al popolo. In questo settore si è già compiuto un certo lavoro

e nella maggior parte delle regioni abitate da minoranze nazionali le relazioni tra le

nazionalità rispetto al passato sono parecchio migliorate, anche se molti problemi

devono ancora essere risolti. In alcune regioni lo sciovinismo degli han e quello delle

nazionalità locali raggiungono ancora un livello preoccupante e dobbiamo prestare

molta attenzione a questo. Grazie agli sforzi di tutte le nazionalità, nel corso degli

ultimi anni nella stragrande maggioranza delle regioni della Cina abitate da

minoranze nazionali, le riforme democratiche e le trasformazioni socialiste sono state

sostanzialmente portate a termine. Nel Tibet le riforme democratiche non sono

ancora state attuate poiché la situazione non è ancora matura. In base all’accordo in

diciassette punti stipulato tra il governo popolare centrale e il governo locale del Tibet

la riforma del sistema sociale sarà fatta, ma il calendario di essa può essere fissato

solo quando la maggioranza del popolo tibetano e le personalità principali della

regione la riterranno possibile: non dobbiamo essere impazienti. Per ora si è deciso

di non procedere ad alcuna riforma nel periodo del secondo piano quinquennale,

né sappiamo se sarà possibile procedere a riforme nel corso del terzo piano

quinquennale poiché dipende dalla situazione che si avrà in quel momento6.

 

AVERE UNA VISIONE D’INSIEME E TROVARE

SOLUZIONI APPROPRIATE

 

Parlando di visione d’insieme intendiamo una visione che abbraccia tutti i

seicento milioni di abitanti del nostro paese. Quando elaboriamo i piani, trattiamo

problemi e riflettiamo sulle situazioni, dobbiamo sempre partire dalla considerazione

che la Cina ha seicento milioni di abitanti e questo non deve mai essere

dimenticato. Che senso ha porre questa questione? C’è forse ancora qualcuno che

non sa che il nostro paese ha seicento milioni di abitanti? Naturalmente lo sanno

tutti, ma quando si arriva alla pratica alcuni lo dimenticano del tutto e agiscono

come se meno si è, meglio è, come se tanto più ristretta è la loro cerchia, tanto

meglio è. Quelli che hanno questa mentalità da “cerchia ristretta” si oppongono

all’idea di mobilitare tutti i fattori positivi, di unirsi a tutte le persone che possono

essere unite e di fare il possibile per trasformare tutti i fattori negativi in fattori

positivi in modo che contribuiscano alla grande causa della costruzione di una

società socialista. Io spero che costoro amplieranno i loro orizzonti, e si

renderanno conto nella pratica che il nostro paese ha seicento milioni di abitanti,

che questo è un fatto obiettivo e che questa è la nostra ricchezza. La Cina ha una

vasta popolazione e questo è un dato positivo, ma ovviamente ciò implica anche

delle difficoltà. La nostra attività di edificazione della nuova società si sviluppa

impetuosamente in ogni settore e anche con grande successo, ma in questo

periodo di transizione, denso di grandi mutamenti sociali, ci si trova ancora di

fronte a molti difficili problemi. Progresso e difficoltà, anche questa è una

contraddizione. Tuttavia, non solo tutte queste contraddizioni devono essere

risolte, ma possono anche essere risolte.

Il nostro orientamento è questo: avere una visione d’insieme e trovare soluzioni

adeguate. Che si tratti di cereali, di calamità naturali, di occupazione, di

educazione, di intellettuali, di fronte unito di tutte le forze patriottiche, di

minoranze nazionali o di altro ancora, in ogni caso dobbiamo partire dalla visione

d’insieme che abbraccia tutto il popolo e dobbiamo trovare misure adeguate,

dopo aver consultato tutti gli ambienti interessati, in base alle possibilità del

momento e del luogo. In nessun caso dobbiamo scansare i problemi lamentandoci

che c’è troppa gente, che è arretrata, che le cose sono complicate e difficili

da risolvere. Questo significa che il governo si occuperà direttamente di ognuno

e di ogni affare? No di certo. Le organizzazioni sociali e le masse stesse possono

trovare i mezzi per occuparsi di una quantità di gente e di affari: sia le une che

le altre hanno la capacità di trovare ottime soluzioni. Ma anche questo rientra nel

nostro indirizzo di “avere una visione d’insieme e trovare soluzioni appropriate”.

Dobbiamo orientare in questo senso le organizzazioni sociali e le masse di tutte

le regioni del nostro paese.

 

LA LINEA “CHE CENTO FIORI FIORISCANO E CHE CENTO SCUOLE

DI PENSIERO GAREGGINO” E “COESISTENZA A LUNGO

TERMINE E CONTROLLO RECIPROCO”

 

Come sono state lanciate le parole d’ordine “che cento fiori fioriscano e che cento

scuole di pensiero gareggino” e “coesistenza a lungo termine e controllo reciproco”?

Sono state formulate alla luce delle concrete condizioni della Cina, sulla base del

riconoscimento del fatto che nella società socialista continuano a esistere vari tipi di

contraddizioni e in risposta all’urgente bisogno del paese di accelerare il suo sviluppo

economico e culturale. La linea di lasciare che cento fiori fioriscano e che cento

scuole di pensiero gareggino è la linea di promuovere nel nostro paese lo sviluppo

dell’arte, il progresso delle scienze e una fiorente cultura socialista. Nell’arte forme

e stili differenti devono potersi sviluppare liberamente e nel campo scientifico scuole

diverse di pensiero devono potere liberamente gareggiare. Noi pensiamo che

interventi amministrativi per imporre uno stile artistico o una scuola di pensiero e

per proibirne altri avrebbero un effetto negativo sullo sviluppo dell’arte e della

scienza. Le questioni del vero e del falso nell’arte e nella scienza devono essere risolte

con libere discussioni negli ambienti artistici e scientifici e attraverso il lavoro pratico

in questi campi. Non sono problemi che si possono regolare in modo semplicistico.

