L E N I N
L'imperialismo
Fase
suprema del capitalismo
Negli ultimi quindici
o venti anni, e specialmente dopo la guerra ispano-americana (1898) [1] e la
guerra anglo-boera (1899-1902) [2], nella pubblicistica tanto economica quanto
politica del vecchio e del nuovo mondo, ricorre sempre più di frequente il
termine di " imperialismo " per qualificare l'epoca in cui noi
viviamo. Nel 1902 fu pubblicata a Londra e a New York l'opera dell'economista
inglese J. A. Hobson, intitolata appunto Imperialismo.
In essa l'autore, che condivide le teorie del socialriformismo borghese e del
pacifismo -una concezione, cioè, sostanzialmente identica a quella attuale
dell'ex marxista K. Kautsky- fa un'ottima e circostanziata esposizione delle
fondamentali caratteristiche economiche e politiche dell'imperialismo. Nel 1910
comparve a Vienna l'opera del marxista austriaco Rudolf Hilferding, intitolata Il capitale finanziario. Quest'opera,
nonostante l'erroneità dei concetti dell'autore nella teoria della moneta e
nonostante una certa tendenza a conciliare il marxismo con l'opportunismo,
offre una preziosa analisi teorica " sulla recentissima fase di sviluppo
del capitalismo " -come dice il sottotitolo del libro di Hilferding. Tutto
ciò che intorno all'imperialismo è stato detto in questi ultimi anni-
particolarmente nell'infinita congerie di articoli di riviste e di giornali
trattanti questo tema, come pure nelle risoluzioni dei congressi tenutisi a
Chemnitz e a Basilea nell'autunno del 1912- non esce, in realtà, dall'ambito
delle idee esposte o, più esattamente, riassunte dai due summenzionati autori.
Nelle
pagine seguenti noi vogliamo fare il tentativo di esporre con la massima
brevità, e in forma quanto più si possa accessibile a tutti, la connessione e i
rapporti reciproci tra le caratteristiche economiche fondamentali
dell'imperialismo. Non ci occuperemo, benché lo meritino, dei lati economici
del problema. Le notizie bibliografiche ed altre note che potrebbero non
interessare tutti i lettori, si trovano alla fine dell'esposizione.
Note
1. La Dottrina di Monroe (l'America agli americani), del
1822, ebbe il suo complemento nel panamericanismo, cioè nella politica tesa a
imporre il potere economico e politico degli USA su tutti gli Stati
dell'America centrale e meridionale. Il panamericanismo ebbe la stia sanzione
ufficiale nella prima Conferenza panamericana di Washington del 1889 e cominciò
ad avere applicazione pratica con la minaccia di guerra all'Inghilterra, nel
1895, se non avesse rinunziato alle sue aspirazioni sul Venezuela. La prima e
più clamorosa affermazione dei princìpi dei panamericanismo fu occasionata
dalla rivolta di Cuba contro il dominio spagnolo (1895); in quell'occasione
l'affondamento di una corazzata americana servì di pretesto agli Stati Uniti
per attaccare l'impero spagnolo in America (1898). La guerra fu decisa in
alcuni scontri navali e con il trattato di Parigi dell'agosto 1898 gli spagnoli
dovettero rinunziare agli ultimi residui dell'antico impero: Cuba passò
praticamente sotto il dominio degli USA e per Portorico si giunse a una vera e
propria annessione. Inoltre, fuori dell'emisfero americano, la Spagna dovette
cedere le Filippine e le Guam, e gli Stati Uniti, con l'annessione delle Hawaii
e di parte delle Samoa, ebbero accesso in oriente, dove il grande mercato
cinese costituiva un ambìto obiettivo per tutti i paesi industrializzati.
2. La guerra anglo-boera, che segna l'inizio del conflitto
coloniale anglo-tedesco, fu voluta soprattutto dal ministro britannico delle
colonie Joseph Chamberlain e da Cecil Rhodes per assicurarsi il possesso delle
miniere d'oro, rafforzare l'imperialismo inglese in Africa (vi era il progetto
della ferrovia Cairo-Città del Capo) e frenare l'espansione tedesca in Africa.
La guerra ebbe inizio l'l1 ottobre del 1889 e fu aspra e difficile per la
tenace resistenza dei boeri, con i quali solidarizzò larga parte dell'opinione
pubblica europea.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
I. La concentrazione della produzione e i monopoli
Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è
costituito dall'immenso incremento dell'industria e dal rapidissimo processo di
concentrazione [1] della produzione in imprese sempre più ampie. Gli ultimi
censimenti industriali offrono ragguagli completi e esatti su tale processo.
In
Germania, per esempio, su ogni mille imprese industriali si avevano, nel 1882,
tre grandi aziende, cioè con più di 50 operai salariati; sei nel 1895; nove nel
1907. Erano dipendenti dalle grandi aziende, rispettivamente il 22 %, il 30 % e
il 37 % di tutti gli operai. Ma il lavoro nelle grandi aziende essendo molto
più produttivo, la produzione si concentra molto più intensamente della mano
d'opera, come è dimostrato dai dati che si hanno sulle macchine a vapore e sui
motori elettrici. Se si tien conto di tutto ciò che in Germania si designa come
industria, nel senso più ampio della parola, includendovi il commercio, i mezzi
di comunicazione, ecc., si ottiene il quadro seguente:
|
|
Numero
|
Milioni
di operai
|
Forza-vapore
in milioni di cavalli
|
Elettricità in
milioni di chilowatt
|
|
Imprese in generale
|
3.265.623
|
14,4
|
8,8
|
1,5
|
|
Grandi aziende
|
30.588
|
5,7
|
6,6
|
1,2
|
|
Percentuale
|
0,9
|
39,4
|
75,3
|
80
|
Meno
di una centesima parte delle aziende dispone di più di tre quarti
della quantità totale della forza-vapore e dell'energia elettrica! Alle
2.970.000 piccole aziende (con non più di cinque operai) che costituiscono il
91% del numero totale delle aziende, spetta in tutto il 7 % della forza-vapore
e dell'energia elettrica! Alcune decine di migliaia di grandi aziende sono
tutto; milioni di piccole aziende, niente.
Nel
1907 v'erano in Germania 586 aziende con mille e più operai, ed esse
disponevano di quasi un decimo (1.380.000) del numero complessivo dei
lavoratori e di quasi un terzo (32 % del totale di forza-vapore e di
energia elettrica [*1]. Come vedremo, il capitale monetario e le banche rendono
ancora più opprimente, nel senso letterale della parola, questa preponderanza
di un piccolo gruppo di grandi aziende; cioè milioni di piccoli, medi e, in
parte, perfino alcuni dei grandi "padroni" si trovano interamente
alle dipendenze di poche centinaia di milionari dell'alta finanza.
Ancora
più rapido è il processo di concentrazione della produzione in un altro dei
paesi avanzati del moderno capitalismo, cioè negli Stati Uniti d'America. Qui
la statistica distingue l'industria in senso stretto, e raggruppa le aziende
secondo il valore della produzione annua. Annoverando tra le grandi aziende
tutte le imprese aventi una produzione annua di oltre un milione di dollari, si
ha il seguente quadro:
|
|
Numero
|
Milioni di lavoratori
|
Produzione annua
in miliardi di dollari
|
|
1904:
|
|
|
|
|
Imprese in generale.
. . .
|
216.180
|
5,5
|
14,8
|
|
Grandi aziende. . . .
|
1.900
|
1,4
|
5,6
|
|
Percentuale. . . .
|
0,9
|
25,6
|
38
|
|
|
|
|
|
|
1909
|
|
|
|
|
Imprese in generale.
. . .
|
268.491
|
6,6
|
20,7
|
|
Grandi aziende. . . .
. .
|
3.060
|
2,0
|
9,0
|
|
Percentuale . . . . .
. .
|
1,1
|
30,5
|
43,8(*2)
|
Quasi
la metà dell'intera produzione di tutte le imprese del paese è nelle mani di una
centesima parte del numero complessivo delle aziende! E queste 3 mila
aziende gigantesche lavorano in 268 rami dell'industria. Da ciò risulta che la
concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire,
automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti riesce facile a poche decine
di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, d'altro lato,
sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono
difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio.
Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei
fenomeni più importanti - forse anzi il più importante nella economia del
capitalismo moderno e noi non possiamo fare a meno di esaminarla ampiamente. Ma
anzitutto dobbiamo eliminare un possibile equivoco.
La
statistica americana parla di 3.000 imprese gigantesche in 250 rami
industriali, sicché a ciascun ramo spetterebbero 12 grandi imprese.
Ma
così non è in realtà. Non in tutti i rami industriali esistono grandi aziende,
e inoltre una delle più importanti caratteristiche del capitalismo giunto al
suo massimo grado di sviluppo è costituita dalla cosiddetta combinazione,
cioè dall'unione in un'unica impresa di diversi rami industriali, sia che si
tratti di fasi successive della lavorazione delle materie prime (per esempio,
estrazione della ghisa dal minerale di ferro, produzione dell'acciaio ed
eventualmente fabbricazione di prodotti diversi in acciaio), sia che si tratti
di rami industriali ausiliari l'uno rispetto all'altro (per esempio, la
lavorazione di cascami e di sottoprodotti, la fabbricazione di materiali da
imballaggio, ecc.).
Scrive
Hilferding:
"Peraltro
la combinazione: a) livella le differenze congiunturali, garantendo così una
maggiore stabilità al saggio di profitto dell'impresa combinata; b) determina
l'eliminazione del commercio; c) amplia le possibilità di progresso tecnico
favorendo con ciò il conseguimento di extraprofitti rispetto all'impresa non
combinata; d) nella lotta concorrenziale, rafforza la posizione dell'impresa
combinata contro l'impresa non associata durante i periodi di forte
depressione, quando cioè la caduta del prezzo della materia prima non è
proporzionale a quella del prezzo del prodotto finito" [*3].
L'economista borghese tedesco Heymann, nel suo libro sulle
imprese "miste" , cioè combinate, nell'industria siderurgica tedesca,
scrive: "Le imprese semplici sono schiacciate tra l'alto prezzo dei
materiali e il basso prezzo dei prodotti fabbricati... ". Si ha il quadro
seguente:
"Sono
rimaste superstiti da un lato le grandi compagnie carbonifere, con una
produzione di milioni di tonnellate, saldamente organizzate nel loro sindacato
del carbone, e dall'altro le grandi fabbriche siderurgiche, unite nel loro
sindacato dell'acciaio; fra i due gruppi vi sono legami strettissimi. Queste
gigantesche imprese con la loro produzione annua di 400.000 tonnellate
d'acciaio, che implica un'enorme produzione degli altiforni, di carbone, di
minerale di ferro, con una enorme fabbricazione di articoli di acciaio, con i
loro 10.000 operai accasermati nei quartieri delle fabbriche in parte già
provviste di proprie ferrovie e porti, sono le rappresentanti tipiche
dell'industria siderurgica tedesca. E la concentrazione avanza sempre, senza
sostare mai. Le singole aziende s'ingrandiscono incessantemente; sempre più
numerose sono le aziende dello stesso ramo di industria o di rami diversi, che
si fondono insieme in imprese gigantesche, aventi il loro sostegno e la loro
direzione in una mezza dozzina di grandi banche di Berlino. Per quanto concerne
l'industria mineraria tedesca si è dimostrata esatta la teoria di Karl Marx
sulla concentrazione; vero è che ciò si riferisce ad un paese nel quale
l'industria è difesa dai dazi protettivi e da speciali tariffe di trasporto.
L'industria mineraria tedesca è matura per l'espropriazione" [*4].
Questa è la conclusione, a cui è dovuto giungere un
coscienzioso (in via di eccezione) economista borghese. Occorre notare che egli
colloca la Germania in una categoria speciale per gli alti dazi che proteggono
le sue industrie. Ma questa circostanza, tutt'al più, ha potuto accelerare la
concentrazione e la formazione di consorzi monopolistici degli imprenditori, di
cartelli, di sindacati, ecc. E' di somma importanza il fatto che anche
nel paese classico della libertà di commercio, in Inghilterra, la
concentrazione dirige il monopolio, sebbene un po' più tardi e forse in forma
diversa. il professor Hermann Levy, nel suo studio intitolato Monopoli,
cartelli e trust, scrive quanto segue intorno all'evoluzione economica
della Gran Bretagna.
"In Gran
Bretagna sono precisamente la grandezza dell'impresa e lo sviluppo della sua
potenzialità le cause che racchiudono in sé la tendenza monopolistica. Da una
parte la concentrazione ha portato ad investire in ogni impresa capitali
enormi, perciò le nuove imprese s'imbattono in sempre maggiori necessità di
capitale, e questo intralcia il loro sorgere. D'altra parte (e questo ci sembra
il punto più importante) ogni nuova impresa, che voglia stare a pari con le
gigantesche imprese già esistenti, formatesi con un processo di concentrazione,
deve aumentare la quantità dei prodotti offerti a un punto tale che o
interviene un enorme aumento della domanda il quale permetta di smerciarli con
profitto, o ne deriva un abbassamento immediato dei prezzi a un livello non
redditizio né per la nuova impresa, né per le vecchie combinazioni
monopolistiche".
A differenza di altri paesi, dove il movimento di
concentrazione è favorito dagli alti dazi protettivi, in Gran Bretagna le
unioni monopolistiche di imprenditori, i cartelli e i trust, sorgono, in linea
generale, soltanto quando le principali imprese concorrenti sono ridotte a non
più di un "paio di dozzine". "Qui l'influenza della
concentrazione sulla formazione dei monopoli nella grande industria appare con
evidenza cristallina" [*5].
Allorché
Marx, mezzo secolo fa, scriveva il Capitale, la grande maggioranza
degli economisti considerava la libertà di commercio una "legge
naturale". La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura
del silenzio l'opera di Marx, che, mediante l'analisi teorica e storica del
capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la
concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, a un certo grado
di sviluppo, conduca al monopolio [2]. Oggi il monopolio è una realtà. Gli
economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni
del monopolio e nondimeno proclamano in coro che il "marxismo è
confutato". Ma i fatti sono ostinati -dicono gli inglesi- e con essi,
volere o no, si debbono fare i conti. I fatti provano che le differenze tra i
singoli paesi capitalistici, per esempio in rapporto al protezionismo e alla
libertà degli scambi, determinano soltanto differenze non essenziali nelle
forme del monopolio, o nel momento in cui appare, ma il sorgere dei monopoli,
per effetto del processo di concentrazione, è, in linea generale, legge
universale e fondamentale dell'odierno stadio di sviluppo del capitalismo.
Per
l'Europa si può stabilire con una certa esattezza l'epoca in cui il nuovo
capitalismo ha sostituito definitivamente il vecchio: fu all'inizio
del ventesimo secolo. In un recentissimo compendio della storia della
"formazione dei monopoli" si legge:
"Si possono
trovare esempi isolati di monopoli capitalistici già nel periodo anteriore al
1860, e in essi si può scoprire l'embrione delle forme che oggi ci sono
diventate così abituali; ma questa è senza dubbio la preistoria. Il vero inizio
dei moderni monopoli risale al massimo al decennio che va dal 1860 al 1870. Il
primo loro grande periodo di sviluppo è connesso alla grande depressione
internazionale degli anni settanta e giunge fino al 1890... Considerando
soltanto l'Europa, la libera concorrenza è al suo apogeo nel 1860-1880. In questo periodo
l'Inghilterra termina di organizzare il suo capitalismo vecchio stile. In
Germania tale organizzazione si faceva strada impetuosamente, in lotta con
l'artigianato e con l'industria domestica e cominciava a crearsi forme
d'esistenza ...
"Il
grande rivolgimento ebbe inizio col crac del 1873 [3] o più esattamente con la
depressione che gli tenne dietro; la quale, tranne un'appena sensibile
interruzione all'inizio degli anni ottanta e lo slancio poderosissimo, ma di
breve durata, verso il 1889, per circa 22 anni riempie la storia dell'economia
europea ... Nel breve periodo di ascesa del 1889-1890 fu largamente adoperata
l'organizzazione dei cartelli per sfruttare la congiuntura. Una politica poco
oculata spinse i prezzi rapidamente più in alto di quanto sarebbe avvenuto
senza i cartelli, e quasi tutti questi cartelli andarono a finire
ingloriosamente nella tomba del crac. Seguì un altro lustro di scarsa attività
e di bassi prezzi, ma ormai nell'industria lo stato d'animo era mutato. Non si
considerava più lo depressione come qualche cosa di naturale, bensì come un
periodo di pausa precedente un nuovo periodo favorevole.
"Lo
sviluppo dei cartelli entrò allora nel secondo periodo. Non sono più un
fenomeno transitorio, ma una delle basi di tutta la vita economica. Essi
conquistano una sfera dell'industria dopo l'altra, e anzitutto l'industria
della lavorazione delle materie prime. Già all'inizio dell'ultimo decennio del
secolo scorso, i cartelli avevano elaborato nel sindacato del coke, sul modello
del quale fu più tardi costituito quello del carbon fossile, una tecnica
consorziale oltre la quale, in fondo, il movimento di concentrazione non è mai
andato, nemmeno posteriormente. Il grande slancio degli affari verso la fine
del secolo e la crisi del 1900-1903 si svolsero interamente, almeno nelle
industrie minerarie e siderurgiche, per la prima volta, sotto il segno dei
cartelli. E se ciò allora era considerato come una novità, nel frattempo è
divenuto evidente nella coscienza di tutti il fatto che grandi parti della vita
economica sono state sistematicamente sottratte alla libera concorrenza "
[*6].
Pertanto, i risultati fondamentali della storia dei
monopoli sono i seguenti:
1)
1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in
embrione.
2)
Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora
l'eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione.
3)
Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli
diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è
trasformato in imperialismo.
I
cartelli si mettono d'accordo sulle condizioni di vendita, i termini di
pagamento, ecc. Si ripartiscono i mercati. Stabiliscono la quantità delle merci
da produrre. Fissano i prezzi. Ripartiscono i profitti tra le singole imprese,
ecc.
In
Germania il numero dei cartelli ascendeva a circa 250 nel 1896, a 385 nel 1905, e vi
partecipavano circa 12.000 aziende [*7]. Ma è generalmente ammesso che queste
cifre restano al disotto del vero. Dai dati surriferiti della statistica
industriale tedesca per il 1907 risulta che 12.000 grandi aziende disponevano
certamente di oltre la metà dell'intera forza-vapore e dell'energia elettrica.
Negli Stati Uniti d'America il numero dei trust ammontava nel 1900 a 185, nel 1907 a 250. La statistica
americana suddivide tutte le imprese industriali secondo che esse appartengono
a singoli, a ditte, o a corporazioni. A queste ultime apparteneva nel 1904 il
23,6 % nel 1909 il 25,9 %, vale a dire più di un quarto del numero totale delle
imprese. Queste aziende occupavano nel 1904 il 70,6 % nel 1909 il 75,6 % (vale
a dire i tre quarti) del numero totale degli operai, e la loro produzione
ascendeva rispettivamente a 10 miliardi e 900 milioni di dollari e a 16
miliardi e 300 milioni, vale a dire al 73,7 e 79 % del valore totale della
produzione degli Stati Uniti.
Nei
cartelli e nei trust si concentrano talora perfino i sette od otto decimi
dell'intera produzione di un determinato ramo industriale. Il sindacato
carbonifero renano-vestfalico nel 1893, anno della sua fondazione, forniva 1'
86,7 % e nel 1910 già il 95,4 % dell'intera produzione di carbone della regione
[*8]. Il monopolio, in tal guisa creatosi, assicura profitti giganteschi e conduce
alla formazione di unità tecniche di produzione di enormi dimensioni. Il famoso
trust del petrolio degli Stati Uniti (Standard Oil Company) fu fondato nel
1900.
"Il suo
capitale autorizzato ammontava a 150 milioni di dollari. Furono emessi 100
milioni di dollari di azioni common (semplici) e 106 milioni di
dollari di azioni preferred (privilegiate). A queste sono stati
pagati, tra il 1900 e il 1907, i seguenti dividendi: 48, 48, 45, 44, 36, 40,
40, 40 %; in tutto 367 milioni di dollari. Tra il 1882 e la fine del 1906 sugli
889 milioni di dollari di utile netto conseguiti, vennero ripartiti 606 milioni
di dividendi e il resto assegnato alle riserve" [*9]. "Nel 1907, nel
complesso delle imprese della United States Steel Corporation (il trust dell'acciaio)
erano occupati non meno di 210.180 operai e impiegati. La più importante
impresa mineraria tedesca, la Gelsenkirchener Bergwerksgeselschaft aveva alle
sue dipendenze, nel 1908, 46.048 operai e impiegati" [*10].
Già nel 1902 il trust americano dell'acciaio produceva 9
milioni di tonnellate di acciaio [*11]. La sua produzione ascendeva nel 1901 al
66,3 %, nel 1908 al 56,1 % dell'intera produzione di acciaio degli Stati Uniti
[*12], e negli stessi anni esso estraeva rispettivamente il 43,9 e 46,3 % del
minerale di ferro.
Il
rapporto della commissione governativa americana sui trust dice:
"La
superiorità dei trust sui loro concorrenti si fonda sulla grandezza delle loro
imprese e sulla loro eccellente attrezzatura tecnica. Fin dalla sua fondazione,
il trust del tabacco è stato guidato dal proposito di sostituire, dovunque era
possibile, le macchine al lavoro manuale. A tal fine esso ha acquistato,
spendendo somme enormi, tutti i brevetti che in qualche maniera avevano
rapporto con la lavorazione del tabacco. Molti di tali brevetti originariamente
non erano utilizzabili, e lo divennero solo dopo esser stati perfezionati dagli
ingegneri del trust. Alla fine del 1906 furono create due società filiali col
solo compito di accaparrare brevetti. Allo stesso fine il trust ha impiantato
proprie fonderie e officine per la costruzione e riparazione di macchine. Una
di queste officine, quella di Brooklyn, impiega in media 300 operai; qui
vengono sperimentate e all'occorrenza perfezionate le invenzioni per fabbricare
sigarette, piccoli sigari, tabacco da fiuto, involucri di stagnola per la
confezione dei pacchetti ..." [*13].
"Anche
altri trust, oltre ai predetti, impiegano i cosiddetti developing engineers
(ingegneri per lo sviluppo della tecnica), che hanno l'incarico di creare
nuovi procedimenti di lavorazione e di sperimentare invenzioni e miglioramenti
tecnici. Il trust dell'acciaio paga forti premi agl'ingegneri e agli operai
autori di invenzioni atte a elevare l'efficienza tecnica dell'azienda o a
ridurre i costi di produzione" [*14].
In maniera analoga è organizzato il ramo dei
perfezionamenti tecnici nella grande industria tedesca, per esempio nella
industria chimica, che negli ultimi decenni si è così poderosamente sviluppata.
In questa industria, già fin dal 1908 il processo di concentrazione della
produzione ha dato origine a due "gruppi"che, in modo loro proprio,
si avvicinavano al monopolio. Dapprima questi gruppi erano "duplici
alleanze"di due paia di aziende tra le più cospicue, con un capitale da 20 a 21 milioni di marchi per
ciascuna; da un lato la fabbrica di colori già Meister, Lucius e Brüning a
Hochst e quella di Cassella e Co. a Francoforte sul Meno; dall'altro le
fabbriche badensi di anilina e di soda di Ludwigshafen sul Reno e della ditta
Bayer e Co. di Elberfeld. In seguito, il primo gruppo nel 1905 e l'altro nel
1908 s'accordarono ciascuno con un'altra grande azienda, e così sorsero due
"triplici alleanze", con capitale ciascuna da 40 a 50 milioni di marchi, e
tra queste due "alleanze "si sono già iniziati dei
"contatti", degli "accordi"circa i prezzi [*15], ecc.
La
concorrenza si trasforma in monopolio. Ne risulta un immenso processo di
socializzazione della produzione. In particolare si socializza il processo dei
miglioramenti e delle invenzioni tecniche.
Ciò
è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra
imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo
smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai
si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime
(per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una
serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale
calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali
consorzi monopolistici. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato
che viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si
monopolizza la mano d'opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si
mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in
America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel
suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale
socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a
dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il
passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.
Viene
socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I
mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di
persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente
riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto
della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più
insopportabile.
L'economista
tedesco Kestner ha consacrato un suo lavoro alla "lotta tra i cartelli e
gli autonomi", cioè gli imprenditori non aderenti ai cartelli. Egli
intitola la sua opera La costrizione all'organizzazione, mentre invece
si dovrebbe parlare, per presentare il capitalismo nella sua vera luce, di una
costrizione alla sottomissione ai consorzi monopolistici. E' sommamente
istruttivo dare almeno uno sguardo all'elenco dei mezzi dell'odierna, moderna e
civile "lotta per l'organizzazione" a cui ricorrono i consorzi
monopolistici. Essi sono:
1)
Privazione delle materie prime ( ... "uno dei più importanti metodi
coercitivi per far entrare nei cartelli").
2)
Privazione della mano d'opera mediante "alleanze"(cioè accordi tra
organizzazioni di capitalisti e di operai per cui questi ultimi si obbligano a
lavorare soltanto per imprese cartellate).
3)
Privazione dei trasporti.
4)
Chiusura di sbocchi.
5)
Accaparramento dei clienti mediante clausole di esclusività.
6)
Metodico abbassamento dei prezzi allo scopo di rovinare gli
"autonomi", le aziende cioè che non si sottomettono ai monopolisti;
si gettano via dei milioni vendendo per qualche tempo al disotto del prezzo di
costo (nell'industria della benzina si sono dati casi di riduzione da 40 a 22 marchi, cioè quasi
della metà).
7)
Privazione del credito.
8)
Boicottaggio.
Questa
non è più la lotta di concorrenza tra aziende piccole e grandi, tra aziende
tecnicamente arretrate e aziende progredite, ma lo iugulamento, per opera dei
monopoli, di chiunque tenti di sottrarsi al monopolio, alla sua oppressione, al
suo arbitrio. Ecco come si rispecchia questo processo nella coscienza
dell'economista borghese:
"Anche in
seno all'attività puramente economica -scrive Kestner- si verifica un certo
spostamento dall'attività mercantile, nel vecchio senso della parola,
all'attività organizzatrice e speculatrice. Quello che riesce meglio, non è più
il commerciante il quale, sulla base della sua esperienza tecnica e commerciale,
conosce esattamente i bisogni della clientela e giunge a trovare e, per così
dire, a "scovare"l'esistenza di una data domanda latente, ma bensì il
genio [?!] speculativo, che è capace di calcolare in precedenza o anche
soltanto di presentire lo sviluppo organizzativo, la possibilità di rapporti
delle singole imprese, tra loro e con le banche ... ".
Tutto ciò, tradotto in lingua povera, significa presso a
poco questo: l'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la
produzione di merci continui come Prima a "dominare" e ad essere
considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i
maggiori Profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base
di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma
l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale
socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. Vedremo in seguito
come, "su questa base", la critica piccolo-borghese e reazionaria
dell'imperialismo capitalista sogni un ritorno indietro, alla
"libera", "pacifica", "onesta" concorrenza.
Kestner
dice:
"Sinora
un durevole elevamento di prezzi, come effetto della formazione dei cartelli, si
può constatare solo per i più importanti mezzi di produzione, specie il carbone,
il ferro, i sali potassici, non mai invece per i prodotti finiti. Anche
l'elevamento della redditività, connesso ai cartelli, è rimasto similmente
circoscritto all'industria dei mezzi di produzione. Questa osservazione va
estesa nel senso che, per effetto della formazione dei cartelli, l'industria di
lavorazione delle materie prime (e non dei prodotti semilavorati) non solo
consegue vantaggi in forma di alti profitti a danno dell'industria di ulteriore
lavorazione dei prodotti semilavorati, ma ha acquistato verso quest'ultima un rapporto
di padronanza, ignoto al tempo della libera concorrenza" [*16].
Le parole sottolineate chiariscono l'essenza della cosa,
che gli economisti borghesi ammettono così di rado e malvolentieri, e che gli
odierni difensori dell'opportunismo, Karl Kautsky in testa, cercano con grande
zelo di passare sotto silenzio e di mettere in disparte. Il rapporto di
padronanza e la violenza ad esso collegata: ecco ciò che costituisce la
caratteristica tipica della "recentissima fase di evoluzione del
capitalismo", ciò che doveva inevitabilmente scaturire, ed è infatti
scaturito, dalla formazione degli onnipotenti monopoli economici.
Ancora
un esempio dello spadroneggiare dei cartelli. Là dove si possono metter le mani
su tutte o sulle principali sorgenti di materie prime, i monopoli nascono e si
formano con particolare facilità. Tuttavia sarebbe erroneo credere che i
monopoli non sorgano anche in altri rami industriali, dove sia impossibile
impossessarsi delle fonti delle materie prime. L'industria dei cementi trova le
sue materie prime dappertutto: nondimeno essa in Germania è fortemente
cartellata. Gli opifici sono riuniti in sindacati regionali, come quello della
Germania meridionale, quello renano-vestfalico, ecc. Sono stabiliti prezzi monopolistici
da 230 a
280 marchi al vagone, mentre il costo di produzione è di appena 180 marchi! Le
imprese elargiscono dividendi dal 12 al 16 % e non bisogna inoltre dimenticare
che i "geni" della moderna speculazione sanno far scomparire nelle
proprie tasche grosse somme, all'infuori della ripartizione dei dividendi. Per
eliminare la concorrenza in un'industria così altamente redditizia, i
monopolisti non esitano a ricorrere a trucchi. Si diffondono voci menzognere
sulla cattiva situazione dell'industria, sui giornali compaiono avvisi anonimi
di questo tenore: "Capitalisti! Attenzione! Non investite capitali
nell'industria cementiera!". Infine si comprano edifici di industriali
autonomi pagando loro come "buonuscita" somme di 60, 80, 150 mila
marchi [*17]. Il monopolio si fa strada dappertutto e con tutti i mezzi, da
queste "modeste" somme di buonuscita, all'"impiego",
all'americana, della dinamite contro i concorrenti.
Che
i cartelli eliminino le crisi è una leggenda degli economisti borghesi,
desiderosi di giustificare ad ogni costo il capitalismo [4]. Al contrario, il
monopolio, sorto in alcuni rami d'industria, accresce e intensifica il caos,
che è proprio dell'intera produzione capitalistica nella sua quasi totalità. Si
accresce ancora più la sproporzione tra lo sviluppo dell'agricoltura e quello
dell'industria, che è una caratteristica generale del capitalismo. La
situazione privilegiata in cui viene a trovarsi quell'industria che è più
ampiamente cartellata, cioè la cosiddetta industria pesante, specialmente quella
del carbone e del ferro, determina negli altri rami industriali "una
mancanza di piano ancor più acutamente sentita", come scrive Jeidels,
autore di uno dei migliori lavori sui "rapporti fra le grandi banche
tedesche e l'industria" [*18].
Liefmann,
difensore accanito del capitalismo, scrive:
"Quanto
più è sviluppata l'economia di un paese, tanto più essa si volge a imprese
rischiose o estere, che abbiano bisogno di un lungo periodo di sviluppo, o
finalmente che siano di importanza soltanto locale" [*19].
L'aumento del rischio, in ultima analisi, si è collegato a
un enorme incremento del capitale che, per così dire, trabocca, emigra
all'estero, ecc. E, nello stesso tempo, l'accresciuta rapidità dei progressi
tecnici crea sempre più numerosi elementi di sproporzione tra le diverse parti
dell'economia di un paese, elementi di caos e di crisi. Lo stesso Liefmann è
costretto ad ammettere quanto segue:
"Verosimilmente
l'umanità si trova di nuovo alla vigilia di grandi rivolgimenti nella tecnica,
che eserciteranno un'influenza anche sull'organizzazione dell'economia...
". Tali l'elettricità e la navigazione aerea: "... In tali periodi di
radicali trasformazioni economiche, suole, di regola, svilupparsi una
fortissima speculazione" [*20].
Ma a loro volta le crisi di ogni specie, e principalmente
quelle di natura economica -sebbene non queste sole- rafforzano grandemente la
tendenza alla concentrazione e al monopolio. Si leggano a tal riguardo le molto
istruttive considerazioni di Jeidels intorno alla crisi del 1900, che,
notoriamente, è stata il punto decisivo nella storia dei moderni monopoli.
"La crisi
dei 1900 trovò, accanto alle gigantesche aziende nelle industrie fondamentali,
anche molte aziende "pure" [cioè non combinate], che furono anch'esse
spinte in alto dall'ondata dell'ascesa industriale. La caduta dei prezzi e la
contrazione della domanda gettò queste imprese "pure" in uno stato di
dissesto che le gigantesche imprese combinate in parte non risentirono affatto,
in parte solo per breve tempo. Pertanto la crisi del 1900 condusse alla
concentrazione industriale in ben altra misura di quanto avessero fatto le
crisi precedenti, per esempio quella del 1873, che diede anche origine a una
selezione, ma, date le condizioni della tecnica di allora, non tale da creare
il monopolio delle imprese rimaste vittoriose. Invece un monopolio durevole di
tal genere è oggi posseduto, in larga misura, dalle gigantesche aziende della
grande industria siderurgica ed elettrica, in virtù della loro complessa
tecnica, della organizzazione in grande stile e dell'entità dei capitali. In
minor grado dalle branche della fabbricazione di macchine e da alcune aziende
metallurgiche, di comunicazione, ecc." [*21].
