L E N I
N
Stato e Rivoluzione
I. La società
classista e lo Stato
1. Lo Stato,
prodotto dell'antagonismo inconciliabile tra le classi
Accade oggi alla
dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei
pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro
liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi
rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro
dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l'odio più
accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma,
dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per
così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a
"consolazione" e mistificazione delle classi oppresse, mentre si
svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la
punta, la si avvilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento
operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale
"trattamento". Si dimentica, si respinge, si snatura il lato
rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo
piano e si esalta ciò che è o pare accettabile alla borghesia. Tutti i
socialsciovinisti - non ridete! - sono oggi "marxisti". E gli
scienziati borghesi tedeschi sino a ieri specializzati nello sterminio del
marxismo, parlano sempre più spesso di un Marx "nazionaltedesco" che
avrebbe educato i sindacati operai, così magnificamente organizzati per condurre
una guerra di rapina!
Così stando le cose, e
dato che le deformazioni del marxismo si sono diffuse in modo inaudito, compito
nostro è, innanzi tutto, ristabilire la vera dottrina di Marx sullo
Stato. Dovremo a tal fine fare lunghe citazioni dalle opere stesse di Marx e di
Engels. Naturalmente queste lunghe citazioni renderanno più pesante l'
esposizione e non contribuiranno affatto a renderla popolare. Ma è
assolutamente impossibile farne a meno. Tutti i passi, o almeno tutti i passi
fondamentali di Marx e di Engels sullo Stato, debbono essere riportati in
maniera quanto più è possibile completa, perchè il lettore possa farsi un'idea
personale dell'insieme delle concezioni dei fondatori del socialismo
scientifico, dello sviluppo di queste concezioni e anche per dimostrare, con le
prove alla mano, in modo evidente, che il "kautskismo" attualmente
dominante le ha snaturate.
Cominciamo con l'opera
più diffusa di F. Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata
e dello Stato, pubblicata già nella sesta edizione a Stoccarda nel 1894.
Dobbiamo tradurre dall'originale tedesco perchè le traduzioni russe, per quanto
numerose, sono nella maggior parte incomplete o molto difettose.
"Lo Stato dunque -
dice Engels, arrivando alle conclusioni della sua analisi storica - non è
affatto una potenza imposta alla società dall'esterno e nemmeno "la realtà
dell'idea etica", "l'immagine e la realtà della ragione", come
afferma Hegel. Esso è piuttosto un prodotto della società giunta a un
determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è
avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in
antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi
antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto, non
distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di
una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il
conflitto, lo mantenga nei limiti dell'"ordine"; e questa potenza che
emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea
sempre più da essa, è lo Stato" [1] (pp. 177-178, sesta edizione tedesca).
Qui è espressa, in modo
perfettamente chiaro, l'idea fondamentale del marxismo sulla funzione storica e
sul significato dello Stato. Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli
antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel
momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di
classe non possono essere oggettivamente conciliati. E, per converso,
l'esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono
inconciliabili.
E' precisamente su
questo punto di capitale e fondamentale importanza che comincia la deformazione
deI marxismo, deformazione che segue due linee principali.
Da un lato gli ideologi
borghesi, e soprattutto piccolo-borghesi, costretti a riconoscere, sotto la
pressione di fatti storici incontestabili, che lo Stato esiste soltanto dove
esistono antagonismi di classe e la lotta di classe, "correggono"
Marx in modo tale che lo Stato appare come l'organo della conciliazione
delle classi. Per Marx, se la conciliazione delle classi fosse possibile, lo
Stato non avrebbe potuto né sorgere né continuare ad esistere. Secondo i
professori e pubblicisti piccolo-borghesi e filistei - che molto spesso si riferiscono
con compiacimento a Marx - è proprio lo Stato a conciliare le classi. Per Marx
lo Stato è l'organo del dominio di classe, un organo di oppressione
di una classe da parte di un'altra; è la creazione di un "ordine" che
legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi.
Per gli uomini politici piccolo-borghesi l'ordine è precisamente la
conciliazione delle classi e non l'oppressione di una classe da parte di
un'altra; attenuare il conflitto vuol dire per essi conciliare e non già
privare le classi oppresse di determinati strumenti e mezzi di lotta per
rovesciare gli oppressori.
Così nella rivoluzione
del 1917, quando la questione del significato e della funzione dello Stato si
pose in tutta la sua ampiezza, si pose praticamente come un problema di azione
immediata, e, per di più, di azione di massa, tutti i socialisti-rivoluzionari
e i menscevichi caddero subito e pienamente nella teoria piccolo-borghese della
"conciliazione" delle classi "per opera dello Stato".
Innumerevoli risoluzioni e articoli di uomini politici di quei due partiti sono
profondamente impregnati di questa teoria piccolo-borghese e filistea della
"conciliazione". Che lo Stato sia l'organo di dominio di una classe
determinata, che non può essere conciliata col suo antipode (la classe
che è al polo opposto), la democrazia piccolo-borghese non sarà mai in grado di
capirlo. L'atteggiamento dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri
menscevichi verso lo Stato è una delle prove più evidenti che essi non sono affatto
dei socialisti (ciò che noi, bolscevichi, abbiamo sempre dimostrato), ma dei
democratici piccolo-borghesi che usano una fraseologia quasi socialista.
D'altra parte, la
deformazione "kautskiana" del marxismo è molto più sottile.
"Teoricamente" non si contesta che lo Stato sia l'organo del dominio
di classe, né che gli antagonismi di classe siano inconciliabili. Ma si
trascura o attenua quanto segue: se lo Stato è un prodotto
dell'inconciliabilità degli antagonismi di classe, se esso è una forza che sta al
di sopra della società e che "si estranea sempre più dalla
società", è evidente che la liberazione della classe oppressa è
impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza
la distruzione dell'apparato del potere statale che è stato creato
dalla classe dominante e nel quale questa "estraneazione" si è
materializzata. Questa conclusione, teoricamente di per sé chiara, è stata
tratta da Marx con perfetta precisione, come vedremo più tardi, dall' analisi
storica concreta dei compiti della rivoluzione. Kautsky ha...
"dimenticato" e travisato appunto questa conclusione, come
dimostreremo particolareggiatamente nel seguito della nostra esposizione.
2. Distaccamenti
speciali di uomini armati, prigioni, ecc.
"...Nei confronti
dell'antica organizzazione gentilizia [della tribù o del clan] - continua
Engels - il primo segno distintivo dello Stato è la divisione dei
cittadini..."
Questa divisione a noi
sembra "naturale", ma essa richiese una lunga lotta con l'antica
organizzazione per clan o per stirpi.
"...Il secondo
punto è l'istituzione di una forza pubblica che non coincide più
direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere armato.
Questa forza pubblica particolare è necessaria perchè un'organizzazione armata
autonoma della popolazione è divenuta impossibile dopo la divisione in
classi... Questa forza pubblica esiste in ogni Stato e non consta semplicemente
di uomini armati, ma anche di appendici reali, prigioni e istituti di pena di
ogni genere, di cui nulla sapeva la società gentilizia... ". [2]
Engels sviluppa la
nozione di questa "forza", chiamata Stato, forza che è sorta dalla
società ma che si pone al di sopra di essa e se ne estranea sempre più. In che
consiste principalmente questa forza? Essa consiste anzitutto in distaccamenti
speciali di uomini armati che dispongono di prigioni, ecc.
Abbiamo il diritto di
parlare di distaccamenti speciali di uomini armati, perchè il potere pubblico
proprio di ogni Stato "non coincide più direttamente" con la
popolazione armata, con la sua "organizzazione armata autonoma".
Come tutti i grandi
pensatori rivoluzionari, Engels si sforza di attirare l'attenzione dei
lavoratori coscienti su ciò che il filisteismo dominante considera come meno
degno d'attenzione, come più usuale, come cosa consacrata da pregiudizi non
solo tenaci, ma, si potrebbe dire, fossilizzati. L'esercito permanente e la
polizia sono i principali strumenti di forza del potere statale. Ma potrebbe
forse essere altrimenti?
Per la gran maggioranza
degli europei della fine del secolo decimonono, a cui Engels si rivolgeva, e
che non avevano vissuto né osservato da vicino nessuna grande rivoluzione, non
poteva essere altrimenti. Essi non comprendevano assolutamente che cosa fosse
questa "organizzazione armata autonoma della popolazione". Perchè è
apparsa la necessità di distaccamenti speciali di uomini armati (polizia,
esercito permanente), posti al di sopra della società e che si estraneano da
essa? A tale domanda i filistei dell'Europa occidentale o della Russia sono inclini
a rispondere con una copia di frasi prese in prestito da Spencer o da
Mikhailovski e tirano in ballo la crescente complessità della vita sociale, la
differenziazione delle funzioni, ecc.
Questi argomenti
sembrano "scientifici" ed assopiscono meravigliosamente il buon
pubblico, velando la cosa principale, essenziale: la scissione della società in
classi inconciliabilmente nemiche.
Se non ci fosse questa
scissione, "l'organizzazione armata autonoma della popolazione"
differirebbe per la sua complessità, per la sua tecnica progredita, ecc.
dall'organizzazione primitiva d'un branco di scimmie armate di bastoni, o da
quella di uomini primitivi o associati in clan, ma tuttavia sarebbe possibile.
Essa è impossibile
perchè la società civile è divisa in classi ostili, e per di più
inconciliabilmente ostili, il cui armamento "autonomo" determinerebbe
una lotta armata fra di esse. Lo Stato si forma; si crea una forza distinta, si
creano distaccamenti speciali di uomini armati; e ogni rivoluzione, distruggendo
l'apparato statale, ci dimostra con tutta evidenza come la classe dominante si
sforza di ricostruire distaccamenti speciali di uomini armati che la
servano, e come la classe oppressa si sforza di creare una nuova organizzazione
dello stesso genere, capace di servire non più gli sfruttatori, ma gli
sfruttati.
Nel passo citato,
Engels pone teoricamente lo stesso problema che ogni grande rivoluzione pone
praticamente davanti a noi con evidenza, e, inoltre, nell'ampiezza di una
azione di massa, e precisamente: il problema del rapporto tra i distaccamenti
"speciali" di uomini armati e l' "organizzazione armata autonoma
della popolazione". Vedremo come questo problema è concretamente
illustrato dalla esperienza delle rivoluzioni europee e russe.
Ma torniamo all' esposizione
di Engels.
Egli mostra che
talvolta, per esempio in certe regioni dell'America del Nord, il potere
pubblico è debole (si tratta di un'eccezione assai rara nella società
capitalistica e delle regioni dell' America del Nord in cui, nel periodo preimperialistico,
predominava il colono libero), ma che, in generale, esso va rafforzandosi:
[ La forza pubblica]
"...si rafforza nella misura in cui gli antagonismi di classe all'interno
dello Stato si acuiscono e gli Stati tra loro confinanti diventano più grandi e
popolosi. Basta guardare la nostra Europa di oggi, in cui la lotta di classe e
la concorrenza nelle conquiste ha portato il potere pubblico a un'altezza da
cui minaccia di inghiottire l'intera società e perfino lo Stato".[ [3]]
Queste righe furono scritte
poco dopo il 1890, non più tardi. L'ultima prefazione di Engels ha la data del
16 giugno 1891. L'evoluzione
verso l'imperialismo - sia nel senso del dominio assoluto dei trust che
dell'onnipotenza delle grandi banche e della politica coloniale in grande, ecc.
- era in quel tempo appena ai primi albori in Francia; ed ancora più debole era
in America e in Germania. Da allora la "concorrenza nelle conquiste"
ha fatto passi da gigante, tanto più che il globo terrestre si era trovato
all'inizio del decennio 1910-1920 definitivamente spartito fra questi
"concorrenti nelle conquiste", cioè fra le grandi potenze predatrici.
Da allora gli armamenti di terra e di mare si sono accresciuti in proporzioni
incredibili, e la guerra di rapina del 1914-1917, per il dominio sul mondo
dell'Inghilterra o della Germania e per una ripartizione del bottino, ha
avvicinato a una catastrofe completa il processo grazie al quale un potere
statale vorace "minaccia di inghiottire" tutte le forze della
società.
Sin dal 1891 Engels aveva
saputo denunciare la "concorrenza nelle Conquiste" come una delle più
importanti caratteristiche della politica estera delle grandi potenze, mentre i
mascalzoni del socialsciovinismo, nel 1914-1917, quando appunto questa
rivalità, diventata ancora più acuta, ha generato la guerra imperialista,
coprono la loro difesa degli interessi predatori della "loro"
borghesia con frasi sulla "difesa della patria", sulla "difesa
della repubblica e della rivoluzione", ecc.!
3. Lo Stato,
strumento di sfruttamento della classe oppressa
Per mantenere un potere
pubblico speciale, posto al di sopra della società, sono necessarie delle
imposte e un debito pubblico.
"...In possesso
della forza pubblica e del diritto di riscuotere imposte, - scrive Engels - i
funzionari appaiono ora come organi della società al di sopra della
società. La libera, volontaria stima che veniva tributata agli organi della
costituzione gentilizia non basta loro, anche se potessero riscuoterla."
Si fanno leggi speciali sulla santità e sull'inviolabilità dei funzionari. Il
"più misero poliziotto" ha più "autorità" degli organi
della società gentilizia, ma persino ...il capo dell'esercito di un paese
civile potrebbe invidiare al capo gentilizio la stima spontanea e incontestata che
gli viene tributata" [4]
Si pone qui la
questione dei privilegi dei funzionari quali organi del potere statale. Il
punto essenziale è questo: che cosa li pone al di sopra della società?
Vedremo come questa questione teorica sia stata risolta in pratica dalla Comune
di Parigi nel 1871 e come sia stata messa in ombra in modo reazionario da
Kautsky nel 1912.
"...Lo Stato,
poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma
contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per
regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per
mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo
strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe oppressa"...Non
solo lo Stato antico e lo Stato feudale erano organi deIlo sfruttamento degli
schiavi e dei servi, ma anche "lo Stato rappresentativo moderno è lo
strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale.
Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi in cui le classi in lotta hanno
forze pressoché eguali, cosicchè il potere statale, in qualità di apparente
mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad
entrambe". Così la monarchia assoluta dei secoli decimosettimo e
decimottavo, il bonapartismo del primo e del secondo Impero in Francia,
Bismarck in Germania.
Così aggiungiamo noi,
il governo di Kerenski nella Russia repubblicana, dopo ch'esso è passato alle
persecuzioni contro il proletariato rivoluzionario nel momento in cui i Soviet
sono già impotenti per causa dei loro dirigenti piccolo-borghesi, e la
borghesia non è ancora abbastanza forte per scioglierli senz'altro.
Nella repubblica
democratica - continua Engels - "la ricchezza esercita il suo potere
indirettamente, ma in maniera tanto più sicura", in primo luogo con la
"corruzione diretta dei funzionari" (America), in secondo luogo con
"l'alleanza tra governo e Borsa" (Francia e America). [5]
Nel momento attuale,
l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a
farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi
di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. Se, per esempio,
fin dai primi mesi della repubblica democratica in Russia, durante, per così
dire, la luna di miele del connubio dei "socialisti" -
socialisti-rivoluzionari e menscevichi - con la borghesia nel governo di
coalizione, il signor Palcinski [6] ha sabotato tutti i provvedimenti tendenti
a frenare i capitalisti e la loro speculazione, il saccheggio da parte loro
dell'erario mediante le forniture militari; se in seguito il signor Palcinski,
uscito dal ministero (e naturalmente sostituito da una altro Palcinski del suo
stesso stampo), è stato "gratificato" dai capitalisti di una piccola
sinecura con uno stipendio di centoventimila rubli all'anno, - che cosa è
questo? corruzione diretta o indiretta? alleanza del governo con le
organizzazioni dei capitalisti o "semplicemente" relazioni di buona
amicizia? Quale funzione hanno i Cernov e gli Tsereteli, gli Avksentiev e gli
Skobelev? Sono alleati "diretti", o soltanto indiretti, dei milionari
concussionari?
L'onnipotenza della
"ricchezza" è, in una repubblica democratica, tanto più sicura
in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. La
repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il
capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito (grazie ai
Palcinski, ai Cernov, agli Tsereteli e consorti) di questo involucro - che è il
migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun
cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della
repubblica democratica borghese può scuoterlo.
Bisogna ancora rilevare
che Engels definisce in modo categorico il suffragio universale come uno
strumento di dominio della borghesia. Il suffragio universale, egli dice,
tenendo evidentemente conto della lunga esperienza della socialdemocrazia
tedesca, è
"la misura della
maturità della classe operaia. Più non può né potrà mai essere nello Stato
odierno".
I democratici
piccolo-borghesi, sul tipo dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri
menscevichi, come i loro fratelli, tutti i socialsciovinisti e opportunisti
dell'Europa occidentale, aspettano dal suffragio universale proprio qualche
cosa "di più". Essi condividono e inculcano nel popolo la falsa
concezione che il suffragio universale possa "nello Stato odierno"
esprimere realmente la volontà della maggioranza dei lavoratori e assicurarne
la realizzazione.
Noi possiamo qui
soltanto rilevare che questa concezione è falsa e far notare che l'affermazione
chiara, precisa e concreta di Engels è ad ogni passo travisata nella propaganda
e nell'agitazione dei partiti socialisti "ufficiali" (cioè
opportunisti). Dimostreremo in modo particolareggiato quanto sia falsa la
concezione che Engels qui respinge, esponendo più avanti le teorie di Marx e di
Engels sullo Stato odierno.
Nella sua opera più
popolare, Engels dà un riassunto conclusivo delle sue concezioni con le parole
seguenti:
"Lo Stato non
esiste dunque dall'eternità. Vi sono state società che ne hanno fatto a meno e
che non avevano alcuna idea di Stato e di potere statale. In un determinato
grado dello sviluppo economico, necessariamente legato alla divisione della
società in classi, proprio a causa di questa divisione lo Stato è diventato una
necessità. Ci avviciniamo ora, a rapidi passi, ad uno stadio di sviluppo della
produzione nel quale la esistenza di queste classi non solo ha cessato di
essere una necessità ma diventa un ostacolo effettivo alla produzione. Perciò
esse cadranno così ineluttabilmente come sono sorte. Con esse cadrà
ineluttabilmente lo Stato. La società, che riorganizza la produzione in base a
una libera ed eguale associazione di produttori, relega l'intera macchina
statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità
accanto alla rocca per filare e all'ascia di bronzo". [7]
Questa citazione non
accade di incontrarla spesso nella letteratura di propaganda e di agitazione
della socialdemocrazia contemporanea. E quando la si ricorda, lo si fa per lo
più come se ci si volesse genuflettere davanti a un'icona, per rendere cioè
ufficialmente omaggio a Engels, senza il minimo tentativo di riflettere
sull'ampiezza e la profondità della rivoluzione che è presupposta in questo
"relegare l'intera macchina statale nel museo delle antichità". Il
più delle volte non si arriva neppure a comprendere ciò che Engels intende per
macchina dello Stato.
4. L'"estinzione" dello Stato e la rivoluzione
violenta
Le parole di Engels
sull'"estinzione" dello Stato godono di una così larga notorietà,
sono così spesso citate, mettono così bene in rilievo l'essenza stessa della
falsificazione abituale del marxismo acconciato alla maniera opportunista, che
è necessario soffermarsi su di esse in modo particolare. Citiamo tutto il passo
da cui sono tratte:
"Il
proletariato si impadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i
mezzi di produzione in proprietà dello Stato. Ma così sopprime se stesso
come proletariato, sopprime ogni differenza di classe e ogni antagonismo di
classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La società esistita sinora,
muoventesi sul piano degli antagonismi di classe, aveva necessità dello Stato,
cioè di una organizzazione della classe sfruttatrice in ogni periodo, per conservare
le condizioni esterne della sua produzione e quindi specialmente per tener con
la forza la classe sfruttata nelle condizioni di oppressione date dal modo
vigente di produzione (schiavitù, servitù della gleba, semiservitù feudale,
lavoro salariato). Lo Stato era il rappresentante ufficiale di tutta la
società, la sua sintesi in un corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato
di quella classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta
la società: nell'antichità era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel
medioevo lo Stato della nobiltà feudale, nel nostro tempo lo Stato della
borghesia. Ma, diventando alla fine effettivamente il rappresentante di tutta
la società, si rende, esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono più classi
sociali da mantenere nell'oppressione, non appena con l'eliminazione del
dominio di classe e della lotta per l'esistenza individuale fondata
sull'anarchia della produzione sinora esistente, saranno eliminati anche le
collisioni e gli eccessi che sorgono da tutto ciò, non ci sarà da reprimere più
niente di ciò che rendeva necessaria una forza repressiva particolare, uno
Stato. Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante
di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione
in nome della società, è ad un tempo l'ultimo suo atto indipendente in quanto
Stato. L'intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo
successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso. Al posto del
governo sulle persone appare l'amministrazione delle cose e la direzione dei
processi produttivi. Lo Stato non viene " abolito": esso si
estingue. Questo è l'apprezzamento che deve farsi della frase "Stato
popolare libero", tanto quindi per la sua giustificazione temporanea in
sede di agitazione, quanto per la sua definitiva insufficienza in sede
scientifica; e questo è del pari l'apprezzamento che deve farsi dell'esigenza
dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito dall'oggi al domani"
[8] ( Antidühring. [La scienza sovvertita dal signor Eugenio
Dühring], pp. 302-303, terza ed. tedesca, 1894).
Si può dire senza
timore di sbagliare che di tutto questo ragionamento di Engels,
straordinariamente ricco di idee, i partiti socialisti di oggi non hanno
veramente acquisito nel loro pensiero che la formula secondo cui, per Marx, lo
Stato "si estingue", in contrapposizione alla dottrina anarchica
dell'"abolizione" dello Stato. Amputare in tal modo il marxismo vuol
dire ridurlo all'opportunismo, poichè, dopo una tale
"interpretazione" non rimane che il concetto vago di un cambiamento
lento, uguale, graduale, senza sussulti né tempeste, senza rivoluzione. La
"estinzione" dello Stato nel concetto corrente, generalmente diffuso,
di massa, se così si può dire, è senza dubbio la scomparsa, se non la
negazione, della rivoluzione.
Ebbene, questa
"interpretazione" è la piu grossolana deformazione del marxismo,
utile solo alla borghesia, ed è teoricamente possibile solo se si trascurano i
principali elementi e, per esempio, gli argomenti indicati nello stesso
ragionamento "conclusivo" di Engels che abbiamo citato per esteso.
Primo. Proprio al
principio del suo ragionamento Engels dice che il proletariato, impadronendosi
del potere sopprime con ciò "Lo Stato in quanto Stato". Riflettere
sul significato di questa frase è cosa che "non entra nelle
abitudini". Per lo più o si trascura completamente questo pensiero o vi si
vede una specie di "debolezza hegeliana" di Engels. In realtà, in queste
parole è espressa in forma incisiva l'esperienza di una delle più grandi
rivoluzioni proletarie, l'esperienza della Comune di Parigi del 1871, di cui
parleremo a lungo più avanti. In realtà, Engels parla qui di
"soppressione" dello Stato della borghesia per opera della
rivoluzione proletaria, mentre ciò ch'egli dice sull'estinzione dello Stato
riguarda i resti dello Stato proletario che sussisteranno dopo
la rivoluzione socialista. Lo Stato borghese, secondo Engels, non "si
estingue"; esso viene "soppresso" dal proletariato nel
corso della rivoluzione. Ciò che si estingue dopo questa rivoluzione, è lo
Stato proletario o semi-Stato.
Secondo. Lo Stato è una
"forza repressiva particolare". Questa definizione di Engels,
meravigliosa e in sommo grado profonda, è qui enunciata con perfetta chiarezza.
E ne deriva che questa "forza repressiva particolare" del
proletariato da parte della borghesia, di milioni di lavoratori da parte di un
pugno di ricchi, deve essere sostituita da una "forza repressiva
particolare" della borghesia da parte del proletariato (dittatura del
proletariato). In ciò appunto consiste "la soppressione dello Stato in
quanto Stato". In ciò consiste 1'"atto" della presa di possesso
dei mezzi di produzione in nome della società. E' ovvio che questa
sostituzione di una "forza particolare" (quella della borghesia) con
un'altra "forza particolare" (quella del proletariato), non può
avvenire nella forma di "estinzione".