Per stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è spesso necessario un periodo

di prova. Nel corso della storia spesso le cose nuove e giuste al loro inizio non sono

riuscite a conquistare il consenso popolare e hanno potuto affermarsi solo nella

lotta, attraverso strade contorte. Spesso cose giuste e buone sono state considerate

non come fiori profumati, ma come erbe velenose. Ai loro tempi, la teoria

copernicana sul sistema solare e quella di Darwin sull’evoluzione furono giudicate

erronee e si affermarono solo dopo un’aspra e difficile lotta. Anche la storia del nostro

paese offre esempi del genere. Nella società socialista le condizioni per la nascita di

cose nuove sono radicalmente diverse da quelle della vecchia società e molto più

favorevoli. Tuttavia accade ancora spesso che forze nuove siano respinte e che

opinioni giuste si trovino soffocate. Lo sviluppo di cose nuove può essere anche

ostacolato non per deliberato spirito di repressione ma per mancanza di discernimento.

Per questo non dobbiamo trarre conclusioni avventate sulla questione del

vero e del falso nell’arte e nelle scienze, ma dobbiamo al contrario assumere un atteggiamento

cauto e incoraggiare la libera discussione. Crediamo che questo atteggiamento

permetterà uno sviluppo relativamente rapido delle scienze e delle arti.

Anche il marxismo si è sviluppato nella lotta; agli inizi fu sottoposto ad attacchi

di ogni genere e giudicato un’erba velenosa. Ancora oggi in molte parti del mondo

lo si combatte come un’erba velenosa. Nei paesi socialisti il marxismo occupa una

posizione diversa. Ma persino in essi sopravvivono opinioni non marxiste o

addirittura antimarxiste. È vero che in Cina la trasformazione socialista per quanto

riguarda la proprietà è stata per l’essenziale portata a termine e che sostanzialmente

le vaste lotte di massa, simili a un tifone, del periodo rivoluzionario sono

concluse; tuttavia vi sono ancora degli elementi delle classi rovesciate, dei

proprietari terrieri e dei compradores, vi è ancora la borghesia e la trasformazione

della piccola borghesia è appena iniziata. La lotta di classe non è ancora finita.

La lotta di classe tra il proletariato e la borghesia, la lotta di classe tra le diverse

forze politiche e la lotta di classe tra il proletariato e la borghesia in campo

ideologico sarà ancora una lotta lunga e tortuosa che a tratti può anche divenire

molto acuta. Il proletariato cerca di trasformare il mondo secondo la sua

concezione del mondo e anche la borghesia cerca di fare altrettanto. Da questo

punto di vista la questione di chi vincerà, se il socialismo o il capitalismo, non è

ancora veramente risolta. I marxisti sono ancora una minoranza sia nell’assieme

della popolazione sia tra gli intellettuali. Quindi il marxismo deve ancora

svilupparsi nella lotta; questo non solo è avvenuto nel passato e avviene nel

presente, ma avverrà anche nel futuro. Ciò che è giusto si sviluppa sempre nella

lotta contro ciò che è sbagliato. Il vero, il buono e il bello esistono sempre in

contrasto col falso, col cattivo e col brutto e si sviluppano sempre nella lotta contro

questi. Nel momento stesso in cui l’umanità rifiuta universalmente una cosa

sbagliata e accetta una verità, una verità più nuova entra a sua volta in lotta contro

nuove opinioni sbagliate. Questa lotta non avrà mai fine. Questa è la legge di

sviluppo della verità ed è naturalmente anche la legge di sviluppo del marxismo.

Ci vorrà ancora molto tempo per decidere l’esito della lotta ideologica tra il

socialismo e il capitalismo nel nostro paese. Il motivo sta nel fatto che l’influenza

della borghesia e degli intellettuali che provengono dalla vecchia società,

l’influenza esercitata dall’ideologia della loro classe, sopravviverà ancora nel

nostro paese per molto tempo. Se non si capisce affatto questo o se non lo si

capisce abbastanza, si commetteranno i più gravi errori e si trascurerà la necessità

di condurre la lotta sul piano ideologico. La lotta ideologica è diversa dalle altre

lotte perché in essa non si possono adottare metodi coercitivi, ma solo il metodo

paziente del ragionamento. Nella lotta ideologica il socialismo oggi dispone di

condizioni favorevoli: le forze fondamentali del potere statale sono nelle mani del

popolo lavoratore guidato dal proletariato. Il partito comunista è forte e gode di

un grande prestigio. Anche se vi sono dei difetti e degli errori nel nostro lavoro,

ogni uomo onesto può vedere che siamo leali con il popolo, che siamo decisi e

capaci di costruire il nostro paese insieme con il popolo, che già abbiamo ottenuto

enormi successi e che ne otterremo ancora di più grandi. La grande maggioranza

dei borghesi e degli intellettuali che provengono dalla vecchia società sono

patrioti e vogliono servire la loro rigogliosa patria socialista. Essi capiscono che

se si allontanassero dalla causa del socialismo e dal popolo lavoratore diretto dal

partito comunista non avrebbero più niente su cui fare affidamento né avrebbero

più alcuna prospettiva luminosa per l’avvenire.

