GRAFIA AUTONOMA
SARDA
de
Amos Cardia e Pedru Perra
Ogni lingua ha delle proprie
regole di scrittura (cioè una propria
ortografia, chiamata più semplicemente grafia), per il
semplice fatto che la scrittura consiste proprio nel rappresentare i
suoni (tecnicamente chiamati fonemi) con lettere
(tecnicamente chiamati grafemi).
Un po' di
storia
Il sardo non ha mai avuto una
propria grafia in quanto è sempre stato scritto con la grafia del
colonizzatore di turno, quindi con grafie di altre lingue, che erano
state inventate per rappresentare i suoni di quelle altre lingue, e
non del sardo.
Ne è derivato che queste grafie
straniere traducevano male i suoni della lingua sarda, rischiando di
farle perdere il suo carattere, e sicuramente dando luogo a molti
equivoci.
Per la scrittura anche del sardo,
quando la permettevano, i colonizzatori imponevano la grafia della
propria lingua, perché avevano bisogno di indebolire il senso di
autonomia e di indipendenza dei sardi, e quindi (dato che il primo
punto di forza del senso di appartenenza nazionale è proprio
la lingua) bisognava, dal loro punto di vista, far venir meno il
carattere di lingua autonoma del sardo, facendola somigliare in
tutti i modi, a bonolla o a marolla, alla lingua dei
dominatori.
Infatti, l'adozione della grafia
della lingua dei dominatori sarebbe stato il primo passo che avrebbe
condotto alla perdità di identità e all'assimilazione linguistica
(cioè a non essere più una lingua a sé stante ma a diventare
nient'altro che un dialetto della lingua dominante) [1]
.
Alla fine la nostra lingua ne è
uscita indebolita, ma fortunatamente ha anche mostrato una certa
capacità di resistenza. Questo comunque non vuol dire che oggi
dobbiamo continuare a farci illusioni: nel passato il sardo ha
resistito perché non c'erano i mass-media attuali, ma oggi se non
interveniamo subito per restituire al sardo la sua autonomia, la
nostra lingua potrebbe finire di morire in pochi
anni.
Un po' di
attualità
Dal punto di vista politico, oggi
fortunatamente la situazione è cambiata: all'interno di uno stesso
Stato le lingue possono convivere fianco a fianco, ognuna con la sua
autonomia e indipendenza. Il fatto di usare una lingua o un'altra
non significa più niente ai fini della politica. Anzi, un governo
statale accorto ormai tende a considerare l'esistenza di più lingue
all'interno dello Stato, autonome le une dalle altre, non più un
elemento di debolezza, ma di forza.
Dunque, oggi, per noi il problema
della grafia per il sardo è un problema solamente linguistico: si
tratta solo di stabilire regole che siano rispettose delle sue
caratteristiche, che siano rispettose del sardo così come è parlato
da secoli fino a oggi, che non diano luogo a equivoci (cioè che
siano efficaci, che facciano leggere con sicurezza il sardo scritto)
e che siano semplici da usare.
Riassumendo, il sistema
ortografico di una lingua moderna deve salvaguardare quanto più
possibile due principi: invariabilità ed economia.
Cominciamo
L'invariabilità impone che, ai
fini della chiarezza nella scrittura, all'interno delle frasi la
stessa parola sia scritta sempre nello stesso modo,
indipendentemente dal posto che di volta occupa.
È più semplice vederlo in
pratica: se noi dobbiamo dire «i cani», diciamo is canis, ma
se noi dobbiamo dire «il cane» diciamo su cani, con una
c iniziale diversa, che è più una g, per esempio la
g della parola italiana «ago».
Bene, il criterio di
invariabilità è questo, che noi scriviamo sempre su cani con
la c, perché deve essere chiaro che è sempre la stessa
parola, sia che prima ci sia una consonante, o che prima ci sia una
vocale (che nel parlato appunto fa trasformare la c in
g).