Terzo. Questa
"estinzione", o, per parlare con più risalto e più colore, questo
"assopimento", Engels lo riferisce in modo chiaro ed evidente al
periodo che segue "la presa di possesso di tutti i mezzi di
produzione in nome della società", cioè al periodo che segue la
rivoluzione socialista. E' noto a tutti noi che la forma politica dello
"Stato" in tale momento è la democrazia più completa. Ma a nessuno
degli opportunisti che snaturano sfrontatamente il marxismo viene in mente che
qui si tratta quindi, in Engels, dell'"assopimento" e
dell'"estinzione" della democrazia. A prima vista ciò pare
molto strano; ma è "incomprensibile" soltanto per chi non ricordi che
anche la democrazia è uno Stato e che anch'essa, quindi, scompare quando
scompare lo Stato. Solo la rivoluzione può "sopprimere" lo Stato
borghese. Lo Stato in generale, cioè la democrazia più completa, non può che
"estinguersi".
Quarto. Enunciando la
sua celebre tesi: "Lo Stato si estingue", Engels si affretta a
precisare che essa è diretta e contro gli opportunisti e contro gli anarchici.
Inoltre da Engels è posta in primo piano quella conclusione dalla tesi
sull'"estinzione dello Stato" che è diretta contro gli opportunisti.
Si può scommettere che
su diecimila persone che hanno letto o hanno sentito parlare
dell'"estinzione" dello Stato, novemilanovecentonovanta ignorano
assolutamente o hanno dimenticato che Engels dirigeva le conclusioni di questa
tesi non soltanto contro gli anarchici. E sulle dieci che restano, ce
ne sono certamente nove che non sanno che cosa sia "lo Stato popolare
libero", e perchè mai nell'attacco contro questa parola d'ordine è contenuto
un attacco contro gli opportunisti. Così si scrive la storia! Così si altera in
sordina la grande dottrina rivoluzionaria accomodandola alla maniera del
filisteismo dominante. La conclusione contro gli anarchici è stata mille volte
ripetuta, banalizzata, conficcata nel modo più semplicista nei cervelli e ha
acquistato la tenacia di un pregiudizio. E la conclusione contro gli
opportunisti è stata messa in ombra e "dimenticata "!
Lo "Stato popolare
libero" era una rivendicazione programmatica, una parola d'ordine corrente
dei socialdemocratici tedeschi degli anni 1870-1880. In questa parola
d'ordine non v'è alcun contenuto politico salvo una pomposa enunciazione
piccolo-borghese della nozione di democrazia. In quanto essa faceva legalmente
allusione alla repubblica democratica, Engels era disposto a
"giustificarla" "temporaneamente" dal punto di vista
dell'agitazione. Ma questa parola d'ordine era opportunista, non soltanto
perchè imbelliva la democrazia borghese, ma anche perchè esprimeva
l'incomprensione della critica socialista di ogni Stato in generale. Noi siamo
per la repubblica democratica, in quanto essa è, in regime capitalista, la
forma migliore di Stato per il proletariato, ma non abbiamo il diritto di
dimenticare che la sorte riservata al popolo, anche nella più democratica delle
repubbliche borghesi, è la schiavitù salariata. Proseguiamo. Ogni Stato è una
"forza repressiva particolare" della classe oppressa. Quindi uno
Stato, qualunque esso sia, non è libero e non è popolare.
Marx ed Engels l'hanno spiegato cento volte ai loro compagni di partito negli
anni 1870-1880.
Quinto. La stessa opera
di Engels, in cui si trova il ragionamento sull'estinzione dello Stato che
tutti ricordano, contiene anche una considerazione sul significato della
rivoluzione violenta. La valutazione storica della sua funzione si trasforma in
Engels in un vero panegirico della rivoluzione violenta. Nessuno "se ne
ricorda"; nei partiti socialisti contemporanei non usa parlare
dell'importanza di questa idea e nemmeno pensarvi; nella propaganda e
nell'agitazione quotidiana fra le masse queste idee non trovano nessun posto.
Eppure esse sono indissolubilmente legate all'idea dell'"estinzione"
dello Stato, con la quale formano un tutto.
Ecco questa
considerazione di Engels:
"...che la
violenza abbia nella società ancora un'altra funzione [oltre al male che essa
produce], una funzione rivoluzionaria, che essa, secondo le parole di Marx, sia
la levatrice di ogni vecchia società gravida di una nuova, che essa sia lo
strumento con cui si compie il movimento della società, e che infrange forme
politiche irrigidite e morte, di tutto questo nel sig. Dühring non si trova
neanche una parola. Solo con sospiri e con gemiti egli ammette la possibilità
che per abbattere l'economia dello sfruttamento sarà forse necessaria la
violenza...purtroppo! Infatti [secondo Dühring] ogni uso di violenza
demoralizza colui che la usa. E questo di fronte all'elevato slancio morale e
intellettuale che è stato il risultato di ogni rivoluzione vittoriosa! E questo
in Germania, dove una violenta collisione, che potrebbe anche essere imposta al
popolo, avrebbe almeno il vantaggio di estirpare lo spirito servile che, a
causa dell' avvilimento conseguente alla guerra dei trenta anni, ha permeato la
coscienza nazionale. E questa mentalità da predicatore, fiacca, insipida e
impotente, ha la pretesa di imporsi al partito più rivoluzionario che la storia
conosca?" [9] (p. 193, terza ed. tedesca, fine del 4° capitolo, II parte).
Come unire nella stessa
dottrina questo panegirico della rivoluzione violenta, tenacemente presentato
da Engels ai socialdemocratici tedeschi dal 1878 al 1894, cioè fino alla sua
morte [10], e la teoria dell' "estinzione" dello Stato?
Di solito li si unisce
con un procedimento eclettico, ricorrendo senza criterio e in modo sofistico,
arbitrariamente (o per compiacere ai detentori del potere), ora all'uno, ora
all'altro di questi ragionamenti, e novantanove volte su cento, se non di più,
è precisamente 1'"estinzione" che è messa in primo piano. L'eclettismo
è sostituito alla dialettica; nei confronti del marxismo questa è la cosa più
consueta, più frequente nella letteratura socialdemocratica ufficiale dei
nostri giorni. Questa sostituzione non è certo una novità; si potè osservarla
persino nella storia della filosofia greca classica. Nella falsificazione
opportunista del marxismo, la falsificazione eclettica della dialettica inganna
con più facilità le masse, dà loro una apparente soddisfazione, finge di tener
conto di tutti gli aspetti del processo di tutte le tendenze dello sviluppo e
di tutte le influenze contraddittorie ecc., ma in realtà non dà alcuna nozione
completa e rivoluzionaria del processo di sviluppo della società.
Abbiamo già detto
prima, e lo dimostreremo in modo più particolareggiato nel seguito della nostra
argomentazione, che la dottrina di Marx e di Engels sulla necessità della
rivoluzione violenta si riferisce allo Stato borghese. Questo non può
essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato) per via
di "estinzione"; può esserlo unicamente, come regola generale, per
mezzo della rivoluzione violenta. Il panegirico con cui Engels esalta la
rivoluzione violenta concorda pienamente con le numerose dichiarazioni di Marx
(ricordiamo la conclusione della Miseria della filosofia e del Manifesto
del Partito comunista che proclama fieramente e categoricamente
l'ineluttabilità della rivoluzione violenta; ricordiamo la critica del
programma di Gotha nel 1875, circa trent'anni più tardi, dove Marx flagella
implacabilmente l'opportunismo di questo programma). Questo panegirico non è
per nulla effetto di una "infatuazione", né una declamazione, né una
trovata polemica. La necessità di educare sistematicamente le masse in questa
- e precisamente in questa - idea della rivoluzione violenta, è alla base di tutta
la dottrina di Marx e di Engels. Il tradimento della loro dottrina perpetrato
dalle tendenze socialsciovinista e kautskiana oggi dominanti si esprime con
particolare rilievo nell'oblio di questa propaganda, di questa
agitazione da parte dell'una e dell'altra.
La sostituzione dello
Stato proletario allo Stato borghese non è possibile senza rivoluzione
violenta. La soppressione dello Stato proletario, cioè la soppressione di ogni
Stato, non è possibile che per via di "estinzione".
Marx ed Engels
svilupparono queste concezioni in modo particolareggiato e concreto, studiando
ogni situazione rivoluzionaria particolare, analizzando gli insegnamenti
forniti dall'esperienza di ogni rivoluzione. Passiamo a questa parte, -
indubbiamente la più importante, - della loro dottrina.
Note
1. F.
Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato,
Roma, Editori Riuniti, 1963, p. 200
2. Op. cit., pp. 200-201.
3. Op. cit., p. 201.
4. Op. cit., pp. 201-202.
5. Op. cit.,
pp.202-203.
6. Uomo di fiducia di
gruppi industriali e finanziari russi, P. I. Palcinski fece parte per qualche
tempo, come vice-ministro all'industria e commercio, del governo provvisorio
costituito dopo la rivoluzione di febbraio del 1917.
7. Op cit.,
pp. 203-204
8. F.
Engels, Antidühring, Roma, Edizioni Rinascita, III ediz., 1955, p.
305.
9. Op. cit.,
p. 202.
10. In realtà Engels morì, come è noto, il 5 agosto 1895 ed è di quell'anno la
sua Introduzione alle Lotte di classe in Francia di Marx
(trad. it. Roma, Editori Riuniti, 1962) che Lenin, evidentemente di proposito,
non cita nè ricorda mai in Stato e rivoluzione. Questo testo infatti
era ben presente a Lenin, e ciò risulta dagli appunti del quaderno Il
marxismo sullo Stato, dove però si sottolinea più di una volta la ragione
per cui questo scritto di Engels non veniva preso in considerazione, date le
tendenziose mutilazioni che aveva subito nel corso della sua pubblicazione.
Stato e Rivoluzione
II. Lo Stato e la
rivoluzione. L'esperienza del 1848-1851
1. La vigilia
della rivoluzione
Le prime opere del
marxismo giunto a maturità, la Miseria della filosofia e il Manifesto
del Partito comunista, appartengono appunto al periodo che precede
immediatamente la rivoluzione del 1848. Grazie a questa circostanza, noi troviamo
in esse, in una certa misura, accanto all'esposizione dei princípi generali del
marxismo, un riflesso della situazione rivoluzionaria concreta di quel tempo;
conviene quindi, io credo, studiare ciò che gli autori di queste opere dicono
dello Stato, immediatamente prima di esporre le loro conclusioni
sull'esperienza degli anni 1848-1851.
" ...La classe
lavoratrice scrive Marx nella Miseria della filosofia - sostituirà,
nel corso del suo sviluppo, all'antica società civile un'associazione che
escluderà le classi e il loro antagonismo, e non vi sarà più potere politico
propriamente detto, poiché il potere politico è precisamente il riassunto
ufficiale dell'antagonismo [delle classi] nella società civile" [11] (p.
182, ed. tedesca, 1885).
E' istruttivo mettere a
confronto questa esposizione generale dell'idea della scomparsa dello Stato
dopo l'abolizione delle classi con l'esposizione fattane nel Manifesto del
Partito comunista, scritto da Marx e da Engels alcuni mesi più tardi, cioè
nel novembre del 1847.
"...Tratteggiando
le fasi più generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra
civile più o meno occulta entro la società attuale fino al momento in cui essa
esplode in una rivoluzione aperta, e col rovesciamento violento della borghesia
il proletariato stabilisce il suo dominio...
"...Abbiamo già
visto sopra come il primo passo nella rivoluzione operaia sia l'elevarsi del
proletariato a classe dominante, la conquista della democrazia.
"Il proletariato
si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a
poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle
mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe
dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle
forze produttive" [12] (pp. 31 e 37, settima edizione tedesca, 1906).
Vediamo qui formulata
una delle più notevoli e importanti idee del marxismo a proposito dello Stato,
l'idea della "dittatura del proletariato" ( espressione che Marx ed
Engels cominciano ad usare dopo la Comune di Parigi) vi troviamo in seguito una
definizione dello Stato del più alto interesse e che fa anch'essa parte delle
"parole dimenticate" del marxismo: "lo Stato, vale a dire il
proletariato organizzato come classe dominante".
Questa definizione
dello Stato non solo non è mai stata commentata nella letteratura di propaganda
e di agitazione che predomina nei partiti socialdemocratici ufficiali. Peggio
ancora, essa è stata dimenticata appunto perché è assolutamente inconciliabile
col riformismo e perché contrasta in modo irriducibile con i pregiudizi
opportunistici abituali e con le illusioni piccolo-borghesi sullo
"sviluppo pacifico della democrazia".
Il proletariato ha
bisogno di uno Stato, ripetono tutti gli opportunisti, i socialsciovinisti e i
kautskiani, assicurando che questa è la dottrina di Marx, ma
"dimenticando" di aggiungere che innanzi tutto il proletariato,
secondo Marx, ha bisogno unicamente di uno Stato in via di estinzione, organizzato
cioè in modo tale che cominci subito ad estinguersi, e non possa non
estinguersi. E, in secondo luogo, che i lavoratori hanno bisogno dello
"Stato", "cioè del proletariato organizzato come classe
dominante".
Lo Stato è
un'organizzazione particolare della forza, è l'organizzazione della violenza
destinata a reprimere una certa classe. Qual è, dunque, la classe che il
proletariato deve reprimere? Evidentemente una sola: la classe degli
sfruttatori, vale a dire la borghesia. I lavoratori hanno bisogno dello Stato
solo per reprimere la resistenza degli sfruttatori, e solo il proletariato è in
grado di dirigere e di attuare questa repressione, perché il proletariato è la
sola classe rivoluzionaria fino in fondo, la sola classe capace di unire tutti
i lavoratori e tutti gli sfruttati nella lotta contro la borghesia, per
soppiantarla completamente.
Le classi sfruttatrici
hanno bisogno del dominio politico per il mantenimento dello sfruttamento, vale
a dire nell'interesse egoistico di un'infima minoranza contro l'immensa maggioranza
del popolo. Le classi sfruttate hanno bisogno del dominio politico per
sopprimere completamente ogni sfruttamento, vale a dire nell'interesse
dell'immensa maggioranza del popolo, contro l'infima minoranza dei moderni
schiavisti: i proprietari fondiari e i capitalisti.
I democratici
piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla lotta
delle classi le loro fantasticherie sull'intesa fra le classi, si sono
rappresentati anche la trasformazione socialista come una fantasticheria; non
come l'abbattimento del dominio della classe sfruttatrice, ma come la
sottomissione pacifica della minoranza alla maggioranza, consapevole dei propri
compiti. Questa utopia piccolo-borghese, indissolubilmente legata al
riconoscimento di uno Stato al di sopra delle classi, praticamente non ha
portato ad altro che al tradimento degli interessi delle classi lavoratrici,
come è stato provato, per esempio, dalla storia delle rivoluzioni francesi del
1848 e del 1871, come è stato provato dall'esperienza della partecipazione
"socialista" ai ministeri borghesi in Inghilterra, in Francia, in
Italia e altrove alla fine del secolo decimonono e all'inizio del secolo
ventesimo.
Marx lottò tutta la
vita contro un tale socialismo piccolo-borghese, risuscitato oggi in Russia dai
partiti socialista-rivoluzionario e menscevico. Marx sviluppò la dottrina della
lotta di classe in modo coerente, ricavando da essa la dottrina del potere
politico, dello Stato.
L'abbattimento del
dominio borghese è possibile soltanto ad opera del proletariato, come classe
particolare, preparata a questo rovesciamento dalle proprie condizioni
economiche di esistenza che gli danno la possibilità e la forza di compierlo.
Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati
piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il proletariato. Grazie
alla sua funzione economica nella grande produzione, solo il proletariato è
capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le
masse sfruttate, che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno e
anche più dei proletari, ma che sono incapaci di lottare indipendentemente
per la loro emancipazione.
La dottrina della lotta
di classe, applicata da Marx allo Stato e alla rivoluzione socialista, porta
necessariamente a riconoscere il dominio politico del
proletariato, la sua dittatura, il potere cioè ch'esso non divide con nessuno e
che si appoggia direttamente sulla forza armata delle masse. L'abbattimento
della borghesia non è realizzabile se non attraverso la trasformazione del
proletariato in classe dominante, capace di reprimere la resistenza
inevitabile, disperata della borghesia, di organizzare per un nuovo regime
economico tutte le masse lavoratrici e sfruttate.
Il potere statale,
l'organizzazione centralizzata della forza, l'organizzazione della violenza,
sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli
sfruttatori, sia per dirigere l'immensa massa della popolazione -
contadini, piccola borghesia, semiproletariato - nell' opera di "avviamento"
dell'economia socialista.
Educando il partito
operaio, il marxismo educa una avanguardia del proletariato, capace di prendere
il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di
dirigere e di organizzare il nuovo regime, d'essere il maestro, il dirigente,
il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell'organizzazione
della loro vita sociale senza la borghesia e contro la borghesia.
L'opportunismo oggi dominante educa invece il partito operaio in modo da farne
il rappresentante dei lavoratori meglio retribuiti, che si staccano dalle
masse, "si sistemano" abbastanza comodamente nel regime capitalistico
e vendono per un piatto di lenticchie il loro diritto di primogenitura,
rinunciando cioè alla loro funzione di guida rivoluzionaria del popolo nella
lotta contro la borghesia.
"Lo Stato, vale a
dire il proletariato organizzato come classe dominante", - questa teoria
di Marx è indissolubilmente legata a tutta la sua dottrina sulla funzione
rivoluzionaria del proletariato nella storia. Questa funzione culmina nella
dittatura proletaria, nel dominio politico del proletariato.
Ma se il proletariato
ha bisogno dello Stato in quanto organizzazione particolare della violenza contro
la borghesia, ne scaturisce spontaneamente la conclusione: la creazione di una
tale organizzazione è concepibile senza che sia prima annientata, distrutta la
macchina dello Stato che la borghesia ha creato per sé? Il Manifesto
del Partito comunista conduce direttamente a questa conclusione, ed è di
questa conclusione che Marx parla quando fa il bilancio dell'esperienza della
rivoluzione del 1848-l851.
2. Il bilancio di
una rivoluzione
Sul problema dello
Stato che ci interessa, Marx, nella sua opera Il 18 Brumaio di Luigi
Bonaparte, fa con questo ragionamento il bilancio dei risultati della
rivoluzione del 1848-l851.
"...Ma la
rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il
purgatorio. Lavora con metodo. Fino al 2 dicembre [1851]" (data del colpo
di Stato di Luigi Bonaparte) "non ha condotto a termine che la prima metà
della sua preparazione; ora sta compiendo l'altra metà. Prima ha elaborato alla
perfezione il potere parlamentare, per poterlo rovesciare. Ora che ha raggiunto
questo risultato, essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo
riduce alla sua espressione più pura, lo isola, si leva di fronte ad esso come
l'unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di
distruzione" ( il corsivo è nostro). "E quando la rivoluzione
avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio,
l'Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia talpa!
"Questo potere
esecutivo, con la sua enorme organizzazione burocratica e militare, col suo
meccanismo statale complicato e artificiale, con un esercito di impiegati di
mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milione di soldati, questo
spaventoso corpo parassitario che avvolge come un involucro il corpo della
società francese e ne ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della
monarchia assoluta, al cadere del sistema feudale, la cui caduta aiutò a
rendere più rapida." La prima rivoluzione francese sviluppò la
centraIizzazione, "e in pari tempo dovette sviluppare l'ampiezza, gli
attributi e gli strumenti del potere governativo. Napoleone portò alla
perfezione questo meccanismo delIo Stato. La monarchia legittima e la monarchia
di luglio non vi aggiunsero nulla, eccetto una più grande divisione del
lavoro...
" ...La repubblica
parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare nella sua lotta contro la
rivoluzione, assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la
centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici
non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla"
(il corsivo è nostro). "I partiti che successivamente lottarono per il
potere considerarono il possesso di questo enorme edificio dello Stato come il
bottino principale del vincitore" (Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte,
[13] pp. 98-99, quarta ed. tedesca, Amburgo, 1907).
In questo ammirevole ragionamento
il marxismo fa un grandissimo passo in avanti in confronto al Manifesto del
Partito comunista. Il problema dello Stato nel Manifesto era
posto in modo ancora troppo astratto, in nozioni e termini dei più generici.
Qui il problema è posto concretamente e la conclusione è estremamente precisa,
ben definita, praticamente tangibile: tutte le rivoluzioni precedenti non
fecero che perfezionare la macchina dello Stato, mentre bisogna spezzarla,
demolirla.
Questa conclusione è la
cosa principale, essenziale della dottrina marxista sullo Stato. E appunto
questa cosa essenziale non solo è stata completamente dimenticata dai
partiti socialdemocratici ufficiali dominanti, ma è stata perfino snaturata
(come vedremo) dal più eminente teorico della Seconda Internazionale, K.
Kautsky.
Nel Manifesto del
Partito comunista si ricavano gli insegnamenti generali della storia;
questi insegnamenti ci mostrano lo Stato come l'organo del dominio di una
classe e ci portano a questa necessaria conclusione: il proletariato non
potrebbe rovesciare la borghesia senza aver prima conquistato il potere
politico, senza essersi assicurato il dominio politico, senza trasformare lo
Stato in "proletariato organizzato come classe dominante"; e questo
Stato proletario comincerà ad estinguersi subito dopo la sua vittoria, poichè
lo Stato è inutile ed impossibile in una società senza antagonismi di classe.
Il problema di determinare in che cosa consista - dal punto di vista dello
sviluppo storico - questa sostituzione dello Stato proletario allo Stato
borghese qui non è posto.
Proprio questo è il
problema che Marx pone e risolve nel 1852. Fedele alla sua filosofia, il
materialismo dialettico, Marx prende come base l'esperienza storica dei grandi
anni rivoluzionari 1848-l851. Qui, come sempre, la dottrina di Marx è il
bilancio di un'esperienza, bilancio illuminato da una profonda concezione
filosofica del mondo e da una vasta conoscenza della storia.
Il problema dello Stato
si pone in modo concreto: come è sorto storicamente lo Stato borghese, la
macchina statale necessaria al dominio della borghesia ? Quali trasformazioni,
quali evoluzioni ha subito nel corso delle rivoluzioni borghesi e di fronte ai
movimenti autonomi delle classi oppresse? Quali sono i compiti del proletariato
rispetto a questa macchina statale ?
Il potere statale
centralizzato, proprio della società borghese, apparve nel periodo della caduta
dell'assolutismo. Le due istituzioni più caratteristiche di questa macchina
statale sono: la burocrazia e l'esercito permanente. Marx ed Engels parlano
molte volte, nelle loro opere, dei mille legami che collegano queste
istituzioni appunto con la borghesia. L'esperienza acquisita da ogni lavoratore
gli spiega in modo estremamente evidente e convincente questi legami. La classe
operaia impara a conoscerli a proprie spese. Per questo essa afferra con tanta
facilità ed assimila così bene la scienza che afferma l'ineluttabilità di
questi legami, scienza che i democratici piccolo-borghesi negano per ignoranza
o per leggerezza, quando non abbiano la leggerezza ancora maggiore di
ammetterla "in generale", trascurando però di trarne le
corrispondenti conclusioni pratiche.
La burocrazia e
l'esercito permanente sono dei "parassiti" sul corpo della società
borghese, parassiti generati dalle contraddizioni interne che dilaniano questa
società, ma parassiti appunto che ne "ostruiscono" i pori vitali.
L'opportunismo kautskiano, oggi prevalente nella socialdemocrazia ufficiale,
ritiene che questa concezione dello Stato, considerato come organismo
parassitario, sia propria degli anarchici, ed esclusivamente degli
anarchici. Questa deformazione del marxismo è certo, estremamente vantaggiosa
ai piccoli borghesi che hanno portato il socialismo all'inaudita vergogna di
giustificare e di imbellire la guerra imperialistica applicandole il concetto
di "difesa della patria", ma rimane tuttavia una deformazione
incontestabile.