Qualcuno chiederà: visto che nel nostro paese la maggioranza della popolazione

riconosce già nel marxismo l’ideologia guida, lo si può criticare? Certamente. Il

marxismo è una verità scientifica e non teme la critica; se la temesse e potesse essere

confutato dalla critica, allora non varrebbe nulla. Forse che gli idealisti non criticano

il marxismo tutti i giorni e in tutti i modi possibili? Forse che coloro che sono ancora

legati a punti di vista borghesi o piccolo borghesi e non vogliono modificarli, non

criticano il marxismo in tutti i modi possibili? I marxisti non devono temere la critica,

da qualsiasi parte provenga. Al contrario, essi devono temprarsi, svilupparsi e

conquistare nuove posizioni nel corso della critica e nella tempesta della lotta. Lottare

contro le idee sbagliate è in qualche modo un farsi vaccinare: l’azione del vaccino

rafforza le capacità di resistenza dell’organismo alle malattie. Le piante coltivate in

serra difficilmente sono robuste. La realizzazione della linea “che cento fiori

fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino”, non indebolirà ma rafforzerà il

ruolo dirigente del marxismo in campo ideologico.

Quale deve essere la nostra linea nei confronti delle idee non marxiste? Per

quanto riguarda i controrivoluzionari dichiarati e i sabotatori della causa del

socialismo è semplice: togliamo loro la libertà di parola. La questione è diversa

quando invece ci troviamo di fronte a idee errate nel popolo. Sarebbe giusto

bandire queste idee e non dar loro la possibilità di esprimersi? No di certo.

Applicare metodi semplicistici per risolvere le questioni ideologiche in seno al

popolo, le questioni legate alla vita intellettuale dell’uomo, non è soltanto

inefficace, ma estremamente controproducente. Si può vietare che le idee

sbagliate siano espresse, ma le idee rimarranno sempre. Quanto poi alle idee

giuste, se le si coltiva in serra, non le si espone mai al vento e alla pioggia e non

si immunizzano nei confronti delle malattie, esse non riusciranno a trionfare nello

scontro con le idee sbagliate. Quindi soltanto con il metodo della discussione,

della critica e del ragionamento possiamo realmente far progredire le idee giuste,

togliere di mezzo quelle sbagliate e risolvere effettivamente i problemi.

È inevitabile che la borghesia e la piccola borghesia esprimano le loro ideologie.

È inevitabile che esse le esprimano ostinatamente in tutti i modi possibili nelle

questioni politiche e ideologiche. Non possiamo aspettarci che agiscano diversamente.

Non dobbiamo usare il metodo della repressione e impedire loro di

esprimersi; al contrario dobbiamo permettere loro di farlo e nello stesso tempo

discuterle con loro e criticarle opportunamente. È incontestabile che noi

dobbiamo criticare tutti i tipi di idee sbagliate. Certamente non sarebbe giusto

astenersi dal farlo, stare a vedere mentre idee sbagliate si diffondono senza

controllo e lasciare che occupino la piazza. Gli errori devono essere criticati e le

erbe velenose combattute ovunque crescono. Ma la nostra critica non deve essere

dogmatica; non dobbiamo applicare il metodo metafisico, ma sforzarci di usare

il metodo dialettico. Quello che occorre sono l’analisi scientifica e argomenti

convincenti. La critica dogmatica non risolve nulla. Noi siamo contro ogni tipo di

erbe velenose, ma dobbiamo accuratamente distinguere tra quello che è

realmente erba velenosa e quello che in realtà è fiore profumato. Insieme alla

massa del popolo dobbiamo imparare a fare questa attenta distinzione e a lottare

contro le erbe velenose applicando dei metodi giusti.

Come ci opponiamo al dogmatismo, altrettanto dobbiamo opporci al revisionismo.

Il revisionismo, o opportunismo di destra, è una corrente ideologica

borghese ancor più pericolosa del dogmatismo. I revisionisti, o opportunisti di

destra, aderiscono a fior di labbra al marxismo; anch’essi attaccano il “dogmatismo”:

ma l’obiettivo reale dei loro attacchi sono di fatto le tesi fondamentali del

marxismo. Essi negano o distorcono il materialismo e la dialettica, negano o

cercano di indebolire la dittatura democratica popolare e il ruolo dirigente del

partito comunista e negano o cercano di indebolire la trasformazione socialista

e l’edificazione del socialismo. Persino dopo che la nostra rivoluzione socialista

ha per l’essenziale vinto, nel nostro paese vi sono alcuni che vanamente sperano

di restaurare il regime capitalista e lottano contro la classe operaia in ogni campo,

anche in quello ideologico. In questa lotta i revisionisti sono il loro braccio destro.

Prese parola per parola, le due parole d’ordine “che cento fiori fioriscano e che

cento scuole di pensiero gareggino” non hanno un carattere di classe e possono

essere utilizzate dal proletariato come dalla borghesia e da altri. Ogni classe, ogni

strato e ogni gruppo sociale ha un suo punto di vista su quali sono i fiori profumati

e quali le erbe velenose. Ma dal punto di vista delle grandi masse popolari, quali

sono oggi i criteri per distinguere i fiori profumati dalle erbe velenose? Come può

il nostro popolo, nella vita politica, stabilire se le parole e le azioni di una persona

sono giuste o sbagliate? In base ai principi della nostra Costituzione, alla volontà

della stragrande maggioranza del nostro popolo e ai programmi politici stabiliti

in comune in varie occasioni da tutti i partiti politici del nostro paese, crediamo

che, in generale, si debbano seguire i seguenti criteri.