I monopoli sono l'ultima parola della "recentissima
fase di sviluppo del capitalismo". Ma la nostra rappresentazione della
forza reale e dell'importanza dei moderni monopoli sarebbe assai incompleta,
insufficiente e inferiore alla realtà, se non tenessimo conto della funzione
delle banche.
Note
1. Marx distingue "concentrazione" e
"centralizzazione". Per il processo di concentrazione osserva che
"ogni capitale individuale è una concentrazione più o meno grande
di mezzi di produzione, con il corrispondente comando su un esercito
più o meno grande di operai. Ogni accumulazione diventa il mezzo di
accumulazione nuova. Essa allarga, con la massa aumentata della
ricchezza operante come capitale, la sua concentrazione nelle mani di
capitalisti individuali, e con ciò la base della produzione su larga
scala e dei metodi di produzione specificatamente capitalistici. L'aumento del
capitale sociale si compie con l'aumento di molti capitali individuali".
Quanto al processo di centralizzazione Marx rileva che questo si distingue da
quello di concentrazione "pel fatto che esso presuppone solo una
ripartizione mutata di capitali già esistenti e funzionanti, che il suo campo
di azione non è dunque limitato all'aumento assoluto della ricchezza sociale o
dai limiti assoluti dell'accumulazione. Il capitale qui in una mano sola
si gonfia da diventare una grande massa, perché là in molte mani va perduto. E'
questa la centralizzazione vera e propria a differenza dell'accumulazione
e concentrazione". K. MARX, Il Capitale, Roma, Edizioni
Rinascita, 1952, I, 3, pp. 74-75.
*1. Le cifre sono prese dagli Annalen des Deutschen
Reichs, 1911, Zahn, pp. 165-169.
*2. Statistical Abstract of the
United States, 1912, p. 202.
*3. RUDOLF HILFERDING, Das
Fínanzkapital, 2 ed., p. 254 [trad. it. cit., p. 251].
*4. HANS GIDEON HEYMANN, Die
gemischten Werke im deutschen Grosseisengewerbe, Stoccarda, 1904, pp. 256
e 278.
*5. HERMANN LEVY, Monopole,
Kartelle und Trusts, Jena, 1909, pp. 286, 290, 296.
2. A proposito del monopolio MARX nella Miseria della
Filosofia (Roma, Edizioni Rinascita, 1950, pp. 121-122) scrive: "Il
signor Proudhon parla solo del monopolio moderno, generato dalla concorrenza,
Ma tutti sappiamo che la concorrenza è stata generata dal monopolio feudale.
Così, primitivamente, la concorrenza è stata il contrario del monopolio, e non
il monopolio il contrario della concorrenza. Dunque, il monopolio moderno non è
una semplice antitesi, è al contrario la vera sintesi.
Tesi: il monopolio feudale anteriore alla concorrenza.
Antitesi: la concorrenza.
Sintesi: il monopolio moderno, che è la negazione del monopolio
feudale, in quanto suppone il regime di concorrenza, e che è la negazione della
concorrenza in quanto è monopolio.
"Così il monopolio moderno, il monopolio borghese, è il monopolio
sintetico, la negazione della negazione, l'unità dei contrari. E il monopolio
allo stato puro, normale, razionale".
3. L'economia europea, che aveva attraversato un periodo di
espansione dal 1850 al 1873, cadde in una lunga e grave crisi, che manifestò i
suoi effetti prima nel campo finanziario e poi sull'attività industriale e i
prezzi agricoli. Il periodo di crisi durò praticamente fino al 1895. Altre
crisi prima dello scoppio della guerra mondiale si ebbero nel 1900-1903 e nel
1907-10. Cfr. G. LUZZATTO, Storia economica dell'età moderna e
contemporanea, Parte seconda, Padova, Cedam, 1952, pp. 347-349 e pp.
423-478.
*6. TH. VOGELSTEIN, Die
finanzielle Organisation der kapitalistischen Industrie und die
Monopolbildungen, nel Grundriss der Sozialökonomik, Tübingen,
1914, VI sez., p. 232 e segg.; si veda lo stesso autore in Kapitalistische
Organisationsformen in der modernen Grossindustrie, vol. I,
Organisationsformen der Eisendustrie und der Textilindustrie in England und
Amerika, Lipsia, 1910.
*7. Dr. RIESSER, Die deutschen
Grossbanken und ihre Konzentration im Zusammenhange mit der Entwicklung der
Gesamtwirtschalt in Deutschand, 4 ed., 1912, pp. 148 e 149; R. LIEFMANN, Kartelle
und Trusts und die Weiterbildung der volkswirtschaftlichen Organisation,
2. ed., 1910, p. 25. [Cartelli, gruppi e
trusts, Nuova Collana Economisti, Torino,
UTET, 1934, p. 6601.
*8. Dr. FRITZ KESTNER, Der
Organisationswang. Eine Untersuchung über die Kämpfe zwischen Kartellen und
Aussenseitern, Berlino, 1912, p. 1l.
*9. R. LIEFMANN, Beteiligungs- und
Finanzierungsgesellschaften. Eine Studie über den modernen Kapitalismus und das
Effektenwesen, Jena, 1909, p. 212.
*10. R. LIEFMANN, Beteiligungs...,
p. 218.
*11. Dr. TSCHIERSCHKY, Kartelle
und Trusts, Gottingen, 1903, p. 13.
*12. H. VOGELSTEIN, Organisationsformen,
p. 257.
*13. Report of the Commission
of Corporations on the Tobacco Industry, Washington, 1909, p. 266. Citato dal libro: Dr. PAUL
TAFEL, Die nordamerikanischen Trusts und ibre Wirkungen aul den Fortschritt
der Technik, Stoccarda, 1913, p. 48.
*14. TAFEL, op. cit., pp.
48 e 49.
*15. RIESSER, op. cit., 3. ed., 1910, pp. 547 e
548. Nel giugno 1916 i giornali tedeschi davano notizia di un nuovo gigantesco
trust della industria chimica tedesca.
*16. KESTNER, op. cit., p.
254.
*17. L. ESCHWEGE, Zement, in Die
Bank, 1906, 1, p. 115 e sgg.
4. Si richiama qui l'attenzione sulla nota di ENGELS
contenuta nel libro III, tomo I del Capitale, ed. cit., p. 161.
"Il fatto che le moderne forze di produzione, nel loro rapido e gigantesco
incremento, sopravanzano ogni giorno di più le leggi dello scambio capitalistico
delle merci -nell'ambito delle quali esse avrebbero dovuto operare- si impone
oggi sempre più alla coscienza degli stessi capitalisti. Ciò viene dimostrato
in special modo da due sintomi: in primo luogo dalla nuova, generale mania
protezionista, che differisce dal vecchio protezionismo soprattutto in quanto
protegge principalmente proprio gli articoli suscettibili di esportazione; in
secondo luogo dai cartelli (trusts) costituiti da fabbricanti di
intere grandi categorie di produzione, tendenti a regolare la produzione
stessa, e quindi i prezzi e i profitti. E' evidente che tali esperimenti sono
possibili soltanto quando la situazione economica è relativamente favorevole;
la prima crisi li travolge, dimostrando che, anche se è necessario che la produzione
sia regolata, non è certo la classe capitalista che è adatta ad assolvere tali
compiti. Frattanto, questi cartelli hanno il solo scopo di far si che i piccoli
siano divorati dai grandi anche più rapidamente di quanto sia avvenuto
finora".
*18. JEIDELS, Das Verhältnis des
deutschen Grossbanken zur Industrie mit besonderer Berücksichtigung der
Eisenindustrie, Lipsia, 1905, p. 271.
*19. LIEFMANN, Beleiligungs .... ,
p. 434.
*20. Ibid, p. 466.
*21. JEIDELS, op. cit., P. 108.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
II. Le banche e la loro nuova funzione
La fondamentale e originaria funzione delle banche consiste
nel servire da intermediario nei pagamenti; quindi le banche trasformano il
capitale liquido inattivo in capitale attivo, cioè produttore di profitto,
raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione dei
capitalisti.
Ma,
a mano a mano che le banche si sviluppano e si concentrano in poche
istituzioni, si trasformano da modeste mediatrici in potenti monopoliste, che
dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli
industria, e così pure della massima parte dei mezzi di produzione e delle
sorgenti di materie prime di un dato paese e di tutta una serie di paesi.
Questa trasformazione di numerosi piccoli intermediari in un gruppetto di
monopolisti costituisce uno dei processi fondamentali della trasformazione del
capitalismo in imperialismo capitalista. Dobbiamo quindi, anzitutto, rivolgere
il nostro esame alla concentrazione delle banche.
Negli
anni 1907-1908 i depositi di tutte le banche azionarie di Germania con un
capitale superiore a un milione di marchi ammontavano a 7 miliardi di marchi;
dal 1912 al 1913 la somma era già arrivata a 9 miliardi e 800 milioni con un
aumento del 40 % in cinque anni. Inoltre di questi 2,8 miliardi di aumento,
2,75 spettavano a 57 banche, le quali disponevano ognuna di oltre 10 milioni di
marchi di capitale. I depositi erano ripartiti tra le grandi e le piccole
banche come segue [*1]:
|
Percentuale di
tutti i depositi
|
|
|
Presso le 9
grandi banche
di Berlino
|
Presso le altre 48
banche con oltre 10
milioni di capitale
|
Presso le 115 banche
con 1-10 milioni
di capitale
|
Presso le piccole
banche con meno di
1 milione dì capitale
|
|
|
%
|
%
|
%
|
%
|
|
1907-1908
|
47
|
32,5
|
16,5
|
4
|
|
1912-1913
|
49
|
36
|
12
|
3
|
Le piccole banche sono eliminate dalle grandi, nove delle
quali concentrano quasi la metà di tutti i depositi. E inoltre questa
statistica trascura molte circostanze, per esempio il fatto che tutta una serie
di piccole banche si sono trasformate in effettive filiali delle grandi banche;
ma di ciò riparleremo in seguito.
Alla
fine del 1913 Schulze-Gaevernitz calcolava i depositi delle nove grandi banche
di Berlino a 5,1 miliardi di marchi, sopra un totale di depositi di circa 10
miliardi di marchi. Lo stesso autore, tenendo conto non solo dei soli depositi,
ma del capitale bancario complessivo, scrive:
"Le nove
grandi banche di Berlino, con le banche annesse, amministravano, alla
fine del 1909, 11,3 miliardi di marchi, vale a dire, in cifra tonda, l'83%
dell'intero capitale bancario tedesco. La Deutsche Bank, che con le banche
annesse amministra circa 3 miliardi di marchi, è, accanto
all'amministrazione statale delle ferrovie prussiane, la massima raccolta di
capitali -e la più decentralizzata- del vecchio continente" [*2].
Abbiamo rilevato in modo speciale l'accenno alle banche
"annesse" perché esso si riferisce a una delle più importanti
caratteristiche della più recente concentrazione del capitale. Le grandi
aziende, e specialmente le banche, non si limitano a ingoiare le piccole
banche, ma se le "annettono", le assoggettano, le includono nel
"loro" gruppo, nel loro "consorzio" (Konzern è
l'espressione tecnica tedesca) mediante la "partecipazione" ai loro
capitali, comprando o scambiando azioni, creando un sistema di rapporti di
debiti, ecc. ecc. Il prof. Liefmann ha consacrato un gigantesco
"studio" di circa mezzo migliaio di pagine a descrivere le moderne Società
di compartecipazione e finanziamento [*3], nel quale però, disgraziatamente,
ha accompagnato la materia grezza con considerazioni "teoriche" di
assai scarso valore. A quale risultato, nel senso della concentrazione, conduca
questo sistema di "partecipazioni", è dimostrato meglio che altrove
nell'opera dello "specialista" bancario Riesser sulle grandi banche
tedesche. Ma prima di passare ai suoi dati, vogliamo recare un esempio concreto
del sistema della "partecipazione".
Il
"gruppo" della Deutsche Bank, che prendiamo a considerare, è tra i
più grandi gruppi bancari, se non addirittura il più grande. Per tener conto
dei principali fili che collegano tutte le banche di questo gruppo, occorre
distinguere una "partecipazione" di primo, secondo e terzo grado o,
ciò che è lo stesso, una dipendenza di primo, secondo e terzo grado delle
piccole banche dalla Deutsche Bank. Si ottiene il seguente specchietto [*4].
|
|
Dipendenza
di I grado
|
Dipendenza
di II grado
|
Dipendenza
di III grado
|
|
La DeutscheBank
partecipa
permanentemente
|
a 17 banche
|
di cui 9 partecipano
ad altre 34
|
di cui 4 partecipano
ad altre 7
|
|
per un tempo
indeterminato
|
a 5 banche
|
|
|
|
di tanto in tanto
|
a 8 banche
|
di cui 5 partecipano
ad altre 14
|
di cui 2 partecipano
ad altre 2
|
|
Totale
|
a 30 banche
|
di cui 14 partecipano
ad altre 48
|
di cui 6 partecipano
ad altre 9
|
Alle otto banche "dipendenti in primo grado",
soggette "di tanto in tanto" alla Deutsche Bank, appartengono tre
banche straniere: una austriaca, il Wiener Bankverein, e due russe (Banca
commerciale della Siberia e Banca russa per il commercio estero). In complesso
appartengono al consorzio della Deutsche Bank, direttamente o indirettamente,
totalmente o parzialmente, ben 87 banche, ed esso dispone così di un capitale
complessivo, tra il proprio e l'altrui, da due a tre miliardi di marchi.
Evidentemente
una banca che si trovi alla testa di un simile gruppo e concluda accordi con
mezza dozzina di altre banche poco meno grandi, per operazioni finanziarie
particolarmente ragguardevoli e vantaggiose, quali per esempio i prestiti
statali, ha già smesso la funzione di "intermediaria" e si è
trasformata in una lega di un pugno di monopolisti.
Con
quale rapidità si sia compiuta in Germania, precisamente tra la fine del secolo
XIX e gli inizi del XX, la concentrazione bancaria, si può rilevare dai
seguenti dati di Riesser, che qui si espongono in modo abbreviato:
|
Sei grandi banche
di Berlino avevano
|
|
Anno
|
Filiali
in Germania
|
Casse di deposito
o agenzie di cambio
|
Partecipazione
permanente
a banche azionarie tedesche
|
Totale di
tutte le aziende
|
|
1895
|
16
|
14
|
1
|
42
|
|
1900
|
21
|
40
|
8
|
80
|
|
1911
|
104
|
276
|
63
|
450
|
Si vede con quanta rapidità si formi una fitta rete di
canali che abbracciano tutto il paese, centralizzano tutti i capitali ed
entrate in denaro e trasformano migliaia e migliaia di aziende economiche
sparpagliate in un'unica azienda capitalistica nazionale e poi in un'azienda
capitalistica mondiale. Quel "decentramento" di cui nel surriferito
passo paria Schulze-Gaevernitz, a nome della economia politica borghese dei
'nostri giorni, in realtà non è altro che la sottomissione ad un unico centro
di un numero sempre maggiore di unità economiche, prima relativamente
"indipendenti" o, meglio, localmente circoscritte. Pertanto in realtà
esso rappresenta una centralizzazione, un elevamento della funzione
dell'importanza, della potenza dei giganti monopolistici.
Questa
"rete bancaria" è ancora più fitta nei paesi di più antico
capitalismo. In Inghilterra (e Irlanda), nel 1910 il numero delle filiali di
tutte le banche ascendeva a 7.151. Le quattro massime banche avevano ciascuna
oltre 400 filiali (da 447 a
689), quattro altre banche più di 200 filiali e altre undici più di 100.
In
Francia lo sviluppo delle tre maggiori banche, Crédit Lyonnais,
Comptoir National d'Escompte, e Société Générale, procedette nella seguente
guisa [*5]:
|
|
Filiali e casse di
deposito
|
Dimensioni dei
capitale
(in milioni di franchi)
|
|
Anno
|
Provincia
|
Parigi
|
Totale
|
proprio
|
In deposito
|
|
1870. . . .
|
47
|
17
|
64
|
200
|
427
|
|
1890. . . .
|
192
|
66
|
258
|
265
|
1.245
|
|
1909. . . .
|
1.033
|
196
|
1.229
|
887
|
4.363
|
Per caratterizzare le "relazioni" che ha una
grande banca moderna, Riesser produce delle cifre sul numero delle lettere in
arrivo e in partenza presso la Disconto-Gesellschaft, una delle maggiori banche
di Germania e di tutto il mondo (con un capitale che nel 1914 raggiungeva i 300
milioni di marchi).
|
|
Lettere in arrivo
|
Lettere in partenza
|
|
1852. . . .
|
6.135
|
6.292
|
|
1870. . . .
|
85.800
|
87.513
|
|
1900. . . .
|
533.102
|
626.043
|
Nella grande banca parigina, il Crédit Lyonnais, il numero
dei conti correnti da 28.535 nel 1875 salì nel 1912 a 633.539 [*6].
Queste
semplici cifre sono sufficienti, più di qualsiasi considerazione, a mostrare
come dalla concentrazione del capitale e dall'aumentato giro d'affari sia stata
modificata radicalmente l'importanza delle banche. In luogo dei capitalisti
separati sorge un unico capitalista collettivo. La banca, tenendo il conto
corrente di parecchi capitalisti, compie apparentemente una funzione puramente
tecnica, esclusivamente ausiliaria. Ma non appena quest'operazione ha assunto
dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolizzatori si
assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell'intera società
capitalista, giacché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti e altre
operazioni finanziarie, conseguono la possibilità anzitutto di essere
esattamente informati sull'andamento degli affari dei singoli capitalisti,
quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o
restringendo il credito, facilitandolo od ostacolandolo e infine di deciderne
completamente la sorte, di fissare la loro redditività, di sottrarre loro
il capitale o di dar loro la possibilità di aumentarlo rapidamente e in enormi
proporzioni, e così via.
Abbiamo
testé menzionato il capitale di 300 milioni di marchi della
Disconto-Gesellschaft di Berlino. Quest'aumento di capitale della Disconto
costituì un particolare episodio della lotta per l'egemonia svoltasi tra le due
maggiori banche di Berlino: la Deutsche Bank e la Disconto-Gesellschaft.
Nel
1870 la Deutsche Bank era ancora nell'infanzia, e possedeva in tutto un
capitale di 15 milioni di marchi, mentre la Disconto-Gesellschaft ne aveva 30.
Nel 1908 la prima aveva un capitale di 200 milioni, la seconda di 170. Nel
1914, la Deutsche Bank accrebbe il proprio capitale a 250 milioni di marchi e
la Disconto-Gesellschaft, fondendosi con un'altra grande banca di prim'ordine,
lo Schaffhausenscher Bankverein, a 300 milioni. E naturalmente questa lotta di
egemonia procede di conserva con "accordi" sempre più frequenti e
stabili fra le due banche. Quali conclusioni impone questo processo evolutivo
agli specialisti di cose bancarie, che considerano le questioni economiche da
un punto di vista non oltrepassante in alcun modo i quadri di un riformismo
borghese moderatissimo e ordinatissimo?
"Altre
banche seguiranno la stessa via -scriveva a proposito, appunto, dell'elevamento
del capitale della Disconto-Gesellschaft a 300 milioni di marchi, la rivista
tedesca Die Bank- e delle trecento persone che oggi governano
economicamente la Germania, col tempo, non ne rimarranno che cinquanta,
venticinque o anche meno. Né è da credere che il nuovissimo movimento di
concentrazione si arresterà alle banche. Naturalmente gli stretti rapporti
esistenti tra le singole banche portano anche a un avvicinamento tra i consorzi
industriali trovantisi sotto il loro patronato... e un bel giorno ci si
risveglierà soffregandoci gli occhi: intorno a noi nient'altro che trust e
davanti a noi la necessità di sostituire ai monopoli privati il monopolio dello
Stato. E tuttavia, in sostanza, non avremo altro da rimproverarci, che di aver
lasciato libero corso allo sviluppo delle cose, soltanto un po' accelerato dal
sistema delle azioni" [*7].
Abbiamo qui un esempio tipico dell'inettitudine del
giornalismo borghese, dal quale la scienza borghese si differenzia solo per
minore schiettezza e per la tendenza a celare l'essenza delle cose, a
nascondere la foresta dietro gli alberi. Infatti, "stupirsi" degli
effetti della concentrazione, "muovere rimproveri" al governo della
capitalistica Germania o in generale alla "società capitalistica"
("noi"), mostrarsi spaventati dell' "acceleramento" della
concentrazione per effetto dell'introduzione delle azioni, o -come fa uno
specialista tedesco in materia di cartelli, il Tschierschky- mostrarsi spaventati
dei trust americani e "preferire" i cartelli tedeschi, perché questi
ultimi "accelerano il progresso tecnico ed economico meno dei trust"
[*8] non è forse inettitudine? [1]
Ma
i fatti rimangono fatti. In Germania non vi sono trust, bensì "solo"
cartelli, ma la Germania è amministrata da non più di trecento magnati del
capitale, il cui numero si restringe sempre più. In tutti i paesi
capitalistici, qualunque sia la loro legislazione bancaria, in ogni caso si
rafforza e si accelera di mille doppi, per opera delle banche, il processo di
concentrazione del capitale, di costituzione dei monopoli.
Mezzo
secolo fa Marx scriveva (Il Capitale, III, 2) che "le banche
creano la forma di una contabilità generale e di una distribuzione generale dei
mezzi di produzione su scala sociale, ma soltanto la forma" [*9]. I dati
da noi riferiti intorno all'incremento del capitale bancario, all'aumento del
numero delle filiali e delle agenzie delle maggiori banche, del numero dei
conti correnti, ecc., ci mostrano in modo concreto questa "contabilità generale"
dell'intera classe dei capitalisti, e anzi non di essi soli, perché le banche
raccolgono in sé -sia pure transitoriamente- tutte le possibili entrate in
denaro, così dei piccoli proprietari come degli impiegati e di un piccolo
strato elevato della classe lavoratrice. La "ripartizione generale dei
mezzi di produzione": ecco ciò che risulta -se si considera la
cosa sotto l'aspetto formale- dallo sviluppo delle grandi banche moderne, le
più importanti delle quali, in numero da 3 a 6 in Francia e da 6 a 8 in Germania, dispongono di
miliardi e miliardi; ma se si considera la sostanza, questa
ripartizione dei mezzi di produzione non è "sociale", bensì privata,
cioè conformata agli interessi del grande capitale e in particolare del più
grande, del capitale. monopolistico che agisce in questa maniera mentre le
masse popolari vivono mezzo affamate, mentre lo sviluppo dell'agricoltura
ritarda irreparabilmente in confronto con quello dell'industria, e,
nell'industria stessa, l' "industria pesante" raccoglie i tributi di
tutti gli altri rami industriali.
Nella
socializzazione dell'economia capitalistica le casse di risparmio e le casse
postali cominciano adesso a far concorrenza alle banche, perché sono più
"decentrate", vale a dire penetrano in un maggior numero di località,
specialmente nelle località remote e nei larghi strati popolari. Ecco alcuni
dati raccolti dalla Commissione americana intorno alla questione dell'aumento
relativo dei depositi nelle banche e nelle casse di risparmio [*10].
Depositi
(in miliardi di marchi)
|
|
Inghilterra
|
Francia
|
Germania
|
|
|
In
banche
|
in casse
di risp.
|
in
banche
|
in casse
di risp.
|
in
banche
|
in società
di credito
|
in casse
di risparmio
|
|
|
|
|
|
.
|
|
|
|
|
1880. . . .
|
8,4
|
1,6
|
?
|
0,9
|
0,5
|
0,4
|
2,6
|
|
1888. . . .
|
12,4
|
2,0
|
1,5
|
2,1
|
1,1
|
0,4
|
4,5
|
|
1908. . . .
|
23,2
|
4,2
|
3,7
|
4,2
|
7,1
|
2,2
|
13,9
|
Le casse di risparmio, che pagano il 4 o il 41/4 %, debbono
cercare per i loro capitali un impiego "redditizio" mediante le
operazioni cambiarie, ipotecarie e simili. I limiti tra banche e casse di risparmio
"scompaiono sempre di più". Le Camere di commercio, ad esempio quelle
di Bochum e di Erfurt, chiedono che "si vieti" alle casse di
risparmio di fare operazioni "puramente" bancarie, come lo sconto di
cambiali, e che sia limitata l'"attività" bancaria degli uffici
postali [*11]. Parrebbe che i magnati bancari temano di essere raggiunti, da un
lato affatto inatteso, dal monopolio statale, ma naturalmente questo timore non
è altro che la concorrenza di due rivali posti in una situazione di parità. Infatti,
da un lato, chi dispone dei miliardi depositati nelle casse di risparmio sono
in ultima analisi gli stessi magnati del capitale bancario, e,
dall'altro lato, nella società capitalistica il monopolio statale è
semplicemente il mezzo di elevare e rafforzare le entrate dei milionari di
questo o quel ramo industriale, prossimi al fallimento.
Del
resto la sostituzione dell'antico capitalismo, dominato dalla libera
concorrenza, col nuovo capitalismo, dominato dal monopolio, trova la sua
espressione nella decadenza della Borsa:
"La Borsa
-si legge nella rassegna Die Bank- da lungo tempo ha cessato di essere
quell'indispensabile intermediario di scambi che essa fu un tempo, quando le
banche non potevano ancora collocare nella propria clientela la maggior parte
dei titoli emessi [*12].
"Ogni
Banca è una borsa". Questo detto moderno è tanto pia vero, quanto più
cospicua è la banca, e più progredita è la concentrazione dell'industria
bancaria [*13].
"Mentre
un tempo, nel decennio 1870-1880, la Borsa, con le sue intemperanze giovanili
[un "garbato" accenno alla crisi borsistica del 1873, all'epoca degli
scandali delle grandi speculazioni finanziarie, ecc. ecc.], iniziò
l'industrializzazione della Germania, oggi invece banche e industria possono
"camminare da sé".
"Il
dominio delle nostre grandi banche sulla Borsa ... non è che l'espressione
della completa organizzazione dello Stato industriale tedesco. Mentre così si
riduce il campo delle leggi economiche operanti automaticamente e si amplia in
modo straordinario quello della regolamentazione cosciente per opera delle
banche, cresce a dismisura la responsabilità di poche teste dirigenti verso
l'economia nazionale" [*14].
Così scrive il professore tedesco Schulze-Gaevernitz,
l'apologeta dell'imperialismo tedesco, un'autorità per gli imperialisti di
tutto il mondo, un uomo che tenta di celare le "inezie", vale a dire
che questa "cosciente regolamentazione" per opera delle banche
consiste nel fatto che un gruppetto di monopolisti, "integralmente
organizzati", spoglia letteralmente il pubblico. Il professore borghese
non si propone di svelare l'intero meccanismo e di mettere in chiaro gli
imbrogli dei monopolisti bancari, bensì di nasconderli.
Allo
stesso modo Riesser, economista ancora più competente e "specialista"
bancario, in presenza di fatti che non si possono negare se la cava con un paio
di frasi prive di significato.
"La Borsa
perde sempre più la proprietà, indispensabile per l'economia generale e per il
mercato dei titoli, di essere non solo il più sensibile strumento di
misurazione, ma anche il regolatore quasi automatico dei movimenti economici in
essa confluenti" [*15].
In altri termini: l'antico capitalismo, il capitalismo
della libera concorrenza, con la Borsa, suo regolatore indispensabile, se ne va
a carte quarantotto, soppiantato da un nuovo capitalismo che presenta tutti i
segni di un fenomeno di transizione, una miscela di libera concorrenza e di
monopolio. Naturalmente sorge imperiosa la domanda: verso che cosa
dunque "si avvia" questo modernissimo capitalismo? Ma i dotti
borghesi non osano porre tale quesito.
"Trent'anni
fa gli industriali, in regime di libera concorrenza, fornivano nove decimi di
quel lavoro economico che non appartiene alla sfera del lavoro fisico di
spettanza degli "operai". Oggi sono dei funzionari quelli
che fanno i nove decimi di questo lavoro economico intellettuale. Le banche
stanno alla testa di questa evoluzione" [*16].
Questa ammissione di Schulze-Gaevernitz riconduce ancora
una volta alla domanda: verso che cosa il recentissimo capitalismo, nel suo
stadio imperialista, costituisce transizione?
Naturalmente
tra le poche banche che ancora si mantengono alla testa della economia
capitalistica in seguito al processo di concentrazione, diventa sempre più
forte la tendenza a entrare in reciproci accordi monopolistici, a formare un trust
delle banche. In America non già nove banche ma due delle
maggiori, quelle dei miliardari Rockefeller e Morgan, dominano un capitale di
11 miliardi di marchi [*17]. La Franklurter Zeitung, il giornale degli
interessi borsistici, accompagna con queste parole l'assorbimento dello
Schaffhausenscher Bankverein per opera della Disconto.
"Con
l'intensificarsi dei processo di concentrazione si va continuamente
restringendo la cerchia degli istituti ai quali si può rivolgere la domanda di
crediti e quindi cresce la dipendenza della grande industria da alcuni pochi
gruppi bancari. Dato l'intimo nesso tra industria e finanza, ne resta compressa
la libertà di movimento delle società industriali costrette a ricorrere al
capitale bancario. Pertanto la grande industria segue con sentimenti
contrastanti la crescente trustizzazione delle banche; infatti tra i singoli
grandi consorzi bancari si notano certi segni di accordi, che tendono a
limitare la gara di concorrenza" [*18].
L'ultima parola dello sviluppo del sistema bancario è
sempre il monopolio.
Ma
precisamente nell'intimo nesso tra le banche e l'industria appare, nel modo più
evidente, la nuova funzione delle banche. Quando la banca sconta le cambiali di
un dato industriale, gli apre un conto corrente, ecc., queste operazioni,
considerate isolatamente, non scemano in nulla l'indipendenza di
quell'industriale, e la banca resta nei limiti di una modesta agenzia di
mediazione. Ma non appena tali operazioni diventano frequenti e si consolidano,
non appena la banca "accumula"capitali enormi, non appena la tenuta
del conto corrente di un dato imprenditore mette la banca in grado di
conoscere, sempre più esattamente e completamente, la situazione economica del
suo cliente -e questo appunto si va verificando- allora ne risulta una sempre
più completa dipendenza del capitalista-industriale dalla banca.
Nello
stesso tempo si sviluppa, per così dire, un'unione personale della banca con le
maggiori imprese industriali e commerciali, una loro fusione mediante il
possesso di azioni o l'entrata dei direttori di banche nei Consigli di
amministrazione delle imprese industriali e commerciali e viceversa.
L'economista tedesco Jeidels ha raccolto dati precisi su tale specie di
concentrazione di capitali e d'imprese. Le sei maggiori banche di Berlino erano
rappresentate per mezzo dei loro direttori in 344 società industriali, e per
mezzo dei membri dei loro Consigli di amministrazione in altre 407, vale a dire
in tutto in 751 società. In 289 società le suddette banche avevano due membri
del Consiglio di amministrazione oppure il posto di presidente. Queste imprese
svolgono la loro attività nei più diversi rami della produzione: assicurazioni,
mezzi di comunicazione, ristoranti, teatri, industrie artistiche ecc. A loro
volta nei Consigli di amministrazione di quelle sei banche sedevano (nel 1910)
cinquantun grandi industriali, tra cui il direttore della Krupp, quello della
Hapag (Hamburg-Amerika-Linie), una gigantesca società di navigazione, ecc. ecc.
Ciascuna di queste sei banche, dal 1895 al 1910, ha partecipato
all'emissione delle azioni e obbligazioni di varie centinaia di società
industriali (da 281 a
419) [*19].
L'"unione
personale" delle banche con l'industria è completata dall'"unione
personale" di entrambe col governo.
"Volentieri
si assegnano posti di Consiglieri di amministrazione a persone dal nome sonoro
-scrive Jeidels- e anche ad ex funzionari statali, che nei rapporti con le
autorità possono ottenere più di un'agevolazione[!!]....
"Nel
Consiglio di amministrazione di una grande banca siedono ordinariamente membri
del Parlamento o del Consiglio comunale di Berlino".
Pertanto i grandi monopoli capitalistici si producono e si
sviluppano, a tutto vapore, per tutte le vie "naturali" e "soprannaturali".
Si forma sistematicamente una certa divisione del lavoro tra poche centinaia di
finanzieri, veri re della moderna società capitalistica.