Questo apparato
burocratico e militare si sviluppa, si perfeziona e si rafforza attraverso le
numerose rivoluzioni borghesi di cui l'Europa è stata teatro dalla caduta del
feudalesimo in poi. Tra l'altro, la piccola borghesia si lascia attrarre dalla
parte della grande borghesia, ed è sottomessa a quest'ultima, in misura
notevole proprio per mezzo di questo apparato che dà agli strati superiori dei
contadini, dei piccoli artigiani, dei commercianti, ecc. impieghi relativamente
comodi, tranquilli ed onorifici e che pongono i loro titolari al di sopra
del popolo. Si pensi a quello che è avvenuto in sei mesi, dopo il 27 febbraio 1917, in Russia: i posti
di funzionari, una volta riservati di preferenza agli ultrareazionari, sono
divenuti il bottino dei cadetti, dei menscevichi e dei
socialisti-rivoluzionari. Non si è pensato, in fondo, a nessuna riforma seria;
si è cercato di rinviare le riforme "fino all'Assemblea costituente",
e di rinviare a poco a poco l'Assemblea costituente fino alla fine della
guerra! Ma per la divisione del bottino, per l'attribuzione di sinecure
ministeriali, di sottosegretariati di Stato, di posti di governatori generali,
ecc. ecc. non si è perso tempo e non si è aspettata nessuna Assemblea
costituente! Il giuoco delle combinazioni ministeriali non è stato, in fondo,
che l'espressione di questa divisione e nuova spartizione del
"bottino" alla quale si procede, dall'alto al basso, in tutto il
paese, in tutte le amministrazioni centrali e locali. E' chiaro il risultato,
il risultato obiettivo, dopo sei mesi - dal 27 febbraio al 27 agosto 1917 - di
tutto ciò: le riforme sono rinviate, la spartizione degli impieghi è compiuta e
gli "errori" commessi in questa spartizione sono stati corretti con
qualche nuova spartizione.
Ma più si procede a
"nuove spartizioni" dell'apparato amministrativo fra i diversi
partiti borghesi e piccolo-borghesi (cadetti. socialisti-rivoluzionari e
menscevichi, se si prende l'esempio della Russia), e con maggiore evidenza
appare alle classi oppresse, e al proletariato che ne è il capo, la loro
ostilità irreducibile alla società borghese nel suo insieme. Di qui la
necessità per tutti i partiti borghesi, anche i più democratici e
"democratici rivoluzionari", di accentuare la repressione contro il
proletariato rivoluzionario, di rafforzare l'apparato di coercizione, cioè
questa stessa macchina statale. Questo corso degli avvenimenti obbliga perciò
la rivoluzione a "concentrare tutte le sue forze di distruzione"
contro il potere dello Stato; le impone il compito non di migliorare la
macchina statale, ma di demolirla, di distruggerla.
Non le deduzioni
logiche, ma il corso reale degli avvenimenti, l'esperienza vissuta del
1848-1851, hanno condotto a porre il problema in questi termini. Fino a che
punto Marx si attenga strettamente alla base reale della esperienza storica, è
dimostrato dal fatto che nel 1852 egli non si domanda ancora in concreto che
cosa si debba sostituire a questa macchina dello Stato che deve essere
distrutta. L'esperienza non aveva allora fornito degli esempi che potessero far
sorgere questa questione, che solo più tardi, nel 1871, la storia mise
all'ordine del giorno.
Nel 1852 si poteva
unicamente constatare, con la precisione propria delle scienze naturali, che la
rivoluzione proletaria affrontava il compito di "concentrare
tutte le sue forze di distruzione" contro il potere dello Stato, il
compito di "spezzare" la macchina statale.
Si potrebbe a questo
punto porre la domanda se sia giusto generalizzare l'esperienza, le
osservazioni e le conclusioni Marx e applicarle a un campo più vasto della
storia di tre anni della Francia: daI 1848 al 1851. Ricordiamo innanzi tutto,
per analizzare la questione, un'osservazione di Engels. Passeremo poi all'esame
dei fatti.
"...La Francia -
scriveva Engels nella prefazione alla terza edizione del 18 Brumaio -
è il paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla
soluzione decisiva più che in qualsiasi altro luogo; e in cui quindi anche le
mutevoli forme politiche, dentro alle quali quelle lotte si svolgono e in cui
si riassumono i loro risultati, prendono i contorni più netti. Centro del
feudalesimo nel medioevo, paese classico, a partire dal Rinascimento, della
monarchia unitaria a poteri limitati, la Francia ha, con La Grande Rivoluzione,
distrutto il feudalesimo e fondato il puro dominio della borghesia, in forma
classica come nessun altro paese europeo. Anche la lotta del proletariato in
ascesa contro la borghesia dominante assume qui una forma acuta, che altrove è
sconosciuta" [14] (p. 4, edizione del 1907).
Quest'ultima
osservazione è invecchiata, poichè dopo il 1871 la lotta rivoluzionaria del
proletariato francese ha subíto una interruzione; interruzione però che, per
quanto lunga, non esclude affatto che la Francia possa, nel corso della futura
rivoluzione proletaria, rivelarsi ancora una volta come il paese classico della
lotta delle classi condotta risolutamente fino in fondo.
Ma gettiamo uno sguardo
d'insieme sulla storia dei paesi avanzati alla fine del secolo decimonono e al
principio del secolo ventesimo. Vedremo come, più lentamente, in forme più
varie, su un'area molto più estesa, si sia svolto lo stesso processo: da un
lato, l'elaborazione di un "potere parlamentare", tanto nei paesi
repubblicani (Francia, America, Svizzera), quanto in quelli monarchici
(Inghilterra, Germania, fino a un certo punto, Italia, paesi scandinavi, ecc.);
dall'altro, la lotta per il potere dei diversi partiti borghesi e
piccolo-borghesi che si dividono e si ridistribuiscono il "bottino"
degli incarichi statali, mentre immutate restano le basi del regime borghese;
finalmente un processo di perfezionamento e di rafforzamento del "potere esecutivo",
del suo apparato burocratico e militare.
Non v'è alcun dubbio
che questi sono i caratteri comuni a tutta l'evoluzione moderna degli Stati
capitalistici in generale. In tre anni, dal 1848 al 1851, la Francia mostrò, in
una forma rapida, netta e concentrata, i processi di sviluppo propri
dell'insieme del mondo capitalistico.
L'imperialismo - epoca
del capitale bancario e dei giganteschi monopoli capitalistici, epoca in cui il
capitalismo monopolistico si trasforma in capitalismo monopolistico di Stato -
mostra in modo particolare lo straordinario consolidamento della "macchina
statale", l'inaudito accrescimento del suo apparato burocratico e militare
per accentuare la repressione contro il proletariato, sia nei paesi monarchici
che nei più liberi paesi repubblicani.
La storia universale
pone oggi, senza alcun dubbio, e su scala incomparabilmente più ampia che neI
1852, il compito della "concentrazione di tutte le forze" della
rivoluzione proletaria per la "distruzione" della macchina statale.
Con che cosa il proletariato
la sostituirà? La Comune di Parigi ci ha fornito a questo proposito gli esempi
più istruttivi.
3. Come Marx
poneva la questione nel 1852 [15]
Mehring pubblicava nel
1907 nella Neue Zeit ( XXV, 2, 164 ) alcuni estratti di una lettera di
Marx a Weydemeyer, del 5 marzo 1852. Questa lettera contiene fra l'altro il
seguente importantissimo passo:
"Per quello che mi
riguarda, a me non appartiene né il merito di aver scoperto l'esistenza delle
classi nella società moderna né quello di aver scoperto la lotta tra di esse.
Già molto tempo prima di me degli storici borghesi avevano esposto la
evoluzione storica di questa lotta delle classi, e degli economisti borghesi
avevano esposto l'anatomia economica delle classi. Quel che io ho fatto di
nuovo è stato di dimostrare: l. che l'esistenza delle classi è
soltanto legata a determinate fasi di sviluppo storico della produzione
[historische Entwicklungsphasen der Produktion]; 2. che la lotta di
classe necessariamente conduce alla dittatura del proletariato; 3. che
questa dittatura stessa costituisce soltanto il passaggio alla soppressione
di tutte le classi e a una società senza classi...". [16]
In queste righe Marx è
riuscito in primo luogo a esprimere con una impressionante nitidezza l'elemento
essenziale e fondamentale che distingue la sua dottrina dalle dottrine dei più
profondi e avanzati pensatori della borghesia. In secondo luogo, egli ha qui
indicato la sostanza della sua dottrina dello Stato.
L'elemento essenziale
della dottrina di Marx è la lotta di classe. Cosí si dice e si scrive molto
spesso. Ma questo non è vero e da questa affermazione errata deriva, di solito,
una deformazione opportunista del marxismo, un travestimento del marxismo nel
senso di renderlo accettabile alla borghesia. Perchè la dottrina della lotta di
classe non è stata creata da Marx, ma dalla borghesia prima di Marx. e
può, in generale, essere accettata dalla borghesia. Colui che si
accontenta di riconoscere la lotta delle classi non è ancora un marxista,
e può darsi benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero borghese e
dalla politica borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle
classi, vuol dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la
borghesia può accettare. Marxista è soltanto colui che estende il
riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura
del proletariato. In questo consiste la differenza più profonda tra il
marxista e il banale piccolo-borghese (e anche il grande). E' questo il punto
attorno al quale bisogna mettere alla prova la comprensione e il riconoscimento
effettivi del marxismo. E non vi è da meravigliarsi che, nel momento
in cui la storia dell'Europa ha condotto la classe operaia a porsi praticamente
questa questione, non solo tutti gli opportunisti e i riformisti, ma anche
tutti i "kautskiani" (gente che oscilla tra il riformismo e il
marxismo) abbiano rivelato di essere dei miserabili filistei e dei democratici
piccolo-borghesi che negano la dittatura del proletariato. L'opuscolo
di Kautsky La dittatura del proletariato, uscito nell'agosto 1918,
cioè molto tempo dopo la pubblicazione della prima edizione del presente libro,
è un modello di deformazione piccolo-borghese del marxismo e di vile rinuncia
ad esso nei fatti, unite a un riconoscimento ipocrita di esso a parole
(si veda il mio opuscolo: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky,
Pietrogrado e Mosca 1918).
L'opportunismo
contemporaneo, personificato dal suo maggiore rappresentante, l'ex marxista K.
Kautsky, rientra completamente nella caratteristica attribuita da Marx alla
posizione borghese, perchè esso riconosce la lotta di classe soltanto
nei limiti dei rapporti borghesi. (Ma entro questi limiti, nel quadro di questi
rapporti, nessun liberale colto si rifiuta di riconoscere "in linea di principio"
la lotta di classe!) L'opportunismo non porta il riconoscimento della
lotta di classe sino al punto precisamente essenziale, sino al periodo del passaggio
dal capitalismo al comunismo, sino al periodo dell'abbattimento della
borghesia e del suo annientamento completo. In realtà, questo periodo è
inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un'asprezza inaudita, un
periodo in cui le forme di questa lotta diventano quanto mai acute, e quindi
anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo
nuovo (per i proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in modo
nuovo (contro la borghesia).
Ancora. L'essenza della
dottrina dello Stato di Marx può essere compresa fino in fondo soltanto da
colui che comprende che la dittatura di una sola classe è necessaria
non solo per ogni società classista in generale, non solo per il proletariato
dopo aver abbattuto la borghesia, ma per un intero periodo storico,
che separa il capitalismo della "società senza classi", dal comunismo.
Le forme degli Stati borghesi sono straordinariamente varie, ma la loro
sostanza è unica: tutti questi Stati sono in un modo o nell'altro, ma in ultima
analisi, necessariamente, una dittatura della borghesia. Il passaggio
dal capitalismo al comunismo, naturalmente, non può non produrre un'enorme
abbondanza e varietà di forme politiche, ma la sostanza sarà inevitabilmente
una sola: la dittatura del proletariato.
Note
11. K. Marx, Miseria
della filosofia, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, p. 140.
12. K. Marx F. Engels, Manifesto
del partito comunista, cit., pp. 74 e 87-88.
13. Trad. it. cit., pp. 205 206.
14. Op cit., p. 40.
15. Questo paragrafo
mancava nella prima edizione di Stato e rivoluzione e fu aggiunto
dall'autore nel dicembre 1918,
in occasione della pubblicazione della seconda edizione.
16. K. Marx-F. Engels, Sul
materialismo storico, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, pp. 72-73.
Stato e Rivoluzione
III. Lo Stato e la
rivoluzione.
L' esperienza della Comune di Parigi (1871).
L'analisi di Marx
1. In che cosa consiste l'eroismo del tentativo dei comunardi?
E' noto che alcuni mesi
prima della Comune, nell' autunno del 1870, Marx metteva in guardia gli operai
parigini, mostrando loro che ogni tentativo di rovesciare il governo sarebbe
stato una sciocchezza dettata dalla disperazione [17]. Ma quando, nel marzo
1871, la battaglia decisiva fu imposta agli operai, ed essi
l'accettarono cosicchè l'insurrezione divenne un fatto compiuto, Marx,
nonostante i cattivi presagi, salutò con entusiasmo la rivoluzione proletaria.
Egli non si ostinò a condannare per pedanteria un movimento
"inopportuno", come fece Plekhanov, il tristemente celebre rinnegato
russo del marxismo, che nei suoi scritti del novembre 1905 incoraggiava gli
operai e i contadini alla lotta e, dopo il dicembre 1905, gridava alla maniera
dei liberali: "Non bisognava prendere le armi".
Marx non si limitò
tuttavia ad entusiasmarsi per l'eroismo dei comunardi che, com'egli diceva,
"davano l'assalto al cielo". Nel movimento rivoluzionario delle
masse, benchè esso non avesse raggiunto il suo scopo, Marx vide una esperienza
storica di enorme importanza, un sicuro passo in avanti della rivoluzione
proletaria mondiale, un tentativo pratico più importante di centinaia di
programmi e di ragionamenti. Analizzare questa esperienza, ricavarne delle
lezioni di tattica, rivedere, sulla base di questa esperienza, la sua teoria -
questo fu il compito che Marx si pose.
L'unico
"emendamento" che Marx giudicò necessario apportare al Manifesto
del Partito comunista, lo fece sulla base dell'esperienza rivoluzionaria
dei comunardi di Parigi.
L'ultima prefazione a
una nuova edizione tedesca del Manifesto del Partito comunista firmata
insieme dai due autori porta la data del 24 giugno 1872. In questa prefazione
Karl Marx e Friedrich Engels dicono che il programma del Manifesto del
Partito comunista "è oggi qua e là invecchiato".
"...La Comune,
specialmente, - essi aggiungono, - ha fornito la prova che "la classe
operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale
già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini"..." . [18]
Le ultime parole, fra
virgolette, di questa citazione sono prese dagli autori dall'opera di Marx: La
guerra civile in Francia. Così, a questo insegnamento principale e
fondamentale della Comune di Parigi, venne attribuita da Marx ed Engels
un'importanza talmente grande da trarne un emendamento sostanziale al Manifesto
del Partito comunista.
E' estremamente
caratteristico che gli opportunisti abbiano snaturato proprio questo emendamento
sostanziale; e i nove decimi, se non i novantanove centesimi, dei lettori del Manifesto
del Partito comunista non ne afferrano certamente la portata. Su questa
deformazione parleremo in particolare, in un capitolo successivo dedicato in
modo speciale alle deformazioni. Qui basta rilevare che
l'"interpretazione" corrente, volgare, della famosa formula di Marx,
da noi citata, è che Marx vi avrebbe sottolineato l'idea dell'evoluzione lenta,
in contrapposizione con la conquista del potere, ecc.
In realtà, è
proprio il contrario. L'idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare,
demolire la "macchina statale già pronta", e non limitarsi
semplicemente ad impossessarsene.
Il 12 aprile 1871, vale
a dire precisamente durante la Comune, Marx scriveva a Kugelmann:
"...Se tu rileggi
l'ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il
prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da
una mano ad un'altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino
ad ora, ma nello spezzarla" (il corsivo è di Marx; zerbrechen
nell'originale) "e che tale è la condizione preliminare di ogni reale
rivoluzione popolare sul Continente. In questo consiste pure il tentativo dei
nostri eroici compagni parigini" [19] (Neue Zeit, XX, I,
1901-1902. p. 709). (Le lettere di Marx a Kugelmann sono state pubblicate in
russo almeno in due edizioni, una delle quali da me curata e preceduta da una
mia prefazione.)
"Spezzare la
macchina burocratica e militare": in queste parole è espresso in modo
incisivo l'insegnamento principale del marxismo sui compiti del proletariato
nella rivoluzione per ciò che riguarda lo Stato. E proprio questo è
l'insegnamento che non solo è stato assolutamente dimenticato, ma addirittura
deformato dall'"interpretazione" dominante, kautskiana, del marxismo!
Quanto al passo del 18
Brumaio al quale Marx si riferisce, l'abbiamo citato più sopra
integralmente.
E' interessante
segnalare soprattutto due punti del passo citato da Marx. Anzitutto Marx limita
la sua conclusione al Continente. Questo era comprensibile nel 1871, quando
l'Inghilterra era ancora il modello d'un paese capitalistico puro, ma senza
militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Perciò Marx escludeva
l'Inghilterra, dove la rivoluzione, e anche una rivoluzione popolare, si
presentava ed era allora possibile senza la condizione preliminare
della distruzione della "macchina statale già pronta".
Attualmente, nel 1917,
nell'epoca della prima grande guerra imperialista, questa riserva di Marx cade:
l'Inghilterra e l'America, che erano, in tutto il mondo, le maggiori e le
ultime rappresentanti della "libertà" anglosassone per quanto
riguarda l'assenza di militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente
nel lurido, sanguinoso pantano, comune a tutta Europa, delle istituzioni
militari e burocratiche che tutto sottomettono a sé e tutto comprimono. Oggi,
in Inghilterra e in America, la "condizione preliminare di ogni reale
rivoluzione popolare" è la rottura, la distruzione della
"macchina statale già pronta" (portata in questi paesi nel 1914-1917 a una perfezione
"europea", imperialistica).
In secondo luogo,
merita un' attenzione particolare la osservazione straordinariamente profonda
di Marx che la distruzione della macchina burocratica e militare dello Stato è
"la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare".
Questo concetto di rivoluzione "popolare" sembra strano in bocca a
Marx, e i plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di Struve che
vogliono farsi passare per marxisti, potrebbero dire che questa espressione di
Marx è un "lapsus". Essi hanno deformato il marxismo in modo così
piattamente liberale che nulla esiste per loro all'infuori dell'antitesi:
rivoluzione borghese o rivoluzione proletaria, e anche quest'antitesi è da essi
concepita nel modo più scolastico che si possa immaginare.
Se si prendono come
esempio le rivoluzioni del ventesimo secolo, bisogna ben riconoscere che sia la
rivoluzione portoghese che la rivoluzione turca furono rivoluzioni borghesi. Ma
né l'una né l'altra furono "popolari"; né nell'una né nell'altra,
infatti, la massa del popolo, la sua stragrande maggioranza, agì in modo
attivo, indipendente, con le sue particolari esigenze economiche e politiche.
La rivoluzione borghese russa del 1905-1907, invece, pur non avendo ottenuto i
"brillanti" successi riportati in certi momenti dalle rivoluzioni
portoghese e turca, fu incontestabilmente una rivoluzione "veramente
popolare", poichè la massa del popolo, la sua maggioranza, i suoi strati sociali
"inferiori", più profondi, oppressi dal giogo e dallo sfruttamento,
si sollevarono in modo indipendente e lasciarono su tutta la rivoluzione
l'impronta delle loro esigenze, dei loro tentativi di
costruire a modo loro una nuova società al posto dell'antica ch'essi distruggevano.
Nell'Europa del 1871,
il proletariato non formava la maggioranza del popolo in nessun paese del
Continente. Una rivoluzione poteva essere "popolare", mettere in
movimento la maggioranza effettiva soltanto a condizione di abbracciare il
proletariato e i contadini. Queste due classi costituivano allora il
"popolo". Queste due classi sono unite dal fatto che la
"macchina burocratica e militare dello Stato" le opprime, le
schiaccia, le sfrutta. Spezzare questa macchina, demolirla,
ecco il vero interesse del "popolo", della maggioranza del popolo,
degli operai e della maggioranza dei contadini, ecco la "condizione
preliminare" della libera alleanza dei contadini poveri con i proletari.
Senza quest'alleanza non è possibile una democrazia salda, non è possibile una
trasformazione socialista.
E' noto che la Comune
di Parigi si era aperta una strada verso questa alleanza, ma non raggiunse il
suo scopo per ragioni di ordine interno ed esterno.
Parlando quindi di una
"reale rivoluzione popolare", senza dimenticare affatto le
particolarità della piccola borghesia (delle quali parlò molto e spesso), Marx
teneva dunque rigorosamente conto dei reali rapporti di forza fra le classi
della maggior parte degli Stati continentali dell'Europa del 1871. D'altra
parte egli costatava che gli operai e i contadini sono egualmente interessati a
spezzare la macchina statale, che ciò li unisce e pone di fronte a
loro il compito comune di sopprimere il "parassita" e di sostituirlo
con qualche cosa di nuovo.
Con che cosa
precisamente ?
2. Con che cosa
sostituire la macchina statale spezzata?
A questa domanda Marx
non dava ancora, nel 1847, nel Manifesto del Partito comunista, che
una risposta puramente astratta; per meglio dire indicava i problemi e non i
mezzi per risolverli. Sostituire la macchina dello Stato spezzata con
1'"organizzazione del proletariato come classe dominante", con la
"conquista della democrazia": questa era la risposta del Manifesto
del Partito comunista.
Senza cadere
nell'utopia, Marx aspettava dall'esperienza di un movimento di massa
la risposta alla questione: quali forme concrete avrebbe assunto questa
organizzazione del proletariato come classe dominante e in che modo
precisamente questa organizzazione avrebbe coinciso con la più completa e
conseguente "conquista della democrazia".
Nella Guerra civile
in Francia Marx sottopone l'esperienza della Comune, per quanto breve essa
sia stata, a un'analisi attentissima. Citiamo i passi principali di questo
scritto:
Nel secolo decimonono,
trasmesso dal medioevo, si sviluppava "il potere statale centralizzato,
con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia,
burocrazia, clero e magistratura". A misura che l'antagonismo di classe
tra capitale e lavoro si accentuava, "il potere dello Stato assumeva sempre
più il carattere [...] di forza pubblica organizzata per l'asservimento
sociale, di uno strumento di dispotismo di classe. Dopo ogni rivoluzione che
segnava un passo avanti nella lotta di classe, il carattere puramente
repressivo del potere dello Stato risaltava in modo sempre più evidente".
Dopo la rivoluzione del 1848-1849 il potere dello Stato diviene uno
"strumento pubblico di guerra del capitale contro il lavoro". Il
Secondo Impero non fa che consolidarlo.
"La Comune fu
l'antitesi diretta dell'Impero." "Fu la forma positiva" di
"una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma
monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe...".
In che cosa consisteva
questa forma "positiva" di repubblica proletaria, socialista? Quale
era lo Stato ch'essa aveva cominciato a creare?
"...Il primo
decreto della Comune fu la soppressione dell'esercito permanente, e la
sostituzione ad esso del popolo armato..." [20]
Questa rivendicazione
figura oggi nel programma di tutti i partiti che desiderano chiamarsi
socialisti. Ma quel che valgono i loro programmi, lo dimostra nel modo migliore
la condotta dei nostri socialisti-rivoluzionari e dei nostri menscevichi che,
appunto dopo la rivoluzione del 27 febbraio, di fatto si rifiutarono di attuare
questa rivendicazione!
"...La Comune fu
composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi
mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La
maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, o rappresentanti
riconosciuti della classe operaia... Invece di continuare ad essere agente del
governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni
politiche e trasformata in strumento responsabile della Comune revocabile in
qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le altre
branche dell'amministrazione. Dai membri della Comune in giù, il servizio
pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti
acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello Stato
scomparvero insieme coi dignitari stessi... Sbarazzatisi dell'esercito
permanente e della polizia, elementi della forza fisica del vecchio governo, la
Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il
"potere dei preti"... I funzionari giudiziari furono spogliati di
quella sedicente indipendenza... dovevano essere elettivi, responsabili e
revocabili...". [21]
La Comune avrebbe
dunque "semplicemente" sostituito la macchina statale spezzata con
una democrazia più completa: soppressione dell'esercito permanente, assoluta
eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari. In realtà ciò significa
"semplicemente" sostituire - opera gigantesca - a istituzioni di un
certo tipo altre istituzioni basate su princípi diversi. E' questo precisamente
un caso di "trasformazione della quantità in qualità": da borghese
che era, la democrazia, realizzata quanto più pienamente e conseguentemente sia
concepibile, è diventata proletaria; lo Stato (forza particolare destinata a
opprimere una classe determinata) s'è trasformato in qualche cosa che non è più
propriamente uno Stato.