1. Le parole e le azioni devono favorire l’unità di tutte le nazionalità del nostro

paese e non la divisione;

2. devono favorire e non danneggiare la trasformazione e l’edificazione socialiste;

3. devono concorrere a consolidare e non a sabotare né a indebolire la dittatura

democratica popolare;

4. devono concorrere a consolidare e non a sabotare né a indebolire il

centralismo democratico;

5. devono concorrere a rafforzare e non a scuotere né a indebolire la direzione

del partito comunista;

6. devono recare beneficio e non danno alla solidarietà socialista internazionale

e alla solidarietà internazionale di tutti i popoli amanti della pace.

Di questi sei criteri, i più importanti sono quello della via socialista e quello del

ruolo dirigente del partito. Proponiamo questi criteri per contribuire a sviluppare la

libera discussione dei diversi problemi tra il popolo e non per frenarla. Coloro che

non li condividono possono anch’essi formulare i loro punti di vista e sostenerli.

Tuttavia fintanto che la maggioranza della gente ha criteri definiti con chiarezza su

cui procedere, la critica e l’autocritica si potranno sviluppare in un modo giusto e

questi criteri potranno essere applicati alle parole e agli atti del popolo per vedere

se sono giusti o sbagliati, se si tratta di fiori profumati o di erbe velenose. Questi sono

criteri politici. È chiaro che nella valutazione delle teorie scientifiche o del valore

artistico di un’opera d’arte sono necessari anche altri criteri specifici, ma i sei criteri

politici sopraesposti sono applicabili anche all’attività scientifica e artistica. È

possibile in un paese socialista come il nostro che ci sia un’attività scientifica e artistica

utile, ma in contrasto con questi criteri politici?

I punti di vista che ho esposto si basano sulle condizioni storiche concrete del

nostro paese. Poiché queste condizioni sono diverse nei diversi paesi socialisti e

per i diversi partiti comunisti, assolutamente non riteniamo che anch’essi debbano

o abbiano bisogno di applicare la via cinese.

Anche la parola d’ordine “coesistenza a lungo termine e controllo reciproco” è

un prodotto delle concrete condizioni storiche del nostro paese. Essa non è stata

tirata fuori d’un sol colpo ma è maturata nel corso di lunghi anni. L’idea della

coesistenza a lungo termine è da molto che è viva tra noi, ma solo lo scorso anno,

quando il sistema socialista fu per l’essenziale instaurato, la parola d’ordine è stata

esplicitamente formulata. Perché si deve ammettere la coesistenza a lungo

termine dei partiti democratici della borghesia e della piccola borghesia con il

partito politico della classe operaia? Perché non abbiamo motivo di non adottare

una politica di coesistenza a lungo termine verso tutti i partiti politici che si

sforzano sinceramente di unirsi al popolo per la causa del socialismo e che

godono della fiducia del popolo. Già nel giugno del 1950, alla seconda sessione

della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, dicevo: “Se qualcuno

vuole veramente servire il popolo e se ha veramente aiutato il popolo e fatto un

buon lavoro quando il popolo era ancora in una situazione difficile, se ha agito

bene e se continua a farlo senza fermarsi a metà strada, il popolo e il governo

popolare non avranno motivo di rinnegarlo e di non dargli la possibilità di vivere

e di rendere un buon servizio al suo paese”.

Quanto ho detto allora era proprio la base politica per la coesistenza a lungo

termine dei diversi partiti. Il desiderio e anche la politica del partito comunista è

di continuare a esistere a fianco degli altri partiti democratici per un lungo periodo

di tempo. Che poi i partiti democratici vivano o meno per un lungo tempo non

dipenderà solo dal desiderio del partito comunista, ma anche da ciò che essi

faranno e dalla fiducia di cui godranno presso il popolo.

Anche il controllo reciproco tra vari partiti politici è un fatto che esiste già da

molto, nel senso che da molto tempo essi si consigliano e si criticano a vicenda

Il controllo reciproco non può evidentemente essere a senso unico; esso significa

che il partito comunista può controllare i partiti democratici così come questi

possono controllare il partito comunista. Perché i partiti democratici devono poter

esercitare un controllo sul partito comunista? Perché anche un partito, proprio

come un individuo, ha molto bisogno di ascoltare delle opinioni diverse dalle sue.

Sappiamo tutti che il principale controllo sul partito comunista è esercitato dal

popolo lavoratore e dalle masse dei membri del partito. Ma se anche i partiti

democratici esercitano un controllo, noi ne trarremo un beneficio ancora

maggiore. Naturalmente i consigli e le critiche reciproci tra i partiti democratici

e il partito comunista avranno una funzione positiva nel reciproco controllo a

condizione che essi si conformino ai sei criteri politici sopra esposti. Per questo

noi speriamo che i partiti democratici presteranno la necessaria attenzione alla

trasformazione ideologica e cercheranno la coesistenza a lungo termine e il

controllo reciproco con il partito comunista, così da essere all’altezza delle

esigenze della nuova società.