"Con
quest'ampliamento del campo d'attività di singoli grandi industriali [che
entrano nelle direzioni delle banche, ecc.], e con l'assegnazione dei direttori
provinciali delle banche a un determinato ed esclusivo distretto industriale,
avviene un certo sviluppo della specializzazione dei dirigenti delle grandi
banche in particolari rami d'affari ... In generale, essa è possibile soltanto
quando l'impresa bancaria assume grandi proporzioni e, in particolare, se i
rapporti con le industrie sono molto estesi. Tale divisione dei lavoro si
verifica in due sensi: il complesso dei rapporti con l'industria è assegnato a
un direttore come suo speciale campo d'azione, e inoltre ciascun direttore, in
qualità di membro del Consiglio di amministrazione, assume la sorveglianza di
una o più imprese affini per qualità o per interessi [il capitalismo è ormai a
buon punto per esercitare una sorveglianza organizzata sulle singole
imprese]. L'uno si specializza nell'industria germanica o addirittura soltanto
nell'industria della Germania occidentale [la Germania occidentale è la parte
più industriale dell'Impero tedesco]; i rapporti con gli Stati e con
l'industria esteri, la raccolta delle notizie personali sui singoli
industriali, ecc., gli affari di Borsa, ecc., costituiscono la specialità
d'altri. Inoltre spesso avviene che ciascun direttore riceve l'incarico di
amministrare una particolare industria o un particolare territorio: l'uno è di
preferenza nei Consigli d'amministrazione delle società d'elettricità; l'altro
nelle fabbriche di prodotti chimici, di birra o di zucchero; altri ancora si
trovano nei Consigli di amministrazione di poche imprese industriali isolate, e
contemporaneamente in quelli delle società di assicurazione ... E' certo, in
una parola, che a mano a mano che aumenta l'ampiezza e la varietà degli affari
delle grandi banche, si sviluppa, tra i dirigenti di esse, una crescente
divisione del lavoro, allo scopo e col risultato di sollevarli in certo modo
dai semplici affari bancari, rendendoli più competenti, più esperti nelle
questioni generali dell'industria e in quelle particolari delle singole branche
e quindi più capaci di far pesare l'influenza della banca nell'industria.
Questo sistema delle banche è integrato dalla tendenza a chiamare nei loro
Consigli di amministrazione persone competenti nelle cose dell'industria:
industriali, ex funzionari, specialmente dell'amministrazione ferroviaria o
mineraria" ecc. [*20].
Anche nel sistema bancario francese si trova lo stesso
indirizzo, solo un po' modificato nella forma. Per esempio, una delle tre
massime banche francesi, il Crédit Lyonnais, ha istituito uno speciale Service
des études financières, dove lavorano in permanenza oltre 50 persone,
ingegneri, competenti di statistica, economisti, giuristi, ecc. Esso costa da 600 a 700 mila franchi
all'anno, e si suddivide a sua volta in otto uffici, dei quali uno raccoglie
notizie specialmente sulle imprese industriali, l'altro tien dietro alla
statistica generale, il terzo studia le società ferroviarie e di navigazione a
vapore, il quarto i titoli, il quinto i resoconti finanziari, ecc. [*21].
Pertanto
si giunge da un lato a una sempre maggiore fusione, o secondo l'indovinata
espressione di N. I. Bukharin [2], a una simbiosi del capitale bancario col
capitale industriale, e d'altro lato al trasformarsi delle banche in
istituzioni veramente di "carattere universale". Stimiamo
indispensabile riportare in merito a tale questione le precise espressioni di
Jeidels, l'autore che meglio di tutti l'ha studiata:
"L'esame
dei rapporti industriali, nel loro complesso, fa constatare il carattere
universale degli istituti finanziari che svolgono la loro attività
nell'industria. In contrasto con altre forme bancarie, e in contrasto con le
richieste avanzate talvolta nella stampa, secondo cui le banche, per non
perdere il terreno sotto i piedi, dovrebbero specializzarsi in un particolare campo
di affari, o ramo d'industria, le grandi banche cercano di rendere i loro
rapporti con le imprese industriali più vari che possono, per località e
specialità della produzione, di eliminare sempre più le disuguaglianze nella
ripartizione per località e specialità, che risultano dalla storia delle
singole istituzioni... Una tendenza è quella di render generale la connessione
con l'industria; l'altra è quella di tenderla duratura ed intensiva; entrambe
sono attuate nelle sei grandi banche in misura non completa, ma già in misura
considerevole e in modo eguale".
Negli ambienti industriali e commerciali s'odono frequenti
lagnanze sul "terrorismo" delle banche. Non c'è da meravigliarsi che
si odano tali voci, una volta che le banche "comandano" nella maniera
che si dimostrerà col seguente esempio. Il 19 novembre 1901 una delle
cosiddette banche D di Berlino (le quattro maggiori banche berlinesi cominciano
con la lettera D ) [3] inviò alla direzione del Sindacato dei cementi della
Germania centro-nord-occidentale la seguente lettera:
"Dalla
notificazione della Loro società nel Reichsanzeiger del 18 corrente
apprendiamo che nell'assemblea generale del Loro Sindacato che si terrà il 30
p. v. potranno esser prese deliberazioni atte ad apportare nella Loro azienda modificazioni
che non possiamo accettare. Per tal motivo ci vediamo obbligati con nostro vivo
dispiacere, a ritirar Loro, con la presente, il credito concesso ... Tuttavia
se nella accennata assemblea generale non si approveranno provvedimenti che
sono per noi inammissibili, e ci verranno date in tal senso convenienti
garanzie anche per l'avvenire, ben volentieri ci dichiariamo pronti ad entrare
con Loro in trattative circa la concessione di un nuovo credito" [*22].
In sostanza sono le stesse lagnanze del piccolo capitale
contro l'oppressione del grande capitale, con la sola differenza che in questo
caso un intero sindacato è ridotto alla parte di "piccolo capitale"!
E' l'antica lotta tra grande e piccolo capitale, riprodotta a un grado di
evoluzione immensamente più alto. Le grandi banche disponendo di miliardi sono
in grado di promuovere nelle loro imprese i progressi tecnici ben più
rapidamente che, i predecessori. A mo' d'esempio, le banche istituiscono
speciali società di studi tecnici, dei cui lavori, naturalmente, beneficiano
soltanto le imprese industriali "amiche". Così: la Società per lo
studio delle ferrovie elettriche, l'Ufficio centrale di ricerche
tecnico-scientifiche, ecc.
Gli
stessi dirigenti delle grandi banche non possono fare a meno di scorgere che
stanno formandosi certe nuove condizioni dell'economia nazionale, ma rimangono
impotenti di fronte a tal fatto. Scrive Jeidels:
"Chi ha
osservato i mutamenti di persone avvenuti negli ultimi anni nelle cariche di
direttori e di membri dei Consigli di amministrazione delle grandi banche, ha
dovuto osservare come, a poco a poco, siano giunte al timone persone che
considerano compito necessario e sempre più attuale nelle grandi banche
intervenire attivamente nello sviluppo complessivo della grande industria, e
come da ciò sorga un antagonismo in materia di affari, e spesso anche
personale, tra queste persone e i vecchi direttori. Si tratta, in sostanza, di
sapere se l'intervento delle banche nel processo produttivo danneggi la loro
attività come istituti di credito, e se si sacrifichino solide basi e sicuri
profitti a un'attività che non avrebbe niente a che fare con la mediazione del
credito, che porterebbe le banche su un terreno dove sarebbero esposte, anche
più di quanto non sia finora avvenuto, alle vicissitudini della congiuntura
industriale. Mentre molti dei più anziani direttori di banche sono di
quest'opinione, la maggior parte dei più giovani scorge nell'intervento attivo
nelle questioni industriali la stessa necessità la quale, creando la grande
industria moderna, ha creato le grandi banche e la moderna impresa
industriale-bancaria. Le due parti s'accordano soltanto nel riconoscere che non
esistono ancora solidi princìpi e scopi concreti per la nuova attività delle
grandi banche" [*23].
Il vecchio capitalismo è superato. Il nuovo costituisce
transizione a qualche cosa. Naturalmente, cercare "solidi princìpi e scopi
concreti" per "conciliare" il monopolio con la libera
concorrenza è un'impresa disperata. Le ammissioni degli uomini pratici suonano
ben diversamente dagli inni alle bellezze del capitalismo
"organizzato", da parte dei suoi apologeti, come Schulze-Gaevernitz,
Liefmann e consimili "teorici".
In
qual tempo cade l'inizio definitivo della "nuova attività"delle
grandi banche? A questo quesito troviamo una risposta abbastanza precisa in
Jeidels:
"I
rapporti tra le imprese industriali col loro nuovo contenuto, le loro nuove
forme e i loro nuovi organi, cioè le grandi banche organizzate, a un tempo,
sulla base dell'accentramento e del decentramento, come caratteristico fenomeno
dell'economia nazionale, non si costituirono avanti il decennio 1890-1900. In certo senso si
può riconoscere questo momento iniziale soltanto nell'anno 1897 con le sue
grandi fusioni di imprese, le quali per la prima volta introdussero la nuova
forma decentrata di organizzazione, per motivi di politica bancaria
industriale. Forse lo si può portare anche ad una data posteriore, giacché
soltanto la crisi del 1900
ha immensamente accelerato e rafforzato il processo di
concentrazione tanto nel sistema bancario quanto nell'industria e lo ha
consolidato, trasformando, per la prima volta, i rapporti con l'industria in un
monopolio effettivo delle grandi banche, e rendendoli notevolmente più stretti
e intensi" [*24].
Pertanto l'inizio del secolo XX segna il punto critico del
passaggio dall'antico al nuovo capitalismo, dal dominio dei capitale in
generale al dominio del capitale finanziario.
Note
*1. ALFRED LANSBURGH, Fünf Jahre
deutsches Bankwesen, in Die Bank, 1913, II, pp. 726-728.
*2. SCHULZE-GAEURNITZ, Die
deutsche Kreditbank, nel Grundriss der Sozialökonomik, parte 2.,
V Sezione, Tubinga, 1915, pp. 12 e 137.
*3. LIEFMANN, op. cit., p.
212.
*4. ALFRED LANSBURGH, Das
Beteiligungssystem im deutschen Bankipesen, in Die Bank, I, 1910, pp. 500
e sgg.
*5. EUGEN KAUFMANN, Das
franzöisiscbe Bankwesen, mit besonderer Berücksichtigung der drei
Depositen-Grossbanken, Tubinga, 1911, pp. 356 e 362.
*6. JEAN LESCURE, L'épargne en
France, Parigi, 1914, p. 52.
*7. A. LANSBURGH, Die Bank mit den
300 Millionen, in Die Bank, 1914, I, p. 426.
*8. S. TSCHIERSCHKY, op. cit.,
p. 128.
1. Varie sono le forme di accordo monopolistico; viene
definito "pool"l'accordo temporaneo di più imprese per fissazione di
prezzi, acquisto contemporaneo di merci, ecc.; con il termine cartello si
indica un accordo tra più imprese per un certo periodo, rispetto ai prezzi,
alla ripartizione dei mercati di vendita e di acquisto; in questo accordo le
imprese dovrebbero mantenere l'autonomia amministrativa finanziaria; si ha il
sindacato quando l'accordo è più stretto e le imprese perdono completamente la
loro autonomia commerciale; con il trust l'integrazione tra le imprese è
completa, i capitalisti perdono il diritto di proprietà sulle imprese e
divengono proprietari del trust, che viene organizzato nella forma della
società per azioni. Ma fatte queste distinzioni scolastiche, nei fatti può
concordarsi con Hilferding, che scrive: "il dilemma: cartelli o trust
(concepiti come termini contrapposti escludentisi a vicenda) non ha alcun
fondamento effettivo" (Il Capitale finanziario, cit., p. 267).
*9. K. MARX, Il Capitale, Roma, Edizioni
Rinascita, 1955, III, 2, p. 317.
*10. Dati della National Monetary Commission
americana, in Die Bank, 1910, I, p. 1200.
*11. Die Bank, 1913, II, pp.
811, 1022; 1914, p. 743.
*12. Die Bank, 1914, I, p.
316.
*13. Dr. OSKAR STILLICH, Geld und
Bankwesen, Berlino, 1907, p. 109.
*14. SCHULZE-GAEVERNITZ, Die
deutsche Kreditbank, nel Grundriss der Sozialökonomik, Tubinga,
1915, pp. 12 e 137.
*15. RIESSER, op. cit., IV ed., p. 630.
*16. Die Bank, 1912, I, p.
435.
*17. SCHULZE-GAEVERNIZ, Die
deutsche Kreditbank nel Grundriss der Sozialökonomik, Tubinga,
1915, pp. 12 e 137.
*18. Citato da SCHULZE-GAEVFRNITZ nel Grundriss
der Sozialökonomik, vol. cit., p. 155.
*19. JEIDELS, op. cit., e
RIESSER, op. cit.
*20. JEIDELS, op. cit., pp.
156 e 157.
*21. EUGEN KAUFMANN, Die
Organisation der französischen Depositen-Grossbanken, in Die Bank,
1909, II, pp. 854 e 855.
2. NIKOLAI IVANOVIC BUKHARIN (1888-1938) fu tra gli
economisti più interessanti del gruppo bolscevico e diede numerosi contributi
al dibattito sul capitalismo monopolistico e l'imperialismo. Scrisse nel 1924 L'Imperialismo
e l'accumulazione del capitale, opera nella quale polemizzò efficacemente
contro la tesi delle sproporzioni di Tugan-Baranovski e del sottoconsumo della
Luxemburg. A proposito della teoria della crisi seguì la linea indicata da
Lenin nella polemica contro i populisti.
3. Deutsche Bank,
Disconto-Gesellschaft, Dresdner Bank, Darmstädter Bank.
*22. Dr. OSKAR STILLICH, op. cit.,
p. 147.
*23. JEIDELS, op. cit., pp.
183 e 184.
*24. Ibid., p. 181.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
III. Capitale finanziario e oligarchia finanziaria
"Una parte sempre crescente del capitale
dell'industria non appartiene agli industriali, che lo utilizzano. Essi
riescono a disporne solo attraverso le banche, le quali, nei loro riguardi,
rappresentano i proprietari del denaro. Gli istituti bancari devono d'altronde
fissare nell'industria una parte sempre crescente dei loro capitali,
trasformandosi quindi vieppiù in capitalisti industriali. Chiamo capitale
finanziario quel capitale bancario, e cioè quel capitale sotto forma di denaro
che viene, in tal modo, effettivamente trasformato in capitale industriale"
[*1].
Questa
definizione è incompleta, in quanto vi manca l'accenno a uno dei fatti più
importanti, cioè alla crescente concentrazione della produzione e del capitale
in misura tale da condurre al monopolio. Tuttavia la funzione dei monopoli
capitalistici è, in generale, messa in rilievo in tutto il libro di
Hilferding, e particolarmente nei due capitoli precedenti a quello da cui è
stata tratta la precedente definizione [1].
Concentrazione
della produzione; conseguenti monopoli; fusione e simbiosi delle banche con
l'industria: in ciò si compendia la storia della formazione del capitale
finanziario e il contenuto del relativo concetto
Ora
dovremo esporre come lo "spadroneggiare" dei monopoli capitalistici,
nell'ambito generale della produzione di merci e della proprietà privata, metta
inevitabilmente capo al dominio dell'oligarchia finanziaria. E'da osservare che
i rappresentanti della scienza borghese tedesca -e non di quella sola- come
Riesser, Schulze-Gaevernitz, Liefmann, ecc., sono, senza eccezione, apologeti
dell'imperialismo e del capitale finanziario. Essi non svelano, anzi occultano
e abbelliscono il "meccanismo" della formazione dell'oligarchia, i
suoi metodi, l'entità delle sue entrate (così "lecite" come
"illecite"), la sua collusione con i parlamenti, ecc. Essi sfuggono
alle "questioni maledette" con frasi ampollose quanto oscure,
richiamandosi al "senso di responsabilità" dei direttori di banche,
levando alle stelle il "senso del dovere" dei funzionari prussiani e
occupandosi con grande serietà dei particolari di progetti di legge poco seri
sul.. "sorveglianza" e sulla "regolamentazione" e di
frascherie teoriche, quale la seguente "scientifica" definizione alla
quale è pervenuto il prof. Liefmann: "Il commercio è l'attività
industriale diretta a raccogliere, conservare e mettere a disposizione i
beni" [*2] (corsivo nell'opera del prof. Liefmann). Ne viene fuori
che il commercio era già esistito presso gli uomini primitivi, che non
conoscevano ancora neppure lo scambio, e che continuerà a esistere anche nella
società socialista!
Ma
i fatti mostruosi, che riguardano il mostruoso dominio dell'oligarchia
finanziaria, saltano talmente agli occhi che in tutti i paesi capitalistici,
così in America come in Francia e in Germania, è sorta- un'intera letteratura,
che pur rimanendo sul terreno dei concetti borghesi, tuttavia dà un
quadro approssimativamente esatto e una critica -piccolo-borghese, s'intende-
dell'oligarchia finanziaria.
La
pietra angolare è nel "sistema della partecipazione" [2] al quale si
è già accennato. Un economista tedesco, Heymann, forse il primo che ha rivolto
l'attenzione a questo sistema, così lo descrive:
"Il
dirigente controlla la "società madre" [cioè la società base], questa
le "società figlie" [cioè le società che ne dipendono], queste a loro
volta le "società nipoti" e così via. In questo modo, con capitali
non eccessivamente grandi, si possono padroneggiare immensi campi della
produzione; giacché, posto che per esercitare il controllo sopra una società
per azioni è sufficiente la padronanza del cinquanta per cento del capitale,
basta al dirigente di possedere un milione, per poter controllare nelle società
nipoti già 8 milioni di capitale. Se detto "intreccio" si estende
ancor più, si ha il controllo su 16 milioni, su 32 e via dicendo" [*3].
Ma in realtà l'esperienza dimostra che basta possedere il
quaranta per cento di tutte le azioni per dominare l'andamento degli affari di
una società per azioni [*4], giacché una parte dei piccoli azionisti,
disseminati qua e là, non ha la possibilità di intervenire alle assemblee
generali, ecc. La "democratizzazione" dei possesso di azioni, dalla
quale i sofisti borghesi e gli opportunisti "pseudosocialdemocratici"
si ripromettono (o fingono di ripromettersi) la "democratizzazione del
capitale" [3], l'aumento d'importanza e di funzione della piccola
produzione, ecc., nella realtà costituisce un mezzo per accrescere la potenza
dell'oligarchia finanziaria. E' precisamente per questo che nei più progrediti
o più antichi ed "esperti"paesi capitalistici la legislazione
permette l'emissione delle azioni più piccole. In Germania la legge non
permette azioni al disotto di 1.000 marchi, e i magnati della finanza tedesca
guardano con invidia all'Inghilterra, ove sono legalmente ammesse azioni da una
sterlina. Nella seduta del Reichstag del 7 giugno 1900, Siemens, uno dei
maggiori industriali e dei maggiori "re della finanza" di Germania,
dichiarò "l'azione da una sterlina essere la base dell'imperialismo
britannico" [*5]. Questo mercante sembra possedere sulla natura
dell'imperialismo una concezione più profondamente "marxista" che un
certo indegno scrittore, ritenute fondatore del marxismo russo, il quale
tuttavia crede che l'imperialismo sia soltanto la cattiva particolarità d'un
certo popolo... [4].
Il
"sistema della partecipazione" non soltanto serve ad accrescere
enormemente la potenza dei monopolisti, bensì permette anche di manipolare ogni
sorta di loschi e luridi affari e di frodare il pubblico, giacché formalmente,
davanti alla legge, le "società madri" non sono responsabili per le
"società figlie", considerate "indipendenti", e per
mezzo di esse possono far ciò che vogliono. Togliamo il seguente
esempio dal fascicolo del maggio 1914 della rivista Die Bank.
"La
Società anonima per l'industria dell'acciaio per molle di Kassel, fino a poco
tempo fa era ritenuta una delle imprese più redditizie della Germania. La sua
cattiva amministrazione condusse le cose a tal punto che i dividendi caddero
dal 15% a zero. L'amministrazione, senza che gli azionisti ne sapessero nulla,
aveva fatto un prestito di sei milioni ad una sua " società
figlia", la Hassia, Il cui capitale nominale non ammontava che a poche
centinaia di migliaia di marchi. Di questo prestito, che costituiva quasi il
triplo del capitale azionario della "società madre", non v'era
traccia nel bilancio di quest'ultima; e contro tale occultamento non si poteva
sollevare la minima eccezione giuridica, sicché esso poté essere continuato per
due anni, non violando nessuna disposizione del codice di commercio. Il
presidente del Consiglio di amministrazione, che firmò sotto la sua
responsabilità i bilanci falsi, era ed è presidente della Camera di commercio
di Kassel. Gli azionisti furono messi a conoscenza del prestito fatto alla Hassia
soltanto quando esso già da lungo tempo era risultato un "errore"
[l'autore avrebbe dovuto mettere questa parola tra virgolette] e quando le
azioni della Società dell'acciaio per molle, in seguito alla vendita fattane da
coloro che erano a conoscenza della cosa, ebbero perduto, nelle quotazioni,
circa il cento per cento.
"Questo
esempio caratteristico di equilibrio nei bilanci, che è consueto nelle società
per azioni, lascia intendere perché mai le amministrazioni delle società per
azioni, in generale, si incaricano di affari rischiosi, a cuor leggero, assai
più dei privati imprenditori. La moderna tecnica della estensione dei bilanci
non solo rende loro agevole di occultare ai comuni azionisti gli affari
rischiosi intrapresi, ma permette inoltre ai principali interessati di
sottrarsi alle conseguenze di un esperimento fallito col vendere a tempo le
loro azioni, mentre il privato imprenditore sopporta sulla propria pelle le
conseguenze di quel che fa ...
"... I
bilanci di molte società per azioni rassomigliano a quei noti palinsesti
medioevali, nei quali si deve prima cancellare la scrittura visibile per poter
decifrare i segni che stanno sotto di essa e che formano il vero contenuto del
manoscritto ...
"... Il
mezzo più semplice, e quindi più spesso adoperato, per rendere impenetrabile un
bilancio consiste nello scindere un'azienda unitaria in più parti sotto forma
di costituzione o aggregazione di "società figlie". Sono così
evidenti i vantaggi offerti da tal sistema per i più svariati scopi -legali e
illegali- che ormai si possono considerare come eccezioni le società, alquanto
cospicue, che non lo abbiano accolto" [*6].
Come esempio di una grandissima società monopolistica che
adopera tale sistema, l'autore cita la famosa A.E.G. (Allgemeine
Elektrizitäts-Gesellschaft, Società Generale per l'Elettricità), di cui si
parlerà ancora in seguito. Nel 1912 si ammetteva che questa A.E.G. partecipasse
a 175-200 società, naturalmente dominandole, e abbracciasse un capitale
complessivo di un miliardo e mezzo di marchi [*7].
Tutte
le norme di controllo, di pubblicazione di bilanci, di compilazione di un
preciso schema di essi, di istituti di sorveglianza, ecc., con le quali
distraggono l'attenzione del pubblico i professori benintenzionati -quelli
ispirati, cioè dalla buona intenzione di difendere e abbellire il capitalismo-
non hanno qui alcun valore. Poiché la proprietà privata è sacra, non si può
proibire ad alcuno di comprare, vendere. barattare, impegnare, ecc. azioni.
Quali
sviluppi abbia assunto presso le grandi banche russe questo "sistema di
partecipazione", lo si può desumere dai dati di E. Agahd, il quale fu per
quindici anni impiegato nella Banca russo-cinese, e nel maggio 1914 pubblicò
una voluminosa opera, dal titolo, non perfettamente esatto, Le grandi banche
e il mercato mondiale [*8].
L'autore
ha diviso le grandi banche russe in due gruppi fondamentali: a) quelle
che lavorano col "sistema della partecipazione"; b) le
"indipendenti", dove però è da osservare che l'
"indipendenza" è intesa soltanto come indipendenza dalle banche straniere.
Il primo gruppo a sua volta è dall'autore suddiviso in tre sottogruppi: 1)
partecipazione tedesca; 2) inglese; 3) francese, dove si tratta della
"partecipazione" e del dominio delle grandi banche della rispettiva,
nazionalità. L'autore divide i capitali bancari secondo che vengono impiegati
"produttivamente" (commercio e industria) o
"speculativamente" (nelle operazioni di Borsa e finanziarie) poiché,
con la concezione riformista piccolo-borghese che gli è propria, crede veramente
che, permanendo il capitalismo, si potrebbero separare l'uno dall'altro questi
due tipi di investimento di capitali ed eliminare il secondo. Ecco i dati di
Agahd:
L'attivo
delle banche in milioni di rubli
(Bilanci all'ottobre-novembre 1913)
|
|
|
Impiego di capitale
|
|
Gruppi di Banche
russe
|
|
Produttivo
|
Speculativo
|
Totale
|
|
a1) 4 Banche. Banca
Commerciale Siberiana, Russa,
Internazionale, di Sconto
|
|
413,7
|
859,1
|
1.272,8
|
|
a2) 2 Banche: Banca Commerciale
e Industriale, Russo-Inglese
|
|
239,3
|
169,1
|
408,4
|
|
a3) 5 Banche: Banca Russo -
Asiatica, Privata di Pietroburgo,
Azov-Don, Unione di Mosca,
Commerciale Russo-Francese
|
|
711,8
|
661,2
|
1.373,0
|
|
(11 Banche) Totale
a)
|
|
=1.364,8
|
1.689,4
|
3.054,2
|
|
|
|
|
|
|
|
b) 8 Banche: Banca Mercantile
di Mosca, Volga-Kama, I. W.
Junker & Co., Commerciale di
Pietroburgo già Wawelberg,
Banca di Mosca già di Riabuscinski,
Moscovita di Sconto,
Banca Commerciale di Mosca,
Banca privata di Mosca.
|
|
504,2
|
391,1
|
895,3
|
|
(19 Banche) Totale
. . .
|
|
1.869,0
|
2.080,5
|
3.949,5
|
Secondo questi dati, sui 4 miliardi di rubli che formano il
capitale "operante" delle grandi banche, più di tre quarti, oltre 3
miliardi, appartengono a banche che propriamente non sono altro che
"società figlie" di banche straniere, specialmente parigine (la
famosa trinità bancaria: Unione parigina, Banca di Parigi e dei Paesi Bassi,
Società Generale) e berlinesi (specie la Deutsche Bank e la Disconto). Due
delle maggiori banche russe, la Banca russa per il commercio con l'estero e la
Commerciale Internazionale di Pietroburgo, tra il 1906 e il 1912 hanno elevato
il loro capitale da 44 a
98 milioni di rubli, e le riserve da 15 a 39 milioni. Esse "lavorano per tre
quarti con capitale tedesco" appartenendo la prima al consorzio della
Deutsche Bank, la seconda a quello della Disconto-Gesellschaft di Berlino. Il
buon Agahd s'indigna fortemente perché le banche di Berlino hanno nelle loro
mani la maggior parte delle azioni, e quindi gli azionisti russi sono
impotenti. E naturalmente il paese che esporta il capitale si prende il meglio.
Così, per esempio, la Deutsche Bank, allorché portò a Berlino le azioni della
Banca Commerciale siberiana, le lasciò giacere nel proprio portafoglio per
quasi un anno, e le vendette poi al corso di 193, contro il prezzo di emissione
di 100, "guadagnando" in tale occasione circa 6 milioni di rubli, ciò
che Hilferding ha chiamato "profitto di fondazione".
Agahd
calcola la "potenza" complessiva delle grandi banche di Pietroburgo
in 8.235 milioni di rubli (quasi 8 miliardi e un quarto), e divide la
"partecipazione", più esattamente il dominio delle banche straniere
nel modo seguente: le banche francesi il 55 % inglesi il 10 %, tedesche il 35 %
Su questa somma di 8.235 milioni di capitale in funzione, secondo i
calcoli dell'autore ben 3.687 milioni, cioè più del 40 % spettano ai sindacati
Produgol e Prodameta [5], come pure ai sindacati dell'industria petrolifera,
metallurgica e cementiera. Sicché in Russia, in conclusione, con la formazione
dei monopoli capitalistici si è sviluppata su scala immensa la fusione del
capitale bancario con quello industriale.
Il
capitale finanziario, concentrato in poche mani e godendo un monopolio di
fatto, ritrae redditi giganteschi e sempre maggiori da ogni fondazione di
società, dall'emissione delle azioni, dai prestiti statali, ecc. e consolida
l'egemonia delle oligarchie finanziarie [6], imponendo a tutta la società un
tributo a favore dei detentori del monopolio. Diamo uno fra i tantissimi esempi
addotti da Hilferding dello "spadroneggiare" dei trust americani [7].
Nel 1887 Havermeyer fondò il trust zuccheriero mediante la fusione di 15
società di tale specie, il cui capitale complessivo era di 6 milioni e mezzo di
dollari. Il capitale del trust venne, invece, "annacquato", secondo
l'espressione americana, ed elevato a 50 milioni. Tale
"sovracapitalizzazione" contava sui futuri profitti del monopolio
alla stessa guisa che sui futuri profitti monopolistici fa assegnamento -sempre
in America- il "trust dell'acciaio", quando compra sempre nuovi
territori con giacimenti di ferro. Infatti il "trust zuccheriero",
imponendo prezzi di monopolio, conseguì profitti tali da poter pagare dividendi
dei 10 % al capitale sette volte "annacquato", che è quanto
dire circa il 70 % al capitale effettivamente versato al momento della
fondazione! Nel 1909 il trust aveva un capitale di 90 milioni di dollari.
Sicché in 22 anni il capitale era stato moltiplicato più di dieci volte!
In
Francia, l'egemonia dell'"oligarchia finanziaria" (Contre
l'oligarchie financière en France è appunto intitolato il noto libro di
Lysis, di cui nel 1908 si fece la quinta edizione) ha soltanto assunto una
forma leggermente diversa. Nell'emissione dei titoli le quattro maggiori banche
hanno non il monopolio relativo, bensì il "monopolio assoluto". Di
fatto ciò costituisce un "trust delle grandi banche". E il monopolio
assicura, nelle emissioni, profitti monopolistici. Nei prestiti, il paese che
li contrae, ordinariamente, non riceve più del 90 % della somma totale: il
rimanente 10 % tocca alle banche e agli altri intermediari. In occasione del
prestito russo-cinese, di 400 milioni di franchi, le banche ebbero un profitto
dell'8 % nel prestito russo (1904), di 800 milioni, del 10 % nel prestito
marocchino (1904), di 62 milioni e mezzo di franchi, del 18,75 % Il
capitalismo, che prese le mosse dal capitale usurario minuto, termina la sua
evoluzione mettendo capo a un capitale usurario gigantesco. "I francesi
sono gli usurai dell'Europa", dice Lysis. Per effetto di questa
trasformazione del capitalismo, tutte le condizioni della vita economica
soggiacciono ad un profondo mutamento. Nonostante la stasi del movimento della
popolazione, del commercio, dell'industria e dei trasporti marittimi, il
"paese" può arricchirsi a forza d'usura. "Cinquanta individui,
che rappresentano un capitale di 8 milioni di franchi, possono disporre di due
miliardi in quattro banche". Agli stessi risultati mette capo il
sistema di "partecipazione", che ormai conosciamo. Una delle maggiori
banche francesi, la Société Générale, emette 64 mila obbligazioni della sua
filiale Raffinerie d'Egitto. Il corso dell'emissione è del 150 % vale a dire
che la Banca guadagna 50 centesimi per ogni franco. I dividendi di questa
società sono risultati fittizi, e il "pubblico" ha perduto da 90 a 100 milioni di franchi.
Uno dei direttori della Socíété Générale era membro dell'amministrazione delle
Raffinerie. Non è da meravigliarsi che Lysis debba trarre questa conclusione:
"La repubblica francese è una monarchia finanziaria!" -
"l'onnipotenza delle nostre grandi banche è assoluta, esse attraggono
nella loro orbita il governo e la stampa" [*9].
A
sviluppare e a consolidare l'oligarchia finanziaria contribuisce l'altissima
redditività dell'emissione di titoli, una tra le principali operazioni del
capitale finanziario. "Nessun affare all'interno del paese -dice la
rivista tedesca Die Bank- arreca, neppure approssimativamente, i
benefici dati dalla mediazione nell'emissione di un prestito estero"
[*10].
"Non
vi è operazione bancaria, che dia guadagni così grandi come li danno gli affari
d'emissione". Il profitto nella emissione di titoli di imprese
industriali, secondo i dati raccolti dal Deutsche Oekonomist,
ascendeva in media negli anni:
|
1895 al 38,6 %
|
1898 al 67,7 %
|
|
1896 al 36,1 %
|
1899 al 66,9 %
|
|
1897 al 66,7 %
|
1900 al55,2 %
|
"Nel decennio 1891-1900, soltanto sulle emissioni di
titoli industriali tedeschi si è fatto un "guadagno" di oltre un
miliardo di marchi" [*11].