Ma la necessità di
reprimere la borghesia e di spezzarne la resistenza permane. Per la Comune era
particolarmente necessario affrontare questo compito, e il non averlo fatto con
sufficiente risolutezza è una delle cause della sua sconfitta. Ma qui l'organo
di repressione è la maggioranza della popolazione, e non più la minoranza, come
era sempre stato nel regime della schiavitù, del servaggio e della schiavitù salariata.
E dal momento che è la maggioranza stessa del popolo che reprime i
suoi oppressori, non c'è più bisogno di una "forza
particolare" di repressione! In questo senso lo Stato comincia ad
estinguersi. Invece delle istituzioni speciali di una minoranza privilegiata
( funzionari privilegiati, capi dell'esercito permanente), la maggioranza
stessa può compiere direttamente le loro funzioni, e quanto più il popolo
stesso assume le funzioni del potere statale, tanto meno si farà sentire la
necessità di questo potere.
A questo proposito è da
notare in particolar modo un provvedimento preso dalla Comune e che Marx
sottolinea: la soppressione di tutte le indennità di rappresentanza, la
soppressione dei privilegi pecuniari dei funzionari, la riduzione degli stipendi
assegnati a tutti i funzionari dello Stato al livello di "salari
da operai". Qui appunto si fa sentire con speciale rilievo la svolta
dalla democrazia borghese alla democrazia proletaria, dalla democrazia degli
oppressori alla democrazia delle classi oppresse, dallo Stato come "forza
particolare" destinata a reprimere una classe determinata, alla
repressione degli oppressori ad opera della forza generale della
maggioranza del popolo, degli operai e dei contadini. Ed è precisamente su
questo punto particolarmente evidente - il più importante forse nella questione
dello Stato - che gli insegnamenti di Marx sono stati più dimenticati! Gli
innumerevoli commenti dei volgarizzatori non ne fanno cenno! E'
"consuetudine" tacere su questo punto, come su di una "ingenuità"
che ha fatto il suo tempo, esattamente come i cristiani
"dimenticarono", quando il loro culto divenne religione di Stato, le
"ingenuità" del cristianesimo primitivo e il suo spirito democratico
rivoluzionario.
La riduzione delle
retribuzioni degli alti funzionari pare "semplicemente" l'esigenza di
un democratismo ingenuo, primitivo. Uno dei "fondatori" del moderno
opportunismo, l'ex socialdemocratico Ed. Bernstein, s'è molte volte esercitato
a ripetere banali motteggi borghesi a proposito del democratismo
"primitivo". Come tutti gli opportunisti, come i kautskiani dei
nostri giorni, Bernstein non ha assolutamente compreso che, in primo luogo, il
passaggio dal capitalismo al socialismo è impossibile senza un certo
"ritorno" al democratismo "primitivo" (come si potrebbe
altrimenti far compiere alla maggioranza della popolazione, e poi alla intera
popolazione, le funzioni dello Stato?); in secondo luogo, che il
"democratismo primitivo" sulla base del capitalismo e della civiltà
capitalistica non è il democratismo primitivo delle epoche patriarcali e
precapitalistiche. La civiltà capitalistica ha creato la grande
produzione, le officine, le ferrovie, la posta, il telefono, ecc.; e su
questa base, l'immensa maggioranza delle funzioni del vecchio "potere
statale" si sono a tal punto semplificate e possono essere ridotte a così
semplici operazioni di registrazione, d'iscrizione, di controllo, da poter
essere benissimo compiute da tutti i cittadini con un minimo di istruzione e
per un normale "salario da operai"; si può (e si deve) quindi
togliere a queste funzioni ogni minima ombra che dia loro qualsiasi carattere
di privilegio e di "gerarchia".
Eleggibilità assoluta,
revocabilità in qualsiasi momento di tutti i funzionari senza alcuna
eccezione, riduzione dei loro stipendi al livello abituale del "salario da
operaio": questi semplici e "naturali" provvedimenti
democratici, mentre stringono pienamente in una comunità di interessi gli
operai e la maggioranza dei contadini, servono in pari tempo da passerella tra
il capitalismo e il socialismo. Questi provvedimenti concernono la
riorganizzazione statale, puramente politica, della società; ma essi,
naturalmente, assumono tutto il loro significato e tutta la loro importanza
solo in legame con la "espropriazione degli espropriatori" realizzata
o preparata; in legame cioè con la trasformazione della proprietà privata
capitalistica dei mezzi di produzione in proprietà sociale.
"La Comune -
scriveva Marx - fece una realtà della frase pubblicitaria delle rivoluzioni
borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di
spese, l'esercito permanente e il funzionarismo statale". [22]
Fra i contadini, come
fra le altre categorie della piccola borghesia, solo un'infima minoranza
"si eleva", "arriva" nel senso borghese della parola; solo
alcuni individui divengono cioè delle persone agiate, dei borghesi o dei
funzionari con posizione sicura e privilegiata. L'immensa maggioranza dei
contadini, in tutti i paesi capitalistici in cui esistono dei contadini (e questi
paesi sono la maggioranza), è oppressa dal governo e aspira a rovesciarlo,
aspira ad un governo "a buon mercato". Solo il proletariato
può assolvere questo compito, e assolvendolo egli fa in pari tempo un passo
verso la riorganizzazione socialista dello Stato.
3. La
soppressione del parlamentarismo
"La Comune -
scrisse Marx - non doveva essere un organismo parlamentare, ma di lavoro,
esecutivo e legislativo allo stesso tempo...
"...Invece di
decidere un volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante
dovesse mal rappresentare [ver- und zertreten] il popolo nel
Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in
comuni così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore
privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda."
[23]
Questa mirabile critica
del parlamentarismo, fatta nel 1871, appartiene oggi anch'essa, grazie al
dominio del socialsciovinismo e dell'opportunismo, alle "parole
dimenticate" del marxismo. Ministri e parlamentari di professione,
traditori del proletariato e socialisti "d'affari" dei nostri tempi
hanno abbandonato agli anarchici il monopolio della critica del parlamentarismo
e per questa ragione, di eccezionale saviezza, hanno qualificato di "anarchismo"
qualsiasi critica del parlamentarismo! Nulla di strano quindi che il
proletariato dei paesi parlamentari "progrediti", disgustato dalla
vista di "socialisti" come gli Scheidemann, i David, i Legien, i
Sembat, i Renaudel, gli Henderson, i Vandervelde, gli Staunig, i Branting, i
Bissolati e compagnia, abbia riversato sempre più spesso le sue simpatie
sull'anarco-sindacalismo, per quanto questo sia fratello dell'opportunismo.
Ma per Marx la
dialettica rivoluzionaria non fu mai quella vuota fraseologia alla moda, quel gingillo
in cui la trasformarono Plekhanov, Kautsky e altri. Marx seppe romperla
implacabilmente con l'anarchismo per la sua incapacità di utilizzare anche la
"stalla" del parlamentarismo borghese. soprattutto quando è evidente
che la situazione non è rivoluzionaria; ma egli seppe in pari tempo dare una
critica veramente proletaria e rivoluzionaria del parlamentarismo.
Decidere una volta ogni
qualche anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il
popolo nel Parlamento: - ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non
solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma anche nelle repubbliche le
più democratiche.
Ma se si pone la
questione dello Stato, se si considera il parlamentarismo come una delle
istituzioni dello Stato, dal punto di vista dei compiti del proletariato in
questo campo, dove è la via per uscire dal parlamentarismo? Come si
può farne a meno?
Siamo costretti a
ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio della Comune,
sono stati dimenticati così bene che il "socialdemocratico"
contemporaneo (si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente
incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella
degli anarchici o dei reazionari.
Senza dubbio la via per
uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le istituzioni rappresentative
e il principio dell'eleggibilità, ma nel trasformare queste istituzioni
rappresentative da mulini di parole in organismi che "lavorino"
realmente. "La Comune non doveva essere un organismo parlamentare. ma di
lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo."
Un organismo "non
parlamentare, ma di lavoro": questo colpisce direttamente voi, moderni
parlamentari e "cagnolini" parlamentari della socialdemocrazia!
Considerate qualsiasi paese parlamentare, dall'America alla Svizzera, dalla
Francia all'Inghilterra, alla Norvegia, ecc.: il vero lavoro "di
Stato" si compie fra le quinte, e sono i ministeri, le cancellerie, gli
stati maggiori che lo compiono. Nei Parlamenti non si fa che chiacchierare, con
lo scopo determinato di turlupinare il "popolino". Questo è talmente
vero che anche nella repubblica russa, repubblica democratica borghese, tutte
queste magagne del parlamentarismo si fanno già sentire ancor prima che essa
sia riuscita a darsi un vero Parlamento. Gli eroi del putrido fi1isteismo, gli
Skobelev e gli Tsereteli, i Cernov e gli Avksentiev, sono riusciti a
incancrenire persino i Soviet, trasformandoli in mulini di parole sul tipo del
parlamentarismo borghese più rivoltante. Nei Soviet i signori ministri
"socialisti" ingannano con la loro fraseologia e le loro risoluzioni
i fiduciosi mugik. Nel governo si balla una quadriglia permanente, da
un lato, per sistemare a turno attorno alla "torta" dei posticini
remunerativi e onorifici il più gran numero possibile di
socialisti-rivoluzionari e di menscevichi; d'altro lato, per "occupare l'
attenzione" del popolo, E nelle cancellerie, negli stati maggiori "si
sbrigano" le faccende "dello Stato".
In un articolo di
fondo, il Dielo Naroda, organo dei "socialisti
rivoluzionari", partito al governo, confessava recentemente, con
l'impareggiabile franchezza propria della gente della "buona
società", in cui "tutti" si abbandonano alla prostituzione
politica, che anche nei ministeri appartenenti ai "socialisti" (si
passi la parola!), persino in essi tutto l'apparato amministrativo rimane in
fondo lo stesso, funziona come per il passato e sabota in piena
"libertà" le riforme rivoluzionarie! Ma, anche senza questa
confessione, la storia effettiva della partecipazione dei
socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi al governo non è forse la migliore
prova di ciò? L'unica cosa caratteristica è qui che, trovandosi al governo in
compagnia dei cadetti, i signori Cernov, Russanov, Zenzinov e altri redattori
del Dielo Naroda abbiano perduto a tal punto il senso del pudore da
raccontare pubblicamente e senza arrossire, come se si trattasse di un affare
da nulla, che "da loro", nei loro ministeri, tutto procede come
prima!! Fraseologia democratica rivoluzionaria per abbindolare i sempliciotti
di campagna e trafila burocratica per "farsi ben volere" dai
capitalisti: ecco il fondo di questa "onesta" coalizione.
La Comune sostituisce
questo parlamentarismo venale e corrotto della società borghese con istituzioni
in cui la libertà di opinione e di discussione non degenera in inganno; poichè
i parlamentari debbono essi stessi lavorare, applicare essi stessi le loro
leggi, verificarne essi stessi i risultati, risponderne essi stessi
direttamente davanti ai loro elettori. Le istituzioni rappresentative
rimangono, ma il parlamentarismo, come sistema speciale, come divisione del
lavoro legislativo ed esecutivo, come situazione privilegiata per i deputati, non
esiste più. Noi non possiamo concepire una democrazia, sia pur una democrazia
proletaria, senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e dobbiamo
concepirla senza parlamentarismo, se la critica della società borghese non è
per noi una parola vuota di senso, se il nostro sforzo per abbattere il dominio
della borghesia è uno sforzo serio e sincero e non una frase
"elettorale" destinata a scroccare voti degli operai, come lo è per i
menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, per gli Scheidemann e i Legien, i
Sembat e i Vandervelde.
E' molto significativo
che Marx, parlando delle funzioni di questo personale amministrativo
necessario alla Comune e alla democrazia proletaria, scelga come termine di
paragone il personale di "ogni altro imprenditore", cioè un'ordinaria
impresa capitalistica con "operai, sorveglianti e contabili".
In Marx non v'è un
briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una società
"nuova". No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi
della nuova società che sorge dall'antica, le forme di transizione tra
l'una e l' altra. Egli si basa sui fatti, sull' esperienza del movimento
proletario di massa e cerca di trarne insegnamenti pratici. Egli "si mette
alla scuola" della Comune, come tutti i grandi pensatori rivoluzionari non
esitavano a mettersi alla scuola dei grandi movimenti della classe oppressa,
senza mai far loro pedantemente la "morale" (come faceva Plekhanov
dicendo: "Non bisognava prendere le armi", o Tsereteli: "Una
classe deve sapersi autolimitare").
Non sarebbe possibile
distruggere di punto in bianco, dappertutto, completamente, la burocrazia.
Sarebbe utopia. Ma spezzare subito la vecchia macchina amministrativa per
cominciare immediatamente a costruirne una nuova, che permetta la graduale
soppressione di ogni burocrazia, non è utopia, è l'esperienza della
Comune, è il compito primordiale e immediato del proletariato rivoluzionario.
Il capitalismo
semplifica i metodi d'amministrazione "dello Stato", permette di
eliminare la "gerarchia" e di ridurre tutto a un'organizzazione dei
proletari (in quanto classe dominante) che assume, in nome di tutta la società,
"operai, sorveglianti e contabili".
Noi non siamo degli
utopisti. Non "sogniamo" di fare a meno, dall' oggi al domani,
di ogni amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni anarchici,
fondati sull'incomprensione dei compiti della dittatura del proletariato, sogni
che nulla hanno di comune con il marxismo e che di fatto servono unicamente a
rinviare la rivoluzione socialista fino al giorno in cui gli uomini saranno
cambiati. No, noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli uomini quali sono
oggi, e che non potranno fare a meno né di subordinazione, né di controllo, né
di "sorveglianti, né di contabili".
Ma bisogna subordinarsi
all'avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori: al
proletariato. Si può e si deve subito, dall'oggi al domani, cominciare a
sostituire la specifica "gerarchia" dei funzionari statali con le
semplici funzioni "di sorveglianti e di contabili", funzioni che sono
sin da ora perfettamente accessibili al livello generale di sviluppo degli
abitanti delle città e possono facilmente essere compiute per "salari da
operai".
Organizziamo la grande
industria partendo da ciò che il capitalismo ha già creato; organizziamola noi stessi,
noi operai, forti della nostra esperienza operaia, imponendo una rigorosa
disciplina, una disciplina di ferro, mantenuta per mezzo del potere statale dei
lavoratori armati; riduciamo i funzionari dello Stato alla funzione di semplici
esecutori dei nostri incarichi, alla funzione di "sorveglianti e ai contabili",
modestamente retribuiti, responsabili e revocabili (conservando naturalmente i
tecnici di ogni specie e di ogni grado): è questo il nostro compito
proletario; è da questo che si può e si deve cominciare facendo la
rivoluzione proletaria. Questo inizio, fondato sulla grande produzione, porta
da se alla graduale "estinzione" di ogni burocrazia, alla graduale
instaurazione di un ordine - ordine senza virgolette, ordine diverso dalla
schiavitù salariata - in cui le funzioni, sempre più semplificate, di sorveglianza
e di contabilità saranno adempiute a turno, da tutti, diverrano poi
un'abitudine e finalmente scompariranno in quanto funzioni speciali di
una speciale categoria di persone.
Verso il 1870 un arguto
socialdemocratico tedesco considerava la posta come un modello di impresa
socialista, Giustissimo. La posta è attualmente un'azienda organizzata sul
modello del monopolio capitalistico di Stato. A poco a poco
l'imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. I
"semplici" lavoratori, carichi di lavoro e affamati, restano sempre
sottomessi alla stessa burocrazia borghese. Ma il meccanismo della gestione
sociale è già pronto. Una volta abbattuti i capitalisti, spezzata con la mano
di ferro degli operai armati la resistenza di questi sfruttatori, demolita la
macchina burocratica dello Stato attuale, avremo davanti a noi un meccanismo
mirabilmente attrezzato dal punto di vista tecnico, sbarazzato dal
"parassita", e che i lavoratori uniti possono essi stessi benissimo
far funzionare assumendo tecnici, sorveglianti, contabili e pagando il lavoro
di tutti costoro, come quelli di tutti i funzionari
"dello Stato" in generale, con un salario da operaio. E' questo il
compito concreto, pratico, immediatamente realizzabile nei confronti di tutti i
trust e che libererà dallo sfruttamento i lavoratori, tenendo conto
dell'esperienza praticamente iniziata (soprattutto nel campo
dell'organizzazione dello Stato) dalla Comune.
Tutta l'economia nazionale organizzata come la posta; i tecnici,
i sorveglianti, i contabili, come tutti i funzionari dello Stato,
retribuiti con uno stipendio non superiore al "salario da operaio",
sotto il controllo e la direzione del proletariato armato: ecco il nostro fine
immediato. Ecco lo Stato, ecco la base economica dello Stato di cui abbiamo
bisogno. Ecco ciò che ci darà la distruzione del parlamentarismo e il
mantenimento delle istituzioni rappresentative, ecco ciò che sbarazzerà le
classi lavoratrici della prostituzione di queste istituzioni da parte della
borghesia.
4. L'organizzazione dell'unità nazionale
"...In un abbozzo
sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di
sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica
anche del più piccolo borgo..." Le comuni avrebbero eletto la
"delegazione nazionale" di Parigi.
"...Le poche ma
importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non
sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in mala fede, ma
adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili...
"L'unità della
nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla
costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione
di quel potere statale che pretendeva essere l'incarnazione di questa unità,
indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che
un'escrescenza parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio
potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano
essere strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante sulla
società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società.! [24]
Sino a qual punto gli
opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non abbiano capito, o per
meglio dire, non abbiano voluto capire queste considerazioni di Marx, è provato
nel modo migliore dal libro Le premesse del socialismo e i compiti della
socialdemocrazia, col quale il rinnegato Bernstein si è acquistato una
fama alla maniera di Erostrato. Proprio a proposito di questo passo di Marx,
Bernstein scrisse che questo programma "per il suo contenuto politico,
rivela, in tutti i suoi tratti essenziali, una straordinaria affinità col
federalismo di Proudhon... Nonostante tutte le altre divergenze tra Marx e il
"piccolo-borghese" Proudhon [Bernstein scrive
"piccolo-borghese" tra virgolette, le quali, secondo lui, dovrebbero
dare alle sue parole un senso ironico], il loro modo di vedere, è sotto questo
aspetto, il più possibile simile". Certo, continua Bernstein, l'importanza
delle municipalità aumenta, ma "mi pare cosa dubbia che il primo compito
della democrazia sia l'abolizione [Auflösung, letteralmente:
scioglimento, dissoluzione] degli Stati moderni e un cambiamento [Umwandlung,
metamorfosi] così completo della loro organizzazione come lo raffigurano Marx e
Proudhon: formazione di un'assemblea nazionale di delegati delle assemblee
provinciali o dipartimentali, che a loro volta sarebbero composte di delegati
delle comuni, in modo che le rappresentanze nazionali nella loro forma attuale
scomparirebbero completamente" (Bernstein, Le premesse, pp. 134 e
136, edizione tedesca del 1899).
E' semplicemente
mostruoso! Confondere le concezioni di Marx sulla "soppressione del potere
dello Stato parassita" col federalismo di Proudhon! Ma non è per caso,
giacchè all'opportunista non viene nemmeno in mente che Marx qui non parla
affatto del federalismo in opposizione al centralismo, ma della demolizione
della vecchia macchina dello Stato borghese esistente in tutti i paesi
borghesi.
All'opportunista viene
in mente soltanto ciò che egli vede attorno a se, nel suo ambiente di
filisteismo piccolo-borghese e di stagnazione "riformista", vale a
dire le sole "municipalità"! Quanto alla rivoluzione del
proletariato, l'opportunista ha disimparato persino a pensarci.
E' ridicolo. Ma è degno
di nota che, su questo punto, nessuno abbia contraddetto Bernstein. Molti hanno
confutato Bernstein, in particolare Plekhanov nella letteratura russa e Kautsky
in quella europea, ma nessuno dei due ha mai detto niente di questa
deformazione di Marx ad opera di Bernstein.
L'opportunista ha
disimparato così bene a pensare da rivoluzionario e a riflettere sulla
rivoluzione, ch'egli attribuisce del "federalismo" a Marx,
confondendolo così con Proudhon, fondatore dell'anarchismo. E Kautsky e
Plekhanov, che pretendono di essere marxisti ortodossi e di difendere la
dottrina del marxismo rivoluzionario, tacciono su questo punto! Ecco una delle
ragioni essenziali del modo estremamente banale, proprio tanto dei kautskiani
quanto degli opportunisti, su cui dovremo ritornare, di considerare la
differenza esistente tra il marxismo e l'anarchismo.
Nelle considerazioni di
Marx già citate sull' esperienza della Comune non c'è la minima traccia di
federalismo. Marx è d'accordo con Proudhon proprio su un punto che
l'opportunista Bernstein non vede; Marx dissente da Proudhon proprio là dove
Bernstein vede la concordanza.
Marx è d' accordo con
Proudhon in quanto entrambi sono per la "demolizione" dell'attuale
macchina statale. Questa concordanza del marxismo con l' anarchismo (sia con
Proudhon che con Bakunin) non vogliono vederla né gli opportunisti né i
kautskiani, perchè su questo punto essi si sono allontanati dal marxismo.
Marx dissente sia da
Proudhon che da Bakunin appunto a proposito del federalismo (per non parlare
poi della dittatura del proletariato). In linea di principio, il federalismo
deriva dalle vedute piccolo-borghesi dell'anarchismo. Marx è centralista. E in
tutti i passi citati non si troverà la minima rinuncia al centralismo. Soltanto
gente imbevuta di una volgare "fede superstiziosa" nello Stato può
scambiare la distruzione della macchina borghese con la distruzione del
centralismo!
Ma se il proletariato e
i contadini poveri si impadroniscono del potere statale, si organizzano in
piena libertà nelle comuni e coordinano l'azione di tutte le comuni per colpire
il capitale, spezzare la resistenza dei capitalisti, rimettere a tutta
la nazione, a tutta la società la proprietà privata delle ferrovie, delle
officine, della terra, ecc, non è questo forse centralismo? Non è forse il
centralismo democratico più conseguente, e, con ciò, un centralismo proletario?
Bernstein è
semplicemente incapace di concepire la possibilità di un centralismo
volontario, di un'unione volontaria delle comuni in nazione, di una volontaria
fusione delle comuni proletarie nell'opera di distruzione del dominio borghese
e della macchina statale borghese. Bernstein, come ogni filisteo, si
rappresenta il centralismo come un qualcosa che, venendo unicamente dall'alto,
non può essere imposto e mantenuto se non dalla burocrazia e dal militarismo.
Marx, quasi avesse
previsto che le sue idee potevano essere travisate, sottolinea intenzionalmente
che accusare la Comune di aver voluto distruggere l'unità nazionale e
sopprimere il potere centrale equivale a commettere scientemente un falso. Marx
adopera intenzionalmente l'espressione "organizzare l'unità della
nazione" per contrapporre il centralismo proletario cosciente,
democratico, al centralismo borghese, militare, burocratico.
Ma... non c'è peggior
sordo di chi non vuol sentire. Gli opportunisti della socialdemocrazia
contemporanea non vogliono appunto sentir parlare di distruggere il potere
dello Stato, di amputare questo parassita.
5. La distruzione
dello Stato parassita
Abbiamo già citato, su
questo punto, i passi corrispondenti di Marx; dobbiamo ora completarli.
"...E' comunemente
destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a
torto per riproduzione di vecchie e anche di defunte forme di vita sociale, con
le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che
spezza [bricht] il moderno potere statale, venne presa a torto per una
riproduzione dei comuni medioevali... una federazione di piccoli Stati, come
era stata sognata da Montesquieu e dai Girondini... una forma esagerata della
vecchia lotta contro l'eccesso di centralizzazione...