 

IL PROBLEMA DEI DISORDINI CREATI DA UN

PICCOLO NUMERO DI INDIVIDUI

 

Nel 1956 in alcune località un piccolo numero di operai e di studenti è sceso

in sciopero. La causa immediata di questi disordini fu la mancata soddisfazione

di alcune rivendicazioni d’ordine materiale alcune delle quali potevano e

dovevano essere soddisfatte, mentre altre erano inopportune o eccessive e quindi

al momento non potevano venir accolte. Ma la causa principale dei disordini fu

il burocratismo di coloro che avevano funzioni dirigenti. In alcuni casi la

responsabilità degli errori provocati dal burocratismo deve essere attribuita alle

autorità superiori, mentre non si può attribuire la colpa alle autorità di grado

inferiore. Un’altra causa dei disordini è stato l’insufficiente lavoro ideologico e

politico svolto tra gli operai e gli studenti. Nello stesso anno anche in alcune

cooperative agricole sono successi disordini ad opera di alcuni loro membri e

anche qui le cause principali furono il burocratismo dei dirigenti e l’insufficiente

lavoro educativo condotto tra le masse.

Si deve prendere atto che tra le masse vi sono alcuni che tendono a concentrare

la propria attenzione su interessi immediati, parziali e personali e non capiscono,

o non capiscono abbastanza, gli interessi a lungo termine, nazionali e collettivi.

A causa della mancanza di esperienza politica e sociale, molti giovani non sanno

fare un confronto tra la vecchia e la nuova Cina e non è facile per loro capire a

fondo quali lotte straordinariamente difficili e dolorose abbia dovuto sostenere il

nostro popolo per riuscire a liberarsi dal giogo dell’imperialismo e dei reazionari

del Kuomintang né quale lungo periodo di duro lavoro sia necessario per costruire

una società socialista radiosa. Questo è il motivo per cui dobbiamo svolgere tra

le masse un continuo lavoro di educazione politica efficace e realistica, spiegare

loro continuamente e con franchezza le difficoltà che sorgono e discutere con esse

sui mezzi per superarle.

Noi non approviamo i disordini, perché le contraddizioni in seno al popolo

possono essere risolte con il metodo “unità-critica-unità”, mentre i disordini

possono creare alcuni danni e non favoriscono il progresso del socialismo. Noi

siamo sicuri che le grandi masse popolari del nostro paese sono per il socialismo,

che coscientemente osservano la disciplina, che sanno ragionare e che non

prenderanno mai parte a disordini senza motivo. Ma ciò non significa che sia da

escludersi la possibilità che nel nostro paese le masse diano luogo a disordini. Su

questa questione, dobbiamo fare attenzione a quanto segue.

1.Per eliminare le cause dei disordini alla radice, dobbiamo eliminare risolutamente

il burocratismo, intensificare notevolmente l’educazione ideologica e

politica e affrontare tutte le contraddizioni in modo adeguato. Se questo sarà fatto,

allora, in linea generale, non si verificheranno disordini.

2.Se, a seguito del nostro cattivo lavoro, dovessero verificarsi disordini, allora

noi dobbiamo indirizzare sulla strada giusta la parte delle masse che vi

partecipano, utilizzare questi disordini come uno strumento particolare per

migliorare il nostro lavoro, per educare i quadri e le masse e anche per risolvere

i problemi prima lasciati insoluti. Nel far fronte a disordini, dobbiamo fare un

lavoro minuzioso e non ricorrere a metodi semplicistici né affrettarci a dichiarare

chiuso il problema. I fomentatori dei disordini non devono essere rimossi se non

dopo matura riflessione, eccezion fatta per quelli che hanno commesso atti

criminali o che sono controrivoluzionari attivi che devono essere affidati alla

giustizia. In un paese grande come il nostro non è il caso di allarmarsi se un piccolo

numero di individui creano dei disordini; al contrario questi disordini ci

aiuteranno a liberarci dal burocratismo.

Nella nostra società vi è anche un piccolo numero di individui che non si preoccupa dell’interesse pubblico, si rifiuta di ascoltare ragioni e commette dei

crimini infrangendo la legge. Può anche essere che utilizzino e distorcano la nostra

politica, la distorcano e presentino deliberatamente delle richieste irragionevoli

al solo scopo di sobillare le masse o che diffondano di proposito delle voci

infondate per creare incidenti e turbare l’ordine pubblico. Noi non intendiamo

affatto lasciare che questi individui agiscano impunemente. Al contrario dobbiamo

procedere contro di loro per via giudiziaria. Le grandi masse esigono che

costoro siano puniti e non farlo sarebbe agire contro la volontà del popolo.

 

È POSSIBILE TRASFORMARE UNA COSA CATTIVA

IN UNA COSA BUONA?

 

Come ho già detto, nella nostra società i disordini messi in atto dalle masse sono

una cosa negativa e noi non li approviamo. Tuttavia quando si verificano, essi ci

permettono di ricavarne degli insegnamenti, di eliminare il burocratismo e di

educare i quadri e le masse. In questo senso una cosa cattiva può essere

trasformata in una cosa buona. I disordini hanno quindi un duplice carattere e noi

possiamo considerarli da questo punto di vista.

È chiaro a tutti che i fatti d’Ungheria non sono stati una buona cosa, ma anch’essi

hanno un duplice aspetto. Dato che i nostri compagni ungheresi hanno preso dei

giusti provvedimenti nel corso di questi avvenimenti, ciò che era una cosa cattiva

è stata trasformata in una cosa buona. Ora lo Stato ungherese ha basi più solide

che mai e anche gli altri paesi del campo socialista ne hanno tratto una lezione.

Analogamente non fu certamente una buona cosa la campagna antisocialista e

antipopolare lanciata su scala mondiale nella seconda metà del 1956, ma essa è

servita a educare e a temprare i partiti comunisti e la classe operaia di tutti i paesi

e in questo modo è diventata una cosa positiva. Durante la tormenta e la lotta di

questo periodo in molti paesi una parte degli iscritti ha lasciato i partiti comunisti.