Questo è il caso
delle consonanti mutanti, che mutano suono quando sono precedute da
una vocale. Oltre alla c dura, le altre sono la c dolce (che si
trasforma in x), la f (che si trasforma in v), la p (che si
trasforma in una specie di b), la t (che si trasforma in una specie
di d). Tutte queste consonanti comunque non mutano quando seguono
a, e, ke, ni, no, o,
perché tutte queste particelle, pur essendo vocali o terminando in
vocale, nella loro originaria forma latina terminavano in consonante
(erano rispettivamente ad, et, quam,
nec, non, aut), della quale dunque è rimasto
l'influsso che non fa mutare la consonante seguente.
L'economia impone che, ai fini
della velocità nella scrittura e della chiarezza nella lettura, ogni
suono si rappresenti tendenzialmente con una sola lettera, a meno
che il suono non sia doppio e dunque meriti chiaramente una lettera
doppia.
Per esempio, la parola ki
è composta da due suoni: c dura + i. L'economia impone
dunque, finchè possibile, il principio tot suoni = tot lettere, e
quindi qui 2 suoni = 2 lettere. Ne deriva quindi che se noi usiamo
l'internazionale k al posto dell'italiano ch,
salvaguardiamo tale principio, siamo veloci e chiari, in tutto il
mondo, anziché scrivere due suoni con tre lettere, come sarebbe
scrivendo chi.
Esiste già
Fra tutti quelli esistenti,
il sistema ortografico sardo che tiene maggiormente conto di questi
principi è quello elaborato alla fine degli anni settanta dallo
studioso sardo Antonio Lèpori, che ha preso il meglio di tutti gli
studi precedenti (e quelli successivi ne hanno confermato la
validità), arrivando a una grafia fatta apposta per rispettare le
esigenze della lingua sarda.
Con questa grafia sono stati
scritti una grammatica, tre dizionari [2]
e numerose altre pubblicazioni
(scientifiche e non) di notevole valore, dai saggi agli
articoli.
Per limitarci alle ultime
iniziative, l'uso di questa grafia è in costante aumento, specie da
parte delle giovani generazioni, da quando è uscita per la prima
volta nella storia una grammatica della lingua sarda scritta tutta
in lingua sarda (A. Lepori, Gramàtiga sarda po is
campidanesus, Edizioni C.R., Cuartu S. Aleni, 2001) [3]
; nei corsi tenuti a Quartu e
Quartucciu almeno 400 persone hanno imparato a utilizzare questa
grafia, e ugualmente tale grafia è utilizzata in moltissime scuole
elementari.
Eccola
Innanzitutto vediamo l'alfabeto,
con le lettere e il loro nome in sardo:
- A a
- B b
- C ci
- Ç ci truncada
- D di
- E e
- F efa
- G gei
- GH gei+aca
- I i
- J jota
- K capa
- L ella
- M ema
- N enna
- O
- P pi
- R erra
- S essa
- T ti
- U u
- V vu
- X scesça
- Y i grega o i arega
- TZ tizeta
- Z zeta
- Digrammi (cioè unioni di consonanti):
- NNY si pronuncia come «gni» italiano
- LLY si pronuncia come «gli»
italiano
Praticamente
Ç si usa davanti alla A, alla O,
e alla U e si pronuncia come la C di «ciao», «cioè»,
«ciuccio».
Per esempio, usando la grafia
italiana «prendere» in sardo si dovrebbe scrivere «aciapai», con la
grafia autonomista invece açapai (il suono è lo stesso ma la
parola è più corta da scrivere), «chiaccherare» si dovrebbe scrivere
«ciaciarrai» con la grafia autonomista invece çaçarrai (il
suono è lo stesso ma la parola è più corta da scrivere). Oltre
all'economia il vantaggio consiste nel fatto che non ci sono
i in mezzo alla parola a disturbare: se non devono essere
lette, tanto vale non metterle, così nessuno può essere tentato di
leggerle.
J si usa davanti alla A, alla O,
e alla U e si pronuncia come la g di «già», «gioco»,
«giusto». Per esempio, usando la grafia italiana «giocare» in sardo
si dovrebbe scrivere «giogai», con la grafia autonomista invece
jogai (il suono è lo stesso ma la parola è più corta da
scrivere), la parola «giudice» al posto di essere «giugi» diventa
jugi (il suono è lo stesso ma la parola è più corta da
scrivere). Oltre all'economia il vantaggio consiste nel fatto che
non ci sono i in mezzo alla parola a disturbare: se non
devono essere lette, tanto vale non metterle, così nessuno può
essere tentato di leggerle.