"...La
costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale tutte le
energie sino allora assorbite dallo Stato parassita, che si nutre alle spalle
della società e ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo atto avrebbe
iniziato la rigenerazione della Francia..
"...In realtà, la
costituzione della Comune metteva i produttori rurali sotto la direzione
intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi garantiva loro, negli
operai, i naturali tutori dei loro interessi. L'esistenza stessa della Comune
portava con se, come conseguenza naturale, la libertà municipale locale, ma non
più come un contrappeso al potere dello Stato ormai diventato
superfluo..." [25]
"Distruzione del
potere totale", questa "escrescenza parassitaria",
"amputazione", "demolizione" di questo potere, "il
potere dello Stato ormai diventato superfluo": è in questi termini che
Marx parla dello Stato, giudicando e analizzando l' esperienza della Comune.
Tutto ciò è stato
scritto circa mezzo secolo fa; ed oggi bisogna ricorrere quasi a degli scavi
archeologici per far penetrare nella coscienza delle grandi masse questo marxismo
non deformato. Le conclusioni che Marx trasse dall'ultima grande rivoluzione
ch'egli visse, sono state dimenticate proprio quando è giunta l'ora di nuove
grandi rivoluzioni del proletariato.
" ...La
molteplicità delle interpretazioni che si danno della Comune e la molteplicità
degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano
che essa fu una forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le
precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive. Il suo vero
segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe
operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la
classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta. nella quale si
poteva compiere la emancipazione economica del lavoro...
"...Senza
quest'ultima condizione, la costituzione della Comune sarebbe stata una cosa
impossibile e un inganno..." [26]
Gli utopisti si sono
sempre sforzati di "scoprire" le forme politiche nelle quali doveva
prodursi la trasformazione socialista della società. Gli anarchici si sono
disinteressati della questione delle forme politiche in generale. Gli
opportunisti dell'odierna socialdemocrazia hanno accettato le forme politiche
borghesi dello Stato democratico parlamentare come un limite al di là del quale
è impossibile andare; si sono rotta la testa a furia di prosternarsi davanti a
questo "modello" e hanno tacciato come anarchico ogni tentativo di demolire
queste forme.
Da tutta la storia del
socialismo e della lotta politica Marx trasse la conclusione che lo Stato è
condannato a scomparire e che la forma transitoria dello Stato in via di
sparizione (transizione dallo Stato al non-Stato) sarà "il proletariato
organizzato come classe dominante". In quanto alle forme
politiche di questo avvenire, Marx non si preoccupò di scoprirle. Si
limitò all'osservazione esatta della storia francese, alla sua analisi e alla
conclusione che scaturiva dall' anno 1851: le cose marciano verso la distruzione
della macchina dello Stato borghese.
E quando il movimento
rivoluzionario di massa del proletariato scoppiò, Marx, nonostante l'insuccesso
del movimento, nonostante la sua breve durata e la sua impressionante
debolezza, si mise a studiare le forme ch'esso aveva rivelato.
La Comune è la forma
"finalmente scoperta" dalla rivoluzione proletaria sotto la quale
poteva prodursi la emancipazione economica del lavoro.
La Comune è il primo
tentativo della rivoluzione proletaria di spezzare la macchina dello
Stato borghese; è la forma politica "finalmente scoperta" che può e
deve sostituire quel che è stato spezzato.
Vedremo più avanti che
le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 continuano, in una situazione
differente, in altre condizioni, l'opera della Comune e confermano la geniale
analisi storica di Marx.
Note
17. Cfr. il Secondo
Indirizzo del Consiglio generale dell'Internazionale sulla guerra
franco-prussiana (9 settembre 1870). in K. Marx-F. Engels, Il partito
e l'Internazionale, cit., p. 155
18. Ediz. it. cit., p.
33.
19. K. Marx, Lettere
a Kugelmann, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, p. 139.
20. K. Marx, La
guerra civile in Francia, in Il partito e l'Internazionale, cit.,
p. 177.
21. Ivi, pp. 177-178.
22. Op. cit.,
p. 181.
23. Ivi, pp.
178, 179.
24. Op. cit.,
pp. 178-179.
25. Op. cit.,
p. 180.
26. Ivi, p.
181.
Stato e Rivoluzione
IV. Seguito.
Spiegazioni complementari di Engels
Marx ha detto ciò che è
essenziale sull'importanza dell'esperienza della Comune. Engels è ritornato più
volte su questo tema, interpretando l'analisi e le conclusioni di Marx e
spiegando talvolta altri aspetti della questione con tale vigore e con
tale rilievo che è necessario soffermarsi in modo particolare su queste
spiegazioni.
1. "La
questione delle abitazioni"
Nella sua opera sulla
questione delle abitazioni (1872) Engels si basa già sull'esperienza della
Comune quando, a più riprese, si sofferma sui compiti della rivoluzione nei
confronti dello Stato. E' interessante vedere come in questo tema concreto
appaiano con chiarezza, da un lato, i tratti di affinità tra lo Stato proletario
e lo Stato attuale, - tratti che permettono in entrambi i casi di parlare di
Stato - e, dall'altro lato, i tratti che li distinguono l'uno dall'altro, o il
passaggio alla soppressione dello Stato.
"Come risolvere
dunque la questione delle abitazioni? Nell'odierna società, esattamente come si
risolve qualsiasi altra questione sociale: mediante la graduale perequazione
economica di domanda ed offerta, soluzione che crea sempre nuovamente la stessa
questione, e che quindi non è una soluzione. La soluzione che darebbe alla
questione una rivoluzione sociale non dipende soltanto dalle condizioni del
momento, ma anche è connessa ad una serie di questioni di molto maggior
ampiezza, fra le quali una delle più importanti è quella dell'eliminazione
dell'antitesi fra città e campagna. Dato che noialtri non siamo di quelli che
creano dei sistemi utopistici per l'instaurazione della società futura,
dilungarci in proposito sarebbe superfluo. Però un fatto è sicuro fin da
adesso, e cioè che nelle grandi città vi sono già sufficienti edifici di
abitazioni da permettere di porre immediato riparo, con una utilizzazione
razionale delle abitazioni medesime, ad ogni reale "insufficienza di
abitazioni". Ciò può naturalmente farsi solo a condizione che siano espropriati
gli attuali proprietari o siano occupate le loro case da parte dei senza tetto
o degli operai che in precedenza vivevano ammassati in numero eccessivo nelle
loro abitazioni; e non appena il proletariato avrà conquistato il potere
politico. una tale misura - prescritta dal bene pubblico - sarà facile a
compiere esattamente quanto sono facili oggi altre espropriazioni ed
occupazioni da parte dell' attuale Stato" [27] (p. 22, edizione tedesca del 1887).
Non si prende qui in
considerazione il cambiamento di forma del potere statale, ma soltanto il
contenuto della sua attività. Anche per ordine dello Stato attuale si procede
ad espropriazioni e a requisizioni di alloggi. Dal punto di vista formale, lo
Stato proletario "ordinerà" esso pure delle requisizioni di alloggi e
delle espropriazioni di case. Ma è evidente che il vecchio apparato esecutivo,
la burocrazia legata alla borghesia, sarebbe semplicemente incapace di
applicare le decisioni dello Stato proletario.
"...D'altronde si
deve costatare che la "effettiva presa di possesso" di tutti gli
strumenti di lavoro, la presa di possesso di tutta l'industria da parte del
popolo lavoratore, sono esattamente il contrario del "riscatto"
proudhoniano. Col riscatto il singolo lavoratore diviene proprietario
dell'abitazione, della cascina, degli strumenti di lavoro; con l'espropriazione
il "popolo lavoratore" rimane proprietario in toto delle
case, delle fabbriche e degli attrezzi, e - almeno nel periodo di trapasso -
sarà difficile che ne conceda l'usufrutto a singoli o a società senza
corresponsione delle spese. Proprio come l'abolizione della proprietà fondiaria
non è l'abolizione della rendita fondiaria, ma il suo trasferimento, sia pure
in forma modificata, alla società. La presa di possesso effettiva di tutti gli
strumenti di lavoro da parte del popolo lavoratore non esclude dunque affatto
il permanere dei rapporti di affittanza." [28] (p. 69).
Esamineremo nel
capitolo seguente la questione qui accennata, e cioè quella delle basi
economiche dell'estinzione dello Stato. Engels si esprime con estrema prudenza
dicendo che lo Stato proletario "probabilmente", "almeno nel
periodo transitorio", non distribuirà gli alloggi gratuitamente. L'affitto
degli alloggi, proprietà di tutto il popolo, a queste o quelle famiglie col
corrispettivo di una certa pigione, suppone dunque la percezione di questa
pigione, un certo controllo e l'istituzione di certe norme di ripartizione
degli alloggi. Tutto ciò esige una certa forma di Stato, ma non rende affatto
necessario uno speciale apparato militare e burocratico, con funzionari che
godano d'una situazione privilegiata. Il passaggio a uno stato di cose tale in
cui gli alloggi possono essere assegnati gratuitamente è connesso alla totale
"estinzione" dello Stato.
Parlando dei blanquisti
che, dopo la Comune e influenzati dalla sua esperienza, aderirono alle
posizioni di principio del marxismo, Engels così definisce di sfuggita la loro
posizione:
"...necessità
dell'azione politica del proletariato e della sua dittatura, come fase di
transizione verso l'abolizione delle classi e, con esse, dello Stato..."
[29] (p. 55).
Dilettanti di critica
letterale o borghesi "distruttori del marxismo" vedranno forse una
contraddizione tra questo riconoscimento dell'"abolizione dello
Stato" e la negazione di questa stessa formula, considerata come
anarchica, nel passo da noi già citato dell'Antidühring. Non ci
sarebbe di che meravigliarsi nel vedere gli opportunisti classificare anche Engels
fra gli "anarchici": accusare gli internazionalisti di anarchismo è
un'abitudine oggi sempre più diffusa fra i socialsciovinisti.
Il marxismo ha sempre
insegnato che con l'abolizione delle classi si compie anche l'abolizione dello
Stato. Il passo a tutti noto dell'Antidühring sull'"estinzione
dello Stato" rimprovera gli anarchici non tanto di essere per l'abolizione
dello Stato, quanto di pretendere che sia possibile abolire lo Stato
"dall'oggi al domani".
Poichè la dottrina
"socialdemocratica" oggi dominante ha completamente deformato
l'atteggiamento del marxismo verso l'anarchismo circa la questione della
soppressione dello Stato, sarà particolarmente utile ricordare una polemica di
Marx e di Engels con gli anarchici.
2. Polemica con
gli anarchici
Questa polemica risale
al 1873. Marx ed Engels avevano pubblicato, in una raccolta socialista
italiana, [30] degli articoli contro i proudhoniani, "autonomisti" o
"anti-autoritari", articoli che solo nel 1913 comparvero in
traduzione tedesca nella Neue Zeit.
"...Se la lotta
politica della classe operaia - scriveva Marx deridendo gli anarchici e la loro
negazione della politica - assume forme violente, se gli operai sostituiscono
la loro dittatura rivoluzionaria alla dittatura della classe borghese, essi
commettono il terribile delitto di leso-principio, perché per soddisfare i loro
miserabili bisogni profani di tutti i giorni, per schiacciare la resistenza
della classe borghese, invece di abbassare le armi e di abolire lo Stato, essi
gli dànno una forma rivoluzionaria e transitoria..." [31] (Neue Zeit,
1913-1914, A.
XXXII, vol. I, p. 40).
E' contro questa
"abolizione" dello Stato, - e solo contro questa, - che Marx si
levava nella sua polemica contro gli anarchici! Non contro I'idea che lo Stato
scompare con la scomparsa delIe classi, o sarà abolito con la abolizione delIe
classi, ma contro la rinuncia degli operai a fare uso delle armi, della
violenza organizzata, vale a dire dello Stato, che deve servire a
"schiacciare la resistenza deIla classe borghese".
Perchè non si travisi
il vero significato della sua lotta contro l'anarchismo. Marx sottolinea
intenzionalmente "la forma rivoluzionaria e transitoria"dello
Stato necessario al proletariato. Il proletariato ha bisogno dello Stato solo
per un certo periodo di tempo. Quanto all'abolizione dello Stato, come fine,
noi non siamo affatto in disaccordo con gli anarchici. Affermiamo che per
raggiungere questo fine è indispensabile utilizzare temporaneamente, contro
gli sfruttatori, gli strumenti, i mezzi e i metodi del potere statale, così
com'è indispensabile, per sopprimere le classi, stabilire la dittatura
temporanea della classe oppressa. Nel porre la questione contro gli anarchici,
Marx sceglie il modo più incisivo e più chiaro: abbattendo il giogo dei
capitalisti, gli operai debbono "deporre le armi" o rivolgerle contro
i capitalisti per spezzare la loro resistenza? E se una classe fa
sistematicamente uso delle armi contro un'altra classe, che cosa è questo se
non una "forma transitoria" di Stato?
Si domandi quindi ogni
socialdemocratico: è così che egli ha posto il problema dello Stato
nella polemica contro gli anarchici? è così che il problema è stato posto
dall'immensa maggioranza dei partiti socialisti ufficiali della Seconda
Internazionale?
Engels sviluppa le stesse
idee in modo ancor più particolareggiato e popolare. Egli deride innanzi tutto
la confusione di idee dei proudhoniani che si chiamavano
"anti-autoritari", negavano cioè ogni autorità, ogni subordinazione,
ogni potere. Prendete una fabbrica, una ferrovia, un piroscafo in alto mare, -
dice Engels, - non è evidente che senza una certa subordinazione, e quindi
senza una certa autorità o un certo potere, non è possibile far funzionare
nemmeno uno di questi complicati apparati tecnici, fondati sull'impiego delle
macchine e la metodica collaborazione di un gran numero di persone?
"...Allorchè io
sottoposi simili argomenti ai più furiosi anti-autoritari, - scrive Engels, -
essi non seppero rispondermi che questo: " Ah! Ciò vero, ma qui non si
tratta di un'autorità che noi diamo ai delegati, ma di un incarico!".
Questi signori credono aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato i
nomi..." [32]
Dopo aver così
dimostrato che autorità ed autonomia sono nozioni re1ative, che il campo della
loro applicazione varia secondo le differenti fasi dello sviluppo sociale, e
che è assurdo considerarle come qualcosa
di assoluto; dopo aver
aggiunto che il campo di applicazione delle macchine e della grande industria
va sempre più estendendosi, Engels passa dalle considerazioni generali
sull'autorità al problema dello Stato.
" ...Se gli
autonomisti - egli scrive - si limitassero a dire che l'organizzazione sociale
dell'avvenire restringerà l'autorità ai soli limiti nei quali le condizioni
della produzione la rendono inevitabile, si potrebbe intendersi; invece, essi
sono ciechi per tutti i fatti che rendono necessaria la cosa, e si avventano
contro la parola.
"Perchè gli
anti-autoritari non si limitano a gridare contro l'autorità politica, lo Stato?
Tutti i socialisti sono d'accordo in ciò, che lo Stato politico e con lui
l'autorità politica scompariranno in conseguenza della prossima rivoluzione
sociale, e cioè che le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere
politico, e si cangieranno in semplici funzioni amministrative veglianti ai
veri interessi sociali. Ma gli anti-autoritari domandano che lo Stato politico
autoritario sia abolito d'un tratto, prima ancora che si abbiano distrutte le
condizioni sociali, che l'hanno fatto nascere. Eglino domandano che il primo
atto della rivoluzione sociale sia l'abolizione dell'autorità. Non hanno mai
veduto una rivoluzione questi signori? Una rivoluzione è certamente la cosa più
autoritaria che vi sia; è l'atto per il quale una parte della popolazione
impone la sua volontà all'altra parte col mezzo di fucili, baionette e cannoni,
mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuol avere
combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi
ispirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se
non si fosse servita di questa autorità di popolo armato, in faccia ai
borghesi? Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita
abbastanza largamente?
"Dunque, delle due
cose l'una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che si dicono, e in questo caso
non seminano che la confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il
movimento del proletariato. Nell'un caso e nell'altro essi servono la
reazione" [33] (p. 39).
In questo passo si fa
accenno a questioni che devono essere esaminate in connessione con il problema
dei rapporti fra la politica e l'economia nel periodo dell'estinzione dello
Stato. (Il capitolo seguente è dedicato a questo tema.) Tali sono i problemi
relativi alla trasformazione delle funzioni pubbliche da funzioni politiche in
semplici funzioni amministrative; tale è il problema dello "Stato
politico". Quest'ultima espressione, particolarmente suscettibile di far
sorgere malintesi, mostra il processo dell'estinzione dello Stato: lo Stato che
si estingue, a un certo punto dalla sua estinzione, può essere chiamato uno
Stato non politico.
La cosa più notevole in
questo passo di Engels è ancora una volta il modo con cui egli imposta la
questione contro gli anarchici. I socialdemocratici, che pretendono di essere
allievi di Engels, hanno polemizzato milioni di volte con gli anarchici dopo il
1873, ma non hanno discusso come i marxisti possono e debbono fare.
L'idea che si fanno gli anarchici dell'abolizione dello Stato è confusa e non
rivoluzionaria: ecco come Engels impostò la questione. E' proprio la
rivoluzione, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, nei suoi compiti specifici
rispetto alla violenza, all'autorità, al potere, allo Stato, che gli anarchici
si rifiutano di vedere.
Per i socialdemocratici
contemporanei la critica dell'anarchismo si riduce abitualmente a questa pura
banalità piccolo-borghese: "Noi ammettiamo lo Stato, gli anarchici
no!". Naturalmente una tale banalità non può non suscitare l'avversione
degli operai con un minimo di raziocinio e rivoluzionari. Ben altro è ciò che
dice Engels: egli sottolinea che tutti i socialisti riconoscono che la
scomparsa dello Stato è una conseguenza della rivoluzione socialista. In
seguito egli pone in modo concreto la questione della rivoluzione, la questione
appunto che i socialdemocratici, per il loro opportunismo, generalmente
eludono, abbandonando agli anarchici il monopolio della pseudo
"elaborazione" di questo problema. E ponendo tale questione, Engels
prende il toro per le corna: la Comune non avrebbe dovuto forse servirsi maggiormente
del potere rivoluzionario dello Stato, vale a dire del proletariato
armato, organizzato come classe dominante?
La socialdemocrazia
ufficiale e dominante ha eluso di solito il problema dei compiti concreti del
proletariato nella rivoluzione, o con un semplice sarcasmo da filisteo, o, nel
migliore dei casi, con questa battuta sofistica ed evasiva: "Si vedrà
poi!". Gli anarchici erano in diritto di rimproverare, a una tale
socialdemocrazia, di venir meno al suo dovere di educare in uno spirito
rivoluzionario gli operai. Engels mette a profitto l'esperienza dell'ultima
rivoluzione proletaria appunto per studiare nel modo più concreto quello che il
proletariato deve fare per ciò che riguarda sia le banche che lo Stato, e come
deve farlo.
3. Una lettera a
Bebel
Una delle
considerazioni più notevoli, se non la più notevole, che troviamo negli scritti
di Marx e di Engels sullo Stato, è nel seguente passo di una lettera di Engels
a Bebel del 18-28 marzo 1875. Notiamo tra parentesi che questa lettera è stata
pubblicata per la prima volta, per quanto mi è noto, nel secondo volume delle
memorie di Bebel (Ricordi della mia vita), apparse nel 1911, cioè
trentasei anni dopo che era stata scritta e inviata.
Engels aveva scritto a
Bebel criticando il progetto del programma di Gotha, che anche Marx aveva
criticato nella sua nota lettera a W. Bracke. Parlando in particolare del
problema dello Stato, Engels scrive :
" ...Lo Stato
popolare libero si è trasformato in Stato libero. Secondo il senso grammaticale
di queste parole, uno Stato libero è quello che è libero verso i suoi
cittadini, cioè è uno Stato con un governo dispotico. Sarebbe ora di farla
finita con tutte queste chiacchiere sullo Stato, specialmente dopo la Comune
che non era più uno Stato nel senso proprio della parola. Gli anarchici ci
hanno abbastanza rinfacciato lo "Stato popolare", benchè già
il libro di Marx contro Proudhon e in seguito il Manifesto del Partito
comunista dicano esplicitamente che con l'instaurazione del regime sociale
socialista lo Stato si dissolve da sé [sich auflöst] e scompare. Non
essendo lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire
nella lotta, nella rivoluzione, per tener soggiogati con la forza i propri
nemici, parlare di uno "Stato popolare libero" è pura assurdità:
finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno
non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei
suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà allora lo Stato
come tale cessa di esistere. Noi proporremo quindi di mettere ovunque invece
della parola Stato la parola Gemeinwesen, una vecchia
eccellente parola tedesca, che corrisponde alla parola francese Commune"
[34] (p. 322 dell'originale tedesco).
Bisogna ricordare che
questa lettera si riferisce al programma del partito, criticato in una lettera
di Marx scritta solo poche settimane dopo questa (la lettera di Marx è del 5
maggio 1875), e che Engels viveva allora con Marx a Londra. E' dunque certo che
Engels, dicendo nella sua ultima frase "noi", propone, a nome suo e
di Marx, al capo del partito operaio tedesco di sopprimere nel programma
la parola "Stato" e di sostituirla con la parola "Comune".
Come griderebbero all'
"anarchia" i capi del moderno "marxismo" adattato alle
comodità degli opportunisti, se si proponesse loro un simile emendamento del
programma!
Gridino pure! La
borghesia li loderà.
Noi, da parte nostra,
continueremo la nostra opera. Nel rivedere il programma del nostro partito
dovremmo assolutamente tener conto del consiglio di Engels e di Marx, per
accostarci alla verità, per ristabilire il marxismo, purificandolo da tutte le
deformazioni, per meglio dirigere la classe operaia nella lotta per la sua
liberazione. E' certo che la raccomandazione di Engels e di Marx non troverà
oppositori tra i bolscevichi. Non ci sarà, crediamo, che una difficoltà: la
scelta del termine. In tedesco vi sono due parole che significano "Comune";
Engels scelse quella che indica non una singola comune, ma un insieme,
un sistema di comuni. In russo non esiste una parola simile e bisognerà forse
ricorrere alla parola francese "Commune", quantunque presenti
anch'essa certi inconvenienti.
"La Comune non era
più uno Stato nel senso proprio della parola": ecco l'affermazione di Engels,
fondamentale dal punto di vista teorico. Dopo l'esposizione che precede, questa
affermazione è perfettamente comprensibile. La Comune cessava di
essere uno Stato nella misura in cui essa non doveva più opprimere la
maggioranza della popolazione, ma una minoranza (gli sfruttatori); essa aveva
spezzato la macchina dello Stato borghese; invece di una forza particolare
di oppressione, era la popolazione stessa che entrava in campo. Tutto ciò non
corrisponde più allo Stato nel senso proprio della parola. Se la Comune si
fosse consolidata, le tracce dello Stato si sarebbero "estinte" da
sé: la Comune non avrebbe avuto bisogno di "abolire" le sue
istituzioni: queste avrebbero cessato di funzionare a mano a mano che non
avrebbero più avuto nulla da fare.
"Gli anarchici ci
rinfacciano lo "Stato popolare"." Così dicendo Engels allude
soprattutto a Bakunin e ai suoi attacchi contro i socialdemocratici tedeschi.
Engels riconosce che questi attacchi sono in qualche modo giusti in
quanto lo "Stato popolare" è un nonsenso e una deviazione dal
socialismo, come lo è lo "Stato popolare libero". Engels si sforza di
correggere la lotta dei socialdemocratici tedeschi contro gli anarchici, di
farne una lotta giusta nei principi, di sbarazzarla dai pregiudizi opportunisti
sullo "Stato". Ahimè! La lettera di Engels è rimasta per ben
trentasei anni in un cassetto. Vedremo più avanti che, anche dopo la
pubblicazione di questa lettera, Kautsky si ostina a ripetere in sostanza i
medesimi errori contro i quali Engels aveva messo in guardia.
