L E N I N
Il proletariato rivoluzionario e il diritto
di autodecisione delle nazioni
Il manifesto di
Zimmerwald, come la maggior parte dei programmi e delle risoluzioni tattiche
dei partiti socialdemocratici, proclama "il diritto delle nazioni
all'autodeterminazione". Il compagno Parabellum (nei nn. 252-253 della Berner
Tagwacbt) dichiara "illusoria" la "lotta per l'inesistente
diritto di autodeterminazione" e ad essa contrappone la "lotta
rivoluzionaria di massa del proletariato contro il capitalismo", assicurando,
nello stesso tempo che "noi siamo contro le annessioni" (questa
affermazione è ripetuta cinque volte nell'articolo di Parabellum) e
contro ogni specie di violenza ai danni delle nazioni.
Gli argomenti di Parabellum si riducono a questo: oggi tutti i problemi
nazionali (Alsazia-Lorena, Armenia, ecc.) sono in sostanza problemi
dell'imperialismo; il capitale ha superato i limiti degli Stati nazionali; non
è possibile "girare all'indietro la ruota della storia" verso
l'ideale ormai sorpassato degli Stati nazionali, ecc.
Vediamo un po' se i ragionamenti di Parabellum sono giusti.
Innanzi tutto proprio Parabellum guarda indietro invece di guardare avanti,
quando, scendendo in campo contro l'accettazione dell'"ideale dello Stato
nazionale" da parte della classe operaia, volge i1 proprio sguardo
all'Inghilterra, alla Francia, all'Italia, alla Germania, cioè ai paesi in cui
il movimento di liberazione nazionale appartiene al passato, e non all'oriente,
all'Asia, all'Africa, alle colonie dove questo movimento appartiene al presente
e all'avvenire. Basta nominare l'India, la Cina, la Persia, l'Egitto.
Proseguiamo. Imperialismo significa superamento dei limiti degli Stati
nazionali da parte del capitale, significa estensione e aggravamento
dell'oppressione nazionale su una nuova base storica. Di qui, malgrado le
opinioni di Parabellum, deriva precisamente che noi dobbiamo legare la lotta
rivoluzionaria per il socialismo al programma rivoluzionario nella questione
nazionale.
Dal ragionamento di Parabellum risulta che egli, in nome della
rivoluzione socialista, respinge sdegnosamente il programma rivoluzionario
coerente nel campo democratico. Questo non è giusto. Il proletariato non può
vincere se non attraverso la democrazia, cioè realizzando completamente la democrazia
e presentando, ad ogni passo della sua lotta, rivendicazioni democratiche nella
formulazione più recisa. É assurdo contrapporre la rivoluzione
socialista e la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo ad una delle
questioni della democrazia, nel nostro caso alla questione nazionale. Dobbiamo unire
la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo al programma rivoluzionario e
alla tattica rivoluzionaria per tutte le rivendicazioni democratiche:
repubblica, milizia, elezione dei funzionari da parte del popolo, parità di
diritti per le donne, autodeterminazione dei popoli, ecc. Finché esiste il
capitalismo, tutte queste rivendicazioni sono realizzabili soltanto in via
d'eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata. Appoggiandoci alla
democrazia già attuata, rivelando che essa è incompleta in regime capitalista,
noi rivendichiamo l'abbattimento del capitalismo, l'espropriazione della
borghesia, come base indispensabile per l'eliminazione della miseria delle
masse e per i'introduzione completa e generale di tutte le
trasformazioni democratiche.
Alcune di queste trasformazioni saranno iniziate prima dell'abbattimento della
borghesia, altre nel corso di questo abbattimento, altre ancora dopo di
esso. La rivoluzione sociale non è un'unica battaglia, ma tutto un periodo di
battaglie per tutte le questioni concernenti le trasformazioni economiche e
democratiche, le quali saranno portate a compimento soltanto con
l'espropriazione della borghesia. Precisamente in nome di questo scopo finale,
dobbiamo dare una formulazione coerentemente rivoluzionaria ad ogni
nostra rivendicazione democratica. É perfettamente possibile che gli operai di
un determinato paese abbattano la borghesia prima dell'attuazione
completa anche di una sola riforma democratica fondamentale. Ma é assolutamente
inconcepibile che il proletariato, come classe storica, possa vincere la
borghesia se a questo non si sarà preparato attraverso l'educazione nello
spirito del democratismo più coerente e più decisamente rivoluzionario.