Mentre
nei periodi di prosperità industriale i profitti del capitale finanziario
aumentano a dismisura, in quelli di decadenza industriale le imprese piccole e
deboli vanno a picco; allora le banche "partecipano" alla compera a
buon mercato di queste piccole aziende o al "risanamento" e alla
"riorganizzazione"delle imprese dissestate. Nel "risanamento"
delle imprese dissestate
"il
capitale azionario viene svalutato, il che significa che gli utili vengono
suddivisi su un capitale più ristretto. Nel caso poi che non vi sia alcun
utile, viene raccolto nuovo capitale il quale, insieme a quello già posseduto e
svalutato, riesce di nuovo a produrre un utile sufficiente. Va notato, a questo
proposito -aggiunge Hilferding- che questo riassestamento e questa
riorganizzazione hanno per le banche una duplice importanza: in primo luogo
perché rappresentano affari vantaggiosi e, in secondo luogo, perché offrono
loro l'occasione di assoggettare quelle società che si siano rivolte a loro per
aiuti" [*12].
Esempio: la società mineraria per azioni Union fu fondata a
Dortmund nel 1872 con un capitale di circa 40 milioni di marchi. Siccome dopo
il primo anno essa dette dividendi del 12 % il corso delle azioni salí fino al
170 % Il capitale finanziario si prese la crema, intascando qualche cosa come
28 milioni. Nella fondazione di questa società aveva avuto parte principale la
banca tedesca Disconto-Gesellschaft, quella stessa grande banca cioè che aveva
felicemente raggiunto il capitale di 300 milioni di marchi. Ma in seguito i
dividendi della Union si ridussero a zero. Gli azionisti dovettero consentire a
un "diffalco" di capitale, cioè a perdere una parte del loro denaro
per non sacrificare tutto. E, come risultato di una serie di
"risanamenti", nel corso di 30 anni scomparvero dai libri della Union
oltre 73 milioni di marchi. "Oggi l'azionista originario possiede soltanto
il 5 % del valore nominale delle azioni Union" [*13]. Ma in ogni
"risanamento" le banche continuarono a "guadagnare".
Una
delle più redditizie operazioni del capitale finanziario è costituita dalla
speculazione fondiaria sui terreni posti nelle vicinanze di città in rapido
sviluppo. In questo campo il monopolio bancario si fonde col monopolio della
rendita fondiaria e col monopolio dei mezzi di comunicazione, giacché l'aumento
dei prezzi dei terreni, la possibilità di venderli vantaggiosamente a parcelle,
ecc., dipende anzitutto dalla comodità delle comunicazioni col centro della
città, e i mezzi di comunicazione si trovano nelle mani di grandi società, che
a loro volta sono legate alle banche mediante il sistema della partecipazione e
della distribuzione dei posti di direttore.
Ne
risulta ciò che è stato indicato col nome di "pantano"da L. Eschwege,
collaboratore della rivista Die Bank, che ha studiato in modo speciale
le operazioni di compravendita dei fondi, il loro pignoramento, ecc.: frenetica
speculazione sui terreni suburbani, fallimento delle imprese edilizie, quale la
ditta berlinese Boswau e Knauer che ingoiò circa 100 milioni di marchi,
precisamente coll'aiuto della "solidissima e rispettabilissima"
Deutsche Bank, che naturalmente cooperò dietro le quinte secondo il sistema
della "partecipazione", cioè clandestinamente, e se la cavò da questo
affare col sacrificio di "soli" 12 milioni, quindi fallimento dei
piccoli proprietari e degli operai che non ricevettero nulla dalle bluffistiche
ditte dell'industria edilizia, truffe stipulate con l'"onesta"
polizia e amministrazione berlinese per accaparrarsi il servizio di
informazioni concernenti i vari appezzamenti e le licenze rilasciate dal
Consiglio comunale per la costruzione degli edifici, e così via [*14].
"Il
costume americano", di fronte al quale i professori e i borghesi
benintenzionati d'Europa levano così ipocritamente gli occhi al cielo,
nell'epoca del capitale finanziario è diventato, alla lettera, il costume di
ogni grande città in qualsivoglia nazione.
Al
principio del 1914 si parlava a Berlino di formare un "trust dei
trasporti", vale a dire di stabilire una "comunità di interessi"
tra le tre imprese berlinesi di trasporti, della ferrovia elettrica, dei tram e
degli omnibus.
"Che
esistesse tale intenzione -scriveva Die Bank- si sapeva fin dal giorno
in cui fu noto che la maggioranza delle azioni della Società degli omnibus era
passata nelle mani delle altre due società dei trasporti. Si può senz'altro
concedere ai promotori di questo piano che essi mediante la regolarízzazione
unitaria dei metodi di trasporto si propongano di conseguire economie, una
parte delle quali, in fin dei conti, potrebbe andare a beneficio del pubblico.
Ma la questione è complicata dal fatto che dietro al trust dei trasporti in via
di formazione esistono delle banche, le quali, volendo, possono porre i mezzi
di comunicazione da loro monopolizzati a servizio dei propri interessi di
speculazione fondiaria. Per convincersi della veridicità di tale supposizione,
basta ricordarsi come, già al momento della fondazione della Società per la
ferrovia elettrica urbana, vi fossero implicati gli interessi della grande
banca che ne aveva favorito la fondazione. E precisamente gli interessi di
quell'impresa di trasporto s'intrecciano con gli interessi della speculazione
fondiaria. Il fatto è che dalla linea orientale della ferrovia elettrica furono
fatti percorrere terreni i quali, dopo che fu assicurata la costruzione della
ferrovia, furono venduti dalla banca con grande beneficio per sé e per alcuni
altri compartecipi dell'affare ..." [*15].
Il monopolio, non appena creato, dispone di miliardi,
penetra necessariamente tutti i campi della vita pubblica,
indipendentemente dalla costituzione politica del paese e da altri consimili
"particolari". Gli scrittori tedeschi di economia politica sono
generosi di incensamenti all'onestà dei funzionari prussiani e di riprovazione
all'indirizzo del "panamismo"francese [8] o della corruzione
americana. Ma è un fatto che perfino la letteratura borghese sul
sistema bancario tedesco è costretta continuamente a uscire dalla sfera delle
pure operazioni bancarie, e a trattare, per esempio, della "corsa verso le
banche", a motivo del sempre maggior numero dei casi di passaggio di
funzionari governativi al servizio delle banche. "Dove se ne va la
incorruttibilità del funzionario statale, quando il suo segreto desiderio è
quello di avere un posticino caldo nella Belarenstrasse?" [*16] - la via
di Berlino dove ha sede la Deutsche Bank. Alfred Lansburgh, editore della Bank,
scriveva nel 1909, in
un articolo su L'importanza economica del bizantinismo, che il viaggio
di Guglielmo Il in Palestina e la "sua immediata conseguenza, la ferrovia
di Bagdad [9], questa fatale opera grandiosa dello spirito d'iniziativa tedesco",
furono, più di tutti gli altri errori politici messi insieme, responsabili
dell' "accerchiamento" [*17] (per accerchiamento s'intende la
politica di Edoardo VII, rivolta ad isolare la Germania, e a circondarla di un
anello di alleanze imperialiste antitedesche). Il già menzionato collaboratore
della stessa rivista L. Eschwege, nell'articolo Plutocrazia e burocrazia
(1912), svela, ad esempio, il caso del funzionario statale tedesco Völker, che,
essendo membro della commissione per i cartelli, si distinse per la sua energia
e poco dopo risultò detentore di un lucroso posticino nel cartello più potente:
il Sindacato dell'acciaio. Simili casi costringono il nostro autore borghese ad
ammettere che "già fin d'ora la libertà economica garantita dalla Costituzione
germanica, in molti campi della vita economica del paese non è che una frase
priva di contenuto" e che, dato l'esistente imperare della plutocrazia,
"neppure la più ampia libertà politica può salvarci dal diventare un
popolo di uomini non liberi ..." [*18].
Per
quanto concerne la Russia, vogliamo limitarci a un solo esempio. Alcuni anni fa
tutti i giornali riportarono la notizia che il direttore dell'Ufficio di
credito, Davidov, lasciava il servizio di Stato e accettava in una grande banca
un posto con uno stipendio, che, a termini del contratto, in alcuni anni doveva
salire ad oltre un milione di rubli. L'Ufficio di credito è un'istituzione che
ha il compito di "unificare l'attività di tutti gli istituti di credito
nell'impero" e che concede alle banche della capitale sovvenzioni fino ad
800.000-1.000.000 di rubli [*19].
In
generale il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale
dall'impiego del medesimo nella produzione, di staccare il capitale liquido dal
capitale industriale e produttivo, di separare il rentier, che vive
soltanto del profitto tratto dal capitale liquido, dall'imprenditore e da tutti
coloro che partecipano direttamente all'impiego del capitale. L'imperialismo,
vale a dire l'egemonia del capitale finanziario, è quello stadio supremo del
capitalismo, in cui tale separazione raggiunge dimensioni enormi. La prevalenza
del capitale finanziario su tutte le rimanenti forme del capitale importa una
posizione predominante del rentier e dell'oligarchia finanziaria, e la
selezione di pochi Stati finanziariamente più "forti" degli altri. In
quali proporzioni si verifichi tale processo, ci è dimostrato dalla statistica
delle emissioni di titoli di ogni specie.
Nel
Bollettino dell'Istituto statistico internazionale, il Neymarck [*20]
pubblicò intorno alle emissioni di tutto il mondo i dati più circostanziati,
completi, e controllabili, dati che in seguito vennero spesso parzialmente
riprodotti nelle pubblicazioni di economia politica. Ecco, per quattro decenni,
dal 1870 al 1910, la somma delle emissioni in miliardi di franchi:
|
1871-1880
|
76,1
|
|
1881-1890
|
64,5
|
|
1891-1900
|
100,4
|
|
1901-1910
|
197,8
|
Nel 1870-1880 la somma delle emissioni aumentò in tutto il
mondo, specialmente a causa dei prestiti connessi alla guerra franco-prussiana
e al successivo periodo di intensa speculazione finanziaria in Germania. Nel
corso degli ultimi tre decenni del secolo XIX in complesso l'aumento è poco
rapido, e solo col primo decennio del secolo XX si ha un enorme aumento, quasi
un raddoppiamento. Pertanto l'inizio del secolo XX rappresenta un'epoca che
segna una svolta non solo, come già si è detto, nei riguardi dell'incremento
dei monopoli (cartelli, sindacati, trust) ma anche nei riguardi dell'incremento
del capitale finanziario [10].
Neymarck
computa all'incirca in 815 miliardi di franchi la somma totale dei titoli di
tutto il mondo nel 1910. Sottraendo in modo approssimativo i duplicati, questa
somma si riduce a 575-600 miliardi. Calcolando 600 miliardi, ecco la
distribuzione secondo i paesi.
|
Ammontare dei
titoli nel 1910
(in miliardi di franchi)
|
|
Inghilterra
|
142
|
479
|
|
Stati Uniti
|
132
|
|
Francia
|
110
|
|
Germania
|
95
|
|
Russia
|
31
|
|
|
Austria-Ungheria
|
24
|
|
|
Italia
|
14
|
|
|
Giappone
|
12
|
|
|
Olanda
|
12,5
|
|
|
Belgio
|
7,5
|
|
|
Spagna
|
7,5
|
|
|
Svizzera
|
6,25
|
|
|
Danimarca
|
3,75
|
|
|
Svezia, Norvegia,
Romania, ecc.
|
2,5
|
|
|
|
|
|
|
Totale Fr.
|
600 miliardi
|
|
Ci si accorge subito da questi dati quanto sia netto il
distacco tra i quattro paesi capitalistici più ricchi, che posseggono titoli
per un importo di circa 100-150 miliardi di franchi ciascuno, e gli altri
paesi. Tra quelli, due sono i paesi capitalistici più ricchi di colonie, cioè
l'Inghilterra e la Francia; gli altri due sono i paesi capitalistici più
progrediti in rapporto alla rapidità di sviluppo e all'ampiezza di diffusione
del monopolio capitalistico della produzione, cioè gli Stati Uniti e la
Germania. Questi quattro paesi insieme posseggono 479 miliardi di franchi, vale
a dire circa l'80 % del capitale finanziario internazionale. Quasi tutto il
resto del mondo, in questa o quella forma, fa la parte del debitore o
tributario di questi Stati, che fungono da banchieri internazionali, di queste
quattro "colonne" del capitale finanziario mondiale.
Dobbiamo
ora esaminare con attenzione particolare la parte che nella creazione della
rete internazionale della dipendenza e dei nessi del capitale finanziario è
rappresentata dall'esportazione del capitale.
Note
*1. RUDOLF HILFERDING, op. cit.,
p. 301 [trad. it. cit., pp. 295 296].
1. Lenin si riferisce ai capitoli XII "Il monopolio
capitalistico e il commercio" e XIII "Cartelli e trusts".
*2. R. LIEFMANN, op. cit., p.
476.
2. E' quello che oggi viene comunemente definito sistema
delle holdings e delle società a catena.
*3. HANS GIDEON HEYMANN, Die
gemischten Werke im deutschen Grosseisengewerbe, Stoccarda, 1904, p. 269.
*4. LIEFMANN, op. cit., p.
358.
3. La versione contemporanea della
"democratizzazione" del capitale è data, come è noto, dal
"capitalismo popolare" e dall'"azionariato operaio".
*5. SCHULZE-GAEVERNITZ nel Grundriss
der Sozialkönomik, vol. cit., p. 110.
4. Allusione a Plekhanov che all'inizio della guerra del
1914-1918 divenne socialsciovinista.
*6. L. ESCHWGE, Tochtergesellschaften,
in Die Bank, 1914, I, pp. 544-546.
*7. KURT HEINING, Der Weg des
Eektrotrusts, in Neue Zeit, 1912, II, p. 484.
*8. E. AGAHD, Grossbanken und
Weltmarkt. Die wirtschaftliche und politische Bedeutung der Grossbanken im
Weltmarkt, unter Berücksicktigung ihres Einflusses auf Russlands
Volkswirtschaft und die deutsch-russischen Beziehungen, Berlino, 1914, pp.
11-17.
5. Produgol: Sindacato russo delle grandi imprese
carbonifere del bacino del Don. Prodameta: Società per la vendita
della produzione metallurgica del Sud della Russia.
6. In merito al potere di queste "oligarchie
finanziarie", Hobson, più di cinquanta anni fa, scriveva: "Il fattore
che controlla e dirige l'intero processo ... è la pressione dei moventi
finanziari e industriali, utilizzati per gli interessi materiali diretti e
immediati di gruppi nazionali piccoli, capaci e ben organizzati. Questi gruppi
si assicurano l'attiva cooperazione degli statisti e dei gruppi politici che
detengono il potere nei "partiti", in parte associandoli direttamente
alle loro combinazioni, e in parte appellandosi all'istinto di conservazione
dei membri delle classi possidenti, i cui interessi costituiti e il cui
predominio di classe possono meglio preservarsi deviando le correnti politiche
dalla politica interna a quella estera. L'acquiescenza e persino l'appoggio
attivo ed entusiastico delle masse di un paese a una linea politica fatale ai
veri interessi è assicurato, in parte, mediante appelli alla missione di
civiltà della nazione; ma, soprattutto, speculando sugli istinti primitivi
della razza". J. A. HOBSON, Imperialism, Londra, 1922, p. 212.
7. Cfr. Il Capitale finanziario, ed. cit., p. 294.
*9. LYSIS, Contre l'oligarcbie
financière en France, 5. ed., Parigi, 1908, pp. 11, 12, 26, 39, 40, 48.
*10. Die Bank, 1913, n. 7, p.
630.
*11. STILLICH, op. cit., p.
143 e W. SOMBART, Die Deutsche Volkswirtschaft im 19. Jahrhundert und im
Anfang des 20. Jahrbunderts, 2, ed., 1909. Appendice 8, p. 256.
*12. RUDOLF HILFERDING, op.
cit., p. 152 [trad. it. cit., p. 152].
*13. STILLICH, op. cit., p.
138 e LIEFMANN, op. cit., p. 51.
*14. L. ESCHWEGE, Der Sumpf,
in Die Bank, 1913, 11, p. 952 e sgg.; ibid. I, 1912, p. 223 e sgg.
*15. Verkehrstrust, in Die
Bank, I, 1914, pp. 89 e 90.
8. Nello scandalo (1888) seguìto al fallimento della
compagnia francese Lesseps che aveva condotto i lavori del canale di Panama,
furono implicati, come è noto, Clemenceau, Loubet ed altri uomini politici.
*16. LANSBURGH A., Der Zug zur
Bank, in Die Bank, 1909, I, p. 79.
9. Al progetto della linea ferroviaria dei "Tre
B" (Berlino-Bisanzio-Bagdad), con la quale la Germania si proponeva di
rafforzare il proprio dominio nell'Asia Minore, gli inglesi contrapponevano il
progetto della linea dei "Tre C" (Città del Capo-Cairo-Calcutta) e i
russi quello della linea dei "Due P" (Pietroburgo-Golfo Persico).
*17. LANSBURGH A., Der Zug zur
Bank, cit., I, p. 301.
*18. Die Bank, 1912, II, p.
835; 1913, II, p. 962.
*19. E. AGAHD, op. cit.,
pp. 201-202.
*20. Bulletin de l'Institut
international de statistique, vol. XIX,
libro II, L'Aia, 1912. I dati sui piccoli Stati (II colonna) sono quelli del
1902 aumentati del 20%.
10. Nella Miscellanea di scritti di Lenin, vol.
XII, p. 277, ed. russa, è riprodotto, dai Quaderni sull'imperialismo,
il seguente prospetto:
|
|
Totali per periodi
di cinque anni
|
Emissioni
in miliardi di franchi
|
|
|
1871-5
|
45,0
|
|
|
1876-80
|
31,1
|
|
NEYMARCK,
|
1881-85
|
24,1
|
|
Vol. XIX, parte II,
p. 206.
|
1886-90
|
40,4
|
|
|
1891-95
|
40,4
|
|
|
1896-900
|
60,0
|
|
(Nota di E.
Varga)
|
1901-1905
|
83,7
|
|
|
1906-1910
|
114,1
|
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
IV. L'esportazione del capitale
Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della
libera concorrenza, era caratteristica l'esportazione di merci; per il
più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli è diventata
caratteristica l'esportazione di capitale.
Il
capitalismo è la produzione mercantile al suo massimo grado di sviluppo, quando
anche la forza-lavoro è diventata una merce. Segno caratteristico del
capitalismo è l'aumento dello scambio delle merci così all'interno del paese
come, specialmente, sul mercato internazionale. Nel capitalismo sono
inevitabili la disuguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole
imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi. Prima di tutti divenne
paese capitalistico l'Inghilterra; e questa, intorno alla metà del secolo XIX,
allorché introdusse il libero commercio, pretendeva di esercitare la funzione
di "opificio di tutto il mondo", di rifornire di prodotti manufatti
a, tutti i paesi, che in cambio dovevano fornirle materie prime. Ma questo
monopolio dell'Inghilterra era già profondamente vulnerato nell'ultimo quarto
del secolo XIX, poiché - una serie di paesi, garantitisi con dazi
"protettivi", si svilupparono come paesi capitalistici indipendenti.
Sul limitare del secolo XX troviamo la formazione di nuovi tipi di monopolio;
in primo luogo i sindacati monopolistici dei capitalisti in tutti i paesi a
capitalismo progredito, in secondo luogo la posizione monopolistica dei pochi
paesi più ricchi, nei quali l'accumulazione del capitale ha raggiunto
dimensioni gigantesche. Si determinò nei paesi più progrediti un'enorme
"eccedenza di capitale"
Senza
dubbio se il capitalismo fosse in grado di sviluppare l'agricoltura, che
attualmente è rimasta dappertutto assai indietro rispetto all'industria, e
potesse elevare il tenore di vita delle masse popolari che, nonostante i
vertiginosi progressi tecnici, vivacchiano dappertutto nella miseria e quasi
nella fame, non si potrebbe parlare di un'eccedenza di capitale. E questo
appunto è l'"argomento" sollevato di solito dai critici
piccolo-borghesi del capitalismo. Ma in tal caso il capitalismo non sarebbe più
tale, perché tanto la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di
semiaffamamento delle masse sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse
di questo sistema della produzione. Finché il capitalismo resta tale,
l'eccedenza dei capitali non sarà impiegata a elevare il tenore di vita delle
masse del rispettivo paese, perché ciò importerebbe diminuzione dei profitti
dei capitalisti, ma ad elevare tali profitti mediante l'esportazione
all'estero, nei paesi meno progrediti. In questi ultimi il profitto
ordinariamente è assai alto, poiché colà vi sono pochi capitali, il terreno vi
è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco
prezzo. La possibilità dell'esportazione di capitali è assicurata dal fatto che
una serie di paesi arretrati è già attratta nell'orbita del capitalismo
mondiale, che in essi sono già state aperte le principali linee ferroviarie, o
ne è almeno iniziata la costruzione, sono assicurate le condizioni
elementari per lo sviluppo dell'industria, ecc. La necessità dell'esportazione
del capitale è creata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato
"più che maturo" e al capitale (data l'arretratezza dell'agricoltura
e la povertà delle masse) non rimane più campo per un investimento
"redditizio"
Le
cifre seguenti mostrano approssimativamente quali capitali siano stati
esportati all'estero dai tre principali paesi europei [*1].
|
|
Capitale esportato
all'estero
(in miliardi di franchi)
|
|
|
Inghilterra
|
Francia
|
Germania
|
|
1862. . . .
|
3,6
|
-
|
-
|
|
1872. . . .
|
15
|
10 (1869)
|
-
|
|
1882. . . .
|
22
|
15 (1880)
|
?
|
|
1893. . . .
|
42
|
20 (1890)
|
?
|
|
1902. . . .
|
62
|
27-37
|
12,5
|
|
1914. . . .
|
75-100
|
60
|
44
|
Da questo quadro rileviamo che l'esportazione del capitale ha
assunto dimensioni gigantesche soltanto all'inizio del XX secolo. Prima della
guerra il capitale investito all'estero dai principali paesi d'Europa ammontava
da 175 a
200 miliardi di franchi. La rendita di questi capitali, calcolandola
modestamente al 5% doveva ammontare a 8-10 miliardi all'anno. Quale
solida base per l'oppressione imperialistica e lo sfruttamento della maggior
parte delle nazioni della terra per opera dei parassitismo capitalista di un
pugno di Stati più ricchi!
Come
si ripartisce questo capitale tra i vari paesi nei quali esso è
esportato? A tale quesito si può dare soltanto una risposta approssimativa, la
quale tuttavia può illustrare alcuni reciproci rapporti e nessi generali nel
moderno imperialismo.
|
Parti del mondo
nelle quali (approssimativamente) sono
distribuiti i capitali esteri
(intorno al 1910, in
miliardi di marchi
|
|
|
Inghilterra
|
Francia
|
Germania
|
Totale
|
|
Europa
|
4
|
23
|
18
|
45
|
|
America
|
37
|
4
|
10
|
51
|
|
Asia, Africa,
Australia
|
29
|
8
|
7
|
44
|
|
Totale
|
70
|
35
|
35
|
140
|
Per
l'Inghilterra entrano in prima linea i possedimenti coloniali, assai vasti
anche in America (ad esempio il Canada), per tacere dell'Asia, ecc. Qui la
gigantesca esportazione di capitali è strettamente connessa con le immense
colonie della cui importanza si dovrà ancora parlare. Altrimenti stanno le cose
per la Francia. Questa ha esportato il suo capitale in Europa e principalmente
in Russia (non meno di 10 miliardi di franchi): e inoltre si tratta
principalmente di capitali impiegati in prestiti e specialmente in
prestiti statali e non di capitale che lavori in imprese industriali. A
differenza dell'imperialismo inglese, che è imperialismo coloniale, quello
francese potrebbe chiamarsi imperialismo da usurai In Germania troviamo un
terzo tipo di imperialismo: i possedimenti coloniali della Germania non sono
grandi e il suo capitale d'esportazione si distribuisce in misura più eguale
tra l'Europa e l'America.
L'esportazione
di capitali influisce sullo sviluppo del capitalismo nei paesi nei quali
affluisce, accelerando tale sviluppo. Pertanto se tale esportazione, sino a un
certo punto, può determinare una stasi nello sviluppo nei paesi esportatori,
tuttavia non può non dare origine a una più elevata e intensa evoluzione del
capitalismo in tutto il mondo.
I
paesi esportatori di capitale hanno quasi sempre la possibilità di godere certi
"vantaggi", la cui natura pone in chiara luce gli specifici caratteri
dell'epoca del capitale finanziario e dei monopoli. Per esempio la Bank
di Berlino nell'ottobre 1913 scriveva quanto segue:
"Da qualche
tempo sul mercato internazionale del capitale si va rappresentando una commedia
degna di Aristofane. Numerosi Stati esteri, dalla Spagna ai paesi balcanici,
dalla Russia all'Argentina, al Brasile e alla Cina, si presentano apertamente o
in modo mascherato ai grandi mercati del denaro con richieste di prestiti,
alcune delle quali sono estremamente insistenti. Veramente i mercati del denaro
non si trovano ora in condizioni particolarmente buone, ed anche le prospettive
politiche sono tutt'altro che rosee. E tuttavia nessuno dei mercati del denaro
osa respingere le richieste straniere, per paura che il vicino lo possa
precedere, concedendo i crediti e assicurandosi così il diritto a certi piccoli
controservizi. Infatti in questi affari internazionali tocca sempre qualche
cosa ai creditori, o un vantaggio di politica commerciale, o un giacimento di
carbone, o la costruzione di un porto, o una pingue concessione, o una
commissione di cannoni" [*2].
Il capitale finanziario ha creato l'epoca dei monopoli. Ma
questi recano ovunque con sé princìpi monopolistici: in luogo della concorrenza
sul mercato aperto, appare l'utilizzazione delle "buone relazioni"
allo scopo di concludere affari redditizi. La cosa più frequente nella
concessione di crediti è quella di mettere come condizione che una parte del
denaro prestato debba venire impiegato nell'acquisto di prodotti del paese che
concede il prestito, specialmente di materiale da guerra, navi, ecc. La Francia
negli ultimi due decenni (1890-1910) ha spesso ricorso a tale mezzo.
L'esportazione di capitale all'estero diventa un mezzo di favorire anche
l'esportazione delle merci. In tale campo i contratti, specialmente tra i
grandi imprenditori, sono di natura tale da "rasentare i limiti della
corruzione", come si esprime "benevolmente" Schilder [*3]. Krupp
in Germania, Schneider in Francia, Armstrong in Inghilterra, sono i tipi delle
ditte che stanno in intimi rapporti con le grandi banche e coi governi e in
occasione di prestiti non si lasciano "trascurare".
La
Francia concedendo prestiti alla Russia la "strozzò" col trattato
commerciale del 16 dicembre 1905 [1], costringendola a certe concessioni fino
al 1917; e lo stesso avvenne nel trattato di commercio concluso col Giappone il
19 agosto 191 L
La guerra doganale tra Austria e Serbia [2], che durò, con una interruzione di
soli sette mesi, dal 1906 al 1911, fu provocata in parte dalla concorrenza tra
Austria e Francia per la fornitura del materiale da guerra alla Serbia. Nel
gennaio 1912 Paul Deschanel dichiarò alla Camera francese che dal 1908 al 1911
le ditte francesi avevano fornito materiale da guerra alla Serbia per 45
milioni di franchi.
In
un rapporto del console austro-ungarico di San Paolo (Brasile) è detto:
"La
costruzione delle ferrovie brasiliane si compie principalmente con capitali
francesi, belgi, britannici e tedeschi; questi paesi, nel finanziare le
ferrovie, pongono come condizione la fornitura di materiale ferroviario".
In tal guisa il capitale finanziario stende letteralmente,
si può dire, i suoi tentacoli in tutti i paesi del mondo. A tale riguardo
rappresentano una parte importantissima le banche fondate nelle colonie e le
loro filiali. Gli imperialisti tedeschi guardano con invidia i
"vecchi" paesi coloniali, i quali in questo campo sono provveduti con
particolare "dovizia". Nel 1904 l'Inghilterra possedeva 50 banche
coloniali con 2.279 succursali (nel 1910: 72 con 5.449 succursali); la Francia
20 con 136 succursali [*4]; l'Olanda 16 con 68, e la Germania "in tutto
soltanto" 13 con 70 succursali. I capitalisti americani, a loro volta,
invidiano gli inglesi e i tedeschi.
"Nell'America
del Sud -essi lamentavano nel 1915- 5 banche tedesche hanno 40 succursali e 5
inglesi ne hanno 70. Negli ultimi venticinque anni l'Inghilterra e la Germania
hanno investito circa 4 miliardi di dollari nell'Argentina, nel Brasile,
nell'Uruguay, e il risultato è che esse godono del 46 per cento dell'intero
commercio di questi paesi" [*5].
I paesi esportatori di capitali si sono spartiti il mondo
sulla carta, ma il capitale finanziario ha condotto anche a una divisione del
mondo vera e propria.
Note
*1. HOBSON, Imperialism, cit.,
p. 58; RIESSER, op. cit., pp. 395 e 404; P. ARNDT, in Weltwirtschaftliches
Archiv vol. VII, 1916, p. 35; NEYMARCK nel Bulletin de l'Insinut
international de statistique; HILFERDING, op. cit., p. 437 [trad.
it. cit., p. 407 e sgg]; LLOYD GEORGE, discorso alla Camera dei Comuni, 4
maggio 1915, pubblicato nel Daily Telegraph, 5 maggio 1915; B. HARMS, Probleme
der Weltwirtschaft, Jena, 1912, p. 235 e sgg.; Dr. SIEGMUND SCHILDER, Entwicklungstendenzen
der Weltwirtschaft, vol. I, Berlino, 1912, p. 150; GEORGE PAISH, Great
Britain's Capitail Investments ecc., nel Journal of the Royal
Statistical Society, vol. LXXIV, 1910-11, p. 16 e sgg.; GEORGES DIOURITCH, L'expansion
des banques allemandes à l'étranger, ses rapports avec le développement
économique de l'Allemagne, Parigi, 1909, p. 84.
*2. Die Bank, 1913, II, pp.
1024-1025.
*3. SCHILDER, op. cit., vol. I, pp. 346, 349, 350 e 371.
1. Il governo zarista fu costretto a concludere questo
trattato e a contrarre un grosso prestito in Francia per rafforzare le proprie
posizioni scosse dalla rivoluzione del 1905 e per schiacciare
quest'ultima.
2. Il pretesto per questa guerra fu offerto dall'accordo
tra la Serbia e la Bulgaria, il quale comprometteva gli interessi dell'Austria.
Quest'ultima protestò e chiuse le frontiere all'esportazione serba.
*4. RIESSER, op. cit., 4. ed., pp. 374-375;
DIOURITCH, op. cit., p. 283.
*5. The Annals of the American
Academy of Political and Social Science, vol. LIX, maggio 1915, p. 301. Nella stessa pubblicazione
leggiamo a p. 331 che il noto studioso di statistica Paish, nell'ultimo numero
del giornale finanziario The Statist, calcolava a 40 miliardi di
dollari, cioè a 200 miliardi di franchi oro, il totale del capitale esportato
dall'Inghilterra, Germania, Francia, Belgio e Olanda.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
V. La spartizione del mondo tra i complessi capitalistici
Le associazioni monopolistiche dei capitalisti -cartelli,
sindacati, trust- anzitutto spartiscono tra di loro il mercato interno e si
impadroniscono della produzione del paese. Ma in regime capitalista il mercato
interno è inevitabilmente connesso col mercato esterno. Da lungo tempo il
capitalismo ha creato un mercato mondiale. E a misura che cresceva la
esportazione dei capitali, si allargavano le relazioni estere e coloniali e le
"sfere d'influenza" delle grandi associazioni monopolistiche,
"naturalmente" si procedeva sempre più verso accordi internazionali
tra di esse e verso la creazione di cartelli mondiali.
Questo
è un nuovo gradino della concentrazione mondiale del capitale e della
produzione, un gradino molto più elevato del precedente. Vogliamo ora vedere
come sorge questo monopolio.
L'industria
elettrica è quella che meglio di ogni altra rappresenta gli ultimi progressi
compiuti dalla tecnica e dal capitalismo tra la fine del secolo XIX e
l'inizio del XX. Essa si è sviluppata con maggior forza nei due nuovi paesi
capitalistici più progrediti, gli Stati Uniti e la Germania. In Germania
specialmente la crisi del 1900 esercitò una grande influenza sull'incremento
della concentrazione in questo campo. Le banche, già abbastanza fuse con
l'industria, durante questa crisi accelerarono e approfondirono in altissimo
grado la rovina delle imprese relativamente piccole e l'assorbimento di esse
nelle grandi aziende.
"Le
banche - scrive Jeidels- toglievano i loro aiuti appunto alle imprese più
bisognose di capitale, promuovendo così dapprima un rialzo pazzesco, ma poi un
fallimento disperato delle società non legate ad esse strettamente e
durevolmente" [*1].