Bebel rispose a Engels
il 21 settembre 1875, con una lettera nella quale dichiarava tra l'altro di
essere "completamente d'accordo" con il giudizio da lui esposto sul
progetto del programma e di aver rimproverato a Liebknecht di essere stato troppo
accomodante (p. 304 dell'ed. tedesca delle memorie di Bebel, vol. II). Ma se
prendiamo l'opuscolo di Bebel intitolato I nostri scopi vi troveremo
delle considerazioni sullo Stato completamente sbagliate:
"Lo Stato fondato
sulla dominazione di una classe deve essere trasformato in uno Stato
popolare" (Unsere Ziele, ed. tedesca, 1886, p. 14).
E questo è pubblicato
nella nona (nona!) edizione dell'opuscolo di Bebel! Non c'è da
meravigliarsi che la socialdemocrazia tedesca si sia imbevuta di concezioni
opportunistiche sullo Stato così ostinatamente ripetute, tanto più quando i
commenti rivoluzionari di Engels giacevano in un cassetto e le circostanze
della vita facevano "disimparare" per lungo tempo la rivoluzione.
4. Critica del
progetto del programma di Erfurt
Non si può, in
un'analisi della dottrina marxista sullo Stato, trascurare la critica del
progetto del programma di Erfurt inviata da Engels a Kautsky il 29 giugno 1891
[35], e pubblicata solo dieci anni dopo nella Neue Zeit, perchè essa è
soprattutto dedicata alla critica delle concezioni opportuniste della
socialdemocrazia sui problemi dell'organizzazione dello Stato.
Rileviamo di sfuggita
che Engels dà anche, sulle questioni economiche, una indicazione estremamente
preziosa, che mostra con quale attenzione e quale profondità di pensiero egli
seguisse le trasformazioni del capitalismo moderno, e come sapesse quindi, in
una certa misura, presentire i problemi della nostra epoca imperialista. Ecco
questa indicazione: a proposito della parola Planlosigkeit (assenza di
piano) adoperata nel progetto di programma per caratterizzare il capitalismo,
Engels scrive:
"...Se poi dalle
società per azioni passiamo ai trust, che dominano e monopolizzano intere
branche dell'industria, non soltanto non esiste più produzione privata, ma non
possiamo parlare più neppure di assenza di un piano" [36] (Neue Zeit,
A. XX, vol. I, 1901-1902, p. 8).
Nella valutazione
teorica del capitalismo moderno, cioè dell'imperialismo, è colto qui
l'essenziale, vale a dire che il capitalismo si trasforma in capitalismo
monopolistico. E da sottolineare capitalismo perchè uno degli errori più
diffusi è l'affermazione riformista borghese, secondo la quale il capitalismo
monopolistico o monopolistico di Stato non è già più capitalismo e può
essere chiamato "socialismo di Stato", ecc. Naturalmente i trust non
hanno mai dato, non danno sinora e non possono dare la regolamentazione di
tutta l'economia secondo un piano. Ma per quanto essi stabiliscano un piano,
per quanto i magnati del capitale calcolino in anticipo il volume della
produzione su scala nazionale e persino internazionale, per quanto essi
regolino questa produzione in base a un piano, rimaniamo tuttavia in regime
capitalistico, benchè in una sua nuova fase, ma, indubbiamente, in regime
capitalistico. La "vicinanza" di tale capitalismo al
socialismo deve essere per i veri rappresentanti del proletariato un argomento
in favore della vicinanza, della facilità, della possibilità, dell'urgenza
della rivoluzione socialista, e non già un argomento per mostrarsi tolleranti
verso la negazione di questa rivoluzione e verso l'abbellimento del
capitalismo, nella qual cosa sono impegnati tutti i riformisti.
Ma ritorniamo al
problema dello Stato. Engels ci dà qui indicazioni particolarmente preziose su
tre punti: primo, sul problema della repubblica; secondo, sul legame esistente
tra la questione nazionale e l'organizzazione dello Stato; terzo,
sull'amministrazione autonoma locale.
Engels fa della
questione della repubblica il punto cruciale della sua critica nel programma di
Erfurt. Se ricordiamo quale importanza il programma di Erfurt aveva assunto per
tutta la socialdemocrazia internazionale, come era servito di modello a tutta
la Seconda Internazionale, si potrà dire, senza timore di esagerare, che Engels
critica qui l'opportunismo di tutta la Seconda Internazionale.
"Le rivendicazioni
politiche del progetto - egli scrive - hanno un grosso difetto. In esse
manca proprio ciò che invece doveva essere detto" [37] (il
corsivo è di Engels).
E più avanti dimostra
che la Costituzione tedesca è, in sostanza, una copia ricalcata della
Costituzione ultrareazionaria del 1850; che il Reichstag non è altro, come
diceva Wilhelm Liebknecht, che "la foglia di fico dell'assolutismo",
e che voler realizzare - sulla base di una Costituzione che consacra l'
esistenza di piccoli Stati tedeschi e della confederazione di questi piccoli
Stati - la "trasformazione dei mezzi di lavoro in proprietà comune" è
"manifestamente privo di senso".
"E' pericoloso
toccare questo tasto", - aggiunge Engels, il quale sa benissimo che non si
può, in Germania, enunciare legalmente in un programma la rivendicazione della
repubblica. Tuttavia Engels non si adatta puramente e semplicemente a questa
considerazione evidente di cui "tutti" si accontentano. Egli
continua: "Ma l'argomento, in un modo o nell'altro, va affrontato. Quanto
sia necessario lo sta dimostrando proprio ora l'opportunismo che è penetrato [einreissende]
in una grande parte della stampa socialdemocratica. Per timore di una ripresa
delle leggi antisocialiste, a causa del ricordo di tutte le varie dichiarazioni
prematuramente espresse quando quelle leggi erano in vigore, all'improvviso
l'attuale situazione legale in Germania dovrebbe essere sufficiente al partito
per attuare per via pacifica tutte le sue rivendicazioni..." [38]
I socialdemocratici
tedeschi hanno agito per paura di un rinnovo delle leggi eccezionali: - è
questo il fatto essenziale che Engels pone in primo piano e definisce, senza
mezzi termini, opportunismo, dichiarando che, appunto perchè in Germania non
v'è repubblica e non v'è libertà, sognare una via "pacifica" è cosa
insensata. Engels è abbastanza prudente per non legarsi le mani. Egli riconosce
che nei paesi retti a repubblica o che godono di una grandissima libertà
"si può concepire" (soltanto "concepire"!) un'evoluzione
pacifica verso il socialismo, ma in Germania, egli ripete,
"...in Germania,
dove il governo è quasi onnipotente e il Reichstag e gli altri organismi
rappresentativi sono privi di reale potere, e per di più proclamarlo senza
necessità, significa togliere all'assolutismo la foglia di fico e servirsene
per coprire le proprie nudità...". [39]
A fare da copertura
all'assolutismo furono infatti, nella loro grande maggioranza, i capi ufficiali
della socialdemocrazia tedesca, che aveva messo "nel dimenticatoio"
gli avvertimenti di Engels.
"...Una simile
politica, alla lunga, non può non indurre in errore il partito. Si pongono in
prima linea questioni politiche astratte, generali, e si celano così le
questioni concrete e più urgenti, quelle questioni che al primo grande
avvenimento, alla prima crisi politica, si pongono da sé all'ordine del giorno.
Che altro può derivarne, se non il fatto che al momento decisivo il partito si
trovi improvvisamente perplesso, che sui punti decisivi regnino la confusione e
la discordia perchè questi punti non sono mai stati discussi?...
"Questo
dimenticare i grandi principi fondamentali di fronte agli interessi passeggeri
del momento, questo lottare e tendere al successo momentaneo senza preoccuparsi
delle conseguenze che ne scaturiranno, questo sacrificare il futuro del
movimento per il presente del movimento, può essere considerato onorevole, ma è
e rimane opportunismo, e l'opportunismo "onorevole" è forse il
peggiore di tutti...
"Se vi è qualcosa
di certo, è proprio il fatto che il nostro partito e la classe operaia possono
giungere al potere soltanto sotto la forma della repubblica democratica. Anzi,
questa è la forma specifica per la dittatura del proletariato, come già ha dimostrato
la Grande Rivoluzione francese..." [40]
Engels ripete qui,
mettendola particolarmente in rilievo, l'idea fondamentale che attraversa, come
un filo ininterrotto, tutte le opere di Marx: la repubblica democratica è la
via più breve che conduce alla dittatura del proletariato. Questa repubblica,
infatti, benchè non sopprima affatto il dominio del capitale, e quindi
l'oppressione delle masse e la lotta di classe, porta inevitabilmente questa
lotta a un'estensione, a uno sviluppo, a uno slancio e ad un'ampiezza tale che,
una volta apparsa la possibilità di soddisfare gli interessi essenziali delle
masse oppresse, questa possibilità si realizza necessariamente e unicamente con
la dittatura del proletariato, con la direzione di queste masse da parte del
proletariato. Per tutta la Seconda Internazionale anche queste sono state
"parole dimenticate" del marxismo, e questa dimenticanza si è
manifestata con particolare evidenza nella storia del partito menscevico
durante i primi sei mesi della rivoluzione russa del 1917.
Sul problema della
repubblica federativa in relazione con la composizione nazionale della
popolazione, Engels scriveva:
"Che cosa dovrebbe
subentrare al loro posto?" (al posto della costituzione monarchica
reazionaria dell'attuale Germania e della sua non meno reazionaria suddivisione
in piccoli Stati, che perpetua le caratteristiche specifiche del
"prussianesimo" anziché dissolverle in una Germania come un tutto
unico). "A mio giudizio, il proletariato può utilizzare soltanto la forma
della repubblica una e indivisibile. La repubblica federale ancora oggi, nel
complesso, è una necessità, data la gigantesca estensione territoriale degli
Stati Uniti, sebbene nella loro parte orientale costituisca già un impedimento.
Sarebbe un progresso in Inghilterra, dove sulle due isole vivono quattro
nazioni, e dove nonostante un Parlamento unico sussistono già oggi, uno accanto
all'altro, tre tipi di sistemi legislativi. Già da tempo essa è divenuta un
ostacolo nella piccola Svizzera, sopportabile soltanto perché la Svizzera si
accontenta di essere un membro puramente passivo del sistema degli Stati
europei. Per la Germania una imitazione del federalismo svizzero sarebbe un
enorme passo indietro. Due punti dividono lo Stato federale dallo Stato
unitario, cioè il fatto che ogni singolo Stato federato, ogni Cantone, ha la
propria legislazione civile e penale e la propria organizzazione giudiziaria, e
il fatto che accanto al Parlamento del popolo (Volkshaus) esiste un
Parlamento degli Stati (Staatenhaus), nel quale ogni Cantone, grande o
piccolo, vota come tale."
In Germania lo Stato
federale rappresenta una forma di transizione verso uno Stato completamente
unitario; non si deve far retrocedere la "rivoluzione dall'alto",
compiuta nel 1866 e nel 1870, ma si deve completarla con un "movimento dal
basso" [41].
Ben lontano dal
disinteressarsi delle forme dello Stato, Engels si sforza al contrario di
analizzare con la massima attenzione proprio le forme transitorie, per
determinare in ogni caso specifico, in base alle particolarità storiche
concrete, quale passaggio, da che cosa e verso che cosa, rappresenti
la forma transitoria esaminata
Come Marx, Engels
difende, dal punto di vista del proletariato e della rivoluzione proletaria, il
centralismo democratico, la repubblica una e indivisibile. Egli considera la
repubblica federale o come un'eccezione alla regola e un ostacolo allo
sviluppo, o come una transizione tra la monarchia e la repubblica
centralizzata, come un "passo avanti", in certe condizioni
particolari. E fra queste condizioni particolari, mette in evidenza la
questione nazionale.
Sia in Engels che in
Marx, benché essi abbiano criticato implacabilmente il carattere reazionario
degli staterelli in quanto tali e l'utilizzazione, in casi concreti, della
questione nazionale per mascherare questo carattere reazionario, non si
troverà, in nessuno dei loro scritti, neppur l'ombra della tendenza ad eludere
la questione nazionale, tendenza di cui parlano spesso i marxisti olandesi e
polacchi, pur partendo dalla lotta del tutto legittima contro il nazionalismo
angustamente piccolo-borghese dei "loro" piccoli Stati.
Persino in Inghilterra,
dove le condizioni geografiche, la comunanza della lingua e una storia
multisecolare sembrerebbero "aver messo fine" alla questione
nazionale per singole piccole suddivisioni del paese, - persino qui Engels
tiene conto del fatto evidente che la questione nazionale non è ancora superata
e riconosce perciò che la repubblica federale costituirebbe un "passo in
avanti". Ma non vi è qui neppur l'ombra della rinuncia a criticare i
difetti della repubblica federale e a condurre la propaganda e la lotta più
decisa in favore della repubblica unitaria, democratica, centralizzata.
Ma Engels non
concepisce affatto il centralismo democratico nel senso burocratico dato a
questa nozione dagli ideologi borghesi e piccolo-borghesi, compresi, fra questi
ultimi, gli anarchici. Per Engels il centralismo non esclude affatto una larga
autonomia amministrativa locale, la quale, mantenendo le "comuni" e
le regioni volontariamente l'unità dello Stato, sopprime recisamente ogni
burocrazia e ogni "comando" dall'alto.
"...Dunque
repubblica unitaria, - scrive Engels sviluppando le concezioni programmatiche
del marxismo a proposito dello Stato. - Ma non nel senso di quella francese
odierna, che non è altro se non l'impero senza imperatore, fondato nel 1798.
Dal 1792 al 1798 ogni dipartimento francese, ogni comune (Gemeinde)
godettero di una amministrazione completamente autonoma, secondo il modello
americano, e anche noi dobbiamo averla.
L' America e la prima
repubblica francese mostrarono a noi tutti in che modo si debba istituire
l'amministrazione autonoma e come si possa fare a meno della burocrazia, e
ancor oggi ce lo dimostrano l'Australia, il Canadà e le altre colonie inglesi.
Tale amministrazione autonoma provinciale e comunale è assai più libera che, ad
esempio, il federalismo svizzero, dove il Cantone è bensì assai indipendente
rispetto alla Confederazione, ma lo è anche rispetto al distretto e al comune.
I governi cantonali nominano governatori distrettuali e prefetti, mentre di
tutto questo non si ha traccia nei paesi di lingua inglese, e anche noi in
futuro vorremmo garbatamente fare a meno di essi come dei presidenti
distrettuali e dei consiglieri di prefettura prussiana."
Engels propone quindi
di formulare nel modo seguente l'articolo del programma relativo all'autonomia
amministrativa: "Amministrazione completamente autonoma nella
provincia," (governatorato o regione) "nei distretti e nei comuni, da
parte di impiegati eletti con suffragio universale. Abolizione di ogni autorità
locale e provinciale nominata dallo Stato". [42]
Nella Pravda
(n. 68, 28 maggio 1917), proibita dal governo di Kerenski e dagli altri
ministri "socialisti", ho già avuto occasione di mostrare che, su
questo punto, - il quale evidentemente è tutt'altro che il solo, - i nostri
rappresentanti pseudosocialisti di una pseudodemocrazia pseudorivoluzionaria si
allontanano in modo clamoroso dai princípi democratici. Si comprende
come questa gente, legata dalla sua "coalizione" con la borghesia
imperialista, sia rimasta sorda a queste considerazioni.
E' molto importante
rilevare che Engels, prove alla mano, smentisce con il più preciso degli esempi
il pregiudizio straordinariamente diffuso - specie nella democrazia
piccolo-borghese, - secondo il quale una repubblica federale significhi
necessariamente maggiore libertà di quanto non si abbia in una repubblica
centralizzata. E' falso. I fatti citati da Engels relativi alla repubblica
francese centralizzata del 1792-l798 e alla repubblica federale svizzera
confutano questa affermazione. In realtà la repubblica centralizzata,
effettivamente democratica, diede maggiore libertà che non la
repubblica federale. In altri termini: la maggiore libertà locale,
regionale, ecc., che la storia abbia conosciuta è stata data dalla repubblica centralizzata
e non dalla repubblica federale.
La nostra propaganda e
la nostra agitazione di partito hanno dedicato e dedicano tuttora una
insufficiente attenzione a questo fatto, come, in generale, a tutto il problema
della repubblica federale e centralizzata e della autonomia amministrativa
locale.
5. La prefazione
del 1891 alla "Guerra civile" di Marx
Nella sua prefazione
alla terza edizione della Guerra civile in Francia - prefazione in data del 18
marzo 1891, pubblicata per la prima volta nella rivista Neue Zeit -,
accanto ad alcune interessanti riflessioni incidentali sui problemi connessi
all'atteggiamento nei confronti dello Stato, Engels dà un riassunto
meravigliosamente incisivo degli insegnamenti della Comune. Questo riassunto, -
arricchito di tutta l'esperienza del periodo di vent'anni che separa il suo
autore dalla Comune, e in particolar modo rivolto contro la "fede
superstiziosa nello Stato" tanto diffusa in Germania, - può a buon diritto
essere considerato come l'ultima parola del marxismo sulla questione
in esame.
In Francia, dopo ogni
rivoluzione, - osserva Engels, - gli operai erano armati; "per i borghesi
che si trovavano ancora al governo dello Stato il disarmo degli operai era
quindi il primo comandamento. Ecco quindi sorgere dopo ogni rivoluzione vinta
dagli operai una nuova lotta, la quale finisce con la disfatta degli
operai". [43]
Questo bilancio
dell'esperienza delle rivoluzioni borghesi è tanto succinto quanto eloquente.
Il fondo del problema - come, fra l'altro, nella questione dello Stato (la
classe oppressa dispone di armi?) - è individuato in modo ammirevole. Ed è
proprio questo fondo che tanto i professori influenzati dall'ideologia borghese
quanto i democratici della piccola borghesia eludono cosí spesso. Nella
rivoluzione russa del 1917 fu al "menscevico" Tsereteli,
"marxista anche lui", che toccò l'onore (l'onore d'un Cavaignac) di
svelare inavvertitamente questo segreto delle rivoluzioni borghesi. Nel suo "storico"
discorso dell'11 giugno, Tsereteli ebbe l'imprudenza di annunziare che la
borghesia era decisa a disarmare gli operai di Pietrogrado, decisione ch'egli
naturalmente presentò anche come propria e, in generale, come una necessità
"di Stato"!
Lo storico discorso di
Tsereteli, pronunciato l'11 giugno, sarà certamente per tutti gli storici della
rivoluzione del 1917 una delle migliori illustrazioni del passaggio del blocco
dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, con a capo il signor Tsereteli,
dalla parte della borghesia, contro il proletariato rivoluzionario.
Un'altra riflessione
incidentale di Engels, anch'essa legata al problema dello Stato, riguarda la
religione. E' noto che la socialdemocrazia tedesca, a mano a mano che si
incancreniva e diventava sempre più opportunista, scivolava con sempre maggiore
frequenza verso una interpretazione erronea e filistea della celebre formula:
"La religione è un affare privato". Questa formula infatti era
interpretata come se, anche per il partito del proletariato
rivoluzionario, la questione della religione fosse un affare privato!! Contro
questo completo tradimento del programma rivoluzionario del proletariato si
levò Engels, che, non potendo ancora, nel 1891, osservare nel suo partito se
non dei debolissimi germi di opportunismo, si esprimeva quindi con
grande prudenza:
"Come nella Comune
vi erano quasi solo operai o rappresentanti riconosciuti degli operai, così
anche le sue deliberazioni avevano una decisa impronta proletaria. O
decretavano riforme che la borghesia repubblicana aveva trascurato soltanto per
viltà, ma che rappresentavano una base necessaria per la libertà d'azione della
classe operaia, come l'attuazione del principio che di fronte allo Stato
la religione non è che un semplice affare privato; oppure emettevano
deliberazioni nell'interesse diretto della classe operaia, che talvolta
incidevano anche profondamente sull'antico ordinamento sociale..." [44].
E' con intenzione che
Engels ha sottolineato le parole "di fronte allo Stato"; in tal modo
egli attaccava in pieno l'opportunismo tedesco che dichiarava la religione un
affare privato di fronte al partito e abbassava così il partito del
proletariato rivoluzionario al livello del più volgare piccolo-borghese
"libero pensatore", che è disposto ad ammettere che si possa rimanere
fuori della religione, ma rinnega il compito del partito di lottare contro la
religione, quest'oppio che inebetisce il popolo.
Il futuro storico della
socialdemocrazia tedesca, ricercando le prime fonti della sua vergognosa
bancarotta nel 1914, troverà numerosi documenti interessanti su questa
questione, a cominciare dalle dichiarazioni evasive fatte nei suoi articoli dal
capo ideologico del partito, Kautsky, dichiarazioni che spalancavano le porte
all'opportunismo, per finire con l'atteggiamento del partito verso il Los-von-Kirche-Bewegung
(movimento per la separazione dalla Chiesa) nel 1913.
Ma vediamo come, vent'
anni dopo la Comune, Engels riassumeva gli insegnamenti ch'essa - aveva dato al
proletariato in lotta.
Ecco gli insegnamenti
che Engels poneva in primo piano:
"...Proprio
l'opprimente potere del precedente governo centralizzato, il potere dell'
esercito della polizia politica, della burocrazia, che Napoleone aveva creato
nel 1798 e che da allora in poi ogni nuovo governo aveva accettato come uno
strumento ben accetto e aveva sfruttato contro i suoi avversari, proprio quel
potere doveva cadere dappertutto, come già era caduto a Parigi.
"La Comune dovette
riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al
potere, non può continuare ad amministrare con la vecchia macchina statale; che
la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da
una parte deve eliminare tutto il vecchio macchinario repressivo già sfruttato
contro di essa, e dall'altra deve assicurarsi contro i propri deputati e
impiegati, dichiarandoli revocabili senza alcuna eccezione e in ogni
momento...". [45]
Engels sottolinea
ancora una volta che non solo in una monarchia, ma anche nella repubblica
democratica, lo Stato rimane lo Stato; conserva cioè la sua caratteristica
fondamentale: trasformare i funzionari, da "servitori della società"
e suoi organi, in padroni della società.
"...Contro questa
trasformazione, inevitabile finora in tutti gli Stati, dello Stato e degli
organi dello Stato da servitori della società in padroni della società, la
Comune applicò due mezzi infallibili. In primo luogo, assegnò elettivamente
tutti gli impieghi amministrativi, giudiziari, educativi, per suffragio
generale degli interessati e con diritto costante di revoca da parte di questi.
In secondo luogo, per tutti i servizi, alti e bassi, pagò solo lo stipendio che
ricevevano gli altri lavoratori. Il più alto assegno che essa pagava era di
6.000 franchi [*]. In questo modo era posto un freno sicuro alla caccia agli
impieghi e al carrierismo, anche senza i mandati imperativi per i delegati ai
Corpi rappresentativi, che furono aggiunti per soprappiù..." [46]
Engels affronta qui
l'interessante limite, passato il quale la democrazia conseguente da un lato si
trasforma in socialismo, e dall'altro richiede il socialismo. Infatti, per
sopprimere lo Stato è necessario trasformare le funzioni del servizio statale
in operazioni di controllo e di registrazione, talmente semplici da essere alla
portata dell'immensa maggioranza della popolazione e, in seguito, di tutta la
popolazione. Ma per sopprimere completamente il carrierismo, bisogna che un
impiego statale "onorifico", anche se non retribuito, non
possa servire di passerella per raggiungere impieghi molto lucrativi nelle
banche e nelle società anonime, come sistematicamente avviene in tutti
i paesi capitalistici, anche i più liberi.
Engels non cade però
nell'errore che commettono, ad esempio, certi marxisti a proposito del diritto
delle nazioni all'autodecisione: in regime capitalistico, essi dicono, questo
diritto è irrealizzabile, e in regime socialista diventa superfluo. Questo
ragionamento, che vorrebbe essere spiritoso, ma è soltanto sbagliato, potrebbe
essere applicato a qualsiasi istituzione democratica, compreso il
modesto stipendio assegnato ai funzionari, poichè un sistema democratico
rigorosamente conseguente non è possibile in regime capitalistico, e in regime
socialista ogni democrazia finirà per estinguersi.
E' un sofisma del
genere della vecchia barzelletta: in quel momento l'uomo che perde ad uno ad
uno i suoi capelli può essere considerato calvo?.