L'imperialismo è l'oppressione sempre maggiore dei popoli del mondo da parte di
un pugno di grandi potenze, è un periodo di guerre tra queste potenze per
l'estensione e il consolidamento dell'oppressione delle nazioni, è un periodo
di inganno delle masse popolari da parte dei socialpatrioti ipocriti, di coloro
i quali - col pretesto della "libertà dei popoli", del
"diritto delle nazioni all'autodeterminazione" e della "difesa
della patria" - giustificano e difendono I'oppressione della maggioranza
dei popoli del mondo da parte delle grandi potenze.
Perciò, nel programma dei socialdemocratici, il punto centrale dev'essere
precisamente quella divisione delle nazioni in dominanti e oppresse, che
rappresenta l'essenza dell'imperialismo e alla quale sfuggono mentendo
i socialsciovinisti e Kautsky. Questa divisione non è sostanziale dal punto di
vista del pacifismo borghese o dell'utopia piccolo-borghese della concorrenza
pacifica tra nazioni indipendenti in regime capitalista, ma essa è
indiscutibilmente sostanziale dal punto di vista della lotta rivoluzionaria
contro l'imperialismo. E da questa divisione deve scaturire la nostra
definizione - coerentemente democratica, rivoluzionaria e corrispondente
al compito generale della lotta immediata per il socialismo - del "diritto
delle nazioni all'autodeterminazione". In nome di questo diritto, lottando
per il suo riconoscimento non ipocrita, i socialdemocratici delle nazioni
dominanti debbono rivendicare la libertà di separazione per le nazioni
oppresse, perché altrimenti il riconoscimento dell'eguaglianza di diritti delle
nazioni e della solidarietà internazionale degli operai sarebbe in pratica
soltanto una parola vuota, soltanto un'ipocrisia. E i socialdemocratici delle
nazioni oppresse debbono considerare come fatto di primaria importanza l'unità
e la fusione degli operai dei popoli oppressi con gli operai delle nazioni
dominanti, poiché altrimenti questi socialdemocratici diverranno
involontariamente degli alleati dell'una o dell'altra borghesia
nazionale, che tradisce sempre gli interessi del popolo e della
democrazia che è sempre pronta, a sua volta, ad annettere e ad opprimere
altre nazioni.
Come esempio istruttivo può servire I'impostazione che ricevette la questione
nazionale verso la fine del decennio 1860-1870. I democratici piccolo-borghesi,
estranei a ogni idea di lotta di classe e di rivoluzione socialista, avevano
immaginato I'utopia della concorrenza pacifica, in regime capitalista, tra
nazioni libere e aventi eguali diritti. I proudhoniani "negavano"
addirittura la questione nazionale e il diritto di autodeterminazione delle
nazioni dal punto di vista dei compiti immediati della rivoluzione sociale.
Marx scherniva il proudhonismo francese, mostrava la sua affinità con lo
sciovinismo francese. ("Tutta I'Europa può e deve restare tranquillamente
seduta sul suo deretano, fino a quando i signori non aboliranno in Francia la
miseria"... "Per negazione delle nazionalità, essi, a quanto pare,
intendono inconsapevolmente l'assorbimento di nazionalità da parte della
nazione francese modello") Marx chiedeva la separazione dell'Irlanda
dall'Inghilterra, "anche se dopo la separazione si dovesse giungere alla
federazione" e lo chiedeva non dal punto di vista dell'utopia
piccolo-borghese del capitalismo pacifico, non per motivi di "giustizia verso
l'Irlanda", ma dal punto di vista degli interessi della lotta
rivoluzionaria del proletariato della nazione dominante, cioè inglese,
contro il capitalismo. La libertà di questa nazione era ostacolata e
mutilata dal fatto che essa opprimeva un'altra nazione. L'internazionalismo del
proletariato inglese sarebbe stato una frase ipocrita se il proletariato
inglese non avesse chiesto la separazione dell'Irlanda. Marx, che non è
mai stato fautore dei piccoli Stati, né del frazionamento statale in generale,
né del principio federativo, considerava la separazione della nazione oppressa
come un passo verso la federazione e, conseguentemente, non verso il
frazionamento, ma verso il centralismo politico ed economico, verso il
centralismo sulla base della democrazia. Dal punto di vista di Parabellum, Marx
conduceva, verosimilmente, una "lotta illusoria", quando promuoveva
la rivendicazione della separazione dell'Irlanda. Ma in pratica soltanto
tale rivendicazione era un programma rivoluzionario coerente, essa soltanto era
rispondente all'internazionalismo, essa soltanto difendeva il principio del
centralismo in una forma non imperialistica.