K corrisponde al suono CH
italiano e si usa davanti alla I e alla E, ed è sicuramente molto
più conveniente e pratico usare la K per scrivere kini,
ki, e così via al posto di «chini» e «chi». È presente anche
di fronte alla U se c'è un dittongo (cioè se la U si pronuncia legata
alla vocale che segue), «acqua» in sardo (nella varietà campidanese)
si scrive akua.
SÇ corrisponde al suono italiano
SC di «scena», «sciare» e si usa davanti alla A, alla O e alla U.
Per esempio, usando la grafia italiana «demolire» dovrebbe essere
«sciusciai», con la grafia autonomista diventa sçusçai (il
suono è lo stesso ma la parola è più corta da scrivere, e in più si
eliminano tutte le I che possono disturbare chi il sardo non lo sa
molto bene).
Inoltre
Y si trova sempre tra due vocali
e indica che dittonga (cioè che si pronuncia legata) con la vocale
che segue. Es. ayò (a-yò), yayu (ya-yu),
Mamoyada (Mamo-ya-da), Yertzu (Yer-tzu), mayu
(ma-yu).
Tutte le altre consonanti si
usano come in italiano, però in sardo si possono raddoppiare solo
la D,
la L,
la N,
la R e
la S.
Infatti in sardo il suono delle consonanti è sempre
intenso (una volta e mezzo quello di una consonante singola
italiana), lo sappiamo tutti, e dunque non c'è bisogno di averne
due, uno debole (una consonante sola) e uno intenso (due
consonanti). Di consonante se ne mette una sola e si risparmia
tempo, tanto lo sappiamo tutti che poi nel parlato il suono lo
produciamo intenso [4]
.
Però la D, la L, la N, la R e la S sono eccezioni a questa
regola, perché davvero hanno anche un suono debole. Infatti un conto
è dire ala altro conto è dire allu, un conto è dire
manu altro conto è dire mannu, un conto è dire
arai altro conto è dire arriu.
Se siete dei precisionisti,
appassionati delle minime questioni di fonetica, precisiamo che per
quel che riguarda la
D e la
S, il raddoppiamento, più che a indicare il
rafforzamento della stessa consonante, serve come espediente
grafico, per indicare che quella consonante prende un suono sì più
intenso, ma anche un po' diverso, che non è il semplice
raddoppiamento della consonante base.
Quindi, raddoppiamo
la S,
come espediente grafico, per distinguere la S sorda (cassu
cioè «scopro») dalla S sonora (casu cioè «formaggio»),
e lo stesso discorso vale per
la D,
raddoppiata a indicare che è cacuminale (sedda cioè «sella»
invece di seda cioè «seta»).
L'accento
si mette in tutte le parole
tronche (cioè accentate sull'ultima sillaba, come ayò) e in
quelle sdrucciole (cioè accentate sulla terzultima sillaba, come
època, pòpulu, ànima, fèmina).
Quando la parola è piana (cioè
accentata sulla penultima sillaba, come nasu,
scaresci, civraxu) accento non se ne mette, quindi
quando accento segnato non ce n'è, vuol dire che va pronunciato
sulla penultima sillaba.
Nel caso una parola termini con
un dittongo, si mette l'accento sulla sillaba che lo precede, a
indicare, appunto, che le due vocali che seguono formano un
dittongo, cioè si devono pronunciare unite, come se fossero una
vocale sola. Es. passièntzia, alabàntzia,
dimòniu, etc.
Se troviamo due vocali unite,
senza nessun accento nella vocale che le precede, vuol dire che
quelle due vocali unite non formano un dittongo, ma sono uno iato,
cioè si devono pronunciare separatamente. Es. acostumau,
Amanueli, etc.
In definitiva, questo sistema
grafico sardo autonomo, anche per l'accentazione ha regole chiare,
che fanno in modo che chiunque, pur non avendo mai sentito prima
nessuna parola sarda, possa subito leggerla con l'accento giusto.
Non come l'italiano, nel quale gli accenti si scrivono e non si
scrivono, e uno che non conosca una parola da prima non sa mai come
pronunciarla!