L’uscita di una parte degli iscritti provoca la diminuzione degli effettivi del partito

ed è ovviamente una cosa negativa, ma anche in questo c’è un aspetto positivo:

gli elementi instabili che non vogliono rimanere nelle fila del partito sono usciti

e la grande maggioranza degli iscritti, che è composta di membri del partito saldi,

può essere meglio unita per la lotta. Questa non è forse una buona cosa?

In breve, dobbiamo imparare a esaminare i problemi sotto tutti gli aspetti, a non

vedere solo il dritto della medaglia, ma anche il suo rovescio. In determinate

condizioni una cosa cattiva può portare a buoni risultati e, a sua volta, una cosa

buona può portare a cattivi risultati. Più di duemila anni fa Lao Tzu diceva: “La

fortuna si appoggia sulla sfortuna e nella sfortuna si nasconde la fortuna”7. I

giapponesi giudicarono una vittoria la conquista della Cina e la perdita di vasti

territori fu considerata dai cinesi una sconfitta: ma la sconfitta della Cina portava

in sé il germe della sua vittoria e la vittoria del Giappone conteneva in sé la sua

sconfitta. Forse che ciò non è stato confermato dalla storia?

Attualmente in tutte le parti del mondo si discute l’eventualità dello scatenarsi

di una terza guerra mondiale. Anche su questo problema è necessario sia che

siamo psicologicamente preparati sia che facciamo un’analisi. Noi siamo risolutamente

per la pace e contro la guerra, ma se gli imperialisti si intestardiscono a

scatenare una nuova guerra, noi non dobbiamo avere paura. Il nostro atteggiamento

su questa questione è lo stesso che abbiamo di fronte a tutti i disordini:

primo, siamo contro; secondo, non ne abbiamo paura. La Prima guerra mondiale

è stata seguita dalla nascita dell’Unione Sovietica con una popolazione di

duecento milioni di abitanti. La Seconda guerra mondiale è stata seguita dalla

formazione del campo socialista che complessivamente ha una popolazione di

novecento milioni di persone. Se gli imperialisti, contro tutto e contro tutti,

scatenassero una terza guerra mondiale, è certo che altre centinaia di milioni di

uomini passerebbero al socialismo e che nelle mani degli imperialisti rimarrebbe

assai poco. È addirittura possibile che crolli l’intero sistema imperialista.

In determinate condizioni ognuno dei due aspetti opposti di una contraddizione

si trasforma immancabilmente nel suo contrario in conseguenza della lotta tra i due.

Per questa trasformazione sono le condizioni la cosa essenziale: se non si verificano

determinate condizioni, nessuno dei due aspetti opposti può trasformarsi nel suo

contrario. Nel mondo è il proletariato che più di ogni altra classe desidera cambiare

la propria posizione, poi viene il semiproletariato: infatti il primo non possiede nulla

e il secondo assai poco. Attualmente gli Stati Uniti hanno la maggioranza in seno alle

Nazioni Uniti e controllano numerose regioni del mondo: questa situazione è

transitoria ed essa necessariamente un giorno o l’altro cambierà. Anche la posizione

della Cina, che ora è un paese povero i cui diritti sul piano internazionale non sono

riconosciuti, cambierà: il paese povero diventerà ricco, la mancanza di diritti si

trasformerà in pienezza di diritti, si verificherà cioè una trasformazione delle cose nei

loro contrari. In questo caso per noi le condizioni decisive sono il regime socialista

e gli sforzi congiunti di un popolo unito.

 

SUL REGIME DI STRETTA ECONOMIA

 

Vorrei parlare brevemente del regime di stretta economia. Noi vogliamo portare

avanti una costruzione su grande scala, ma il nostro paese è ancora molto povero.

In questo c’è una contraddizione. Un modo di risolverla è praticare con continuità

e in tutti i campi una rigorosa economia.

Nel 1952, nel corso del movimento contro i “tre mali”, abbiamo lottato contro la

corruzione, lo sperpero e il burocratismo, impegnandoci in particolare nella lotta

contro la corruzione. Nel 1955 abbiamo chiesto di fare economie, insistendo

soprattutto sulla lotta contro gli standard eccessivamente costosi nelle costruzioni di

base di carattere improduttivo e sull’economia di materie prime nella produzione

industriale: in questo campo abbiamo avuto dei grandi risultati. Ma allora l’indirizzo

di fare economie non era ancora coscienziosamente applicato come criterio guida

in tutti i settori dell’economia nazionale, nelle amministrazioni, nelle unità dell’esercito,

nelle scuole e nelle organizzazioni popolari. Quest’anno è assolutamente

necessario fare appello a un regime di rigorosa economia e alla lotta contro lo

sperpero in tutti i settori della vita del nostro paese. Non abbiamo ancora una

sufficiente esperienza nel campo dell’edificazione. Negli ultimi anni, parallelamente

a grandi successi, c’è stato ancora dello sperpero. Noi dobbiamo costruire

gradualmente un certo numero di aziende moderne di grandi dimensioni, per creare

alla nostra industria quell’ossatura senza la quale sarebbe impossibile trasformare il

nostro paese in potenza industriale moderna nel giro di qualche decina d’anni.