Da ciò seguì che dopo il 1900 la concentrazione procedette
a passi da gigante. Prima del 1900 esistevano nell'industria elettrica sette od
otto "gruppi" formati ciascuno da parecchie società (in tutto 28), e
sostenuto ognuno da 2 a
11 banche. Verso il 1908-1912 questi gruppi si fusero in due, o meglio in uno
solo. Tale processo si svolse nella maniera seguente:

La famosa A.E.G. (Allgemeine Elektrizitäts-Gesellschaft),
cresciuta in tal guisa, domina da 175
a 200 società (col "sistema "della
partecipazione") e dispone, in complesso, di un capitale di circa un miliardo
e mezzo di marchi. Soltanto all'estero essa ha 34 rappresentanze, fra cui
12 società per azioni in oltre 10 Stati. Già nel 1904 si calcolava che
l'industria elettrica tedesca avesse investito all'estero un capitale di 233
milioni di marchi, di cui 62 milioni in Russia. S'intende che la A.E.G.
rappresenta una gigantesca impresa "combinata"; essa comprende non
meno di 16 società di produzione dei più moderni prodotti finiti a cominciare
dai cavi e dagli isolatori fino alle automobili e agli aeroplani.
Ma
questa concentrazione europea costituisce anche un frammento del processo
americano di concentrazione. Eccone lo svolgimento:

In
tal guisa sorsero due "potenze" dell'elettricità. "Non
vi sono sulla terra altre potenze dell'elettricità, completamente
indipendenti da queste due," afferma Heining nel suo articolo: La via
del trust elettrico. Le cifre seguenti danno una idea approssimativa del
giro di affari e della vastità dei trust:
|
|
Anno
|
Vendita di merci
in milioni di Mk
|
Numero
degli impiegati
|
Profitto netto
in milioni di Mk
|
|
America:
|
1907
|
252
|
28.000
|
35,4
|
|
G.E.C. (General Electr. Co.)
|
1910
|
298
|
32.000
|
45,6
|
|
|
|
|
|
|
|
Germania:
|
1907
|
216
|
30.700
|
14,5
|
|
A.E.G. (Allgem. Elektr. - Ges.)
|
1911
|
362
|
60.800
|
21,7
|
Orbene, nel 1907 1 due trust americano e tedesco conclusero
un accordo, in forza del quale il mondo resta spartito. La concorrenza è
eliminata. La G.E.C. "ottiene" gli Stati Uniti e il Canada; la A.E.G.
"riceve" la Germania, l'Austria, la Russia, l'Olanda, la Danimarca,
la Svizzera, la Turchia e i Balcani. Particolari accordi, naturalmente segreti,
regolano la posizione delle "società figlie" che penetrano in nuovi
rami industriali ed in "nuovi" paesi formalmente non ancora spartiti.
L convenuto lo scambio reciproco delle invenzioni e degli esperimenti [*2].
Si
capisce senz'altro come sia difficile la concorrenza contro questo trust, di
fatto mondiale e unitario, che dispone di un capitale di vari miliardi di
marchi ed ha le sue "filiali", rappresentanze, agenzie, relazioni,
ecc. in tutti gli angoli della terra. Ma naturalmente la divisione del mondo
tra due potenti trust non esclude che possa avvenire una nuova spartizione,
non appena sia mutato il rapporto delle forze in conseguenza dell'ineguaglianza
di sviluppo per effetto di guerre, di crack, ecc.
Un
esempio istruttivo di simile nuova spartizione e delle lotte che essa provoca è
offerto dall'industria del petrolio.
"Il
mercato mondiale del petrolio -scriveva Jeidels nel 1905- sostanzialmente è
ancora ripartito tra due grandi gruppi finanziari: la Standard Oil Co.
americana, di Rockefeller, e i padroni del petrolio russo di Bakù, Rothschild e
Nobel. Questi due gruppi. stanno tra di loro in intimi rapporti, ma da alcuni
anni sono minacciati nelle loro posizioni di monopolio da cinque
avversari" [*3]:
1) l'esaurimento delle sorgenti petrolifere d'America; 2)
la concorrenza della ditta Mantascev e Co. di Bakù; 3) le sorgenti di petrolio
in Austria e, 4) in Romania; 5) le sorgenti petrolifere transoceaniche,
specialmente nelle colonie olandesi (le ricchissime ditte Samuel e Shell,
legate anche al capitale inglese). Questi tre ultimi gruppi di imprese sono
legati alle grandi banche tedesche con alla testa la più grande, la Deutsche
Bank. Queste banche hanno promosso m modo metodico e indipendente l'industria
del petrolio, per esempio in Romania, allo scopo di avere alcuni loro
"propri" punti di appoggio. Nel 1907 si calcolava a 185 milioni di
franchi il capitale straniero impiegato nell'industria petrolifera romena, e di
essi spettavano alla Germania 74 milioni [*4].
S'iniziò
una lotta, definita nelle pubblicazioni economiche lotta per la
"spartizione del mondo". Da un lato il trust petrolifero di
Rockefeller, per impadronirsi di tutto, fondò nella stessa,
Olanda una "società figlia", andò comperando le sorgenti di petrolio
nelle Indie olandesi, allo scopo di colpire a morte il suo principale
avversario, il trust anglo-olandese Shell. Dall'altro lato la Deutsche Bank e
le altre grandi banche di Berlino cercarono di "assicurarsi" la
Romania e di unirla, contro Rockefeller, con la Russia. Rockefeller disponeva
di un capitale molto cospicuo e di una splendida organizzazione per i trasporti
e per la consegna di petrolio ai consumatori. La lotta quindi doveva terminare
e terminò (1907) con la completa sconfitta della Deutsche Bank alla quale non
rimase altra scelta che o liquidare i suoi "interessi petroliferi"
perdendo milioni o sottomettersi. La Deutsche Bank scelse quest'ultima
alternativa e concluse con la Standard Oil un accordo assai svantaggioso, a
tenore del quale la Deutsche Bank s'impegnava a "non intraprendere nulla a
danno degli interessi americani", con la clausola tuttavia che il trattato
avrebbe perduto il suo valore nel caso che la Germania avesse approvato una
legge sul monopolio di Stato del petrolio.
E
allora incominciò la "commedia del petrolio". Uno dei re della
finanza germanica, von Gwinner, direttore della Deutsche Bank, a mezzo del suo
segretario privato Stauss iniziò un'agitazione a favore del monopolio statale
del petrolio. L'intero gigantesco apparato della massima banca di Berlino,
tutte le sue infinite "relazioni" furono messe in moto; la stampa,
piena d'indignazione "patriottica", gonfiò le gote contro il
"giogo" del trust americano, e il 15 marzo 1911 il Reichstag, quasi
all'unanimità, approvò una mozione che invitava il governo a preparare un
disegno di legge sul monopolio del petrolio. Il governo si attaccò all'idea
diventata ormai "popolare" e sembrò riuscito il giuoco della Deutsche
Bank, che voleva imbrogliare i suoi contraenti americani e migliorare i propri
affari. Ai magnati tedeschi del petrolio veniva l'acquolina in bocca nel
pregustare i giganteschi profitti che avrebbero potuto stare alla pari con
quelli dei fabbricanti russi di zucchero ... Ma a questo punto le grandi banche
tedesche si azzuffarono per la spartizione della preda e la
Disconto-Gesellschaft svelò gli egoistici interessi della Deutsche Bank. Il
governo fu allora preso da tremenda paura di fronte all'eventualità di una
lotta contro Rockefeller, giacché appariva molto dubbio se, senza di lui, la
Germania avrebbe potuto ottenere petrolio (la produzione della Romania è
modesta). Infine sopraggiunse la questione dell'approvazione (1913) di uno
stanziamento di un miliardo per l'armamento della Germania. Il progetto. di
monopolio venne abbandonato. Il trust petrolifero di Rockefeller, per allora,
uscì vincitore dalla lotta.
A
questo proposito la rivista berlinese Die Bank scriveva che la
Germania avrebbe potuto combattere la Standard Oil soltanto mediante il
monopolio della corrente elettrica e la trasformazione della forza idrica in
elettricità a buon mercato.
"Ma
-aggiungeva lo scrittore- il monopolio dell'elettricità si avrà nel momento in
cui i produttori ne avranno bisogno, cioè allorché sarà imminente il prossimo
grande crack dell'industria elettrica, allorquando le grandiose e costose
stazioni elettriche, che ora i consorzi privati dell'industria elettrica vanno
fondando dappertutto, e a favore delle quali fin da oggi i sullodati consorzi
ottengono monopoli parziali dalle città, dagli Stati, ecc., non saranno più in
grado di lavorare con profitto. Allora ci si dovrà rivolgere alle forze
idriche; ma queste non potranno venir trasformate in elettricità a buon mercato
direttamente dallo Stato, bensì occorrerà di bel nuovo concederle a un
"monopolio privato controllato dallo Stato", perché l'industria
privata ha già concluso una serie di affari e si è riservata, contrattualmente,
forti indennizzi ... Così è avvenuto per il monopolio della potassa, così per
il monopolio del petrolio, e così avverrà anche per il monopolio
dell'elettricità. I nostri socialisti di Stato, che si lasciano accecare da
belle teorie, dovrebbero finalmente accorgersi che in Germania i monopoli non
hanno mai avuto né lo scopo né il risultato di 'giovare al consumo e neppure
quello di assicurare allo Stato una partecipazione ai guadagni degli
imprenditori, ma hanno sempre servito soltanto a risanare, con l'aiuto dello
Stato, industrie private sull'orlo del fallimento" [*5].
A quali preziose confessioni si vedono mai costretti gli
economisti borghesi della Germania! Da esse scorgiamo, alla evidenza, come,
nell'età del capitale finanziario, i monopoli statali e privati s'intreccino
gli uni con gli altri e tanto gli uni quanto gli altri siano semplicemente
singoli anelli della catena della lotta imperialistica tra i monopolisti più
cospicui per la spartizione del mondo.
Anche
nella navigazione mercantile la concentrazione, enormemente sviluppata, ha
condotto alla spartizione del mondo. In Germania si sono distinte due maggiori
società: la Hamburg-Amerika Linie e il Norddeutscher Lloyd, ciascuna delle
quali possiede un capitale di 200 milioni di marchi (in azioni e obbligazioni)
e navi per un valore da 185 a
189 milioni di marchi. D'altra parte, fin dal 1° gennaio 1903 esiste in America
il cosiddetto trust Morgan, la Compagnia internazionale per il commercio
marittimo, che riunisce nove società americane ed inglesi di navigazione e
dispone di un capitale di 120 milioni di dollari (480 milioni di marchi). Fin
dal 1903 fu concluso un accordo tra i giganti tedeschi e il trust
anglo-americano per spartirsi il mondo e dividersi il profitto. Le società
tedesche rinunziarono alla concorrenza nei trasporti tra l'Inghilterra e
l'America. Si indicarono con precisione i porti "assegnati" a ciascun
contraente. Fu creato un comitato generale di controllo, ecc. L'accordo fu
concluso per 20 anni, con la clausola che avrebbe perduto vigore in
caso di guerra [*6].
Molto
istruttiva è anche la storia dell'organizzazione del cartello internazionale
delle rotaie. Il primo tentativo fatto dai fabbricanti di rotaie inglesi,
tedeschi e belgi per costituire un simile cartello risale al 1884, cioè al
periodo di una delle più forti depressioni industriali. Si convenne di non
farsi concorrenza nel mercati interni dei paesi contraenti e di ripartirsi i
mercati esteri secondo la seguente percentuale: 66 % all'Inghilterra, 27 % alla
Germania, 17 % al Belgio. L'India fu lasciata interamente all'Inghilterra.
Contro una ditta inglese rimasta fuori dall'accordo fu scatenata una guerra in
comune, le cui spese dovevano esser coperte da una percentuale sulle vendite di
tutti i contraenti complessivamente. Ma allorché nel 1886 due ditte inglesi si
ritirarono dalla lega, questa si sciolse. E' significativo che durante il
successivo periodo di prosperità industriale non si poté addivenire ad alcun
altro accordo.
All'inizio
del 1904 fu fondato il Sindacato tedesco dell'acciaio, e nel novembre
dello stesso anno si rinnovò il Sindacato internazionale delle rotaie sulla
base delle seguenti quote: Inghilterra 53,57%; Germania 28,83%; Belgio 17,67%.
A questo accordo accedette poi la Francia colla quota del 4,8 %, 5,8 % e 6,4 %
rispettivamente nel primo, secondo e terzo anno, in aggiunta al 100 %
ottenendosi così una somma del 104,8 % ecc. Nel 1905 vi accedette anche il
trust dell'acciaio (Steel Corporation) degli Stati Uniti e furono tratte
nell'accordo anche l'Austria e la Spagna.
"Oggi
-scriveva nel 1910 Vogelstein- la spartizione della terra è compiuta, e i
grandi consumatori, in prima linea le ferrovie statali, ora che il mondo è
stato ripartito senza che fossero presi in considerazione i loro interessi,
possono vivere come il poeta, nel regno di Giove" [*7].
Va ricordato anche il Sindacato internazionale dello zinco,
che fu fondato nel 1909 e distribuì esattamente la produzione tra i cinque
gruppi seguenti: gli opifici tedeschi, belgi, francesi, spagnoli ed inglesi. Ed
ancora il trust internazionale della dinamite,
"Questa
stretta e modernissima unione -scrive Liefmann- di tutte le fabbriche tedesche
di esplosivi, che poi si è, per così dire, spartito il mondo con le fabbriche
di esplosivi francesi ed americane, organizzate nello stesso modo" [*8].
Liefmann calcolava per il 1897 complessivamente circa 40
cartelli internazionali ai quali partecipava la Germania, e per il 1910 circa
100.
Alcuni
scrittori borghesi (a cui si è unito K. Kautsky che ha completamente tradita la
propria posizione marxista del 1909, per esempio) sostengono che i cartelli
internazionali, poiché sono la manifestazione più evidente dell'internazionalizzazione
del capitale, possono dare speranza di pace tra i popoli in regime capitalista.
Quest'opinione teoricamente è un assurdo, e praticamente un sofisma, una
disonesta difesa del peggiore opportunismo. I cartelli internazionali mostrano
sino a qual punto si siano sviluppati i monopoli capitalistici, e quale sia
il motivo della lotta tra i complessi capitalistici. Quest'ultima
circostanza è particolarmente importante, giacché essa soltanto ci illumina sul
vero senso storico-economico degli avvenimenti. Infatti può mutare, e di fatto
muta continuamente, la forma della lotta, a seconda delle differenti
condizioni parziali e temporanee; ma finché esistono classi non muta
mai assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di
classe. Certamente interessa, per esempio, alla borghesia tedesca (a cui si è
unito in sostanza Kautsky coi suoi ragionamenti teorici [e di questo diremo
dopo]) di nascondere il contenuto dell'odierna lotta economica (cioè
la spartizione del mondo) e di mettere in evidenza ora una, ora l'altra forma
della lotta. Lo stesso errore commette Kautsky. Né si tratta solo della
borghesia tedesca, ma di quella di tutto il mondo. I capitalisti si spartiscono
il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto
dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere
dei profitti. E la spartizione si compie "proporzionalmente al
capitale", "in proporzione alla forza", poiché in regime di
produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di
spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e
politico. Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni siano
risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura "puramente"economica,
oppure extra-economica (per esempio militare), ciò, in sé, è questione
secondaria, che non può mutar nulla nella fondamentale concezione del più
recente periodo del capitalismo. Sostituire la questione del contenuto
della lotta e delle stipulazioni tra le leghe capitalistiche con quella della
forma di tale lotta e di tali stipulazioni (che oggi può essere pacifica,
domani bellica, dopodomani nuovamente pacifica), significa cadere al livello
del sofista.
L'età
del più recente capitalismo ci dimostra come tra le leghe capitalistiche si
formino determinati rapporti sul terreno della spartizione economica
del mondo, e, di pari passo con tale fenomeno e in connessione con esso, si
formino anche tra le leghe politiche, cioè gli Stati, determinati rapporti sul
terreno della spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie,
della "lotta per il territorio economico".
Note
*1. JEIDELS, op. cit., p.
232.
*2. RIESSER, op. cit.;
DIOURITCH, op. cit., p. 239; KURT HEININC, art. cit., p. 474
e sgg.
*3. JEIDELS, op. cit., pp.
192-193.
*4. DIOURITCH, op. cit.,
p. 275.
*5. Die Bank , 1912, I 1036; 1912, 11, 629 e sgg.;
1913, I, 388.
*6. RIESSER, op. cit., 3. ed., pp. 114-116.
*7. VOGELSTEIN, Kapitalistiche
Organisationsformen ecc., p. 100.
*8. LIEFMANN, Kartelle und Trusts,
2. ed., p. 161.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
VI. La spartizione del mondo tra le grandi potenze
Il geografo A. Supan, nella sua opera sullo Sviluppo
territoriale delle colonie europee [*1], dà il seguente prospetto di tale
sviluppo alla fine del XIX secolo.
Appartenevano
alle potenze coloniali europee (tra le quali annoveriamo gli Stati Uniti):
|
|
1876
|
1900
|
|
|
|
In Africa
|
10,8%
|
90,4 %
|
aumento del
|
79,6 %
|
|
" Polinesia
|
56,8%
|
98,9%
|
" "
|
42,1 %
|
|
" Asia
|
51,5 %
|
56,6%
|
" "
|
5,1 %
|
|
" Australia
|
100,0%
|
100,0%
|
" "
|
-
|
|
" America
|
27,5%
|
27,2 %
|
diminuz.
|
0,3 %
|
"Pertanto - conclude Supan - la caratteristica di
questo periodo sta nella spartizione dell'Africa e della Polinesia".
Siccome in Asia ed in America non vi sono territori non occupati, cioè non
appartenenti ad alcuno Stato, la conclusione di Supan va estesa dicendo che il
tratto caratteristico del periodo considerato è costituito dalla spartizione
definitiva della terra; definitiva, non già nel senso che sia impossibile una nuova
spartizione -ché anzi nuove spartizioni sono possibili e inevitabili- ma
nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalistici ha condotto a
termine l'arraffamento di terre non occupate sul nostro pianeta. Il mondo
per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire sarà
possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un
"padrone" a un altro, ma non dallo stato di non occupazione a quello
di appartenenza ad un "padrone".
Per
conseguenza noi attraversiamo uno speciale periodo di politica coloniale
mondiale, strettamente collegato con la più recente " fase di sviluppo del
capitalismo", con il capitale finanziario. Pertanto è utile venire
anzitutto ai dati di fatto, per fissare, con la maggiore esattezza possibile,
così la differenza di questa epoca da tutte le precedenti come anche la
situazione attuale. Si presentano, anzitutto, due quesiti di fatto: si può
constatare nel periodo del capitale finanziario una speciale intensificazione
della politica coloniale o un inasprimento della lotta per le colonie? In qual
modo è momentaneamente ripartito il mondo sotto questo rapporto?
L'americano
Henry C. Morris, nella sua Storia della colonizzazione [*2], cerca di
riunire le cifre sull'estensione dei possedimenti coloniali dell'Inghilterra,
della Francia e della Germania nei vari periodi del secolo XIX. Ecco
riassuntivamente i risultati:
|
Superficie dei
possedimenti coloniali
|
|
|
Inghilterra
|
Francia
|
Germania
|
|
|
Superficie
|
Abitanti
|
Superficie
|
Abitanti
|
Superficie
|
Abitanti
|
|
1815-30
|
?
|
126,4
|
0,02
|
0,5
|
-
|
-
|
|
1860
|
2,5
|
145,1
|
0,2
|
3,4
|
-
|
-
|
|
1880
|
7,7
|
267,9
|
0,7
|
7,5
|
-
|
-
|
|
1899
|
9,3
|
309,0
|
3,7
|
56,4
|
1,0
|
14,7
|
N.B.
La superficie è espressa in milioni di miglia quadrate e la popolazione in
milioni
Per l'Inghilterra il periodo delle più grandi conquiste
coloniali cade tra il 1860 e il 1880, ed esse sono ancora cospicue negli ultimi
vent'anni del secolo XIX. Per la Francia e la Germania sono importanti
specialmente questi ultimi venti anni. Abbiamo già veduto che il periodo di
massimo sviluppo del capitalismo premonopolistico, col predominio della libera
concorrenza, cade tra il sesto e il settimo decennio. Ora vediamo che specialmente
dopo tale periodo s'inizia un immenso "sviluppo" delle conquiste
coloniali e si acuisce all'estremo la lotta per la ripartizione territoriale
del mondo. E' quindi fuori discussione il fatto che al trapasso del capitalismo
alla fase di capitalismo monopolistico finanziario è collegato un
inasprimento della lotta per la ripartizione del mondo.
Hobson
nella sua opera sull'imperialismo segnala particolarmente il periodo dal 1884
al 1900 come quello della maggiore "espansione" territoriale dei più
importanti paesi europei. Secondo i suoi calcoli, in questo periodo
l'Inghilterra acquistò 3,7 milioni di miglia quadrate con una popolazione di 57
milioni; la Francia 3,6 milioni di miglia quadrate con una popolazione di 16,7
milioni di abitanti; il Belgio 900 mila miglia quadrate con 30 milioni di
abitanti, e il Portogallo 800 mila miglia quadrate con 9 milioni di abitanti.
La caccia alle colonie da parte di tutti gli Stati capitalistici alla fine del
secolo XIX, e particolarmente dal 1880 in poi, è un fatto notissimo nella storia
della diplomazia e della politica estera.
Durante
l'apogeo della libera concorrenza in Inghilterra, tra il 1840 e il 1860, i
dirigenti politici borghesi d'Inghilterra erano avversari della
politica coloniale, e consideravano come inevitabile ed utile la liberazione
delle colonie e la loro completa separazione dall'Inghilterra. M. Beer nel suo
studio sul "più recente imperialismo inglese" [*3], apparso nel 1898,
dice che un uomo di Stato inglese, così incline in generale all'imperialismo
come Disraeli [1], aveva dichiarato nel 1852 che "le colonie sono pietre
attaccate al nostro collo". Ma alla fine del secolo XIX gli eroi del
giorno in Inghilterra erano Cecil Rhodes e Joseph Chamberlain [2], che
propagandavano apertamente l'imperialismo e facevano la più cinica politica
imperialistica!
Non
è senza interesse osservare, come già allora, per questi uomini politici
dirigenti della borghesia inglese, fosse chiaro il nesso tra le radici per così
dire puramente economiche e quelle politico-sociali del recentissimo
imperialismo. Chamberlain predicava l'imperialismo, come la "politica
vera, saggia ed economica", riferendosi alla concorrenza che l'Inghilterra
doveva sostenere sul mercato mondiale contro la Germania, l'America e il
Belgio. La salvezza sta nei monopoli -dicevano i capitalisti- e formavano
cartelli, sindacati e trust; la salvezza sta nei monopoli, tenevano bordone i
capi politici della borghesia, e si affrettavano ad arraffare le parti del
mondo non ancora divise. Cecil Rhodes, stando a quanto racconta un suo intimo
amico, il giornalista Stead, avrebbe detto nel 1895, a proposito delle sue
idee imperialistiche:
"Sono
andato ieri nell'East End [quartiere operaio di Londra] a un comizio di
disoccupati. Vi ho udito discorsi forsennati. Era un solo grido: pane! pane! Ci
pensavo ritornando a casa, e più che mai mi convincevo dell'importanza
dell'imperialismo ... La mia grande idea è quella di risolvere la questione
sociale, cioè di salvare i quaranta milioni di abitanti del Regno Unito dà una
micidiale guerra civile. Noi, politici colonialisti, dobbiamo perciò
conquistare nuove terre, dove dare sfogo all'eccesso di popolazione e creare
nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e
nelle miniere. L'impero -io l'ho sempre detto- è una questione di stomaco. Se
non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti" [*4].
Così parlava nel 1895 Cecil Rhodes, milionario, re della
finanza e responsabile principale della guerra dell'Inghilterra contro i boeri.
Ma la sua difesa dell'imperialismo è un pochetto grossolana e cinica, sebbene
in sostanza non differisca dalla "teoria" dei signori Maslov,
Sudekum, Potresov, David, del fondatore del marxismo russo [3], ecc. Cecil
Rhodes non era che un socialsciovinista un poco più onesto ...
Per
dare un quadro possibilmente esatto della ripartizione territoriale del mondo e
dei mutamenti avvenuti in questo campo nel corso degli ultimi decenni,
utilizzeremo i dati sui possedimenti coloniali di tutti gli Stati del mondo,
recati da Supan nell'opera succitata. Supan prende gli anni 1876 e 1900. Noi
prenderemo l'anno 1876, assai bene scelto come quello nel quale si può
considerare terminata, in complesso, l'evoluzione del capitalismo dell'Europa
occidentale nella sua fase premonopolistica: e prenderemo inoltre l'anno 1914
sostituendo ai dati di Supan quelli più recenti delle Tabelle geografico-statistiche
di Huebner. Supan considera soltanto le colonie; noi riteniamo utile, per
completare il quadro, aggiungervi riassuntivamente i dati sui paesi non
coloniali, come pure sulle semicolonie, tra le quali annoveriamo la Persia, la
Cina e la Turchia. La Persia è già quasi del tutto diventata colonia; la Cina e
la Turchia sono sul punto di diventarlo.
Otteniamo
così i seguenti risultati:
|
Possedimenti
coloniali delle grandi potenze
(in milioni di Km. quadrati e in milioni di abitanti)
|
|
|
Colonie
|
Metropoli
|
Totale
|
|
|
1876
|
1914
|
1914
|
1914
|
|
|
Km2
|
abit.
|
Km2
|
Abit.
|
Km2
|
Abit.
|
Km2
|
Abit.
|
|
Inghilterra
|
22,5
|
251,9
|
33,5
|
393,5
|
0,3
|
46,5
|
33,8
|
440,0
|
|
Russia
|
17,0
|
15,9
|
17,4
|
33,2
|
5,4
|
136,2
|
22,8
|
169,4
|
|
Francia
|
0,9
|
6,0
|
10,6
|
55,5
|
0,5
|
39,6
|
11,1
|
95,1
|
|
Germania
|
-
|
-
|
2,9
|
12,3
|
0,5
|
64,9
|
3,4
|
77,2
|
|
Stati Uniti
|
-
|
-
|
0,3
|
9,7
|
9,4
|
97,0
|
9,7
|
106,7
|
|
Giappone
|
-
|
-
|
0,3
|
19,2
|
0,4
|
53,0
|
0,7
|
72,2
|
|
Le sei grandi potenze
insieme
|
40,4
|
273,8
|
65,0
|
523,4
|
16,5
|
437,2
|
81,5
|
960,6
|
|
Possedimenti
coloniali di altri Stati
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
(Belgio, Olanda,
ecc.)
|
|
|
|
|
|
|
9,9
|
45,3
|
|
Semicolonie (Persia,
Cina, Turchia)
|
|
|
|
|
|
|
14,5
|
361,2
|
|
Rimanenti paesi
|
|
|
|
|
|
|
28,0
|
289,9
|
|
|
|
Tutta la terra
|
|
|
133,9
|
1.657,0
|
Si vede chiaramente come tra la fine del secolo XIX e l'inizio
del XX la spartizione del mondo fosse oramai "totale". I possedimenti
coloniali crebbero a dismisura dopo il 1876, da 40 a 65 milioni di Km.
quadrati, cioè a più di una volta e mezzo. Questo aumento ascende per le sei
grandi potenze a 25 milioni di Km. quadrati, vale a dire una volta e mezzo la
superficie della madrepatria (16 milioni e mezzo). Nel 1876 tre Stati non
avevano alcuna colonia, e un altro, la Francia, quasi nessuna. Nel 1914 questi
quattro paesi possedevano colonie per 14,1 milioni di Km. quadrati, cioè circa
una volta e mezzo l'Europa, con una popolazione di circa 100 milioni di uomini.
Pertanto l'ineguaglianza dell'estensione dei possedimenti coloniali è molto
grande. Se si confrontano, per esempio, la Francia, la Germania e il Giappone,
che non differiscono molto per superficie e popolazione, risulta che la Francia
ha acquistato, come superficie, quasi tre volte più di colonie che la Germania
e il Giappone presi insieme. Ma la Francia all'inizio del detto periodo era
assai più ricca di capitale finanziario che non, forse, la Germania e il
Giappone presi insieme. Oltre alle condizioni economiche, e in base a queste,
influiscono sulla grandezza del possesso coloniale anche le condizioni
geografiche, ecc. Benché negli ultimi decenni sia avvenuto, sotto l'influenza
della grande industria, dello scambio e del capitale finanziario, un forte
livellamento in tutto il mondo, e si siano pareggiate nei vari paesi le
condizioni di economia e di vita, tuttavia persistono non poche differenze. Tra
i sei paesi summenzionati troviamo dei giovani paesi capitalisti in rapidissimo
progresso, come l'America, la Germania e il Giappone; altri in cui il
capitalismo è antico, e che negli ultimi tempi si sono sviluppati assai più
lentamente dei primi, come la Francia e l'Inghilterra, e infine un paese, la
Russia, il più arretrato nei riguardi economici, dove il più recente
capitalismo imperialista è, per così dire, avviluppato da una fitta rete di
rapporti precapitalistici.
Accanto
ai possedimenti coloniali delle grandi potenze noi abbiamo messo le piccole
colonie degli Stati minori, le quali formano l'oggetto più immediato, per così
dire, di una possibile e probabile nuova "spartizione" delle colonie.
Per
la maggior parte questi Stati minori conservano le loro colonie soltanto grazie
all'esistenza fra i grandi Stati di antagonismi d'interessi e di attriti, che
impediscono un accordo per la divisione del bottino. Per ciò che riguarda gli
Stati "semicoloniali", essi sono un esempio di quelle forme di
transizione nelle quali ci imbattiamo in tutti i campi, così della natura come
della società. Il capitale finanziario è una potenza così ragguardevole, anzi
si può dire così decisiva, in tutte le relazioni economiche ed internazionali,
da essere in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena
indipendenza politica, come di fatto li assoggetta; ne vedremo ben presto degli
esempi. Ma naturalmente esso trova la maggior "comodità" e i maggiori
profitti allorché tale assoggettamento è accompagnato dalla perdita dell'indipendenza
politica da parte dei paesi e popoli asserviti. Sotto tale rapporto i paesi
semicoloniali costituiscono un caratteristico "quid medium".
E' chiaro che la lotta per questi paesi semicoloniali diventa particolarmente
acuta nell'epoca del capitale finanziario, allorché il resto del mondo è già
spartito.
Politica
coloniale e imperialismo esistevano anche prima del più recente stadio del
capitalismo, anzi prima del capitalismo stesso. Roma, fondata sulla schiavitù,
condusse una politica coloniale ed attuò l'imperialismo. Ma le considerazioni
"generali" sull'imperialismo, che dimentichino le fondamentali
differenze tra le formazioni economico-sociali o le releghino nel retroscena,
degenerano in vuote banalità o in rodomontate sul tipo del confronto tra
"la grande Roma e la grande Britannia" [*5]. Perfino la politica
coloniale dei precedenti stadi del capitalismo si differenzia
essenzialmente dalla politica coloniale del capitale finanziario.
La
caratteristica fondamentale del modernissimo capitalismo è costituita dal
dominio delle leghe monopolistiche dei grandi imprenditori. Tali monopoli sono
specialmente solidi allorché tutte le sorgenti di materie prime
passano nelle stesse mani. Abbiamo visto lo zelo con cui le leghe
internazionali dei capitalisti si sforzano, a più non posso, di strappare agli
avversari ogni possibilità di concorrenza, di accaparrare le miniere di ferro e
le sorgenti di petrolio, ecc. Soltanto il possesso coloniale assicura al
monopolio, in modo assoluto, il successo contro ogni eventualità nella lotta
con l'avversario, perfino contro la possibilità che l'avversario si trinceri
dietro qualche legge di monopolio statale. Quanto più il capitalismo è
sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più
acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie
prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie.
"Si può
persino -scrive Schilder- azzardare l'opinione, che a taluno potrà sembrare
paradossale, che in un tempo più o meno vicino l'aumento della popolazione
urbana e industriale sarà ostacolato piuttosto dalla scarsità di materie prime
disponibili per l'industria che non dalla mancanza di mezzi di sussistenza.
Così scarseggia e diventa sempre più caro il legname, e vi è penuria di cuoio e
di materie prime per l'industria tessile".
"Come
esempio degli sforzi fatti dalle leghe di industriali per conseguire, in seno
alla complessiva economia mondiale, l'equilibrio tra agricoltura ed industria
andrebbero ricordate la Federazione internazionale delle Unioni padronali dei
tessitori di cotone, esistente dal 1904 nei principali paesi industriali e la
Federazione delle Unioni padronali europee dei tessitori di lino, formatasi nel
1910 sull'esempio della precedente" [*6].
Senza dubbio i riformisti borghesi, e fra di essi in primo
luogo i kautskiani di oggi, tentano di svalutare l'importanza di questi fatti
rilevando che "si potrebbero" avere le materie prime sul libero
mercato senza la "costosa e pericolosa" politica coloniale, e che
"si potrebbe" aumentare immensamente l'offerta di materie prime con
il "semplice" miglioramento dell'agricoltura in generale. Ma simili
rilievi, ben presto, non diventano altro che panegirici e imbellettamenti
dell'imperialismo, giacché essi sono possibili in quanto non tengono conto
della più importante caratteristica del capitalismo moderno: i monopoli. Il
libero mercato appartiene sempre più al passato, ed è sempre più ridotto dai
sindacati e trust monopolistici, mentre il "semplice" miglioramento
dell'agricoltura richiede che siano migliorate le condizione delle masse,
elevati i salari e ridotti i profitti. Dove esistono, fuori che nella fantasia
dei soavi riformisti, trust capaci di curarsi della situazione delle masse,
anziché di conquistare colonie?