L'imperialismo dei nostri giorni ha portato a questo, che l'oppressione delle
nazioni da parte delle grandi potenze è diventata un fenomeno generale.
Precisamente il punto di vista della lotta contro il socialsciovinismo delle
grandi potenze - che oggi conducono la guerra imperialistica per consolidare
l'oppressione dei popoli e che opprimono la maggioranza dei popoli del mondo e
la maggioranza della popolazione della terra - precisamente questo punto di
vista deve essere decisivo, essenziale, fondamentale nel programma nazionale
dei socialdemocratici.
Osservate invece le tendenze attuali del pensiero socialdemocratico su questo
problema. Gli utopisti piccolo-borghesi, che sognano l'eguaglianza e la pace
tra le nazioni in regime capitalista, hanno ceduto il posto ai
socialimperialisti. Parabellum combattendo contro i primi combatte contro i
mulini a vento, e fa, senza volerlo, il giuoco dei secondi.
Qual è il programrna dei socialsciovinisti nella questione nazionale?
Essi o negano del tutto il diritto all'autodeterminazione adducendo argomenti
del genere di quelli di Parabellum (Cunow, Parvus, gli opportunisti russi
Semkovski, Libman ed altri), oppure riconoscono questo diritto in modo
manifestamente ipocrita, non applicandolo precisamente a quelle nazioni che
sono oppresse dalla loro nazione o dall'alleato militare di quest'ultima
(Plekhanov, Hyndman, tutti i patrioti francofili, Scheidemann, ecc. ). Kautsky
dà la formulazione più suggestiva, e perciò più pericolosa per il proletariato,
della menzogna socialsciovinista. A parole è favorevole all'autodeterminazione
delle nazioni, a parole è favorevole a ciò che il partito socialdemocratico
"rispetti e rivendichi dappertutto (!!) e incondizionatamente (??)
l'indipendenza delle nazioni (Neue Zeit, n. 33, II, p. 241, 21 maggio
1915). Ma in pratica adatta il programma nazionale al socialsciovinismo
imperante, lo snatura e lo mutila, non definisce con precisione i doveri dei
socialisti delle nazioni dominanti e falsifica addirittura il principio
democratico dicendo che esigere 1'"indipendenza statale" per ogni
nazione significherebbe "esigere troppo" ("zu vil", Neue
Zeit, n. 33, II, 77, 16 aprile 1915). Basta, se non vi dispiace, con
1'"autonomia nazionale"!!
E precisamente la questione principale - la questione che la borghesia
imperialista vieta di toccare, la questione delle frontiere dello Stato
edificato sull'oppressione delle nazioni - é elusa da Kautsky, il quale, per
far piacere a questa borghesia, elimina dal programma precisamente ciò che vi é
di essenziale! La borghesia è pronta a promettere qualsiasi "parità di
diritti delle nazioni" e qualsiasi "autonomia nazionale" purché
il proletariato rimanga nel quadro della legalità e si sottometta
"pacificamente" ad essa per quanto concerne le frontiere dello
Stato! Kautsky formula il programma nazionale della socialdemocrazia in modo
riformista e non rivoluzionario.