Tuttavia la maggior parte delle nostre industrie non conviene siano di grandi

dimensioni: dobbiamo creare molte aziende piccole e medie e utilizzare a fondo la

base industriale ereditata dalla vecchia società, in modo da realizzare la massima

economia e fare più cose con meno denaro. Dopo che la seconda sessione plenaria

del Comitato centrale del Partito comunista cinese, tenutasi nel novembre dello

scorso anno, lanciò, con maggiore forza di prima, la direttiva di praticare un regime

di stretta economia e di combattere lo spreco, nel giro di pochi mesi hanno incominciato

a comparire i primi frutti di questa linea. Il movimento attualmente in corso per

osservare un regime di stretta economia deve essere conseguente e duraturo. La lotta

contro gli sprechi, così come la critica di altri difetti ed errori, è un po’ come lavarsi

la faccia: forse che l’uomo non si lava ogni giorno? Il Partito comunista cinese, i partiti

democratici, i democratici senza partito, gli intellettuali, gli industriali e i commercianti,

gli operai, i contadini e gli artigiani, in una parola tutti noi, seicento milioni di cinesi,

dobbiamo sforzarci di aumentare la produzione, di applicare un regime di stretta

economia e di combattere l’ostentazione di ricchezza e gli sprechi. Ciò è d’una

importanza fondamentale non solo dal punto di vista economico ma anche da quello

politico. Attualmente tra un gran numero dei nostri lavoratori statali sono apparse

pericolose tendenze: la ripugnanza a condividere con le masse gioie e dolori e la

preoccupazione per la carriera e per il guadagno personale. Questo è un gran male.

Un modo per combatterlo è ridurre i nostri organismi nel corso del movimento per

aumentare la produzione e per praticare un regime di stretta economia e trasferire

dei quadri dai livelli superiori a quelli inferiori in modo che un gran numero di quadri

ritorni a fare lavoro produttivo8. Bisogna che tutti i nostri quadri e tutto il nostro

popolo si ricordino sempre che la Cina è sì un grande paese socialista, ma anche e

al tempo stesso che è un paese povero ed economicamente arretrato. Si tratta di

un’enorme contraddizione. Per fare del nostro paese un paese ricco e potente,

occorrono alcuni decenni di duro lavoro, il che significa, tra l’altro, anche

l’applicazione della linea di edificare il nostro paese con laboriosità e risparmio, cioè

di praticare un regime di stretta economia e di lotta contro qualsiasi spreco.

 

LA VIA ALL’INDUSTRIALIZZAZIONE DELLA CINA

 

Nell’esaminare il problema della nostra via all’industrializzazione, mi soffermerò

qui soprattutto sui rapporti esistenti tra lo sviluppo dell’industria pesante, quello

dell’industria leggera e quello dell’agricoltura. L’industria pesante è il nucleo della

nostra edificazione economica: questo è un punto che va ribadito. Tuttavia è

necessario tener presente assieme, e nel modo più completo, lo sviluppo

dell’agricoltura e dell’industria leggera.

Poiché la Cina è un grande paese agricolo in cui più dell’80 per cento della

popolazione è rurale, l’agricoltura deve svilupparsi di pari passo con l’industria,

perché solo così l’industria potrà disporre di materie prime e di sbocchi per i suoi

prodotti e solo così si potranno accumulare più fondi per la creazione di una

potente industria pesante. Tutti sanno che l’industria leggera è strettamente legata

all’agricoltura. Senza agricoltura, non esiste industria leggera. Attualmente però

non è altrettanto chiaro che l’agricoltura costituisce uno sbocco considerevole per

l’industria pesante. Ma ciò sarà compreso più facilmente non appena il progresso

graduale nella trasformazione e nella modernizzazione delle tecniche dell’agricoltura

richiederanno nelle campagne ogni giorno di più macchine agricole, concimi,

opere idrauliche, energia elettrica, mezzi di trasporto, combustibili, nonché

materiali da costruzione per le popolazioni rurali. Nel corso del secondo e del

terzo piano quinquennale tutta la nostra economia nazionale ricaverà grandi

benefici se riusciremo a sviluppare ancora maggiormente la nostra agricoltura e

a indurre con ciò un più grande sviluppo dell’industria leggera. Lo sviluppo

dell’agricoltura e dell’industria leggera assicurerà nuovi sbocchi e nuovi fondi per

l’industria pesante e quest’ultima si svilupperà ancor più rapidamente. Sicché,

quello che a prima vista può sembrare un rallentamento nel ritmo dell’industrializzazione,

non è tale di fatto, anzi può darsi che si traduca in un’accelerazione

del ritmo dell’industrializzazione. In tre piani quinquennali, o in un periodo un

poco più lungo, la produzione annuale d’acciaio del nostro paese può passare da

circa novecentomila tonnellate, massima produzione annuale realizzata prima

della liberazione, nel 1943, a venti milioni di tonnellate o più: risultato, questo,

che potrà soddisfare la popolazione sia urbana che rurale.

Non intendo dilungarmi oltre, per oggi, sulle questioni economiche. Poiché è

da appena sette anni che ci dedichiamo all’edificazione economica, non ne siamo

ancora abbastanza esperti e ci occorre ancora accumulare esperienza. Anche per

fare la rivoluzione, quando abbiamo cominciato mancavamo d’esperienza; è

soltanto dopo un certo numero di capitomboli e dopo aver acquisito esperienza

che ci è stato possibile riportare la vittoria nell’intero paese. Attualmente quello

che dobbiamo esigere da noi stessi è di fare in modo che il tempo necessario per

divenire esperti nell’edificazione economica sia un po’ più breve di quello che ci

è occorso per acquisire l’esperienza nella rivoluzione e che tale esperienza non

ci costi altrettanto cara. Un certo prezzo lo dovremo pagare, ovviamente, ma

speriamo che non sia così elevato come quello pagato nel periodo rivoluzionario.