Per
il capitale finanziario sono importanti non solo le sorgenti di materie prime
già scoperte, ma anche quelle eventualmente ancora da scoprire, giacché ai
nostri giorni la tecnica fa progressi vertiginosi, e terreni oggi
inutilizzabili possono domani esser messi in valore, appena siano stati trovati
nuovi metodi (e a tal fine la grande banca può allestire speciali spedizioni di
ingegneri, agronomi, ecc.) e non appena siano stati impiegati più forti
capitali. Lo stesso si può dire delle esplorazioni in cerca di nuove ricchezze
minerarie, della scoperta di nuovi metodi di lavorazione e di utilizzazione di
questa o quella materia prima, ecc. Da ciò nasce inevitabilmente la tendenza
del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico, e anche
il proprio territorio in generale. Nello stesso modo che i trust capitalizzano
la loro proprietà valutandola due o tre volte al disopra del vero, giacché
fanno assegnamento sui profitti "possibili" (ma non reali) del futuro
e sugli ulteriori risultati del monopolio, così il capitale finanziario, in
generale, si sforza di arraffare quanto più territorio è possibile, comunque e
dovunque, in cerca soltanto di possibili sorgenti di materie prime, con la
paura di rimanere indietro nella lotta furiosa per l'ultimo lembo della sfera
terrestre non ancora diviso, per una nuova spartizione dei territori già
divisi.
I
capitalisti inglesi fanno tutto il possibile per promuovere nella loro colonia
d'Egitto la produzione del cotone, che nel 1904 su 2,3 milioni di ettari di
territorio coltivato occupava 0,6 milioni di ettari, vale a dire più di un
quarto; i russi fanno lo stesso nelle loro colonie del Turkestan. Perché gli
uni e gli altri possono così battere meglio i loro concorrenti esteri,
monopolizzare più facilmente le sorgenti di materia prima e creare un trust
tessile quanto più è possibile economico e redditizio, con produzione
"combinata" Mediante la concentrazione di tutti gli stadi della
produzione e della lavorazione del cotone nelle stesse mani.
Anche
gli interessi d'esportazione del capitale spingono alla conquista di colonie,
giacché sui mercati coloniali più facilmente (e talvolta unicamente) si possono
eliminare i concorrenti, col sistema del monopolio, assicurare a sé le
forniture, fissare in modo definitivo le necessarie "relazioni".
La
soprastruttura extraeconomica, che sorge sulla base del capitale finanziario,
la sua politica e la sua ideologia, acuiscono l'impulso verso le conquiste
coloniali. "Il capitale finanziario non vuole libertà, ma egemonia,"
dice a ragione Hilferding. E uno scrittore borghese francese, quasi a
completare e sviluppare il citato pensiero di Cecil Rhodes, afferma che alle
cause economiche della politica coloniale se ne aggiungono altre di natura
sociale.
"Per
effetto delle crescenti difficoltà della vita -scrive Wahl- che non gravano
soltanto sulle masse lavoratrici, ma anche sui ceti medi, in tutti i paesi
dell'antica civiltà si accumulano impazienze, rancori, odio, che minacciano la
pubblica quiete; energie espulse da un determinato alveo di classe ... che si
devono incanalare e a cui occorre trovare impiego all'esterno del paese,
affinché esse non esplodano all'interno" [*7].
Quando si tratta della politica coloniale dell'imperialismo
capitalista deve notarsi che il capitale finanziario e la relativa politica
internazionale, che si riduce alla lotta tra le grandi potenze per la
ripartizione economica e politica nel mondo, creano tutta una serie di forme transitorie
della dipendenza statale. Tale epoca è caratterizzata non soltanto dai due
gruppi fondamentali di paesi, cioè paesi possessori di colonie e colonie, ma
anche dalle più svariate forme di paesi asserviti che formalmente sono
indipendenti dal punto di vista politico, ma che in realtà sono avviluppati da
una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica. Abbiamo già accennato a una
di queste forme, quella delle semicolonie. Esempio di un'altra forma è
l'Argentina.
Schulze-Gaevernitz,
nel suo libro sull'imperialismo inglese, scrive:
"L'America
meridionale, specie l'Argentina, si trova in tale stato di dipendenza
finanziaria da Londra, da potersi considerare, press'a poco, una colonia
commerciale inglese" [*8].
Schilder, basandosi sul rapporto del console
austro-ungarico a Buenos Aires per il 1909, calcola a 8 miliardi e 750 milioni
di franchi i capitali inglesi impiegati in Argentina. Si può facilmente
immaginare, per, conseguenza, quale influenza abbia il capitale finanziario
inglese (e la sua cara "amica", la diplomazia) sulla borghesia
dell'Argentina e sui circoli dirigenti della sua vita economica e politica.
Una
forma un po' diversa di dipendenza finanziaria e diplomatica, pur con la
indipendenza politica, ci è offerta dal Portogallo. Questo è uno Stato
indipendente e sovrano, ma di fatto da oltre duecento anni, cioè dal tempo
della guerra di successione spagnola (1700-1714), si trova sotto il
protettorato dell'Inghilterra. L'Inghilterra assunse le difese del Portogallo e
delle sue colonie per rafforzare la propria posizione nella lotta contro le sue
rivali, Spagna e Francia, ottenendo in compenso privilegi commerciali, migliori
condizioni per l'esportazione delle merci e specialmente del capitale nel
Portogallo e nelle sue colonie e, infine, la possibilità di usarne le isole, i
porti, i cavi telegrafici, ecc. [*9]. Simili rapporti tra i singoli grandi e
piccoli Stati esistettero sempre, ma nell'epoca dell'imperialismo capitalistico
essi diventano sistema generale, sono un elemento essenziale della politica
della "ripartizione del mondo", e si trasformano in anelli della
catena di operazioni del capitale finanziario mondiale.
Per
concludere sulla questione della divisione del mondo, dobbiamo ancora rilevare
quanto segue. La questione della ripartizione del mondo non fu posta
apertamente e risolutamente soltanto nei libri americani, dopo la guerra
ispano-americana, e nei libri inglesi, dopo la guerra boera, tra la fine del
secolo XIX e gli inizi del XX, e non fu valutata sistematicamente soltanto nei
libri dei tedeschi, che vigilavano con la massima "gelosia"
"l'imperialismo inglese".
Anche
nella letteratura borghese francese la questione è stata posta con sufficiente
precisione e ampiezza per quanto è compatibile col punto di vista borghese.
Rinviamo allo storiografo francese Driault, il quale nel suo libro intitolato Problemi
politici e sociali alla fine del secolo XIX, al capitolo su Le grandi
potenze e la spartizione del mondo, scrive quanto segue:
"Negli
ultimi anni tutti i territori liberi del mondo, ad eccezione della Cina, furono
occupati dalle potenze d'Europa e del Nordamerica. In rapporto a tali conquiste
si verificarono già vari conflitti e spostamenti d'influenza, che sono il
presagio di ancor più terribili esplosioni in un prossimo avvenire. Giacché
occorre affrettarsi: le nazioni che non sono ancora provvedute corrono il
rischio di non ottenere più la loro parte e di non poter partecipare a
quell'immenso sfruttamento della terra che sarà uno dei fattori essenziali del
secolo XX. Questo è il motivo per cui negli ultimi tempi l'Europa e l'America
furono colte da una vera febbre di espansioni coloniali,
dall'"imperialismo", che costituisce una delle più notevoli
caratteristiche dello scorcio dei secolo XIX".
E
l'autore aggiungeva:
"In
questa spartizione della terra, in questa forsennata caccia ai tesori e ai
grandi mercati della terra, la potenza relativa degl'imperi fondati nel secolo
XIX è assolutamente sproporzionata alla posizione che occupano in Europa le
nazioni che li hanno fondati. Le potenze che predominano in Europa e ne
decidono le sorti, non sono allo stesso modo dominanti anche in tutto
il mondo; e siccome la potenza coloniale, la speranza di possedere ricchezze
ancora ignote, si ripercuote, di riflesso, a sua volta, sulla forza relativa
delle grandi potenze europee, così la questione coloniale o l'"imperialismo",
se così sì vuole, che ha già modificato le condizioni politiche dell'Europa
medesima, le modificherà sempre più" [*10].
Note
*1. A. SUPAN, Die territoriale
Entwicklung der europäischen Kolonien, Gotha, 1906, p. 254.
*2. HENRY C. MORRIS, The
History of Colonization, New York, 1900, vol. Il, p. 88; 1, pp. 304, 419.
*3. Die Neue Zeit, XVI, 1898,
1, p. 302.
1. BENJAMIN DISRAELI (1804-1881), uomo politico inglese,
capo del partito tory. Fu conservatore e imperialista, nel 1876 fece proclama e
la regina Vittoria imperatrice delle Indie e nel 1878 tolse Cipro alla Turchia.
2. JOSEPH CHAMBERLAIN (1836-1914), uomo politico inglese,
ministro delle colonie, fu tra i più tenaci assertori dell'espansione
imperialistica. - CECIL RHODES (1853-1902) uomo politico inglese, emigrato
giovanissimo nel Natal, sostenne l'espansione inglese nell'Africa del Sud dove
fece in modo che l'Inghilterra acquistasse vastissimi territori (donde il nome
di Rhodesia); promosse, d'intesa con J. Chamberlain, la guerra contro i boeri.
*4. Die Neue Zeit, cit., p.
304.
3. Plekhanov.
*5. C. P. LUCAS, Greater Rome
and Greater Britain, Oxford, 1912, o EARL OF CROMER, Ancicent and
Modern Imperialism, Londra, 1910.
*6. SCHILDER, op. cit., pp. 38 e 42.
*7. WAHL, La France aux colonies, citato da HENRI
RUSSIER, Le partage de l'Océanie, Parigi, 1905, pp. 165-66.
*8. SCHULZE-GAEVERNITZ, Britischer
Imperialismus und englischer Freihandel zu Beginn des 20. Jahrhunderts,
Lipsia, 1906, p. 318. Le stesse cose dice SARTORIUS VON WALTERSHAUSEN nel suo
libro Das volkswirtschaftliche System der Kapitalanlage im Austande,
Berlino, 1907, p. 46.
*9. SCHILDER, op. cit., VOI. I, pp. 160-161.
*10. ED. DRIAULT, Problèmes
politiques et sociaux, Parigi, 1907, p. 289.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
VII. L'imperialismo, particolare stadio del capitalismo.
Dobbiamo ormai tentare di sintetizzare quanto sin qui
abbiamo detto intorno all'imperialismo e di concludere.
L'imperialismo
sorse dall'evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del
capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico
soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune
qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto,
quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un
più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di
fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli
capitalistici alla libera concorrenza. La libera concorrenza è l'elemento
essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il
monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza. Ma fu proprio
quest'ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio,
creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle
grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la
concentrazione della produzione e del capitale, che da essa sorgeva e sorge il
monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un
piccolo gruppo, di una decina di banche che manovrano miliardi. Nello stesso
tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma
coesistono, originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di
attriti e conflitti. Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a
un ordinamento superiore nella economia.
Se
si volesse dare la definizione più concisa possibile dell'imperialismo, si
dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo.
Tale definizione conterrebbe l'essenziale, giacché da un lato il capitale
finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche
fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e d'altro lato la
ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale,
estendentesi senza ostacoli ai territori non ancor dominati da nessuna potenza
capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della
superficie terrestre definitivamente ripartita.
Ma
tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che
compendiano l'essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia
insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del
fenomeno da definire. Quindi noi -senza tuttavia dimenticare il valore
convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai
abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno
sviluppo- dobbiamo dare una definizione dell'imperialismo, che contenga i suoi
cinque principali contrassegni, e cioè:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha
raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione
decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale
e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di
un'oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di
capitale in confronto con l'esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali
di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi
potenze capitalistiche.
L'imperialismo
è dunque il capitalismo giunto a quella fase di' sviluppo, in cui si è formato
il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale
ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i
trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie
terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.
Vedremo
in seguito come dell'imperialismo possa e debba darsi una diversa definizione,
quando non si considerino soltanto i concetti fondamentali puramente economici
(ai quali si limita la riferita definizione), ma si tenga conto anche della
posizione storica che questo stadio del capitalismo occupa rispetto al
capitalismo in generale, oppure del rapporto che corre tra l'imperialismo e le
due tendenze fondamentali del movimento operaio. Occorre subito rilevare come
l'imperialismo, concepito in tal senso, rappresenti un particolare stadi o di
sviluppo del capitalismo. Per dare al lettore una rappresentazione più
saldamente fondata dell'imperialismo, abbiamo appositamente cercato di citare
quanto più giudizi si potevano di economisti borghesi, che si vedono
costretti a riconoscere i fatti ineccepibili della nuovissima economia
capitalistica. Allo stesso fine abbiamo prodotto dati statistici
circostanziati, che mostrano fino a qual punto si sia accresciuto il capitale
bancario, ecc. e in che cosa si sia manifestato il trapasso dalla quantità alla
qualità, dal capitalismo altamente sviluppato all'imperialismo. Senza dubbio,
tanto nella natura quanto nella società ogni limite è convenzionale e mobile,
cosicché non avrebbe senso discutere, per esempio, sulla questione dell'anno e
del decennio in cui l'imperialismo si sia "definitivamente"
costituito.
Nondimeno
bisogna discutere sulla definizione dell'imperialismo, innanzi tutto col
maggiore teorico marxista del periodo della cosiddetta II Internazionale, cioè
dei 25 anni dal 1889 al 1914, con Karl Kautsky.
Già
nel 1915, e perfino dal novembre 1914, Kautsky si schierò risolutamente contro
il concetto fondamentale espresso nella nostra definizione, allorché dichiarò
non doversi intendere per imperialismo una "fase" o stadio
dell'economia, bensì una politica, ben definita, una certa politica
"preferita" dal capitale finanziario, e non doversi
"identificare" l'imperialismo col "moderno capitalismo",
sostenendo che la questione della necessità dell'imperialismo per il
capitalismo si riduce ad una "piatta tautologia", allorché
s'intendano sotto il nome di imperialismo "tutti i fenomeni del
capitalismo moderno", - i cartelli, i dazi protettivi, il dominio dei
finanzieri e la politica coloniale, - giacché in tal caso "naturalmente
l'imperialismo è, per il capitalismo, una necessità vitale", ecc. Per
esprimere con la massima esattezza il pensiero di Kautsky è meglio riportarne
la definizione, la quale è diretta proprio contro la sostanza delle idee da noi
svolte (giacché le obiezioni sollevate dai marxisti tedeschi, che da anni
propugnavano idee simili, sono note da lungo tempo a Kautsky come obiezioni di
una determinata corrente del marxismo).
Ecco
la definizione kautskiana:
"L'imperialismo
è il prodotto del capitalismo industriale, altamente sviluppato. Esso consiste
nella tendenza di ciascuna nazione capitalistica industriale ad assoggettarsi e
ad annettersi un sempre più vasto territorio agrario [corsivo di Kautsky] senza
preoccupazioni delle nazioni che lo abitano" [*1].
Questa definizione non vale un'acca, poiché è unilaterale,
arbitrariamente discerne soltanto la questione nazionale (la quale del resto è
della massima importanza sia in sé, che in relazione all'imperialismo),
arbitrariamente ed erroneamente connette tale questione soltanto
col capitale industriale dei paesi che annettono altre nazioni, e
altrettanto arbitrariamente ed erroneamente mette in rilievo l'annessione di
territori agrari.
L'imperialismo
è la tendenza alle annessioni: a questo si riduce la parte politica
della definizione kautskiana. E' esatta, ma molto incompleta, poiché,
politicamente, imperialismo significa, in generale, tendenza alla violenza e
alla reazione. Ma qui noi ci preoccupiamo specialmente del lato economico
della questione, incluso da Kautsky stesso nella sua
definizione. Gli errori della definizione kautskiana saltano agli occhi. Per
l'imperialismo non è caratteristico il capitale industriale, ma
quello finanziario. Non per caso in Francia, in particolare il rapido
incremento del capitale finanziario, mentre il capitale industriale
decadeva dal 1880 in
poi, ha, determinato un grande intensificarsi della politica annessionista
(coloniale). E'caratteristica dell'imperialismo appunto la sua smania non
soltanto di conquistare territori agrari, ma di metter mano anche su paesi
fortemente industriali (bramosie della Germania sul Belgio, della Francia sulla
Lorena), giacché in primo luogo il fatto che la terra è già spartita costringe,
quando è in corso una nuova spartizione, ad allungare le mani su paesi
di qualsiasi genere, e, in secondo luogo, per l'imperialismo è
caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l'egemonia, cioè
per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio quanto a
indebolire l'avversario e a minare la sua egemonia (per la Germania,
il Belgio ha particolare importanza come punto d'appoggio contro l'Inghilterra;
per questa a sua volta è importante Bagdad come punto d'appoggio contro la
Germania, ecc.).
Kautsky
si riferisce specialmente -e replicatamente- agli inglesi, i quali avrebbero
fissato il significato puramente politico del concetto di imperialismo appunto
nel senso sostenuto dallo stesso Kautsky. Apriamo l'Imperialismo
dell'inglese Hobson, pubblicato nel 1902:
"Il nuovo
imperialismo si distingue dall'antico in primo luogo per il fatto di aver
sostituito alle tendenze di un solo impero in continua espansione la teoria e
la prassi di imperi gareggianti, ciascuno dei quali è mosso dagli stessi avidi
desideri di espansione politica e di vantaggi commerciali; in secondo luogo per
il dominio degli interessi finanziari, ossia degli interessi che si riferiscono
al collocamento di capitale, sugli interessi commerciali" [*2].
Kautsky, come si vede, non ha alcun diritto di richiamarsi
agli inglesi in generale, o almeno avrebbe dovuto chiamare in suo aiuto
soltanto gli imperialisti inglesi più volgari o i diretti panegiristi
dell'imperialismo. Kautsky, che pretende di continuare nella difesa del
marxismo, di fatto fa un passo indietro in confronto del social-liberale
Hobson, il quale molto più giustamente prende in considerazione due
concrete peculiarità "storiche" (Kautsky invece, con la sua definizione,
si beffa della concretezza storica!) del moderno imperialismo, e cioè: 1) la
concorrenza di diversi imperialismi; 2) la prevalenza del finanziere
sul commerciante. Mentre se si trattasse soprattutto della annessione di
territori agricoli per opera di Stati industriali il commerciante avrebbe la
funzione più importante.
La
definizione di Kautsky non soltanto è erronea e non marxista, ma serve di base
a tutto un sistema di concezioni che sono in aperto contrasto con la teoria e
la prassi marxista. Di ciò riparleremo in seguito. E', priva di qualunque
serietà la disputa sollevata da Kautsky la quale ha per oggetto soltanto delle
parole: se il recentissimo stadio del capitalismo debba denominarsi
"imperialismo" oppure "fase del capitalismo finanziario".
Comunque lo si voglia denominare, è lo stesso. L'essenziale è che Kautsky
separa la politica dell'imperialismo dalla sua economia interpretando le
annessioni come la politica "preferita" del capitale finanziario, e
contrapponendo ad essa un'altra politica borghese, senza annessioni, che
sarebbe, secondo lui, possibile sulla stessa base del capitale finanziario. Si
avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una
politica non monopolistica, senza violenza, non annessionista; che la
ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell'epoca del capitale
finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara
tra i maggiori Stati capitalistici, sarebbe compatibile con una politica non
imperialista. In tal guisa si velano e si attutiscono i fondamentali contrasti
che esistono in seno al recentissimo stadio del capitalismo, in luogo di
svelarne la profondità. Invece del marxismo si ha del riformismo borghese.
Kautsky
polemizza contro i ragionamenti, altrettanto goffi quanto cinici, del
panegirista tedesco dell'imperialismo, Cunow [1], il quale argomenta così:
l'imperialismo è il moderno capitalismo; lo sviluppo del capitalismo è
inevitabile e progressivo; dunque l'imperialismo è progressivo, e si deve strisciare
servilmente davanti ad esso ed esaltarlo. Ciò ricorda la caricatura che i
populisti nel 1894-1895 facevano dei marxisti russi, dicendo che poiché questi
ultimi ritenevano inevitabile e progressivo il capitalismo in Russia, dovevano
aprir bottega e dedicarsi ad impiantarvelo. Kautsky "obietta" a
Cunow: no, l'imperialismo non è il capitalismo moderno, ma semplicemente una
forma della politica del moderno capitalismo, e noi possiamo e dobbiamo
combattere tale politica, dobbiamo combattere contro l'imperialismo, contro le
annessioni, ecc.
L'obiezione
si presenta bene, e tuttavia essa non è che una più raffinata e coperta (e
perciò più pericolosa) propaganda per la conciliazione con l'imperialismo,
giacché una "lotta" contro la politica dei trust e delle banche che
non colpisca le basi economiche dei trust e delle banche si riduce ad un
pacifismo e riformismo borghese condito di quieti quanto pii desideri. Un
saltare a píè pari gli antagonismi esistenti, un dimenticare i più importanti
contrasti, invece di svelarli in tutta la loro profondità; ecco la teoria di
Kautsky, la quale non ha niente in comune col marxismo. Ed è comprensibile che
una tal "teoria" non può servire che a difendere l'accordo con i
Cunow.
"Dal
punto di vista strettamente economico -scrive Kautsky- non può escludersi che
il capitalismo attraverserà ancora una nuova fase: quella cioè dello
spostamento della politica dei cartelli nella politica estera. Si avrebbe
allora la fase dell'ultra-imperialismo" [*3],
cioè del superimperialismo, della unione degli imperialismi
di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra
in regime capitalista, la fase
"dello
sfruttamento collettivo del mondo ad opera del capitale finanziario
internazionalmente coalizzato" [*4].
Dovremo occuparci più avanti di questa "teoria
dell'ultra-imperialismo" per dimostrare esattamente sino a qual punto,
come decisamente e irrimediabilmente, essa sia in contrasto con il marxismo.
Per rimanere fedeli a tutta l'impostazione del presente saggio, anzitutto
vogliamo esporre i precisi dati economici della questione. E' possibile un
"ultra-imperialismo" dal "punto di vista strettamente
economico", oppure esso non rappresenta che un'ultra-stupidità?
Se
con l'espressione "puramente economico" s'intende una "pura"
astrazione, allora tutto ciò che si può dire si riduce alla tesi seguente:
l'evoluzione si muove nella direzione dei monopoli, e quindi verso un unico
monopolio mondiale, un unico trust mondiale. Ciò è indubbiamente esatto, ma
senza significato, come sarebbe l'affermazione che "l'evoluzione
procede" verso la produzione delle derrate alimentari nei laboratori. In
questo senso, la "teoria"dell'ultra-imperialismo è una sciocchezza
come sarebbe quella dell'ultra-agricoltura.
Se
invece si parla delle condizioni "puramente economiche" dell'epoca
del capitale finanziario come epoca storicamente concreta, che coincide cogli
inizi del secolo XX, allora si ottiene la migliore risposta alla morta
astrazione dell'"ultra-imperialismo" (la quale serve soltanto allo
scopo reazionario di distogliere l'attenzione dalla gravità delle
contraddizioni esistenti), contrapponendole la concreta realtà
economica dell'economia mondiale contemporanea. Le chiacchiere di Kautsky
sull'ultra-imperialismo favoriscono, tra l'altro, una idea profondamente falsa
e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell'imperialismo,
cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe
le sperequazioni e le contraddizioni in seno all'economia mondiale, mentre, in
realtà, le acuisce.
R.
Calwer, nella sua breve Introduzione all'economia mondiale [*5], ha
fatto il tentativo di raccogliere i dati più importanti, puramente economici,
che ci consentono un'idea concreta dei rapporti reciproci in seno all'economia
mondiale sul limitare del XX secolo. Egli suddivide il mondo in cinque
"principali sfere economiche": 1) l'Europa centrale (tutta l'Europa
tranne la Russia e l'Inghilterra); 2) la britannica; 3) la russa; 4)
l'orientale-asiatica; 5) l'America. Inoltre le colonie sono incluse nelle
"sfere" degli Stati cui esse appartengono, e sono "lasciati
fuori dal calcolo" alcuni pochi paesi, per esempio la Persia,
l'Afganistan, l'Arabia, in Asia; il Marocco, l'Abissinia, in Africa, ecc.
Ecco,
informa riassuntiva, i dati economici forniti dal Calwer sulle dette sfere:

N. B. Le cifre fra parentesi si
riferiscono alla superficie e alla popolazione delle colonie.
Abbiamo
qui tre sfere di elevato sviluppo capitalistico (forte sviluppo tanto dei
trasporti quanto del commercio e dell'industria): quella dell'Europa centrale,
la britannica e l'americana; e in esse tre Stati che dominano il mondo; la
Germania, l'Inghilterra e gli Stati Uniti. La gara imperialistica e la lotta
tra di essi è inasprita in modo particolare dal fatto che la Germania possiede
un ristretto territorio e poche colonie; l'"Europa centrale" (Mitteleuropa)
appartiene all'avvenire e sta nascendo in mezzo a lotte disperate. Per il
momento la caratteristica di tutta l'Europa è il frazionamento politico. Invece
tanto nel territorio britannico quanto nell'americano è assai forte la concentrazione
politica; ma v'è enorme sproporzione tra le estese colonie del territorio
britannico e le insignificanti dell'americano. Frattanto, nelle colonie il
capitalismo è appena sul nascere. La lotta per l'America meridionale diventa
sempre più aspra.
In
due sfere è debole lo sviluppo capitalista, la russa e l'orientale-asiatica.
Nella prima si ha scarsa densità di popolazione; nella seconda, densità
altissima; nella prima è grande la concentrazione politica, che manca
interamente nella seconda. Si incomincia appena la spartizione della Cina, che
diventa oggetto di lotte sempre più aspre tra il Giappone, gli Stati Uniti,
ecc.
Si
metta ora questa realtà, con le sue immense varietà di condizioni politiche ed
economiche, con la sua sproporzione estrema tra la rapidità di sviluppo dei
vari paesi, ecc., con la lotta furiosa tra gli Stati imperialisti, a raffronto
con la stupida favola kautskiana del "pacifico" ultra-imperialismo!
Questo non è forse il tentativo reazionario di un piccolo borghese impaurito per
sfuggire alla tempestosa realtà? I cartelli internazionali, considerati da
Kautsky come germi dell'"ultra-imperialismo" (così come la produzione
delle pastiglie nutritive nei laboratori può essere proclamata il germe
dell'ultra-agricoltura!), non ci offrono forse l'esempio della spartizione e nuova
ripartizione del mondo, del passaggio dalla ripartizione pacifica alla non
pacifica e viceversa? Forse il capitale finanziario americano e d'altra
nazionalità, che ripartì già il mondo in via pacifica con la partecipazione
della Germania -per esempio col sindacato internazionale delle rotaie e col
trust internazionale della marina mercantile- non ripartisce ora di
bel nuovo il mondo intero sulla base di nuovi rapporti di forza che vanno
modificandosi in maniera nient'affatto pacifica?
Il
capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella
rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell'economia mondiale [2]. Ma non
appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalistico
si possono risolvere i contrasti se non con la forza? Nelle
statistiche sulle ferrovie troviamo dati eccezionalmente precisi indicanti la
diversa rapidità di sviluppo del capitalismo e del capitale finanziario
nell'economia mondiale [*6]. Negli ultimi decenni di sviluppo imperialistico la
lunghezza delle linee ferroviarie si modificò nel modo seguente:

Come
si vede, lo sviluppo della rete ferroviaria fu più rapido nelle colonie e negli
Stati indipendenti (e semindipendenti) d'Asia e d'America. E' noto che ivi
domina illimitatamente il capitale finanziario dei quattro o cinque maggiori
Stati capitalistici. Duecentomila chilometri di nuove ferrovie nelle colonie e
negli altri paesi d'Asia e d'America vogliono dire un nuovo investimento di
oltre 40 miliardi di marchi impiegati in guisa particolarmente vantaggiosa, con
speciali garanzie di reddito, di proficue ordinazioni alle acciaierie, ecc.
Il
più rapido sviluppo capitalistico si verifica nelle colonie e nei paesi
transoceanici. Tra essi sorgono nuove potenze imperialistiche (il
Giappone). La lotta degli imperialisti mondiali diventa più aspra. Le imprese
coloniali e transoceaniche particolarmente redditizie pagano sempre maggiori
tributi al capitale finanziario. Nella ripartizione del "bottino" la
parte di gran lunga maggiore spetta a paesi che non sempre hanno i primi posti
per la rapidità di sviluppo delle forze produttive. La lunghezza delle linee
ferroviarie delle maggiori potenze, comprese le loro colonie, ammonta a
(migliaia di Km.):
|
|
1890
|
1913
|
Aumento
|
|
Stati Uniti
|
268
|
413
|
145
|
|
Impero Britannico
|
107
|
208
|
101
|
|
Russia
|
32
|
78
|
46
|
|
Germania
|
43
|
68
|
25
|
|
Francia
|
41
|
63
|
22
|
|
Totale
|
491
|
830
|
339
|
Circa l'80 % della lunghezza totale delle linee ferroviarie
si concentra nelle cinque maggiori potenze. Ma assai più considerevole è la
concentrazione della proprietà di queste ferrovie, la concentrazione
del capitale finanziario, giacché per esempio gran parte delle azioni e
obbligazioni delle ferrovie americane, russe e altre, appartiene ai milionari
inglesi e francesi.
L'Inghilterra,
grazie alle sue colonie, ha aumentato la "sua" rete ferroviaria di
100 mila Km., cioè quattro volte più della Germania. E tuttavia in questo
stesso periodo di tempo lo sviluppo delle forze produttive e specialmente
dell'industria mineraria e siderurgica fu notoriamente assai più rapido in
Germania che in Inghilterra, per tacere della Francia e della Russia. Nel 1892,
la Germania produceva 4,9 milioni di tonnellate di ghisa.
L'Inghilterra 6,8; ma già nel 1912 rispettivamente 17,6 contro 9,0: vale a dire
un poderoso sopravvento della Germania [*7]! Si domanda: quale altro mezzo esisteva, in
regime capitalista, per eliminare la sproporzione tra lo sviluppo
delle forze produttive e l'accumulazione di capitale da un lato, e dall'altro
la ripartizione delle colonie e "sfere" d'influenza, all'infuori
della guerra?
Note
*1. Die Neue Zeit, anno XXXII, 1913-1914, 11, p.
909 (11 settembre 1914). Si veda pure 1915-1916, 11, p. 107 e sgg.
*2. HOBSON, op. cit., Londra,
1902, p. 324.
1. Economista socialdemocratico, polemizzò con Bernstein
nell'opera Sulla teoria del crollo (Die Neue Zeit 1898-99),
ma in modo giudicato assai debole.
*3. Die Neue Zeit, anno
XXXII, 1913-1914, 11, p. 921 (11 settembre 1914). Si veda pure 1915-1916, Il, p. 107 e sgg.
*4. Die Neue Zeit, anno
XXXIII, I, p. 144 (30 aprile 1915).
*5. R. CALWER, Einfübrung in die
Weltwirtschaft, Berlino, 1906,
2. Lenin mette qui in evidenza l'operare della legge
dell'ineguale sviluppò economico del capitalismo nella fase dell'imperialismo.
*6. Statistisches Jahrbuch für das
Deutsche Reick, 1915, appendice, pp. 46-47; Archiv für Eisenbahnwesen,
1892. Per l'anno 1890, per quel che concerne
piccoli particolari circa la ripartizione delle ferrovie nelle colonie abbiamo
dovuto accontentarci di dati approssimativi.
*7. Si veda pure EDGAR CRUMMOND, The
Economic Relations of the British and German Empires, nel Journal of
the Royal Statistical Society, luglio 1914, p. 777 e sgg.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
VIII. Parassitismo e putrefazione del capitalismo
Dobbiamo ora esaminate un aspetto assai importante
dell'imperialismo, di cui non si tiene sufficiente conto nella maggior parte
degli studi. Una delle deficienze del marxista Hilferding consiste nell'aver
fatto un passo indietro rispetto al non-marxista Hobson. Parliamo del
parassitismo, che è proprio dell'imperialismo.