Sviluppare la
democrazia fino in fondo, ricercare le forme di questo
sviluppo, metterle alla prova della pratica, ecc.: tutto ciò
costituisce uno dei problemi fondamentali della lotta per la rivoluzione
sociale. Preso a sé, nessun sistema democratico, qualunque esso sia, darà il
socialismo; ma nella vita il sistema democratico non sarà mai "preso a
sé", sarà "preso nell'insieme" ed eserciterà la sua influenza
anche sull'economia di cui stimolerà la trasformazione, mentre esso
stesso subirà l'influenza dello sviluppo economico, ecc. E' questa la
dialettica della storia viva.
Engels continua:
"...Questa
distruzione violenta [Sprengung] del potere dello Stato esistente e la
sostituzione ad esso di un nuovo potere veramente democratico, è descritta
esaurientemente nel terzo capitolo della Guerra civile. Era però
necessario ritornar qui brevemente sopra alcuni tratti di essa, perchè proprio
in Germania la fede superstiziosa nello Stato si è trasportata dalla filosofia
nella coscienza generale della borghesia e perfino di molti operai. Secondo la
concezione filosofica, lo Stato è "la realizzazione dell'Idea" ovvero
il regno di Dio in terra tradotto in linguaggio filosofico, il campo nel quale
la verità e la giustizia eterne si realizzano o si devono realizzare. Di qui
una superstiziosa venerazione dello Stato e di tutto ciò che ha relazione con
lo Stato, che subentra tanto più facilmente in quanto si è assuefatti fin da
bambini a immaginare che gli affari comuni a tutta la società non possono venir
curati altrimenti che come sono stati curati fino a quel momento cioè per mezzo
dello Stato e dei suoi ben pagati funzionari. E si crede è liberati dalla fede
nella monarchia ereditata e si giura nella repubblica democratica. Però lo
Stato non è in realtà che una macchina per l'oppressione di una classe da parte
di un' altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; e nel
migliore dei casi è un male che viene lasciato in eredità al proletariato
riuscito vittorioso nella lotta per il dominio di classe i cui lati peggiori il
proletariato non potrà fare a meno di amputare subito, nella misura del
possibile come fece la Comune, finchè una generazione, cresciuta in condizioni
sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il
ciarpame statale". [47]
Engels metteva in
guardia i tedeschi perchè non dimenticassero, nell'eventualità della
sostituzione della monarchia con la repubblica, i princípi del socialismo sul
problema dello Stato in generale. Questi suoi avvertimenti appaiono oggi come
una lezione impartita direttamente ai signori Tsereteli e Cernov, che hanno
manifestato, nella loro pratica di "coalizione", la loro fede
superstiziosa nello Stato e la loro superstiziosa venerazione verso di esso!
Ancora due
osservazioni: 1) Quando Engels dice che nella repubblica democratica "non
meno" che nella monarchia, lo Stato rimane "una macchina per
l'oppressione di una classe da parte di un'altra", ciò non significa
affatto che la forma d'oppressione sia indifferente per il
proletariato, come "insegnano" certi anarchici. Una forma
più larga, più libera, più aperta, di lotta di classe e di oppressione di
classe facilita immensamente al proletariato la sua lotta per la soppressione
delle classi in generale. 2) Perchè soltanto una nuova generazione sarà in
grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale? Questo problema è
connesso a quello del superamento della democrazia, del quale parleremo ora.
6. Engels sul
superamento della democrazia
Engels ha avuto modo di
pronunciarsi su questo punto trattando della inesattezza scientifica
della denominazione "socialdemocratico".
Nella prefazione alla
raccolta dei suoi articoli degli anni 1870 su diversi temi, dedicati in
prevalenza ad argomenti "internazionali" (Internatiolanes aus dem
Volkstaat [48]), - prefazione in data 3 gennaio 1894, cioè scritta un anno
e mezzo prima della sua morte, - Engels scrive che in tutti i suoi articoli
egli ha impiegato la parola "comunista" e non
"socialdemocratico", perchè a quell'epoca si chiamavano
socialdemocratici i proudhoniani in Francia e i lassalliani in Germania.
"...Per Marx come
per me, continua Engels, - era dunque assolutamente impossibile adoperare
un'espressione così elastica per definire la nostra posizione. Oggi la cosa è
diversa, e questa parola" ("socialdemocratico") "può forse
andare [mag passieren] per quanto rimanga imprecisa [unpassend,
impropria] per un partito il cui programma economico non è semplicemente
socialista in generale, ma veramente comunista; per un partito il cui scopo
politico finale è la soppressione di ogni Stato e, quindi, di ogni democrazia.
Del resto, i veri (il corsivo è di Engels) partiti politici non hanno mai
una denominazione che loro convenga perfettamente; il partito si sviluppa, la
denominazione rimane."
Il dialettico Engels
nel declino dei suoi giorni rimane fedele alla dialettica. Marx ed io, egli
dice, avevamo per il partito un nome eccellente, scientificamente esatto, ma
allora non c'era un vero partito, cioè un partito proletario di massa. Ora
(fine del secolo decimonono) esiste un vero partito, ma la sua denominazione è
scientificamente inesatta. Non importa, essa "può andare" purchè il
partito si sviluppi, purchè l'inesattezza scientifica del suo nome non
gli sfugga e non gli impedisca di svilupparsi in una giusta direzione!
Qualche burlone
potrebbe forse venirci a consolare, noi bolscevichi, alla maniera di Engels:
noi abbiamo un vero partito; esso si sviluppa nel migliore dei modi: dunque il
nome assurdo e barbaro di "bolscevico", che non esprime assolutamente
nulla se non il fatto puramente accidentale che al congresso di
Bruxelles-Londra del 1903 avemmo la maggioranza, può anch'esso "andare"...
Forse, ora che le persecuzioni del nostro partito da parte dei repubblicani e
della democrazia piccolo-borghese "rivoluzionaria" nel luglio-agosto
1917, hanno reso così popolare, così onorevole il titolo di bolscevico e hanno
inoltre confermato l'immenso progresso storico del nostro partito nel corso del
suo sviluppo reale, io stesso esiterei forse a proporre, come in
aprile, di cambiare il nome del nostro partito. Proporrei forse ai compagni un
"compromesso": chiamarci Partito comunista, conservando, fra parentesi,
la parola "bolscevico"...
Ma la questione del
nome del partito è infinitamente meno importante di quella dell'atteggiamento
del proletariato rivoluzionario verso lo Stato.
Discutendo sullo Stato
si cade abitualmente nell'errore contro il quale Engels mette qui in guardia e
che noi abbiamo già prima segnalato di sfuggita: si dimentica cioè che la
soppressione dello Stato è anche la soppressione della democrazia, e che
l'estinzione dello Stato è l'estinzione della democrazia.
A prima vista questa affermazione
pare del tutto strana e incomprensibile: alcuni potrebbero forse persino temere
che noi auspichiamo l'avvento di un ordinamento sociale in cui non verrebbe
osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza;
perché in definitiva che cos'è la democrazia se non il riconoscimento di questo
principio?
No! La democrazia non
si identifica con la sottomissione della minoranza alla maggioranza. La
democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della minoranza
alla maggioranza, cioè l'organizzazione della violenza
sistematicamente esercitata da una classe contro un'altra, da una parte della
popolazione contro l'altra.
Noi ci assegniamo come
scopo finale la soppressione dello Stato, cioè di ogni violenza organizzata e
sistematica, di ogni violenza esercitata contro gli uomini in generale. Noi non
auspichiamo l'avvento di un ordinamento sociale in cui non venga osservato il
principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza. Ma, aspirando
al socialismo, noi abbiamo la convinzione che esso si trasformerà in comunismo,
e che scomparirà quindi ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza
contro gli uomini, alla sottomissione di un uomo a un altro, di una
parte della popolazione a un'altra, perchè gli uomini si abitueranno a
osservare le condizioni elementari della convivenza sociale, senza violenza
e senza sottomissione.
Per mettere in risalto
questo elemento di consuetudine, Engels parla della nuova generazione,
"cresciuta in condizioni sociali nuove, libere" e che sarà "in
grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale", ogni forma di
Stato, compresa la repubblica democratica.
Per chiarire questo
punto dobbiamo analizzare le basi economiche dell'estinzione dello Stato.
Note
27. F.
Engels, La questione delle abitazioni, Edizioni Rinascita, 1950, pp.
43-44.
28. Op. cit.,
pp. 131-132.
29. Op. cit.,
p.108.
30. L'Almanacco repubblicano per l'anno 1874, Milano-Lodi, 1873. Vi apparvero un articolo di Marx, L'indifferenza
in materia politica, e uno di Engels, Dell'autorità.
Ripubblicati in K. Marx-F. Engels, Contro l'anarchismo, Roma, Edizioni
Rinascita, 1950.
31. Contro
l'anarchismo, cit., p.10.
32. Op. cit.,
p.46.
33. Op. cit., pp. 47-48.
34. K. Marx-F. Engels, Il partito e
l'internazionale, cit., pp. 250-251.
35. Per la traduzione
italiana cfr. F Engels, Per la critica del progetto di programma del
Partito socialdemocratico - 1891 (a cura di E. Ragionieri), in Critica
marxista, a. I, n. 3, maggio-giugno 1963, pp. 118-132. Si tratta del
progetto di programma della socialdemocrazia tedesca discusso al congresso di
Erfurt nell'ottobre 1891.
36. F. Engels, Op. cit.,
p.125.
37. Op. cit., p. 127.
38. Op. cit., pp. 127-128.
39. Op. cit., p. 128.
40. Op. cit., pp. 128-129.
41. Op. cit.,
pp. 129-130.
42. Op. cit., pp.
130-131.
43. K. Marx, La
guerra civile in Francia, in Il partito e l'Internazionale, cit.,
p. 131.
44. Op. cit., p. 136.
45. Op. cit., pp. 139-140.
*. Ciò che fa circa
2400 rubli al corso nominale, e 6.000 al corso attuale. I bolscevichi che
propongono, ad esempio nei municipi, stipendi di 9.000 rubli, invece di
proporre per tutto lo Stato un massimo di 6.000 rubli - somma
sufficiente -, commettono un errore imperdonabile.
46. Op. cit.,
pp. 140-141.
47. Op. cit.,
p. 141.
48. Traduzione italiana
di questa raccolta: F Engels, Cose internazionali estratte dal Volkstaat
(1871-1875), Roma, L. Mongini ed., poi riunito in Marx-Engels-Lassalle, Opere,
a cura di E. Ciccotti, vol. IV, Milano, Società Editrice Avanti!, 1914.
Stato e Rivoluzione
V. Le basi economiche
dell'estinzione dello Stato
Lo studio più
approfondito di questo problema lo troviamo in Marx, nella sua Critica del
programma di Gotha (lettera a Bracke del 5 maggio 1875, pubblicata
soltanto nel 1891 nella Neue Zeit, IX, l, e di cui apparve una edizione
separata in russo). La parte polemica di questa importante opera, che contiene
la critica del lassallismo, ha lasciato per così dire nell'ombra la parte
positiva, cioè l'analisi della connessione tra lo sviluppo del comunismo e
l'estinzione dello Stato.
l. L'impostazione
della questione in Marx
Se si sottopongono a un
superficiale confronto la lettera di Marx a Bracke del 5 maggio 1875 e la
lettera del 28 marzo 1875 di Engels a Bebel, esaminata più sopra, può sembrare
che Marx sia molto più "statalista" di Engels e che la differenza fra
le concezioni dei due scrittori sullo Stato sia molto notevole.
Engels invita Bebel a
smetterla con le chiacchiere sullo Stato, a bandire completamente dal programma
la parola "Stato" e a sostituirla con la parola "Comune";
Engels dichiara persino che la Comune non era più uno Stato nel senso proprio
della parola. Marx invece parla del "futuro Stato della società
comunista", cioè sembra ammettere la necessità dello Stato anche in regime
comunista.
Ma una tale interpretazione
sarebbe profondamente errata. Un più attento esame mostra che le idee di Marx e
di Engels sullo Stato e sull'estinzione dello Stato coincidono perfettamente e
che l'espressione di Marx citata si riferisce appunto all'organizzazione
statale in via di estinzione.
Non è possibile
evidentemente determinare il momento in cui avverrà questa futura
"estinzione", soprattutto perchè essa sarà inevitabilmente un
processo di lunga durata. L'apparente differenza tra Marx ed Engels si spiega
con la differenza degli argomenti trattati e degli scopi da essi perseguiti.
Engels si propone di dimostrare a Bebel, in modo clamoroso, incisivo, a grandi
linee, tutta l'assurdità dei pregiudizi correnti (condivisi in gran parte da
Lassalle) sullo Stato. Marx sfiora soltanto questo problema; un altro
argomento l'interessa: lo sviluppo della società comunista.
Tutta la teoria di Marx
è l'applicazione al capitalismo contemporaneo della teoria dell'evoluzione,
nella sua forma più conseguente e completa, meditata e ricca di contenuto. Si
comprende quindi che Marx abbia visto il problema dell'applicazione di questa
teoria all'imminente fallimento del capitalismo e al futuro
sviluppo del futuro comunismo.
Su quali dati
ci si può dunque basare nel porre la questione del futuro sviluppo del futuro
comunismo?
Sul fatto che il
comunismo è generato dal capitalismo, si sviluppa storicamente dal
capitalismo, è il risultato dell'azione di una forza sociale prodotta
dal capitalismo. In Marx non vi è traccia del tentativo di inventare delle utopie,
di fare vane congetture su quel che non si può sapere. Marx pone la questione
del comunismo come un naturalista porrebbe, per esempio, la questione
dell'evoluzione di una nuova specie biologica, una volta conosciuta la sua
origine e la linea precisa della sua evoluzione.
Marx respinge
innanzitutto la confusione in cui cade il programma di Gotha nella questione
dei rapporti tra lo Stato e la società.
"...La
"società odierna" - egli scrive, - è la società capitalistica, che
esiste in tutti i paesi civili, più o meno libera di aggiunte medioevali, più o
meno modificata dallo speciale svolgimento storico di ogni paese, più o meno
evoluta. Lo "Stato odierno", invece, muta con il confine di ogni
paese. Nel Reich tedesco-prussiano esso è diverso che in Svizzera; in
Inghilterra è diverso che negli Stati Uniti. Lo "Stato odierno " è
dunque una finzione. "
Tuttavia i diversi
Stati dei diversi paesi civili, malgrado le loro variopinte differenze di
forma, hanno tutti in comune il fatto che stanno sul terreno della moderna
società borghese, che è soltanto più o meno evoluta dal punto di vista
capitalistico. Essi hanno perciò in comune anche alcuni caratteri essenziali.
In questo senso si può parlare di uno "Stato odierno", in
contrapposto al futuro, in cui la presente radice dello Stato, la società
borghese, sarà perita.
"Si domanda
quindi: quale trasformazione subirà lo Stato in una società comunista? In altri
termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora. che siano analoghe
alle odierne funzioni statali? A questa questione si può rispondere solo
scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola
Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una
spanna..." [49]
Avendo così
ridicolizzato tutte le chiacchiere sullo "Stato popolare", Marx
mostra come si deve impostare la questione, e avverte che non le si può dare in
qualche modo una risposta scientifica se non basandosi su dati scientifici
solidamente stabiliti.
Il primo punto,
stabilito con la massima precisione da tutta la teoria dell'evoluzione e, in
generale, da tutta la scienza - punto che gli utopisti dimenticavano e che
dimenticano gli opportunisti odierni, i quali temono la rivoluzione sociale - è
il seguente: è storicamente certo che fra il capitalismo e il comunismo dovrà
necessariamente esserci uno stadio particolare o una tappa particolare di transizione.
2. La transizione
dal capitalismo al comunismo
"...Tra la società
capitalistica e la società comunista, - prosegue Marx, - vi è il periodo della
trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un
periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la
dittatura rivoluzionaria del proletariato..." [50]
Questa conclusione si
basa, in Marx, sull'analisi della funzione che il proletariato ha nella società
capitalistica odierna, sui dati dello sviluppo di questa società e sulla
inconciliabilità degli opposti interessi del proletariato e della borghesia.
Prima la questione
veniva posta in tal modo: per ottenere la sua emancipazione il proletariato
deve rovesciare la borghesia, conquistare il potere politico, stabilire la sua
dittatura rivoluzionaria.
Ora la questione si
pone in modo un po' diverso: il passaggio dalla società capitalistica, che si
sviluppa in direzione del comunismo, alla società comunista è impossibile senza
un "periodo politico di transizione", e lo Stato di questo periodo
non può esser altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.
Ma qual è
l'atteggiamento di questa dittatura verso la democrazia?
Abbiamo visto che il Manifesto
del Partito comunista pone semplicemente uno accanto all'altro i due
concetti: "trasformazione del proletariato in classe dominante" e
"conquista della democrazia". Tutto ciò che precede permette di
determinare nel modo più preciso le modificazioni che subirà la democrazia
nella transizione dal capitalismo al comunismo.
La società
capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo più favorevoli, ci
offre nella repubblica democratica una democrazia più o meno completa. Ma
questa democrazia è sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento
capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per
le sole classi possidenti, per i soli ricchi. La libertà, nella società
capitalistica, rimane sempre più o meno quella che fu nelle repubbliche
dell'antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni
schiavi salariati. in conseguenza dello sfruttamento capitalistico, sono
talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che "hanno altro pel capo
che la democrazia", "che la politica", sicchè, nel corso
ordinario e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si
trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale.
L'esattezza di questa
affermazione è confermata. forse con la maggiore evidenza, dall'esempio della
Germania, perchè è proprio in questo paese che la legalità costituzionale si
mantenne, per quasi mezzo secolo (1871-1914), con una costanza e una durata
sorprendenti. e durante questo periodo la socialdemocrazia seppe, molto più che
negli altri paesi, "usufruire della legalità" e organizzare in un
partito politico una parte di operai molto più grande che in qualsiasi altro
paese del mondo.
Quale è dunque questa
parte - la più elevata fra quelle che si osservano nella società capitalistica
- degli schiavi salariati politicamente coscienti e attivi? Un milione di
membri del partito socialdemocratico su 15 milioni di operai salariati! Tre
milioni di operai organizzati nei sindacati su 15 milioni di operai!
Democrazia per
un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: questo è il sistema democratico
della società capitalistica. Se osserviamo più da vicino il meccanismo della
democrazia capitalistica, si vedranno sempre dovunque - sia nei
"piccoli" (i pretesi piccoli) particolari della legislazione
elettorale (durata della residenza, esclusione delle donne, ecc.), sia nel
funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli di fatto al
diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i "poveri"!),
sia nell' organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc.
- si vedranno restrizioni su restrizioni al sistema democratico. Queste
restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri sembrano piccoli
soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai
avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e
sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli
uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri
dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia.
Marx afferrò
perfettamente questa caratteristica essenziale della democrazia
capitalistica, quando, nella sua analisi dell'esperienza della Comune, disse:
agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i
rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in
Parlamento!
Ma l'evoluzione da
questa democrazia capitalistica - inevitabilmente ristretta, che respinge in
modo dissimulato i poveri, e quindi profondamente ipocrita e bugiarda - "a
una democrazia sempre più perfetta", non avviene così semplicemente,
direttamente e senza scosse come immaginano i professori liberali e gli
opportunisti piccolo-borghesi. No. Lo sviluppo progressivo, cioè l'evoluzione
verso il comunismo, avviene passando per la dittatura del proletariato e non
può avvenire altrimenti, poichè non v'è nessun'altra classe e nessun altro
mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori.
Ora, la dittatura del
proletariato, vale a dire l'organizzazione dell'avanguardia degli oppressi in
classe dominante per reprimere gli oppressori, non può limitarsi a un puro e
semplice allargamento della democrazia. Insieme a un grandissimo
allargamento della democrazia, divenuta per la prima volta una
democrazia per i poveri, per il popolo, e non una democrazia per i ricchi, la
dittatura del proletariato apporta una serie di restrizioni alla libertà degli
oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti. Costoro noi li dobbiamo
reprimere, per liberare l'umanità dalla schiavitù salariata; si deve spezzare
con la forza la loro resistenza; ed è chiaro che dove c'è repressione, dove c'è
violenza, non c'è libertà, non c'è democrazia.
Engels lo ha espresso
in modo mirabile nella sua lettera a Bebel scrivendo, come il lettore ricorda,
che "finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno
non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei
suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato
come tale cessa di esistere".
Democrazia per
l'immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza, vale a dire
esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori del popolo:
tale è la trasformazione che subisce la democrazia nella transizione
dal capitalismo al comunismo.
Soltanto nella società
comunista, quando la resistenza dei capitalisti è definitivamente spezzata,
quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono più classi (non v'è cioè più
distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi
sociali di produzione), soltanto allora "lo Stato cessa di
esistere e diventa possibile parlare di libertà". Soltanto allora
diventa possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente senza
alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi,
per la semplice ragione che, liberati dalla schiavitù capitalistica, dagli
innumerevoli orrori, barbarie, assurdità, ignominie dello sfruttamento
capitalistico, gli uomini si abituano a poco a poco a osservare le
regole elementari della convivenza sociale, da tutti conosciute da secoli,
ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a osservarle senza violenza,
senza costrizione, senza sottomissione, senza quello speciale
apparato di costrizione che si chiama Stato.
L'espressione: "lo
Stato si estingue" è molto felice in quanto esprime al tempo
stesso la gradualità del processo e la sua spontaneità. Soltanto l'abitudine
può produrre un tale effetto, e senza dubbio lo produrrà, poichè noi osserviamo
attorno a noi milioni di volte con quale facilità gli uomini si abituano a
osservare le regole per loro indispensabili della convivenza sociale, quando
non vi è sfruttamento e quando nulla provoca l'indignazione, la protesta, la
rivolta e rende necessaria la repressione.
La società
capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile,
falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La
dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo,
istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza,
accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il
comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più
sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da sé.
In altri termini: noi
abbiamo, nel regime capitalistico, lo Stato nel vero senso della parola, una
macchina speciale per la repressione di una classe da parte di un'altra e per
di più della maggioranza da parte della minoranza. Si comprende come per
realizzare un simile compito - la sistematica repressione della maggioranza
degli sfruttati da parte di una minoranza di sfruttatori - siano necessarie una
crudeltà e una ferocia di repressione estreme: fiumi di sangue attraverso cui
l'umanità prosegue il suo cammino, sotto il regime della schiavitù, della
servitù della gleba e del lavoro salariato.
In seguito, nel periodo
di transizione dal capitalismo al comunismo, la repressione è ancora
necessaria, ma è già esercitata da una maggioranza di sfruttati contro una
minoranza di sfruttatori. Lo speciale apparato, la macchina speciale di
repressione, lo "Stato", è ancora necessario, ma è già uno
Stato transitorio, non più lo Stato propriamente detto, perchè la repressione
di una minoranza di sfruttatori da parte della maggioranza degli schiavi
salariati di ieri è cosa relativamente così facile, semplice e
naturale, che costerà molto meno sangue di quello che è costata la repressione
delle rivolte di schiavi, di servi e di operai salariati, costerà molto meno
caro all'umanità. Ed essa è compatibile con una democrazia che abbraccia una
maggioranza della popolazione così grande che comincia a scomparire il bisogno
di una macchina speciale di repressione. Gli sfruttatori non sono
naturalmente in grado di reprimere il popolo senza una macchina molto
complicata destinata a questo compito; il popolo, invece, può
reprimere gli sfruttatori anche con una "macchina" molto semplice,
quasi senza "macchina", senza apparato speciale, mediante la semplice
organizzazione delle masse in armi (come - diremo anticipando - i
Soviet dei deputati operai e soldati).
Infine, solo il
comunismo rende lo Stato completamente superfluo, perchè non c'è da reprimere nessuno,
"nessuno" nel senso di classe, nel senso di lotta
sistematica contro una parte determinata della popolazione. Noi non siamo
utopisti e non escludiamo affatto che siano possibili e inevitabili eccessi individuali,
come non escludiamo la necessità di reprimere tali eccessi. Ma
anzitutto, per questo non c'è bisogno d'una macchina speciale, di uno speciale
apparato di repressione; lo stesso popolo armato si incaricherà di questa
faccenda con la stessa semplicità, con la stessa facilità con cui una qualsiasi
folla di persone civili, anche nella società attuale, separa delle persone in
rissa o non permette che venga usata la violenza contro una donna. Sappiamo
inoltre che la principale causa sociale degli eccessi che costituiscono
infrazioni alle regole della convivenza sociale è lo sfruttamento delle masse,
la loro povertà, la loro miseria. Eliminata questa causa principale, gli
eccessi cominceranno infallibilmente a "estinguersi". Non
sappiamo con quale ritmo e quale gradualità, ma sappiamo che si estingueranno.