Bisogna rendersi conto che esiste qui una contraddizione tra le leggi oggettive

dello sviluppo economico della società socialista e le nostre conoscenze

soggettive e che questa contraddizione va risolta nella pratica. Essa si manifesta

anche come una contraddizione tra individui, cioè una contraddizione tra coloro

in cui le leggi oggettive si riflettono in modo relativamente giusto e coloro in cui

esse si riflettono in modo relativamente sbagliato: ciò costituisce un’altra

contraddizione in seno al popolo. Ogni contraddizione è una realtà oggettiva ed

è nostro compito comprenderla e risolverla nel migliore dei modi.

Per trasformare la Cina in un paese industriale, dobbiamo studiare seriamente

l’esperienza d’avanguardia dell’Unione Sovietica. L’Unione Sovietica costruisce il

socialismo ormai da quarant’anni e la sua esperienza è per noi molto preziosa.

Vediamo: chi ci ha preparato i progetti di tante importanti fabbriche e chi le ha

montate? Gli Stati Uniti? L’Inghilterra? No. Solo l’Unione Sovietica lo ha fatto, perché

è un paese socialista ed è nostro alleato. Oltre all’Unione Sovietica, ci hanno dato

qualche aiuto anche i paesi fratelli dell’Europa orientale. È incontestabile che noi

dobbiamo studiare le esperienze positive di tutti i paesi, siano essi socialisti o

capitalisti, ma questo non c’entra in questo contesto. La cosa principale è imparare

dall’Unione Sovietica. Ci sono due atteggiamenti possibili nell’apprendere qualcosa

dagli altri. L’uno è dogmatico e consiste nel trasferire tutto, convenga o meno alle

condizioni del nostro paese. Questo atteggiamento non è quello buono. L’altro

consiste nel pensare con la nostra testa e apprendere ciò che è applicabile alle

condizioni del nostro paese, nell’assimilare cioè quelle esperienze che possono

esserci utili. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo adottare.

Rinsaldare la nostra solidarietà con l’Unione Sovietica, rinsaldare la nostra

solidarietà con tutti i paesi socialisti: questa è la nostra politica fondamentale, in

ciò sta il nostro fondamentale interesse. Poi vengono i paesi dell’Asia e dell’Africa

e tutti i paesi e i popoli amanti della pace: dobbiamo rafforzare e sviluppare la

nostra solidarietà con essi. Uniti a queste due forze, non saremo isolati. Per quanto

concerne i paesi imperialisti, noi dobbiamo unirci ai loro popoli e cercare di

realizzare la coesistenza pacifica con questi paesi, di commerciare con loro e di

impedire un eventuale conflitto armato; ma noi non dobbiamo assolutamente

nutrire nei loro confronti opinioni che non corrispondono alla realtà.

 

NOTE

1. Nelle contraddizioni in seno al popolo si pone il problema di fare una netta distinzione

tra la ragione e il torto rispetto all’interesse fondamentale comune. Solo perché

l’interesse fondamentale è comune, cioè perché nella lotta che nella fase concreta

divide la società in due campi contrapposti le classi, gli strati e i gruppi sociali che

costituiscono il popolo stanno nello stesso campo, le contraddizioni tra essi sono

contraddizioni che si risolvono tracciando una netta distinzione tra ciò che è giusto ai

fini della vittoria dell’interesse comune e ciò che è sbagliato ai fini di questa vittoria.

Dove non vi è interesse fondamentale comune, parlare di giusto e sbagliato è invece

mistificazione interclassista.

2. Nelle Opere di Mao Tse-tung, vol. 11.

3. Si veda il testo Essere dei veri rivoluzionari, nelle Opere di Mao Tse-tung, vol. 11.

4. *Nel 1957, su proposta del compagno Mao Tse-tung, il governo popolare centrale e le

amministrazioni locali a tutti i livelli eseguirono un controllo generale del lavoro di

eliminazione dei controrivoluzionari. Il risultato della verifica dimostrò che la lotta per

l’eliminazione dei controrivoluzionari nel nostro paese aveva riportato grandi successi;

la stragrande maggioranza dei casi erano stati risolti in modo giusto, a eccezione di

pochi errori singoli che, inoltre, erano stati subito corretti appena scoperti. Tuttavia,

nell’estate del 1957 gli elementi di destra, approfittando dell’occasione della verifica del

lavoro di eliminazione dei controrivoluzionari, fomentarono disordini per negare i

nostri successi e attaccare la politica del partito in questo campo. La loro manovra fallì

di fronte all’opposizione del popolo di tutto il paese.

5. Gli han sono la nazionalità di gran lunga più numerosa (oltre il 94 per cento) della

popolazione cinese.

6. *Le riforme democratiche nel Tibet furono poi attuate in anticipo. Il 19 marzo 1959 i

reazionari del governo locale e gli strati sociali superiori del Tibet scatenarono una

ribellione armata su scala generale, pianificata dopo lunga preparazione e in collusione

con l’imperialismo e gli interventisti stranieri. Con il sostegno attivo delle masse dei

tibetani patrioti, sia religiosi sia laici, l’Esercito popolare di liberazione represse

rapidamente la rivolta. Allora le riforme democratiche furono introdotte in tutta la vasta

regione e la popolazione tibetana potè liberarsi da un regime di servitù tra i più barbari

e oscurantisti.

7. *Lao Tzu, cap. 58.

8. Questo movimento, sviluppatosi nel 1956 e conosciuto come movimento hsiafang

(“scendere alla base”), coinvolse non solo i quadri, ma anche gli intellettuali e il

personale amministrativo e direttivo.