Come
abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio,
originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente generale del capitalismo,
della produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile
antagonismo con l'ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni
altro, genera la tendenza alla stasi e alla putrefazione. Nella misura in cui s'introducono,
sia pur transitoriamente, i prezzi di monopolio, vengono paralizzati, fino ad
un certo punto, i moventi del progresso tecnico e quindi di ogni altro
progresso, di ogni altro movimento in avanti, e sorge immediatamente la
possibilità economica di fermare artificiosamente il progresso
tecnico. Un esempio. In America un certo Owens inventò una macchina che avrebbe
rivoluzionato l'industria delle bottiglie. Ma il cartello tedesco dei
fabbricanti di bottiglie compra il brevetto di Owens e lo mette in un cassetto,
impedendone così l'applicazione. Certamente, in regime capitalistico nessun
monopolio potrà completamente e per lungo tempo escludere la concorrenza del
mercato mondiale (questo costituisce tra l'altro una delle ragioni della
stupidità della teoria dell'ultra-imperialismo). Certo la possibilità di
abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed
elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza
alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal
canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone
per determinati periodi di tempo.
Il
possesso monopolistico di colonie. particolarmente ricche, vaste ed
opportunamente situate, agisce nello stesso senso.
Ed
ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale
liquido, che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò
segue, inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers,
cioè di persone che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad
alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno
degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo
completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà
un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del
lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano.
"Nel 1893
-scrive Hobson- il capitale britannico collocato all'estero costituiva circa il
15% della ricchezza totale del Regno Unito" [*1]. (Nel 1915 questo
capitale era aumentato di circa due volte e mezzo ... ) "L'imperialismo
aggressivo -leggiamo poco appresso nel libro di Hobson- che costa così caro ai
contribuenti ed ha sì scarso valore per l'industriale e per il commerciante ...
è fonte di grandi profitti per il capitalista che cerca investimenti al proprio
capitale ... [in inglese ciò si esprime con la parola "investor" rentier].
"Secondo
la statistica di Giffen, il reddito totale annuo che la Gran Bretagna ricava
dal suo commercio estero e coloniale, dalla sua importazione ed esportazione,
ammontava per il 1899 a
18 milioni di sterline [circa 450 milioni di lire oro], se si calcola un
reddito del 2,5% su un movimento totale di 800 milioni di sterline".
Per quanto tale cifra sia considerevole, tuttavia essa non
può spiegare l'imperialismo aggressivo della Gran Bretagna.
Questo
trova la sua spiegazione ben più nei 90-100 milioni di sterline che
rappresentano il reddito del capitale " investito"all'estero, il
profitto dei rentiers.
Nel
paese più "commerciale" del mondo i profitti dei rentiers
superano di cinque volte quelli del commercio estero! In ciò sta
l'essenza dell'imperialismo e del parassitismo imperialista.
Per
tale motivo nella letteratura economica sull'imperialismo è di uso corrente
il concetto di "Stato rentier" (Rentnerstaat) o
Stato usuraio. Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in una
immensa massa di Stati debitori.
"Tra gli
investimenti di capitali all'estero - scrive Schulze-Gaevernitz- primeggiano
quelli fatti in paesi politicamente dipendenti o strettamente' alleati:
l'Inghilterra impresta all'Egitto, al Giappone, alla Cina, all'America del Sud.
E in caso di bisogno la sua flotta da guerra funziona da ufficiale giudiziario.
La forza politica dell'Inghilterra la preserva contro la eventualità di una
sommossa dei debitori" [*2].
Sartorius von Waltershausen nel suo libro su Il sistema
economico del collocamento di capitali all'estero considera l'Olanda come
tipo di "Stato rentier", e accenna che anche la Francia e
l'Inghilterra sono sul punto di diventar tali [*3]. Schilder ritiene che i
cinque Stati industriali, Inghilterra, Francia, Germania, Belgio e Svizzera,
siano " nettamente paesi creditori". Ma non mette tra essi l'Olanda
perché " poco industriale" [*4]. Gli Stati Uniti sono un paese
creditore solo nei rapporti con altri paesi americani.
"L'Inghilterra
-scrive Schulze-Gaevernitz- a poco a poco da Stato industriale si trasforma in
Stato creditore. Se la grandezza assoluta della produzione industriale e
dell'esportazione di prodotti industriali è aumentata, tuttavia l'importanza
relativa del guadagno in interessi e dividendi, emissioni, commissioni... e
speculazioni, è di gran lunga cresciuta nell'economia nazionale complessiva.
Secondo me, proprio questo fatto costituisce la vera base economica dello
slancio imperialistico. Il creditore è più saldamente legato al debitore, che
non il venditore al compratore" [*5].
Lansburgh, direttore della rivista berlinese Die Bank,
così scriveva nel 1911 intorno alla Germania in un articolo intitolato La
Germania, Stato rentier:
"Volentieri
in Germania ci si beffa della smania dei francesi di trasformarsi in rentiers,
ma si dimentica che, per quanto concerne la classe media, le condizioni
tedesche diventano sempre più simili alle francesi" [*6].
Lo Stato rentier è lo Stato del capitalismo
parassitario in putrefazione. Questo fatto necessariamente influisce su tutti i
rapporti politico-sociali dei relativi paesi, e quindi anche sulle due correnti
principali del movimento operaio in generale. Per dimostrare ciò nella maniera
più evidente, lasciamo la parola a Hobson, il quale è il più "sicuro"
come testimone, poiché non gli si può rimproverare alcuna predilezione per l'"ortodossia
marxista"; inoltre egli è inglese e conoscitore delle cose del suo paese,
che è il più ricco così di colonie come di capitale finanziario e di esperienza
imperialistica.
Sotto
l'impressione ancor fresca della guerra contro i boeri, Hobson descrive la
connessione dell'imperialismo con gli interessi degli uomini di finanza,
dell'aumento dei profitti con gli appalti e le forniture, ecc. e a tale
proposito scrive:
"Coloro
che fissano la direzione a questa esplicita politica parassitaria sono i
capitalisti: ma gli stessi moventi esercitano la loro efficacia anche su
determinate categorie di operai. In molte città i più importanti rami
d'industria dipendono dalle commissioni governative, e questa è una delle non
ultime ragioni dell'imperialismo dei centri delle industrie metallurgica e
navale".
Secondo Hobson, due categorie di circostanze indebolivano
la potenza degli imperi antichi: 1) il "parassitismo economico"; 2)
la composizione degli eserciti con elementi tratti dalle popolazioni soggette.
"La prima
circostanza rientra nei costumi del parassitismo economico, per cui lo Stato
dominante sfrutta le sue province, colonie e paesi sudditi allo scopo di
arricchire la classe dominante e corrompere le proprie classi inferiori in modo
da tenerle a freno".
A nostra volta aggiungiamo che per rendere economicamente
possibile tale opera di corruzione -in qualsiasi forma attuata- sono necessari
alti profitti monopolistici. Sulla seconda circostanza scrive Hobson:
"Uno dei
più singolari sintomi della cecità dell'imperialismo è l'avventatezza con cui
la Gran Bretagna, la Francia e altre nazioni imperialistiche si mettono su
questa via. In essa l'Inghilterra si è inoltrata più di ogni altra. La maggior
parte delle battaglie con cui conquistammo l'impero indiano furono combattute
da eserciti formati di indigeni. In India, e ultimamente anche in Egitto, i
grandi eserciti permanenti sono comandati da inglesi; quasi tutte le guerre per
la conquista dell'Africa, fatta eccezione per la parte meridionale, sono state
combattute, per noi, dagli indigeni".
La prospettiva della spartizione della Cina dà origine al
seguente apprezzamento economico di Hobson:
"La più
grande parte dell'Europa occidentale potrebbe allora assumere l'aspetto e il
carattere ora posseduti soltanto da alcuni luoghi, cioè l'Inghilterra
meridionale, la Riviera e le località dell'Italia e della Svizzera visitate dai
turisti e abitate da gente ricca. Si avrebbe un piccolo gruppo di ricchi
aristocratici, traenti le loro rendite e i loro dividendi dal lontano Oriente;
accanto, un gruppo alquanto più numeroso di impiegati e di commercianti e un
gruppo ancora maggiore di domestici, lavoratori dei trasporti e operai occupati
nel processo finale della lavorazione dei prodotti più avariabili. Allora
scomparirebbero i più importanti rami di industria, e gli alimenti e i prodotti
base affluirebbero come tributo dall'Asia o dall'Africa... Ecco quale
possibilità sarebbe offerta da una più vasta lega delle potenze occidentali, da
una Federazione europea delle grandi potenze. Essa non solo non spingerebbe
innanzi l'opera della civiltà mondiale, ma potrebbe presentare il gravissimo
pericolo di un parassitismo occidentale, quello di permettere l'esistenza di un
gruppo di nazioni industriali più progredite, le cui classi elevate
riceverebbero, dall'Asia e dal l'Africa, enormi tributi e, mediante questi, si
procurerebbero grandi masse di impiegati e di servitori addomesticati che non
sarebbero occupati nella produzione in grande di derrate agricole o di articoli
industriali, ma nel servizio personale o in lavori industriali di secondo
ordine sotto il controllo della nuova aristocrazia finanziaria. Coloro per i
quali queste teorie [bisognava dire: prospettive] sono da ritenersi indegne di
essere prese in considerazione, dovrebbero meditare di più sulle condizioni
economiche e sociali di quelle parti dell'odierna Inghilterra meridionale che
già sono cadute in questo stato. Essi dovrebbero immaginarsi quale immensa
estensione acquisterebbe tale sistema, quando la Cina fosse assoggettata al
controllo economico di consimili gruppi di finanzieri, di "investitori di
capitale" e dei loro impiegati politici, industriali e commerciali,
intenti a pompare profitti dal più grande serbatoio potenziale che mai il mondo
abbia conosciuto, per consumarli in Europa. Certo la situazione è troppo
complessa e il giuoco delle forze mondiali è così difficile da calcolarsi, da
rendere impossibile questa o qualunque altra interpretazione del futuro che sia
fatta in un solo senso. Ma le tendenze che dominano attualmente l'imperialismo
dell'Europa occidentale agiscono nel senso anzidetto, e se non incontrano una
forza opposta che le avvii verso altra direzione, esse lavorano appunto perché
il processo abbia lo sbocco suaccennato" [*7].
Hobson ha completamente ragione. Se le potenze
dell'imperialismo non incontrassero resistenza, esse giungerebbero direttamente
a quel risultato. Qui è posto nel suo vero valore il significato degli
"Stati Uniti d'Europa" nella odierna congiuntura imperialista [1]. E'
da aggiungere soltanto che anche in seno al movimento operaio gli
opportunisti, oggi provvisoriamente vittoriosi nella maggior parte dei paesi,
"lavorano" sistematicamente, indefessamente nella medesima direzione.
L'imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento
non soltanto della Cina, che significa alti profitti monopolistici a beneficio
di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di
corrompere gli strati superiori del proletariato, e, in tal guisa, di
alimentare, foggiare e rafforzare l'opportunismo. D'altra parte non si devono
dimenticare le forze, naturalmente neglette dal social-liberale Hobson, le
quali operano in senso contrario all'imperialismo in generale e
all'opportunismo in particolare.
Un
opportunista tedesco, Gerhard Hildebrand, che a suo tempo venne espulso dal
partito socialdemocratico per aver difeso l'imperialismo, ma che oggi potrebbe
benissimo essere tra i capi del partito cosiddetto
"socialdemocratico" di Germania, completa brillantemente Hobson col
far propaganda per gli "Stati Uniti d'Europa" (senza la Russia),
precisamente allo scopo di azioni "in comune" contro... i negri
dell'Africa, contro il "grande movimento islamico", per mantenere
"un esercito e una flotta poderosi", contro una "coalizione
cino-giapponese" [*8], e così via.
Schulze-Gaevernitz
ci rivela nell'Imperialismo britannico gli stessi caratteri
parassitari. Dal 1865 al 1898 il reddito nazionale dell'Inghilterra si è quasi
raddoppiato, ma nello stesso periodo il reddito "dall'estero" è
salito di nove volte. E se egli ascrive "a merito" dell'imperialismo
l'"aver educato il negro al lavoro" (non si può fare a meno della
costrizione!), tuttavia segnala il "pericolo" dell'imperialismo,
consistente per lui nel fatto che
"l'Europa
trasferirebbe all'umanità di colore il lavoro corporale -anzitutto il lavoro
agricolo e minerario e poi anche quello delle industrie più grossolane-
accontentandosi dal canto suo della parte di chi vive di rendita, il che,
probabilmente, avvierebbe all'emancipazione economica e quindi anche politica
delle pelli rosse e nere".
In Inghilterra si sottrae all'agricoltura sempre maggior
quantità di terra per adibirla allo sport, ai divertimenti dei ricchi. Si suol
dire della Scozia -che è, per la caccia e lo sport, il più aristocratico campo
di giuoco del mondo- che "essa vive del suo passato e del signor
Carnegie" (il miliardario americano). L'Inghilterra spende annualmente 14
milioni di sterline soltanto per le corse di cavalli e la caccia alla volpe; e
il numero dei rentiers vi ammonta ad un milione, mentre diminuisce la
percentuale della popolazione produttiva.
|
|
Popolazione
Inghilterra
(in milioni)
|
Numero dei lavoratori
delle più importanti
branche industriali
(in milioni)
|
Percentuale
sulla popolazione
|
|
1851
|
17,9
|
4,1
|
23 %
|
|
1901
|
32,5
|
4,9
|
15 %,
|
E lo studioso borghese "dell'imperialismo britannico
dell'inizio del secolo XX" è costretto, quando parla della classe operaia
inglese, a tener sistematicamente distinti l'uno dall'altro lo "strato superiore"
dei lavoratori e lo "strato inferiore propriamente proletario".
Lo strato superiore fornisce la massa dei membri dei sindacati, delle
cooperative, delle associazioni sportive e delle numerose sette religiose. Al
suo tenore di vita è anche adattato il diritto elettorale, che in Inghilterra
"è ancora abbastanza limitato da escludere lo strato inferiore
propriamente proletario"!! Per presentare sotto colore roseo la
situazione della classe operaia inglese, si suol parlare soltanto di questo
strato superiore che costituisce la minoranza del proletariato.
Esempio: "La questione della disoccupazione è questione che riguarda
soltanto Londra e gli strati proletari inferiori, di cui gli uomini
politici tengono poco conto..." [*9]. Bisognerebbe dire: di cui i
politicanti borghesi e gli opportunisti "socialisti" s'interessano
poco.
Una
delle particolarità dell'imperialismo, collegata all'accennata cerchia di
fenomeni, è la diminuzione dell'emigrazione dai paesi imperialisti e l'aumento
dell'immigrazione in essi di individui provenienti da paesi più arretrati, con
salari inferiori. Secondo Hobson l'emigrazione inglese è scesa da 242 mila
persone nel 1884 a
sole 169 mila nel 1900. L'emigrazione
della Germania raggiunse il punto culminante nel decennio 1881-1890, con
1.453.000, e nei due decenni successivi scese a 544 e 341 mila. Invece crebbe
il numero dei lavoratori accorsi in Germania dall'Austria, dall'Italia, dalla
Russia, ecc. Secondo il censimento del 1907 vivevano allora in Germania
1.342.294 stranieri, di cui 440.800 lavoratori industriali e 257.329 lavoratori
della terra [*10]. In Francia i lavoratori delle miniere sono "in gran
parte" stranieri: polacchi, italiani, spagnuoli [*11]. Negli Stati Uniti
gli immigrati dall'Europa orientale e meridionale coprono i posti peggio
pagati, mentre i lavoratori americani danno la maggior percentuale di candidati
ai posti di sorveglianza e ai posti meglio pagati [*12]. L'imperialismo tende a
costituire tra i lavoratori categorie privilegiate e a staccarle dalla grande
massa dei proletari.
Occorre
rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe
lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per
qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima
della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti
caratteristiche dell'imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una
posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del
secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la
connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità
imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7
ottobre 1858:
"...
l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che
questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose
al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto
alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual
modo spiegabile".
Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11
agosto 1881 egli parla delle "peggiori Trade-unions inglesi che si
lasciano guidare da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati
da essa".
In
una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:
"Ella mi
domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene:
precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui
alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e
gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale
e coloniale dell'Inghilterra sul mondo" [*13].
Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda
edizione (1892) della Situazione della classe operaia in Inghilterra.
Qui
sono svelati chiaramente cause ed effetti. Cause: 1) sfruttamento del mondo
intero per opera di un determinato paese; 2) sua posizione di monopolio sul
mercato mondiale; 3) suo monopolio coloniale. Effetti: 1) imborghesimento di
una parte del proletariato inglese; 2) una parte del proletariato si fa guidare
da capi che sono comprati o almeno ,pagati dalla borghesia. L'imperialismo
dell'inizio del XX secolo ha ultimato la spartizione del mondo tra un piccolo
pugno di Stati, ciascuno dei quali sfrutta attualmente (nel senso di spremerne
soprapprofitti) una parte del " mondo" quasi altrettanto vasta che
quella dell'Inghilterra nel 1858; ciascuno di essi ha sul mercato mondiale una
posizione di monopolio grazie ai trust, ai cartelli, al capitale finanziario e
ai rapporti da creditore a debitore; ciascuno possiede, fino ad un certo punto,
un monopolio coloniale (vedemmo che dei 75 milioni di chilometri quadrati di tutte
le colonie del mondo, ben 65 milioni, cioè l'86 % sono nelle mani delle sei
grandi potenze; 61 milioni, cioè l'81 % appartengono a tre sole potenze).
La
situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di condizioni economiche e
politiche tali da accentuare necessariamente l'inconciliabilità
dell'opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento
operaio. L'imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s'è sviluppato
in sistema dominante i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto
nell'economia e nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato
in luogo dell'indiviso monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un
piccolo numero di potenze imperialistiche per la partecipazione al monopolio,
lotta che caratterizza tutto l'inizio del XX secolo. In nessun paese
l'opportunismo può più restare completamente vittorioso nel movimento operaio
per una lunga serie di decenni, come fu il caso per l'Inghilterra nella seconda
metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi l'opportunismo è diventato
maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l'aspetto di
socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese [*14].
Note
*1. HOBSON, op. cit., p. 59.
*2. SCHULZE-GAEVERNIZ Britischer
Imperialismus, pp. 320 e sgg.
*3. SARTORIUS VON WALTERSHAUSEN, op.
cit., libro IV.
*4. SCHILDER, op, cit., p.
393.
*5. SCHULZE-GAEVERNITZ, op. cit.,
p. 122.
*6. Die Bank, 1911, I, p.
10-11.
*7. HOBSON, op. cit., pp.
103, 205, 144, 335, 385-386.
1. "In regime capitalistico gli Stati Uniti d'Europa
equivalgono a un accordo per la spartizione delle colonie" (LENIN, Sulla
parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa in La guerra imperialista,
Roma, Edizioni -Rinascita, 1950, p. 34).
*8. GERHARD HILDEBRAND, Die
Erschütterung der Industrieherrschaft und des Industriesozialismus, Jena,
1910, p. 229 e sgg.
*9. SCHULZE-GAEVERNITZ, op. cit.,
p. 301.
*10. Statistik des Deutschen
Reichs, vol. 211.
*11. HENGER, Die Kapitalsanlage
der Franzosen, Stoccarda, 1913, p. 75.
*12. HOURWICH, Immigration and
Labour, New York, 1913.
*13. Briefwechsel von Marx und Engels,
vol. II, p. 290; vol. IV, p. 453 [trad. it.: Carteggio
Marx-Engels, vol. III, p. 238; vol. VI, p. 328, Roma, Edizioni Rinascita,
1951 e 1953]. KARL
KAUTSKY, Sozialismus und Kolonialpolitik, Berlino, 1907, p. 79. Opuscolo scritto nei tempi infinitamente lontani in cui
Kautsky era ancora marxista.
*14. Anche il socialsciovinismo russo dei signori Potresov,
Ckhenkeli, Maslov, ecc., sia nella sua forma aperta che nella sua forma
mascherata (signori Ckheidze, Skobelev, Axelrod, Martov e altri), è germinato
da una varietà russa l'opportunismo e precisamente dal liquidatorismo.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
IX. Critica dell'imperialismo
Intendiamo la critica dell'imperialismo in senso ampio,
cioè come atteggiamento delle diverse classi sociali verso la politica
dell'imperialismo in connessione con la loro ideologia generale.
Da
un lato le gigantesche dimensioni assunte dal capitale finanziario,
concentratosi in poche mani e costituente una fitta e ramificata rete di
relazioni e di collegamenti, che mettono alla sua dipendenza non solo i medi e
piccoli proprietari e capitalisti, ma anche i piccolissimi, dall'altro lato
l'inasprirsi della lotta con gli altri gruppi finanziari nazionali per la
spartizione del mondo e il dominio sugli altri paesi; tutto ciò determina il
passaggio della massa delle classi possidenti, senza eccezione, dal lato
dell'imperialismo. Entusiasmo "universale" per le prospettive offerte
dall'imperialismo; furiosa difesa ed abbellimento di esso: ecco i segni della
nostra età. L'ideologia imperialista si fa strada anche nella classe operaia,
che non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese. Ché se a ragione
i capi della cosiddetta "socialdemocrazia" di Germania vengono
qualificati "social-imperialisti", cioè socialisti a parole,
imperialisti a fatti, occorre rilevare che fin dal 1902 Hobson notò l'esistenza
di "imperialisti fabiani" in Inghilterra, iscritti all'opportunistica
Fabian Society.
I
dotti e i pubblicisti borghesi difendono generalmente l'imperialismo informa un
po' larvata, dissimulando il dominio assoluto dell'imperialismo e le sue
profonde radici, mettendo innanzi particolarità secondarie e distraendo
l'attenzione dall'essenziale con poco seri progetti di "riforma",
come ad esempio quello di stabilire una sorveglianza poliziesca sui trust o
sulle banche, ecc. E' raro invece udire imperialisti cinici, sinceri, che
abbiano il coraggio di dichiarare stoltezza qualunque "riforma" dei
caratteri essenziali dell'imperialismo.
Rechiamo
un esempio. Nel Weltwirtschaftliches Archiv gli imperialistí tedeschi
cercano di seguire il movimento coloniale di emancipazione nazionale,
naturalmente soprattutto nelle colonie non tedesche. Essi rilevano l'agitazione
e le proteste dell'India, il movimento del Natal (Africa meridionale), delle
Indie olandesi, ecc. Uno di essi così commenta un rapporto inglese sulla
Conferenza delle nazionalità e delle razze oppresse, che ebbe luogo il 28-30
luglio del 1910 a
Londra, con la partecipazione dei rappresentanti dei popoli d'Asia, d'Africa e
d'Europa, sottoposti a dominazione straniera:
"L'imperialismo,
ci si sente dire, dovrebbe essere combattuto; gli Stati dominatori dovrebbero
riconoscere il diritto all'indipendenza dei popoli soggetti; una Corte
internazionale di giustizia dovrebbe vigilare sull'osservanza dei trattati
conclusi tra le grandi potenze e i popoli più deboli. Al di là di questi pii
desideri la Conferenza non è peranco andata. Non vi troviamo alcuna traccia di
riconoscimento dei fatto che l'imperialismo è indissolubilmente legato al
capitalismo nel suo assetto odierno, e che quindi [!!] la lotta diretta contro
l'imperialismo non offre alcuna speranza di successo, salvo i casi di lotta
contro i singoli eccessi di nefandezza eccezionale" [*1].
Poiché la correzione riformista alle basi dell'imperialismo
non è che un inganno, un "pio desiderio", e dato che i rappresentanti
borghesi delle nazioni oppresse non vanno "più" avanti, il
rappresentante borghese della nazione dominante va "più" indietro,
verso il servilismo nei confronti dell'imperialismo, mascherato con un preteso
"spirito scientifico". Bella "logica"!
Nella
critica dell'imperialismo le questioni fondamentali sono: la possibilità o meno
di mutare le basi dell'imperialismo
mediante
riforme, e l'opportunità di spingere verso un ulteriore inasprimento e
approfondimento degli antagonismi generati dall'imperialismo o di tentarne,
invece, un'attenuazione. Siccome le particolarità dell'imperialismo sono:
reazione politica su tutta la linea e intensificazione dell'oppressione
nazionale. conseguenze del giogo dell'oligarchia finanziaria e
dell'eliminazione della libera concorrenza, così all'inizio del XX secolo in
quasi tutti i paesi imperialistici sorse un'opposizione democratica
piccolo-borghese. E la rottura di Kautsky e del vasto movimento kautskiano
internazionale con il marxismo consiste appunto nel fatto che non solo Kautsky
non ha pensato di contrapporsi a questa opposizione riformistica
piccolo-borghese, reazionaria nei suoi fondamenti economici, ma anzi si è
totalmente confuso con essa.
Negli
Stati Uniti la guerra imperialista del 1898 contro la Spagna suscitò
l'opposizione degli "antimperialisti", degli ultimi Mohicani della
democrazia borghese. Essi chiamavano "delittuosa" quella guerra,
consideravano l'annessione di paesi stranieri una violazione della costituzione
e dichiaravano "inganno sciovinista" il trattamento fatto al capo
degli indigeni delle Filippine, Aguinaldo (gli era stata promessa la libertà
del suo paese, e poi si fecero sbarcare truppe americane e le Filippine furono
annesse). Citavano il detto di Lincoln:
"Quando
il bianco si governa da se stesso, si ha l'autogoverno; ma quando governa a un
tempo se stesso e altri, non vi è più autogoverno: vi è dispotismo" [*2].
Ma finché questa politica non osò riconoscere il legame
indissolubile dell'imperialismo con i trust e per conseguenza anche con le basi
del capitalismo, non osò unirsi alle forze generate dal grande capitalismo e
dal suo sviluppo, essa rimase allo stato di "pio desiderio".
Anche
Hobson nella sua critica dell'imperialismo assume una posizione analoga. Hobson
precorre Kautsky nel dichiararsi contro la "inevitabilità
dell'imperialismo" e nell'appellarsi alla necessità di "elevare [in
regime capitalista!] la capacità di consumo della popolazione". Il punto
di vista piccolo-borghese nella critica dell'imperialismo, dell'onnipotenza
delle banche, dell'oligarchia finanziaria, ecc., è condiviso anche da altri
scrittori da noi più volte citati, come Agahd, A. Lansburgh, L. Eschwege, e,
tra gli autori francesi, da Victor Bérard, autore di un libro superficiale su L'Inghilterra
e l'imperialismo, apparso nel 1900: Tutti costoro, che non hanno alcuna
pretesa d'essere marxisti, contrappongono all'imperialismo la libera
concorrenza e la democrazia, si dichiarano contrari al progetto della ferrovia
di Bagdad, che causerebbe conflitti e guerre, manifestano "pii
desideri" di pace, ecc. Anzi, A. Neymarck, lo statistico delle emissioni
internazionali, va tanto oltre da lasciarsi trasportare, dopo aver enumerato le
centinaia di miliardi di valori "internazionali"esistenti nel 1912, a questa
esclamazione: "Si può pensare che la pace possa esser infranta?... che,
con tali cifre gigantesche, si possa rischiare d'intraprendere una
guerra?" [*3].
Da
parte degli economisti borghesi una simile ingenuità non deve far meraviglia;
infatti hanno interesse a far gli ingenui e, con aria
"seria", a parlar di pace sotto l'imperialismo. Ma che cosa è rimasto
di marxismo in Kautsky, quando negli anni 1914-1916 difende lo stesso punto di
vista dei riformisti borghesi e afferma che "tutti" (imperialisti,
pseudosocialisti e socialpacifisti) "sono d'accordo" nella questione
della pace? Invece dell'analisi e della denuncia dei profondi antagonismi
dell'imperialismo troviamo il "pio desiderio" riformista di non
sapere niente di tali antagonismi, di sbarazzarsene con un'alzata di spalle.
Diamo
un esempio della critica economica applicata da Kautsky all'imperialismo. Egli
esamina le cifre sull'importazione ed esportazione inglese in e dall'Egitto per
gli anni 1872 e 1912, e trova che questa importazione ed esportazione è
aumentata più lentamente che l'esportazione e importazione complessiva
dell'Inghilterra. E Kautsky ne trae questa conseguenza:
"Non
abbiamo alcuna ragione per ammettere che, anche senza l'occupazione militare
dell'Egitto, e sotto il peso dei soli fattori economici, il commercio con
l'Egitto si sarebbe sviluppato meno di così ... L'impulso del capitale ad
ampliarsi può trovare la miglior soddisfazione non coi metodi violenti dell'imperialismo,
ma con una democrazia pacifica" [*4].
Questa considerazione di Kautsky, ricantata su cento toni
dal suo scudiero russo (e protettore dei socialsciovinisti russi), il signor
Spectator, costituisce la base della sua critica dell'imperialismo, e quindi su
di essa dobbiamo soffermarci. Cominciamo con una citazione da Hílferding, le
cui illazioni, come ha ripetuto più volte Kautsky, anche nell'aprile del 1915,
sono "unanimemente accettate da tutti i teorici del socialismo".
"Dal
momento che il capitale -scrive Hilferding- non può fare altra politica che
quella imperialistica, il proletario non deve contrapporre a quella
imperialistica una politica eguale a quella dei tempi in cui il capitale
industriale dominava incontrastato: il compito del proletariato non consiste
nel contrapporre alla politica capitalistica più progredita quella, ormai
superata, dell'era del libero scambio e della opposizione allo Stato. La
risposta del proletariato alla politica economica del capitale finanziario, la
risposta all'imperialismo, non può essere il liberoscambismo, ma solo il
socialismo. Non l'ideale ormai divenuto reazionario del ripristino della libera
concorrenza, ma solo il completo superamento della concorrenza mediante il
completo superamento del capitalismo può essere l'obiettivo della politica
proletaria" [*5].
Kautsky ha rotto definitivamente ogni legame col marxismo,
difendendo per l'epoca del capitale finanziario un "ideale
reazionario", la "pacifica democrazia", il "semplice peso
dei fattori economici", giacché, obiettivamente, simile idea ci
ricaccia indietro, dal capitalismo monopolistico al capitalismo non
monopolistico, ed è una frode riformista.
Il
commercio con l'Egitto (o con qualsiasi altra colonia o semicolonia)
"sarebbe aumentato" di più senza occupazione militare, senza
imperialismo, senza capitale finanziario. Che significa ciò? Significa forse
che il capitalismo si svilupperebbe più rapidamente, se la libera concorrenza
non fosse limitata in generale dai monopoli, né dalle "relazioni" né
dalla pressione del capitale finanziario (cioè ancora dai monopoli), né dal
possesso monopolistico di colonie da parte di alcuni paesi?
Nessun
altro senso potrebbero avere i ragionamenti di Kautsky, e questo
"senso" rappresenta un nonsenso. Ammettiamo dunque che in
regime di libera concorrenza, senza monopolio di sorta, il capitalismo e il
commercio si sarebbero sviluppati più rapidamente. Ma quanto più
rapido è lo sviluppo del commercio e dei capitalismo, tanto più intensa è
appunto la concentrazione della produzione e del capitale, la quale a sua volta
genera il monopolio. E i monopoli sono già stati generati
appunto dalla libera concorrenza! Se anche i monopoli avessero
attualmente l'effetto di ritardare lo sviluppo, questa non sarebbe ancora una
ragione a favore della libera concorrenza, che è diventata impossibile una
volta che ha generato i monopoli.
Da
qualsiasi parte giriate i ragionamenti di Kautsky, in essi voi non troverete
altro che lo spirito reazionario e il riformismo borghese.
Se
si volessero rettificare queste considerazioni e dire, come fa Spectator, che
il commercio delle colonie inglesi con l'Inghilterra si sviluppa ora più
lentamente che con gli altri paesi, neppure ciò salverebbe Kautsky. Infatti anche
in questo caso l'Inghilterra è battuta dai monopoli e dall'imperialismo,
soltanto non dal suo, ma da quello di altri paesi (America, Germania). E' noto
che i cartelli hanno condotto a dazi protettivi di tipo singolare: si
proteggono precisamente i prodotti che possono esser esportati (come era già stato
messo in rilievo da Engels nel III volume del Capitale) [1]. E' noto
anche il sistema, caratteristico dei cartelli e del capitale finanziario, di
"esportare a basso prezzo" (dumping system degli inglesi):
all'interno il cartello vende le sue merci agli alti prezzi di monopolio,
all'estero li dà a prezzi irrisori al fine di schiantare gli altri concorrenti,
di accrescere al massimo la propria produzione, ecc. Se il commercio tedesco
con le colonie inglesi si sviluppa più rapidamente di quello dell'Inghilterra,
ciò prova solamente che l'imperialismo tedesco è più fresco, più vigoroso,
meglio organizzato dell'inglese, ma non prova in nessun modo la
"superiorità" del libero commercio, giacché, in questo caso, non è
più la lotta del libero commercio contro la protezione doganale e la dipendenza
coloniale, bensì di un imperialismo contro un altro, d'un monopolio contro un
altro, di un capitalismo finanziario contro un altro. La superiorità
dell'imperialismo tedesco sull'inglese è più forte delle muraglie costituite
dalle barriere doganali o dai conflitti coloniali: ma trarre da questo fatto
una "conclusione" a favore del libero commercio e della
"pacifica democrazia" è una banalità e significa dimenticare i
caratteri e le proprietà fondamentali dell'imperialismo e sostituire al
marxismo il riformismo piccolo-borghese.