Per
concludere
Come si vede questa grafia rende
la lingua sarda molto più vicina alle lingue europee (k,
ç, ly, ny, più lo stesso discorso delle doppie,
ci sono con la stessa identica funzione anche in molte altre lingue,
mentre invece l'italiano è l'unica lingua al mondo che usa ch per il
suono di «chiave») ed è molto più pratica e veloce rispetto
all'italiano.
Perché utilizzare due
lettere se lo stesso suono si può rendere con solo una lettera?
Perché utilizzare il «ch» al
posto della k?
E perché «sci» al posto di
sç?
E perché «ci» al posto di una
semplice ç?
Inoltre, fatto molto importante
da precisare, la grafia italiana ha gravi problemi di pronuncia. Per
esempio, prendiamo le parole «razza» (quella dei cani o, secondo
alcuni, pure degli uomini!) e «razza» (il pesce): abbiamo la stessa
grafia per due suoni diversi, e uno se non conosce la parola prima,
non sa come pronunciare.
Con la grafia sarda autonoma non
esistono questi problemi in quanto esiste la distinzione tra
z e tz. Infatti un conto è zente, zogu,
zeru, zironnya e altro conto è tziu,
tzacau, tzùcuru.
È evidente che anche quando
questi due suoni diversi sono al centro delle parole, la regola da
seguire è la stessa, perciò si scriverà putzu e non «puzzu»,
catzu e non «cazzu», passièntzia e non «passienzia» o,
per quel che riguarda la zeta, mazina e non
«mazzina».
Stesso discorso vale per
la X,
che serve a distinguere due suoni diversi, e peraltro quello
rappresentato dalla X in italiano non esiste neanche!
Infatti un conto è dire
pasci («pascolare»), altro conto è dire paxi («pace»),
un conto è dire pisci («pesce»), altro conto è dire
pixi («pece»), e così via.
In più non c'è nessun bisogno di
scrivere civraxu, muntronaxu, etc. mettendo una I tra
la X e
la U,
perché tanto quella I non si leggerà mai, non ce n'è nessun bisogno,
non ci sta a fare niente, è inutile, e anzi, fa confondere quelli
che non sanno la parola, che possono essere tentati di leggere anche
la I,
pronunciando «civraxìu», «muntronaxìù», etc.
Compiti per
casa
Questi sono i fondamentali,
che per cominciare bastano e avanzano, e in ogni caso non si
può insegnare e imparare tutto per corrispondenza. Il rapporto
diretto docente-discente rimane indispensabile.
Intanto, cominciate. Prendetevi
un testo sardo scritto con la grafia italianista, ricopiatevelo
usando questa grafia autonoma. All'inizio farete fatica, ma questo
dipende solo dall'inabitudine. Piuttosto guardate il lavoro finito,
e noterete subito quante lettere in meno ci sono e come non son
possibili equivoci di nessun tipo. E continuate.
Poi occorrerà parlare di
paragogica mobile, elisione e troncamento, grafia delle forme
verbali, i prostetica, i eufonica (tutte cose
difficili nel nome, facilissime nella pratica) .
Facciamo
parlare direttamente Lèpori
«Deu nau custu: ki mi ponemu a
scriri su frantzesu cun sa grafia italiana o tedesca, is frantzesus
iant a tenni arrexoni a s'inkietai e a mi nai ki sa lìngua insoru
est una cosa diferenti de s'italianu o de su tedescu, duncas depit
essi scrita de una manera diferenti de cumenti si scrint is atras
linguas.
E cumenti mai custu no est bàlliu
mai po sa lìngua sarda? Cumenti mai sigheus a scriri su sardu cun
grafia italiana? No du pensaus ki fendi di aici seus sballiendi?
.
Mi pàrinti justus meda duncas
custus fueddus ki sìghinti, ki Massimo Pittau at nau in d-unu libru
cosa sua: Siccome stiamo rivendicando al sardo il carattere ed il
valore di lingua a sé stante - scrit Pittau - coordinata alle
altre lingue neolatine, ma non subordinata a nessuna di esse, è
perlomeno molto opportuno scrivere la nostra lingua secondo una
maniera sarda, che non segua pedissequamente l'ortografia di nessun
altra lingua sorella [5]
.