Il Parteivorstand, Kautsky, Plekhanov e soci sottoscrivono a due mani il
programma nazionale del compagno Parabellum, o piuttosto la sua assicurazione:
"noi siamo contro le annessioni", precisamente perché questo
programma non smaschera i socialpatrioti imperanti. Questo programma lo
sottoscriverebbero anche i pacifisti borghesi. L'eccellente programma generale
di Parabellum ("lotta rivoluzionaria di massa contro il capitalismo")
gli serve - come ai proudhoniani nel decennio 1860-1870 - non per elaborare,
corrispondentemente ad esso, secondo il suo spirito, un programma intransigente
e altrettanto rivoluzionario sulla questione nazionale, ma per sgombrare i1
terreno, in questo campo, ai socialpatrioti. Nella nostra epoca imperialista,
la maggioranza dei socialisti del mondo appartiene alle nazioni che opprimono
altre nazioni e che tendono ad estendere questa oppressione. Perciò la nostra
"lotta contro le annessioni" resterà senza contenuto, non sarà
affatto temibile per i socialpatrioti, se non dichiareremo: il socialista di
una nazione dominante, il quale, sia in tempo di pace che in tempo di guerra,
non svolge la propaganda per la libertà delle nazioni oppresse di separarsi,
non è un socialista, un internazionalista, ma uno sciovinista! Il socialista di
una nazione dominante che non svolge questa propaganda malgrado i divieti dei
governi, vale a dire nella stampa libera, cioè nella stampa illegale, è un
fautore ipocrita dell'eguaglianza delle nazioni!
Alla Russia, la quale non ha ancora compiuto la sua rivoluzione democratica
borghese, Parabellum ha dedicato una sola frase:
"Persino la Russia, molto arretrata economicamente, ha mostrato,
attraverso l'atteggiamento della borghesia polacca, lettone, armena, che i
popoli sono tenuti in questa "prigione dei popoli" non soltanto dalla
sorveglianza militare, ma anche dalle esigenze dell'espansione capitalistica
alla quale l'immenso territorio offre una magnifica base di sviluppo."
Questo non è un "punto di vista socialdemocratico", ma borghese
liberale, non internazionalista, ma grande-russo-sciovinista. Evidentemente,
Parabellum, il quale lotta così bene contro i socialpatrioti tedeschi, non è
troppo al corrente di quest'altro sciovinismo! Per fare di questa frase di
Parabellum una tesi socialdemocratica, e per dedurre da questa frase conclusioni
socialdemocratiche, bisogna rifarla e completarla nel modo seguente:
La Russia è una prigione di popoli non soltanto a causa del carattere
militare-feudale dello zarismo, non soltanto per il fatto che la borghesia
grande-russa appoggia lo zarismo, ma anche perché le borghesie polacca, ecc.
hanno sacrificato la libertà delle nazioni e la democrazia in generale agli
interessi dell'espansione capitalistica. Il proletariato della Russia non può
fare a meno di marciare alla testa del popolo per la rivoluziune democratica
vittoriosa (questo è il suo compito immediato) né può fare a meno di combattere
assieme ai suoi fratelli, ai proletari d'Europa, per la rivoluzione socialista
senza chiedere anche ora piena e incondizionata libertà di separazione dalla Russia
per tutte le nazioni oppresse dallo zarismo. Noi rivendichiamo questo, non
indipendentemente dalla nostra lotta per il socialismo, ma perché quest'ultima
lotta resta una parola vuota se non è legata indissolubilmente all'impostazione
rivoluzionaria di tutte le questioni democratiche, compresa quella nazionale.
Noi esigiamo la libertà di autodeterminazione, cioè l'indipendenza, cioè
la libertà di separazione delle nazioni oppresse, non perché sogniamo il
frazionamento economico o l'ideale dei piccoli Stati, ma, viceversa, perché
desideriamo dei grandi Stati e l'avvicinamento, persino la fusione, tra le
nazioni su una base veramente democratica, veramente internazionalista, inconcepibile
senza la libertà di separazione. Come Marx nel 1869 chiedeva la separazione
dell'Irlanda non per il frazionamento, ma per un'ulteriore libera unione tra
l'Irlanda e l'Inghilterra, non per "giustizia verso l'Irlanda" ma in
nome degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato inglese, così
anche noi consideriamo la rinuncia dei socialisti della Russia alla
rivendicazione della libertà di autodeterminazione delle nazioni nel senso da
noi indicato, come un aperto tradimento della democrazia,
dell'internazionalismo e del socialismo.
ottobre 1915