E'
interessante come perfino un economista borghese quale Lansburgh, sebbene
critichi l'imperialismo precisamente con la stessa superficialità di Kautsky,
usi assai più scientificamente la relativa statistica commerciale. Egli infatti
non istituisce il confronto tra un singolo paese, scelto a caso, colonia per
giunta, e gli altri paesi, ma mette a confronto l'esportazione di un paese
imperialista: 1) nei paesi che ne dipendono finanziariamente, e hanno contratto
con esso dei prestiti; 2) nei paesi finanziariamente indipendenti da esso. Ecco
cosa ne ha ricavato:
|
Esportazioni
della Germania
|
|
in paesi che ne
sono finanziariamente dipendenti
|
|
|
1889
|
1908
|
aumento
|
|
|
(milioni di Mk)
|
(milioni di Mk
|
|
|
Romania
|
48,2
|
70,8
|
47%
|
|
Portogallo
|
19,0
|
32,8
|
73%
|
|
Argentina
|
60,7
|
147,0
|
143%
|
|
Brasile
|
48,7
|
84,5
|
73%
|
|
Cile
|
28,3
|
52,4
|
85%
|
|
Turchia
|
29,9
|
64,0
|
114%
|
|
In complesso.
|
234,8
|
451,5
|
92%
|
|
In paesi che ne
sono finanziariamente indipendenti
|
|
|
1889
|
1908
|
aumento
|
|
|
(milioni di Mk)
|
(milioni di Mk)
|
|
|
Gran Bretagna
|
651,8
|
997,4
|
53%
|
|
Francia
|
210,2
|
437,9
|
108%
|
|
Belgio
|
137,2
|
332,8
|
135%
|
|
Svizzera
|
177,4
|
401,1
|
127%
|
|
Australia
|
21,2
|
64,5
|
205%
|
|
Indie olandesi
|
8,8
|
40,7
|
363%
|
|
|
|
|
|
|
In complesso
|
1.206,6
|
2.264,4
|
87%
|
Lansburgh non ha tratto le somme e quindi
stranamente non ha rilevato che queste cifre, se in generale
dimostrano qualche cosa, parlano soltanto contro di lui, giacché
l'esportazione verso i paesi finanziariamente dipendenti crebbe tuttavia
con maggior rapidità, sebbene di poco, che non verso i paesi
finanziariamente indipendenti (abbiamo sottolineato il "se" perché la
statistica di Lansburgh non è affatto completa). Lansburgh, esaminando il nesso
tra l'esportazione e i prestiti, così scrive:
"Negli
anni 1890-1891 fu assunto un prestito romeno da banche tedesche che, negli anni
precedenti, avevano già fatto delle anticipazioni. Il prestito servì
principalmente all'acquisto di materiale ferroviario, che venne importato dalla
Germania. Nel 1891 l'esportazione
tedesca in Romania ammontò a 55 milioni di marchi. Nell'anno successivo essa
scese a milioni 39,4 e con interruzioni indietreggiò sino a milioni 25,4
(1900). Solo negli ultimissimi anni, grazie a un paio di nuovi prestiti, fu
raggiunta nuovamente la situazione del 1891.
"L'esportazione
tedesca in Portogallo in seguito a prestiti del 1888-1889 salì fino a milioni
21,1 di marchi (1890); cadde nei due anni seguenti a 16,2 e 7,4 e riprese
l'antico livello solo nel 1903.
"Più
netto ancora si presenta il fenomeno nel commercio tedesco-argentino.
In seguito ai prestiti del 1888 e 1890 l'esportazione tedesca in Argentina nel
1889 salì a milioni 60,7 di marchi. Due anni più tardi essa raggiungeva
soltanto milioni 18,6 di marchi, vale a dire neppure la terza parte. Soltanto
nel 1901 fu raggiunto e superato il livello del 1889, ciò che era in relazione
con nuovi prestiti statali e municipali, con la fornitura di denaro per la
costruzione di officine elettriche, e con altre operazioni di credito.
"L'esportazione
nel Cile in seguito al prestito del 1889 salì fino a milioni 45,2 di marchi
(1892) e due anni dopo scese a milioni 22,5.
Dopo
l'assunzione avvenuta nel 1906 di un nuovo prestito da parte di banche
tedesche, l'esportazione sali a milioni 84,7 di marchi (1907), per scendere di
nuovo a milioni 52,4 nel 1908" [*6].
Da questi fatti Lansburgh trae una comica morale
piccolo-borghese; quanto cioè sia malsicura e irregolare l'esportazione
collegata ai prestiti, e come sia male esportare capitali all'estero invece di
promuovere "naturalmente" e "armonicamente" l'industria
nazionale, quanto tornino "care"a Krupp le multimilionarie prebende
in occasione di prestiti esteri, ecc. Ma i fatti parlano chiaro. L'elevamento
dell'esportazione è collegato precisamente alle manovre fraudolente
del capitale finanziario, che si infischia della morale piccolo-borghese e
scarnifica doppiamente la povera creatura, una volta mediante i profitti dei
prestiti, e una seconda volta mediante i profitti degli stessi
prestiti, quando questi vengono impiegati nell'acquisto di prodotti Krupp o di
materiale ferroviario del sindacato dell'acciaio.
Lo
ripetiamo: non riteniamo affatto perfetta la statistica di Lansburgh, ma
tuttavia questa doveva esser riprodotta, perché è più scientifica di quella di
Kautsky e di Spectator, avendo Lansburgb impostato più correttamente la
questione. Per poter fare delle considerazioni sull'importanza del capitale
finanziario nell'esportazione, ecc., occorre saper isolare specialmente e
solamente il nesso tra l'esportazione e lo smercio dei prodotti cartellati, e
così via. Confrontare tra loro semplicemente le colonie e le non colonie in
generale, un imperialismo con l'altro, una colonia o semicolonia (l'Egitto) con
tutti gli altri paesi, significa celare ed eludere la sostanza della
questione.
Se
la critica teorica che Kautsky fa dell'imperialismo non ha nulla di comune col
marxismo, ma ha unicamente valore per la propaganda pacifista e per il
conseguimento dell'unità con gli opportunisti e i socialsciovinisti, è appunto
perché nasconde ed elude più profondi e fondamentali antagonismi
dell'imperialismo, cioè quelli esistenti tra i monopoli e la libera concorrenza
ancora superstite, tra le gigantesche "operazioni" (e i giganteschi
profitti) del capitale finanziario e "onesto" commercio sul mercato
libero, tra i cartelli e trust da un lato e l'industria libera dall'altro, ecc.
Altrettanto
retrograda è anche, come abbiamo visto, la famosa teoria dell'
"ultra-imperialismo" escogitata da Kautsky. Confrontate il
ragionamento di Kautsky su questo tema nel 1915 con quello di Hobson nel 1902.
Kautsky:
"Non potrebbe la politica imperialista attuale essere sostituita da una
politica nuova ultra-imperialista che al posto della lotta tra i capitali
finanziari nazionali mettesse lo sfruttamento generale nel mondo per mezzo del
capitale finanziario internazionale unifìcaro? Tale nuova fase del capitalismo
è in ogni case pensabile. Non ci sono però premesse sufficienti per decidere se
essa è realizzabile" [*7].
Hobson:
"II cristianesimo, consolidatosi in pochi e grandi imperi federali, ognuno
dei quali ha una serie di colonie non civili e di paesi dipendenti, sembra a
molti lo sviluppo più conforme alle leggi delle tendenze attuali, anzi, lo
sviluppo che può dare massima speranza di pace permanente sulla solida base
dell'inter-imperialismo".
Kautsky chiama ultra-imperialismo o super-imperialismo ciò
che, tredici anni prima di lui, Hobson chiamava inter-imperialismo. A parte la
formazione di una nuova parola erudita per mezzo della sostituzione di una
particella latina con un'altra, il progresso del pensiero
"scientifico" di Kautsky consiste soltanto nella pretesa di far
passare per marxismo ciò che Hobson descrive in sostanza come ipocrisia dei
pretucoli inglesi. Dopo la guerra contro i boeri era del tutto naturale che
questo reverendissimo ceto si sforzasse soprattutto di consolare i
piccoli borghesi e gli operai inglesi che avevano avuto non pochi morti nelle
battaglie dell'Africa del Sud e che assicuravano, con un aumento delle imposte,
più alti guadagni ai finanzieri inglesi. E quale consolazione poteva essere
migliore di questa, che l'imperialismo non era poi tanto cattivo, che esso si
avvicinava all'inter- (o ultra-) imperialismo capace di garantire la pace
permanente? Quali che potessero essere i pii desideri dei pretucoli inglesi e
del sentimentale Kautsky, il senso obiettivo, vale a dire reale, sociale, della
sua "teoria" è uno solo: consolare nel modo più reazionario le masse,
con la speranza della possibilità di una pace permanente nel regime del capitalismo,
sviando l'attenzione dagli antagonismi acuti e dagli acuti problemi di
attualità e dirigendo l'attenzione sulle false prospettive di un qualsiasi
sedicente nuovo e futuro "ultra-imperialismo". Inganno delle masse:
all'infuori di questo, non v'è assolutamente nulla nella teoria
"marxista" di Kautsky.
Invero
basta richiamare alla mente fatti a tutti noti ed indubitabili per convincersi
di quanto siano erronee le prospettive presentate da Kautsky ai lavoratori
tedeschi (ed ai lavoratori di tutto il mondo). Si considerino l'India,
l'Indocina e la Cina. E' noto come questi tre paesi, coloniali e semicoloniali,
con i loro 600-700 milioni d'abitanti siano sfruttati dal capitale finanziario
di alcune potenze imperialiste, e cioè dell'Inghilterra, della Francia, del
Giappone, degli Stati Uniti, ecc. Ammettiamo che questi Stati imperialisti
concludano delle alleanze, gli uni contro gli altri, per tutelare o ampliare
nei menzionati paesi asiatici i loro possedimenti, i loro interessi e le loro
"sfere d'influenza". Queste sarebbero alleanze
"inter-imperialiste" o "ultra-imperialiste". Ammesso che tutte
le potenze imperialiste formino un'unica lega allo scopo di ripartirsi
"pacificamente" i summenzionati paesi asiatici, si avrà allora
"il capitale finanziario internazionalmente unito". In realtà la
storia del XX secolo offre esempi di una lega di questo genere, per esempio nei
rapporti delle potenze con la Cina. Si domanda ora se, permanendo il
capitalismo (e Kautsky parte appunto da questa supposizione), possa "immaginarsi"
che tali leghe sarebbero di lunga durata, che esse escluderebbero attriti,
conflitti e lotte nelle forme più svariate...
Basta
porre nettamente tale questione perché non si possa rispondere che
negativamente. Infatti in regime capitalista non si può pensare a
nessun'altra base per la ripartizione delle sfere d'interessi e d'influenza,
delle colonie, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei
partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica
finanziaria, militare, ecc. Ma i rapporti di potenza si modificano, nei
partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non
può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami
d'industria, paesi, ecc. Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si
fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell'Inghilterra
d'allora: e cosí il Giappone rispetto alla Russia. Si può
"immaginare" che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le
potenze imperialiste rimangono immutati? Assolutamente no.
Pertanto,
nella realtà capitalista, e non nella volgare fantasia filistea dei preti
inglesi o del "marxista" tedesco Kautsky, le alleanze
"inter-imperialistiche" o "ultra-imperialiste" noti sono
altro che un "momento di respiro" tra una guerra e l'altra, qualsiasi
forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro
un'altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte
le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta
nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e
producono, su di un unico e identico terreno, dei nessi imperialistici
e dei rapporti dell'economia mondiale e della politica mondiale, l'alternarsi
della forma pacifica e non pacifica della lotta. E il saggio Kautsky per
tranquillizzare gli operai e conciliarli coi socialsciovinisti passati dalla
parte della borghesia stacca uno dall'altro gli anelli di un'unica catena, stacca
l'odierna alleanza pacifica (e ultra-imperialista -persino
ultra-ultra-imperialista) di tutte le potenze per "calmare"
la Cina (ricordatevi come fu sedata la rivolta dei boxers) [2] dal conflitto
non pacifico di domani che prepara per dopodomani un'alleanza nuovamente
"pacifica" e generale per la spartizione ad esempio della Turchia, ecc.
ecc. Invece della connessione viva tra i periodi di pace imperialista e i
periodi di guerre imperialiste,
Kautsky
presenta agli operai un'astrazione morta per riconciliarli coi loro capi morti.
L'americano
Hill nel suo libro intitolato A History of Diplomacy in the International
Development of Europe distingue nella più recente storia della diplomazia
tre periodi: 1) epoca della rivoluzione; 2) movimento per la costituzione; 3)
epoca dell'"imperialismo commerciale" [*8] attuale. Un altro autore
suddivide la storia della "politica mondiale" dell'Inghilterra dal 1870 in poi in quattro
periodi: 1) periodo asiatico (lotta contro l'espansione russa nell'Asia
centrale, verso l'India); 2) periodo africano (circa 1885-1902) (lotta contro
la Francia per la spartizione dell'Africa -conflitto di Fascioda [3] nel 1898-
a un pelo dalla guerra con la Francia); 3) secondo periodo asiatico (alleanze
col Giappone contro la Russia); 4) periodo europeo (principalmente lotta contro
la Germania) [*9]. Lo "specialista" bancario Riesser scriveva già nel
1905 che "i primi scontri politici d'avanguardia avvengono sul terreno
finanziario", accennando al modo con cui il capitale finanziario francese,
operando in Italia, preparava l'alleanza politica tra questi due paesi, al modo
con cui si sviluppava la lotta tra Inghilterra e Germania a motivo della
Persia, a quello con cui si svolgeva la lotta tra tutti i capitalismi europei
per i prestiti cinesi, ecc. Ecco la realtà viva dell' "ultra-imperialísmo",
degli accordi pacifici nel loro indissolubile rapporto coi conflitti puramente
imperialistici!
La
tendenza di Kautsky a stendere l'ombra sui profondi antagonismi
dell'imperialismo -atteggiamento che, inevitabilmente, si trasforma in
abbellimento dell'imperialismo- si rispecchia anche nella critica ch'egli fa
delle particolarità politiche dell'imperialismo. L'imperialismo è l'era del
capitale finanziario e poi dei monopoli, che sviluppano dappertutto la tendenza
al dominio, non già alla libertà. Da tali tendenze risulta una intensa
reazione, in tutti i campi, in qualsiasi regime politico, come pure uno
straordinario acuirsi di tutti i contrasti anche in questo campo. Specialmente
si acuisce l'oppressione delle nazionalità e la tendenza alle annessioni, cioè
alla soppressione della indipendenza nazionale (giacché annessione significa
precisamente soppressione dell'autodecisione delle nazioni). Hilferding rileva
giustamente il nesso esistente tra l'imperialismo e l'inasprimento
dell'oppressione nazionale.
"Anche nei
paesi da poco aperti alla penetrazione degli Stati più progrediti -egli scrive-
il capitalismo importato acuisce i contrasti eccitando in quei popoli, che
vengono risvegliati al sentimento nazionale, una sempre più accanita volontà di
resistenza, che può anche spingerli ad adottare provvedimenti nocivi agli
interessi del capitale straniero. La vecchia struttura sociale viene totalmente
sovvertita; i ceppi che inchiodavano da millenni le "nazioni senza
storia" ad una economia meramente agricola si infrangono e queste nazioni
vengono risucchiate nel calderone capitalistico. A poco a poco, però, lo stesso
capitalismo finisce col suggerire ai popoli assoggettati i princìpi e i metodi
della loro liberazione. Quella che un tempo era stata la più alta aspirazione
delle nazioni europee, e cioè la costituzione di Stati unitari per la conquista
della libertà economica e culturale, incomincia a diffondersi anche tra quei
popoli. Simili aspirazioni indipendentistiche minacciano il capitale europeo
proprio nei territori più ricchi di risorse naturali e di prospettive di
sfruttamento, e il capitale per mantenere il suo dominio si vede costretto a
rafforzare continuamente i suoi strumenti egemonici" [*10].
Bisogna aggiungere che non solo nei paesi scoperti di
recente, ma anche negli antichi l'imperialismo porta ad annessioni e
all'inasprimento dell'oppressione nazionale, e, per conseguenza,
all'intensificazione della resistenza. Kautsky, polemizzando contro
l'inasprimento della reazione politica da parte dell'imperialismo, lascia
nell'ombra la questione, diventata ardente e attuale, dell'impossibilità,
nell'epoca dell'imperialismo, di rimanere uniti con gli opportunisti. Egli
polemizza bensì contro le annessioni, ma dà alle sue obiezioni una forma che è
la meno spiacevole, la più accessibile agli opportunisti. Egli si rivolge
direttamente al pubblico tedesco, ma tuttavia sa nascondere la questione più
importante ed attuale, l'annessione cioè dell'Alsazia-Lorena da parte della
Germania. Per valutare questa "deviazione del pensiero" di Kautsky
basta scegliere un esempio. Ammettiamo che un giapponese condanni l'annessione
americana delle Filippine. Si domanda: saranno molti a credere che lo faccia
per ripugnanza contro le annessioni in genere, o non piuttosto per il desiderio
di appropriarsi egli stesso le Filippine? O si deve viceversa ritenere sincera
e politicamente onesta la "lotta" di un giapponese contro le
annessioni soltanto quando egli si scaglia contro l'annessione giapponese della
Corea e chiede per la Corea la libertà di separarsi dal Giappone?
Così
l'analisi teorica dell'imperialismo fatta da Kautsky come la sua critica
economica e politica dell'imperialismo sono tutte impregnate di uno spirito
inconciliabile col marxismo, spirito rivolto a celare e ad attutire i più fondamentali
contrasti, tendenza a mantener salva ad ogni costo la dissolventesi unità con
l'opportunismo nel movimento operaio europeo.
Note
*1. Weltwirtschaftliches Archiv,
vol. II, pp.
194-195.
*2. J. PATOUILLET, L'impérialisme
américain, Digione, 1904, p. 172.
*3. Bulletin de l'Institut
International de Statistique, vol. XIX,
libro II, p. 225.
*4. KARL KAUTSKY, Nationalstaat,
imperiatistischer Staat und Staatenbund, Norimberga, 1915, pp. 72, 70.
*5. RUDOLF HILFERDING, op. cit.,
p. 504 [trad. it. cit., p. 486].
1. Il Capitale, Ed. Rinascita, III, l. p. 161.
*6. Die Bank, 1909, II, p.
819 e sgg.
*7. Die Neue Zeit, 30 aprile
1915, p. 144.
2. La grande rivolta dei contadini cinesi (1900) sostenuti
dalla borghesia. contro il governo monarchico della Cina, si chiamò
"rivolta dei boxers" (da box, pugno), dal nome delle società
che dirigevano il movimento: "Khezvan"(pugno della giustizia)
"Da-zvan-gui" (grande pugno), ecc. Le grandi potenze (Stati Uniti,
Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Russia, Giappone) inviarono le loro
truppe a schiacciare la rivolta imponendo poi alla Cina condizioni brigantesche
(concessioni, diritto di tenere truppe in Cina, un tributo altissimo, ecc.).
L'URSS dopo la rivoluzione d'Ottobre rinunciò al tributo che il governo della
Russia zarista esigeva dalla Cina.
*8. DAVID JAYNE HILL, A History
of Diplomacy in the International Development of Europe, vol. I, p. X.
3. L'incidente di Fascioda (1898) segnò il
culmine del conflitto coloniale anglo-francese. I francesi avevano intenzione
di congiungere i loro possedimenti del Senegal e della costa atlantica con
quelli dell'Africa settentrionale. Risalirono il Niger e raggiunsero il lago
Ciad, da dove si spinsero verso oriente per raggiungere i possedimenti sulla
costa del mar Rosso. Ma gli inglesi non consentirono ai francesi
l'attraversamento della valle del Nilo e mandarono loro contro una colonna al
comando di Lord Kitchener; inglesi e francesi si incontrarono a Fascioda e,
dopo alcuni giorni dì gravissima tensione, il governo di Parigi diede ordine di
ritirarsi. Di fronte alla minacciosa presenza tedesca si ebbe un ravvicinamento
che portò nel 1902 alla Intesa cordiale.
*9. SCHILDER, op. cit., VOI. I, p. 178.
*10. RUDOLF HILFERDING, op.
cit., pp. 433-434 [trad. it. cit., pp. 421-4221.
L'imperialismo
Fase suprema del capitalismo
X. Il posto che occupa l'imperialismo nella storia
Abbiamo visto come l'imperialismo, per la sua natura
economica, sia capitalismo monopolistico. Già questo solo fatto basta a
determinare la posizione storica dell'imperialismo, giacché il monopolio, nato
sul terreno della libera concorrenza, e propriamente appunto dalla libera
concorrenza, è il passaggio dall'ordinamento capitalista a un più elevato
ordinamento sociale ed economico. Si devono distinguere particolarmente quattro
tipi principali di monopolio o quattro principali manifestazioni del
capitalismo monopolistico che caratterizzano il corrispondente periodo.
Primo:
il monopolio sorse dalla concentrazione della produzione in uno stadio assai
elevato di essa. Si formarono allora le associazioni monopolistiche di
capitalisti: cartelli, sindacati e trust. Abbiamo già veduto quale enorme
funzione essi compiano nell'attuale' vita economica. Al principio del secolo XX
essi acquistarono l'assoluta prevalenza nei paesi progrediti: e se i primi
passi sulla via della cartellizzazione furono compiuti da paesi con alti dazi
protettivi (Germania, America), tuttavia poco tempo dopo anche l'Inghilterra,
con tutto il suo sistema di libertà commerciale, mostrava lo stesso fenomeno
fondamentale: il sorgere dei monopoli dalla concentrazione della produzione.
Secondo:
i monopoli condussero all'accaparramento intensivo delle principali sorgenti di
materie prime, specialmente nell'industria più importante e più cartellata
della società capitalistica, quella siderurgico-mineraria. Il possesso
monopolistico delle più importanti sorgenti di materia prima ha aumentato
immensamente la potenza del grande capitale e acuito l'antagonismo tra
l'industria dei cartelli e l'industria libera.
Terzo:
i monopoli sorsero dalle banche. Queste si trasformarono da modeste imprese di
mediazione in detentrici monopolistiche del capitale finanziario. Tre o cinque
grandi banche, di uno qualunque tra i paesi più evoluti, attuarono
l'"unione personale" del capitale industriale e bancario, e
concentrarono nelle loro mani la disponibilità di miliardi e miliardi che
costituiscono la massima parte dei capitali e delle entrate in denaro di tutto
il paese. La più cospicua manifestazione di tale monopolio è l'oligarchia
finanziaria che attrae, senza eccezione, nella sua fitta rete di relazioni di
dipendenza tutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società borghese.
Quarto:
il monopolio sorse dalla politica coloniale. Ai numerosi "antichi"
moventi della politica coloniale, il capitale finanziario aggiunse ancora la
lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l'esportazione di capitali,
quella per le "sfere d'influenza", cioè per le regioni che offrono
vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., e infine la
lotta per il territorio economico in generale. Quando per esempio le potenze
europee occupavano con le loro colonie solo una decima parte dell'Africa, come
era il caso ancora nel 1876, la politica coloniale poteva allora svolgersi in
forma non monopolistica, nella forma, per così dire, di una "libera presa
di possesso" di territorio. Ma allorché furono occupati già nove decimi
dell'Africa (verso il 1900), allorché fu terminata la divisione del mondo,
allora, com'era inevitabile, s'iniziò l'età del possesso monopolistico delle
colonie, e quindi anche di una lotta particolarmente intensa per la partizione
e ripartizione del mondo.
E'
noto a tutti quanto il capitale monopolistico abbia acuito tutti gli
antagonismi del capitalismo. Basta accennare al rincaro dei prezzi e alla
pressione dei cartelli. Questo inasprimento degli antagonismi costituisce la
più potente forza motrice del periodo storico di transizione, iniziatosi con la
definitiva vittoria del capitale finanziario mondiale.
Monopoli,
oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero
sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre
maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche
dell'imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente.
Sempre più netta appare la tendenza dell'imperialismo 'a formare lo "Stato
rentier", lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando
capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere che
tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo:
tutt'altro. Nell'età dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza
maggiore o minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il
capitalismo cresce assai più rapidamente di prima, sennonché tale incremento
non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta
particolarmente nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti
(Inghilterra).
Riesser,
l'autore di un'opera sulle grandi banche tedesche, così dice sulla rapidità
dello sviluppo economico della Germania:
"Il
progresso tutt'altro che lento dell'epoca precedente (1848-1870) sta alla rapidità
con cui progredì nell'attuale periodo (1870-1905) l'intera economia tedesca, e
in ispecie il sistema bancario, su per giù nello stesso rapporto in cui la
velocità delle diligenze postali del buon tempo antico sta a quella
dell'odierna automobile, sì veloce da mettere a repentaglio la vita del
tranquillo pedone che si trova a passare e perfino di chi vi è montato
sopra".
A sua volta il capitale finanziario, cresciuto così
vertiginosamente, e appunto per questo, sarebbe ben desideroso di un possesso
"più tranquillo" delle colonie, che potrebbe strappare, e non solo
con mezzi pacifici, alle nazioni più ricche. Negli Stati Uniti lo sviluppo
economico negli ultimi decenni è stato ancora più rapido che in Germania, ed
appunto per tale circostanza i tratti parassitari del moderno capitalismo
americano si sono manifestati con forza particolare. Ma, da un altro lato, il
confronto, poniamo, della borghesia repubblicana di America con quella
monarchica del Giappone o della Germania, dimostra che nell'epoca dell'imperialismo
restano molto sbiadite le più forti differenze politiche, non già perché, in
sé, esse siano senza importanza, ma perché in tutti questi casi si tratta di
una borghesia con caratteri parassitari espressamente determinati.
I
capitalisti di uno dei tanti rami industriali, di uno dei tanti paesi, ecc.,
raccogliendo gli alti profitti monopolistici hanno la possibilità di corrompere
singoli strati di operai e, transitoriamente, perfino considerevoli minoranze
di essi schierandole a fianco della borghesia del rispettivo ramo industriale o
della rispettiva nazione contro tutte le altre. Questa tendenza è rafforzata
dall'aspro antagonismo esistente tra i popoli imperialisti a motivo della
spartizione del mondo. Così sorge un legame tra l'imperialismo e l'opportunismo;
fenomeno questo che si manifestò in Inghilterra prima e più chiaramente che
altrove, perché ivi, molto prima che in altri paesi, apparvero certi elementi
imperialistici. Alcuni scrittori, come per esempio Martov [1], si compiacciono
di trascurare il fatto del legame tra l'imperialismo e l'opportunismo nel
movimento operaio -fatto che salta, specialmente agli occhi in questo momento-
per mezzo di ragionamenti "ufficiali ottimistici" (nel senso di
Kautsky e Huysmans) [2] di questo genere: la causa degli avversari del
capitalismo sarebbe disperata se appunto il capitalismo avanzato conducesse a
un rafforzamento dell'opportunismo, o se appunto gli operai meglio pagati
fossero propensi all'opportunismo, ecc. Non bisogna illudersi sul significato
di un simile "ottimismo": è un ottimismo nei confronti
dell'opportunismo. E' un ottimismo che serve a nascondere l'opportunismo. Di
fatto, la particolare rapidità e il carattere particolarmente ripugnante dello
sviluppo dell'opportunismo non ne garantiscono la sicura vittoria, così come la
rapidità dello sviluppo di un ascesso purulento su un organismo sano non può
far altro che accelerarne la maturazione e liberarne più rapidamente
l'organismo. Più pericolosi di tutti, da questo punto di vista, sono coloro i quali
non vogliono capire che la lotta contro l'imperialismo, se non è
indissolubilmente legata con la lotta contro l'opportunismo, è una frase vuota
e falsa.
Da
tutto ciò che si è detto sopra intorno all'essenza economica dell'imperialismo
risulta che esso deve esser caratterizzato come capitalismo di transizione, o
più esattamente come capitalismo morente. A tale riguardo è molto istruttivo il
fatto che le espressioni correnti degli economisti borghesi, che scrivono
intorno al moderno capitalismo, sono: "intreccio", "mancanza
d'isolamento" e così via; le banche sarebbero "imprese che per i loro
compiti e la loro evoluzione non hanno carattere economico puramente privato,
ma vengono sempre più superando i limiti della regolamentazione puramente
privata dell'economia". E lo stesso Riesser, cui si deve tale definizione,
con la faccia più seria di questo mondo, dichiara che la "profezia"
di Marx intorno alla "socializzazione", "non si è
avverata"!
Che
cosa significa la parola "intreccio"? Essa indica soltanto il
carattere più appariscente di un processo che si va compiendo sotto i nostri
occhi. Essa dimostra semplicemente che l'osservatore vede i singoli alberi, ma
non si accorge del bosco. Essa traduce servilmente il lato esteriore, casuale,
caotico, e tradisce nell'osservatore un uomo che è sopraffatto dalla copia del
materiale e non ne capisce più il significato e l'importanza. "Casualmente
si vanno intrecciando" i possessi delle nazioni, i rapporti tra i
proprietari privati. Ma il substrato di questo intreccio, ciò che ne
costituisce la base, sono le relazioni sociali di produzione che si vanno
modificando. Quando una grande azienda assume dimensioni gigantesche e diventa
rigorosamente sistematizzata e, sulla base di un'esatta valutazione di dati
innumerevoli, organizza metodicamente la fornitura della materia prima
originaria nella proporzione di due terzi o di tre quarti dell'intero
fabbisogno di una popolazione di più decine di milioni; quando è organizzato
sistematicamente il trasporto di questa materia prima nei più opportuni centri
di produzione, talora separati l'uno dall'altro da centinaia e migliaia di
chilometri; quando un unico centro dirige tutti i successivi stadi di
elaborazione della materia prima, fino alla produzione dei più svariati
fabbricati; quando la ripartizione di tali prodotti, tra le centinaia di
milioni di consumatori, avviene secondo un preciso piano (spaccio del petrolio
in America e Germania da parte del "trust del petrolio" americano),
allora diventa chiaro che si è in presenza di una socializzazione della
produzione e non già di un semplice "intreccio"; che i rapporti di
economia privata e di proprietà privata formano un involucro non più
corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in
putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l'eliminazione, e in
stato di putrefazione potrà magari durare per un tempo relativamente lungo
(nella peggiore ipotesi, nella ipotesi che per la guarigione... del bubbone
opportunistico occorra molto tempo!), ma infine sarà fatalmente eliminato.
Schulze-Gaevernitz,
l'entusiasta ammiratore dell'imperialismo tedesco, dice:
"Se in
ultima analisi la direzione di tutte le banche tedesche si trova affidata a una
dozzina di persone, l'attività di costoro fin da oggi è assai più importante
per il bene pubblico che non quella della Maggior parte dei ministri. [E' più
comodo dimenticare l'"intreccio" tra gli uomini di banca, i ministri,
i grandi industriali, i rentiers ... ] Immaginando giunte al termine del loro
svolgimento le tendenze evolutive da noi indicate, avremo il capitale liquido
della nazione nelle banche; le banche a loro volta collegate in un unico
cartello; il capitale della nazione, in cerca di investimento, espresso in
titoli. Allora saranno vere le geniali parole di Saint-Simon: "L'odierna
anarchia della produzione, derivante dal fatto che i rapporti economici si
svolgono senza una regolamentazione uniforme, deve cedere il posto
all'organizzazione della produzione. Non saranno più gli imprenditori isolati.
indipendenti tra loro e ignari dei bisogni economici degli uomini, a dare la
direzione e l'indirizzo alla produzione, ma ciò spetterà invece a una apposita
istituzione sociale. Un'autorità amministrativa centrale, in grado di osservare
da un più elevato punto di vista l'ampio terreno dell'economia sociale,
regolerà quest'ultima in modo utile a tutta la collettività ed assegnerà i
mezzi di produzione a mani idonee, e segnatamente vigilerà con costante armonia
tra produzione e consumo. Vi sono delle istituzioni che hanno introdotto fra i
loro compiti quello di dare una certa organizzazione al lavoro economico, e
sono le banche". Siamo ancor lontani dall'attuazione di queste predizioni
di Saint-Simon, ma siamo sulla via che conduce alla loro attuazione: è un
marxismo diverso da quello che si raffigurò Marx, ma diverso solo nella
forma" [*1].
Non c'è che dire: è una bella "confutazione" di
Marx questa che fa un passo indietro e, dalla rigorosa analisi scientifica di
Marx, va verso l'intuizione, bensì geniale, ma pur sempre intuizione, di
Saint-Simon [3].
Gennaio-luglio
1916.
Note
1. Giulio L. MARTOV (pseud. di I. O. ZEDERBAUM, 1873-1923)
capo della frazione menscevica del partito operaio socialdemocratico russo; fu
contrario alla Rivoluzione d'ottobre e avversario di Lenin e dei bolscevichi.
Dopo il 1920 emigrò a Berlino.
2. Socialdemocratico di destra belga.
*1. Grundriss der Sozialökonomik,
cit., pp. 145 e 146.
3. Henry CLAUDE DE SAINT SIMON
(1760-1825). Uno dei più importanti socialisti
utopisti.