E no mi bengais a nai ki sa
grafia italiana esti sa grafia de 250 annus de tradizione: no
at mai pensau kini nàrat una cosa aici ki sa de su 1760 sa lìngua
italiana est arribada in Sardinnya, e ki a primu sa
tradizione fiat sa grafia spannyola [e prus a primu ancoras
sa grafia cadelana]?
E agoa, aundi buginu da bieis
custa tradizione?
Mi podeis arrespundi ki da bieis
in is òberas de Madao, Araolla, Spano, Porru, Rossi e atra genti
aici, ma custa genti fait biri una cosa sceti: ki no teniat ideas
craras, ki teniat una spètzia 'e timoria faci a sa lìngua de is
dominadoris, cunsiderada de totus s'esèmpiu de sighiri, s'arribu
aundi lompi.
Nisçunus de-i custus teniat
cuscièntzia ki sa natzioni sarda colonizada e oprìmia teniat
abisonju no de copiai ma de imbentai, ki depiat caminai cun is
cambas suas e no cun is baceddus de s'italianu, de su latinu o a
deretura de s'ebràigu o de su gregu, cumenti calincunu de issus est
arribau a fai.
Una grafia diferenti podit
sçumbullai sa strutura e totu de sa lìngua. Em'a porri fai esèmpius
cantu ndi boleis, ma mi nd'abàstat una pariga sceti. Penseus a dus
sangunaus, ki castiendi sa grafia pàrinti diferentis, ca imoi dus
pronuntziaus unu Sequi e s'atru Sechi. Ma est su
pròpiu sangunau Seki, scritu unu a sa spannyola e s'atru a
s'italiana.
Penseus a su vìtziu de scriri
sc is sangunaus cun sa x (Maxia, Puxeddu
e aici nendi) ki anti portau medas a dus pronuntziai a
s'italiana» [6]
.
[1]
Vedi Alberto Varvaro, La
lingua e la società, Napoli, 1978, p. 47.
Questo è
successo e succede anche in molte altre parti del mondo. Un caso
lampante è quello della Moldavia, la parte orientale della Romania,
che alla fine della seconda guerra mondiale fu annessa all'Unione
Sovietica. La
Moldavia fu costretta non solo a cambiare le
proprie regole ortografiche, ma pure ad adottare tutt'un altro
alfabeto: dovette passare da quello latino (cioè quello che usiamo
anche noi) a quello cirillico (cioè quello russo).
Dal 1989
la
Moldavia ha iniziato il cammino per iradre
autonomia alla propria lingua, adottando regole autonome, studiate
appositamente per la lingua moldava, che in pochi anni l' hanno
portata al successo.
[3]
Per essere precisi è
esistita anche una grammatica intitolata Elementus de grammatica
de su dialettu sardu meridionali e de sa lingua italiana,
scritta nel 1842 da Giovanni Rossi, ma di fatto, per esplicita
ammissione dell'autore, è un manuale per imparare più l'italiano che
non il sardo.
Inoltre
dovrebbe essere scritta in campidanese, ma in realtà sarebbe più
corretto definirlo solo come un abbozzo di sardo campidanese,
visto che gli italianismi sono numerosissimi, e verosimilmente
questo stato di cose non è dovuto all'imperizia dell'autore - visto
che tanti e tali strafalcioni non è pensabile che siano stati
commessi da un grammatico, sebbene dilettante - ma a un vero e
proprio intento di forzare il passaggio dal sardo all'italiano già
cominciando a modificare il primo, in modo che assomigliasse
maggiormente al secondo. Non è un caso che anche gli esempi in
sardo del testo siano non testi sardi da tradurre poi in italiano,
ma testi italiani tradotti malamente in sardo (oggi si direbbe:
in italiano con la -u finale), che l'allievo avrebbe poi
dovuto riportare in italiano.
[4]
«Non c'è distinzione fra
consonanti doppie e le singole, la loro pronuncia è una via di
mezzo»
F. Sabatini,
La lingua e il nostro mondo, Loescher, Torino, 1978, p.
217.
«L'opposizione
scempia/geminata vale soltanto per n, l, r»
Maurizio
Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese, Ed, della
Torre, Sassari, 1978, p. 82.