E con essi si estinguerà anche lo Stato.
Marx, senza
abbandonarsi all'utopia, definì più in particolare ciò che è ora
possibile definire di questo avvenire, e precisamente ciò che distingue la fase
(gradino, tappa) inferiore dalla fase superiore della società comunista.
3. La prima fase
della società comunista
Nella Critica del
programma di Gotha Marx confuta minuziosamente l'idea di Lassalle che
l'operaio debba ricevere in regime socialista il reddito "non
ridotto" o il "reddito integrale del suo lavoro". Marx dimostra
che dal prodotto sociale complessivo di tutta la società bisogna detrarre: un
fondo di riserva, un fondo per l'allargamento della produzione, un fondo
destinato a reintegrare il macchinario "consumato", ecc.; inoltre bisogna
detrarre dagli oggetti di consumo un fondo per le spese di amministrazione, per
le scuole, per gli ospedali, gli ospizi per i vecchi, ecc.
Invece della formula
nebulosa, oscura e generica di Lassalle ("all'operaio il frutto integrale
del suo lavoro"), Marx stabilisce lucidamente come deve essere la gestione
di una società socialista. Egli affronta l'analisi concreta delle
condizioni di vita di una società in cui non esisterà il capitalismo, e
aggiunge:
"Quella con cui
abbiamo da far qui" (analizzando il programma del partito operaio) "è
una società comunista. non come si è sviluppata sulla sua propria
base, ma, viceversa, come emerge dalla società capitalistica; che
porta quindi ancora sotto ogni rapporto. economico, morale, spirituale, le
"macchie" della vecchia società dal cui seno essa è uscita".
[51]
E' questa società
comunista appena uscita dal seno del capitalismo, e che porta ancora sotto ogni
rapporto le impronte della vecchia società, che Marx chiama "la prima
fase" o fase inferiore della società comunista.
I mezzi di produzione
non sono già più proprietà privata individuale. Essi appartengono a tutta la
società. Ogni membro della società, eseguendo una certa parte del lavoro
socialmente necessario, riceve dalla società uno scontrino da cui risulta
ch'egli ha prestato tanto lavoro. Con questo scontrino egli ritira dai
magazzini pubblici di oggetti di consumo una corrispondente quantità di
prodotti. Detratta la quantità di lavoro versata ai fondi sociali, ogni operaio
riceve quindi dalla società tanto quanto le ha dato.
Si direbbe il regno
dell'"uguaglianza".
Ma quando, a proposito
di quest'ordinamento sociale (abitualmente chiamato socialismo, e che Marx
chiama prima fase del comunismo), Lassalle dice che c'è in esso "giusta
ripartizione", "uguale diritto di ciascuno all'uguale prodotto del
lavoro", egli si sbaglia e Marx spiega perchè.
Un "uguale
diritto", - dice Marx, - qui effettivamente l'abbiamo, ma è ancora
il "diritto borghese", che, come ogni diritto, presuppone la
disuguaglianza. Ogni diritto consiste nell' applicazione di un'unica
norma a persone diverse, a persone che non sono, in realtà, né
identiche, né uguali. L'"uguale diritto" equivale quindi a una
violazione dell'uguaglianza e della giustizia. Infatti, per una parte uguale di
lavoro sociale fornito, ognuno riceve un'uguale parte della produzione sociale
(con le detrazioni indicate più sopra).
Gli individui però non
sono uguali: uno è più forte, l'altro è più debole, uno è ammogliato, l'altro
no, uno ha più figli, l'altro meno, ecc.
"...Supposti uguali
il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, -
conclude Marx, - l'uno riceve dunque più dell'altro, l'uno è più ricco
dell'altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto,
invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale.." [52]
La prima fase del
comunismo non può dunque ancora realizzare la giustizia e l'uguaglianza;
rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non sarà più
possibile lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, poichè non sarà
più possibile impadronirsi, a titolo di proprietà privata, dei mezzi di
produzione, fabbriche, macchine, terreni, ecc. Demolendo la formula
confusa e piccolo-borghese di Lassalle sulla "uguaglianza" e la
"giustizia" in generale, Marx indica il corso dello
sviluppo della società comunista, costretta da principio a
distruggere solo l'"ingiustizia" costituita
dall'accaparramento dei mezzi di produzione da parte di singoli individui, ma incapace
di distruggere di punto in bianco l'altra ingiustizia: la ripartizione dei beni
di consumo "secondo il lavoro" (e non secondo i bisogni).
Gli economisti volgari,
e fra essi i professori borghesi, compreso il "nostro" Tugan,
rimproverano continuamente ai socialisti di dimenticare la disuguaglianza degli
individui e di "sognare" la soppressione di questa disuguaglianza.
Questi rimproveri, come si vede, dimostrano soltanto l'estrema ignoranza dei
signori ideologi borghesi.
Non solo Marx tiene
conto con molta precisione di questa inevitabile disuguaglianza delle persone, ma
non trascura nemmeno il fatto che, da sola, la socializzazione dei mezzi ai
produzione ("socialismo" nel senso abituale della parola) non
elimina gli inconvenienti della distribuzione e la disuguaglianza del
"diritto borghese" che continua a dominare fino a quando i
prodotti sono divisi "secondo il lavoro".
"...Ma questi
inconvenienti - continua Marx - sono inevitabili nella prima fase della società
comunista, quale è uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla società
capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione
economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della
società..." [53]
Così, nella prima fase
della società comunista (comunemente chiamata socialismo), il "diritto
borghese" non è completamente abolito, ma solo in parte, soltanto
nella misura in cui la rivoluzione economica è compiuta, cioè unicamente per
quanto riguarda i mezzi di produzione. Il "diritto borghese"
riconosce la proprietà privata su questi ultimi a individui singoli. Il socialismo
ne fa una proprietà comune. In questa misura - e soltanto in
questa misura - il "diritto borghese" è abolito.
Ma esso sussiste
nell'altra sua parte, sussiste quale regolatore (fattore determinante) della
distribuzione dei prodotti e del lavoro fra i membri della società. "Chi
non lavora non mangia": questo principio socialista è già
realizzato; "a uguale quantità di lavoro, uguale quantità di
prodotti": quest'altro principio socialista è anche esso già
realizzato. Tuttavia ciò non è ancora il comunismo, non abolisce ancora il
"diritto borghese" che attribuisce a persone disuguali e per una
quantità di lavoro disuguale (di fatto disuguale) una quantità uguale di
prodotti.
E' un
"inconveniente", dice Marx, ma esso è inevitabile nella prima fase
del comunismo, in quanto non si può pensare, senza cadere nell'utopia, che
appena rovesciato il capitalismo gli uomini imparino, dall'oggi al domani, a
lavorare per la società senza alcuna norma giuridica; d'altra parte,
l'abolizione del capitalismo non dà subito le premesse
economiche per un tale cambiamento.
E non vi sono altre
norme, all'infuori di quelle del "diritto borghese". Rimane perciò la
necessità di uno Stato che, mantenendo comune la proprietà dei mezzi di
produzione, mantenga l'uguaglianza del lavoro e l'uguaglianza della
distribuzione dei prodotti.
Lo Stato si estingue
nella misura in cui non ci sono più capitalisti, non ci sono più e quindi non è
più possibile reprimere alcuna classe.
Ma lo Stato non si è
ancora estinto completamente, poichè rimane la salvaguardia del "diritto
borghese" che consacra la disuguaglianza di fatto. Perchè lo Stato si
estingua completamente occorre il comunismo integrale.
4. La fase
superiore della società comunista
Marx continua:
"...In una fase
più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione
asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il
contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto
soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo
sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive
e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro
pienezza, solo allora l'angusto orizzonte giuridico borghese può essere
superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue
capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!". [54]
Ora soltanto possiamo
apprezzare tutta la giustezza delle osservazioni di Engels, che colpisce
implacabilmente con i suoi sarcasmi l'assurdo accoppiamento delle parole
"libertà" e "Stato". Finchè esiste lo Stato non vi è
libertà; quando si avrà la libertà non vi sarà più Stato.
La condizione economica
della completa estinzione dello Stato è che il comunismo giunga a un grado così
elevato di sviluppo che ogni contrasto di lavoro intellettuale e fisico
scompaia, e che scompaia quindi una delle principali fonti della disuguaglianza
sociale contemporanea, fonte che la sola socializzazione dei mezzi di
produzione, la sola espropriazione dei capitalisti non può inaridire di colpo.
Questa espropriazione
renderà possibile uno sviluppo gigantesco delle forze produttive. E
vedendo come, già ora, il capitalismo intralci in modo assurdo questo
sviluppo, e quali progressi potrebbero essere realizzati grazie alla tecnica
moderna già acquisita, abbiamo il diritto di affermare con assoluta certezza
che l'espropriazione dei capitalisti darà necessariamente un gigantesco impulso
alle forze produttive della società umana. Ma non sappiamo e non possiamo
sapere quale sarà la rapidità di questo sviluppo, quando esso giungerà a una
rottura con la divisione del lavoro, alla soppressione del contrasto fra il
lavoro intellettuale e fisico, alla trasformazione del lavoro nel "primo
bisogno della vita".
Abbiamo perciò diritto
di parlare unicamente dell'inevitabile estinzione dello Stato, sottolineando la
durata di questo processo, la sua dipendenza dalla rapidità di sviluppo della fase
più elevata del comunismo, lasciando assolutamente in sospeso la questione
del momento in cui avverrà e delle forme concrete che questa estinzione
assumerà, poichè non abbiamo dati che ci permettano di risolvere
simili questioni.
Lo Stato potrà
estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio.
"Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni",
cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole
fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente
produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità.
"L'angusto orizzonte giuridico borghese", che costringe a calcolare
con la durezza di uno Shylock: - non avrò per caso lavorato mezz'ora più di un
altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro? -, questo ristretto
orizzonte sarà allora sorpassato. La distribuzione dei prodotti non renderà più
necessario che la società razioni i prodotti a ciascuno: ciascuno sarà libero
di attingere "secondo i suoi bisogni".
Dal punto di vista
borghese è facile dichiarare che un tale regime sociale è "pura utopia"
e coprire di sarcasmi i socialisti che promettono a ogni cittadino di ricevere
dalla società, senza alcun controllo del suo lavoro, tutti i tartufi, tutte le
automobili, tutti i pianoforti che desidera. Ancor oggi la maggior parte degli
"scienziati" borghesi se la cavano con sarcasmi del genere rivelando
in tal modo sia la loro ignoranza che la loro interessata difesa del
capitalismo.
Ignoranza, perchè non a
un solo socialista è mai venuto in mente di "promettere" l'avvento
della fase superiore del comunismo; in quanto alla previsione dei
grandi socialisti sul suo avvento, essa presuppone una produttività del lavoro
diversa da quella attuale e non l'attuale borghese, capace, come i
seminaristi di Pomialovski [55], di sperperare "a destra e a
sinistra" le ricchezze pubbliche e di pretendere l'impossibile.
Fino all'avvento della
fase "più elevata" del comunismo, i socialisti reclamano dalla
società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo
della misura del lavoro, e della misura del consumo; ma questo controllo deve cominciare
con l'espropriazione dei capitalisti, con il controllo degli operai sui
capitalisti, e deve essere esercitato non dallo Stato dei funzionari, ma dallo
Stato degli operai armati.
La difesa interessata
del capitalismo da parte degli ideologi borghesi (e dei loro reggicoda del tipo
di Tsereteli, Cernov e consorti) consiste precisamente nell'eludere
con discussioni e frasi su un lontano avvenire, la questione urgente e di
scottante attualità della politica d'oggi: l'espropriazione dei
capitalisti, la trasformazione di tutti i cittadini in lavoratori e
impiegati di un unico e grande "cartello", vale a dire lo
Stato intero, e la completa subordinazione di tutto il lavoro di tutto questo
cartello a uno Stato veramente democratico, allo Stato dei Soviet
dei deputati operai e soldati.
In fondo quando un
dotto professore, e dopo di lui il filisteo, e dopo di lui i signori Tsereteli
e i signori Cernov parlano delle utopie insensate, delle promesse demagogiche
dei bolscevichi, della impossibilità di "introdurre" il socialismo
essi alludono appunto a questo stadio o a questa fase superiore del comunismo,
che non solo nessuno ha mai promesso, ma non ha neppure mai pensato di
"introdurre", per la sola ragione che è impossibile "introdurla".
Ci troviamo qui di
fronte al problema della distinzione scientifica tra socialismo e comunismo,
problema toccato da Engels nel brano precedentemente citato sulla denominazione
non esatta di "socialdemocratico". Dal punto di vista politico, la differenza
fra la prima fase o fase inferiore e la fase superiore del comunismo
probabilmente diventerà col tempo molto notevole, ma oggi, in regime
capitalistico, sarebbe ridicolo farne caso, e forse solo certi anarchici
potrebbero metterla in primo piano (se ci sono ancora fra gli anarchici uomini
a cui la metamorfosi "plekhanoviana" dei Kropotkin, dei Grave, dei
Cornelissen e di altre "stelle" dell'anarchismo in socialsciovinisti
o anarchici delle trincee - per usare l'espressione di Gay, uno dei pochi
anarchici che abbiano conservato l'onore e la coscienza - non ha insegnato
nulla). [56]
Ma la differenza
scientifica fra socialismo e comunismo è chiara. Marx chiama "prima"
fase o fase inferiore della società comunista ciò che comunemente viene
chiamato socialismo. La parola "comunismo" può essere anche qui usata
nella misura in cui i mezzi di produzione divengono proprietà comune,
purchè non si dimentichi che non è un comunismo completo. Ciò che
conferisce un grande pregio all'esposizione di Marx è ch'egli applica conseguentemente
anche qui la dialettica materialistica, la teoria dell'evoluzione, e considera
il comunismo come un qualcosa che si sviluppa dal capitalismo. Anziché
attenersi a definizioni "escogitate", scolastiche e artificiali, a
sterili dispute su parole (che cos'è il socialismo? che cos'è il comunismo?),
Marx analizza quelli che si potrebbero chiamare i gradi della maturità
economica del comunismo.
Nella sua prima fase,
nel suo primo grado, il comunismo non può essere, dal punto di vista
economico, completamente maturo, completamente libero dalle tradizioni e dalle
vestigia del capitalismo. Di qui il fenomeno interessante qual è il
mantenimento dell'"augusto orizzonte giuridico borghese"
nella prima fase del regime comunista. Certo, il diritto borghese, per quel che
concerne la distribuzione dei beni di consumo, suppone pure
necessariamente uno Stato borghese, poichè il diritto è nulla senza un
apparato capace di costringere all'osservanza delle sue norme.
Ne consegue che in
regime comunista sussistono, per un certo tempo, non solo il diritto borghese
ma anche lo Stato borghese, senza borghesia!
Ciò può sembrare un
paradosso o un giuoco dialettico del pensiero e questo rimprovero è stato
spesso mosso al marxismo da gente che non si è mai data la minima pena di
studiarne la sostanza estremamente profonda.
Ma in realtà la vita ci
mostra a ogni passo, nella natura e nella società, che vestigia del passato
sopravvivono nel presente. Marx non introdusse arbitrariamente nel comunismo
una particella del diritto "borghese"; egli si rese conto soltanto di
ciò che, economicamente e politicamente, è inevitabile nella società uscita dal
seno del capitalismo.
La democrazia ha una
grandissima importanza nella lotta della classe operaia contro i capitalisti
per la sua emancipazione. Ma la democrazia non è affatto un limite, un limite
insuperabile; è semplicemente una tappa sulla strada che va dal feudalesimo al
capitalismo e dal capitalismo al comunismo.
Democrazia vuol dire
uguaglianza. Si arriva a concepire quale grande importanza hanno la lotta del
proletariato per l'uguaglianza e la parola d'ordine dell'uguaglianza se si
comprende quest'ultima in modo giusto, nel senso della soppressione delle classi.
Ma democrazia significa soltanto uguaglianza formale. E appena realizzata
l'uguaglianza di tutti i membri della società per ciò che concerne il
possesso dei mezzi di produzione, vale a dire l'uguaglianza del lavoro,
l'uguaglianza del salario, sorgerà inevitabilmente davanti all'umanità la
questione di compiere un successivo passo in avanti, di passare
dall'uguaglianza formale all'uguaglianza reale, cioè alla realizzazione del
principio: "Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi
bisogni". Noi non sappiamo né possiamo sapere per quali tappe, attraverso
quali provvedimenti pratici l'umanità andrà verso questo fine supremo. Ma quel
che importa è vedere quanto sia falsa l'idea borghese corrente che il
socialismo sia qualche cosa di morto, di fisso, di dato una volta per sempre,
mentre in realtà soltanto col socialismo incomincerà, in tutti i campi
della vita sociale e privata, un rapido, vero, movimento progressivo,
effettivamente di massa, a cui parteciperà la maggioranza della
popolazione prima, e tutta la popolazione poi.
La democrazia è una
forma dello Stato, una delle sue varietà. Essa è quindi. come ogni Stato,
l'applicazione organizzata, sistematica, della costrizione agli uomini. Questo,
da un lato. Ma dall'altro lato, la democrazia è il riconoscimento formale
dell'uguaglianza fra i cittadini, del diritto uguale per tutti di determinare
la forma dello Stato e di amministrarlo. Ne deriva che, a un certo grado del
suo sviluppo, la democrazia in primo luogo unisce contro il capitalismo la
classe rivoluzionaria, il proletariato, e gli dà la possibilità di spezzare, di
ridurre in frantumi, di far sparire dalla faccia della terra la macchina dello
Stato borghese, anche se borghese repubblicano, l'esercito permanente, la
polizia, la burocrazia. e di sostituirli con una macchina più
democratica, ma che rimane tuttavia una macchina statale, costituita dalle
masse operaie armate, e poi da tutto il popolo che partecipa alla milizia.
Qui la "quantità
si trasforma in qualità"; arrivata a questo grado, il sistema
democratico esce dal quadro della società borghese e comincia a svilupparsi
verso il socialismo. Se tutti gli uomini partecipano realmente alla
gestione dello Stato, il capitalismo non può più mantenersi. E lo sviluppo del
capitalismo crea a sua volta le premesse necessarie a che
"tutti" effettivamente possano partecipare alla gestione
dello Stato. Queste premesse sono, tra l'altro, l'istruzione generale, già
realizzata in molti paesi capitalistici più avanzati, poi l'"educazione e
l'abitudine alla disciplina" di milioni di operai per opera dell'enorme e
complesso apparato socializzato delle poste, delle ferrovie, delle grandi
officine, del grande commercio, delle banche, ecc.
Con tali premesse economiche,
è perfettamente possibile, dopo aver rovesciato i capitalisti e i funzionari,
sostituirli immediatamente dall'oggi al domani, - per il controllo
della produzione e della distribuzione, per la registrazione del
lavoro e dei prodotti, - con gli operai armati, con tutto il popolo in armi.
(Non bisogna confondere la questione del controllo e della registrazione con
quella del personale tecnico scientificamente preparato, ingegneri, agronomi,
ecc.; questi signori lavorano oggi agli ordini dei capitalisti, lavoreranno
ancor meglio domani agli ordini degli operai armati.)
Registrazione e
controllo: ecco l'essenziale, ciò che è necessario per
l'"avviamento" e il funzionamento regolare della società comunista nella
sua prima fase. Tutti i cittadini si trasformano qui in impiegati
salariati dello Stato, costituito dagli operai armati. Tutti i
cittadini diventano gli impiegati e gli operai d'un solo
"cartello" di tutto il popolo, dello Stato. Tutto sta nell'ottenere
che essi lavorino nella stessa misura, osservino la stessa misura di lavoro e
ricevano nella stessa misura. La registrazione e il controllo in tutti questi
campi sono stati semplificati all'estremo dal capitalismo che li ha
ridotti a operazioni straordinariamente semplici di sorveglianza e di
conteggio, e al rilascio di ricevute, cose tutte accessibili a chiunque sappia
leggere e scrivere e fare le quattro operazioni. [*]
Quando la maggioranza
del popolo procederà ovunque essa stessa a questa registrazione e a questo
controllo dei capitalisti (trasformati allora in impiegati) e dei signori
intellettuali che avranno conservato ancora delle abitudini capitaliste, questo
controllo diventerà veramente universale, generale, nazionale, e nessuno potrà
in alcun modo sottrarvisi, "non saprà dove cacciarsi" per sfuggirvi.
L'intera società sarà
un grande ufficio e una grande fabbrica con uguaglianza di lavoro e uguaglianza
di salario.
Ma questa disciplina
"di fabbrica" che il proletariato, vinti i capitalisti e rovesciati
gli sfruttatori, estenderà a tutta la società, non è affatto il nostro ideale
né la nostra meta finale: essa è soltanto la tappa necessaria per
ripulire radicalmente la società dalle brutture e dalle ignominie dello
sfruttamento capitalistico e assicurare l'ulteriore marcia in avanti.
Dal momento in cui
tutti i membri della società, o almeno l'immensa maggioranza di essi, hanno
appreso a gestire essi stessi lo Stato, si sono messi essi stessi
all'opera, hanno "organizzato" il loro controllo sull'infima
minoranza dei capitalisti, sui signori desiderosi di conservare le loro
abitudini capitaliste e sugli operai profondamente corrotti del capitalismo, -
da quel momento la necessità di qualsiasi amministrazione comincia a
scomparire. Quanto più la democrazia è completa, tanto più vicino è il momento
in cui essa diventa superflua. Quanto più democratico è lo "Stato"
composto dagli operai armati, che "non è più uno Stato nel senso proprio
della parola", tanto più rapidamente incomincia ad estinguersi ogni
Stato.
Infatti quando tutti
avranno imparato ad amministrare ed amministreranno realmente essi stessi la
produzione sociale, quando tutti procederanno essi stessi alla registrazione e
al controllo dei parassiti, dei figli di papà, dei furfanti e simili
"guardiani delle tradizioni del capitalismo", ogni tentativo di
sfuggire a questa registrazione e a questo controllo esercitato da tutto il
popolo diventerà una cosa talmente difficile, un'eccezione così rara,
provocherà verosimilmente un castigo così pronto e così esemplare (poichè gli
operai armati sono gente che hanno il senso pratico della vita e non dei
piccoli intellettuali sentimentali; non permetteranno che si scherzi con loro),
che la necessità di osservare le regole semplici e fondamentali di
ogni società umana diventerà ben presto un costume.
Si spalancheranno
allora le porte che permetteranno di passare dalla prima fase alla fase
superiore della società comunista e, quindi, alla completa estinzione dello
Stato.
Note
49. K. Marx, Critica
del programma di Gotha, in K. Marx-F. Engels, Il partito e
l'internazionale, cit., pp. 239-240.
50. Op. cit., p. 240.
51.Op. cit., p. 230.
52.Op. cit., pp. 231-232.
53.Op. cit., p. 232.
54.Op. cit., p. 232.
55. Allusione al
romanzo di N. G. Pomialovski, Vita di seminario.
56. A.
Iu. Gay fu uno degli anarchici russi che simpatizzarono con i bolscevichi e
collaborarono con essi anche dopo la rivoluzione d'Ottobre. Fu membro del
Comitato esecutivo centrale dei Soviet e del governo sovietico del Caucaso del
nord. Nel 1919 cadde vittima del terrore bianco nel corso della guerra civile.
*. Quando lo Stato
riduce le sue funzioni essenziali alla registrazione e al controllo da parte
degli stessi operai, cessa di essere uno "Stato politico"; "le
funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico e si cangeranno in
semplici funzioni amministrative" (si veda sopra, cap. IV, paragrafo 2, la
polemica di Engels con gli anarchici).
Stato e Rivoluzione
VI. La degradazione
del marxismo negli opportunisti
Il problema
dell'atteggiamento dello Stato nei confronti della rivoluzione sociale e della
rivoluzione sociale nei confronti dello Stato, come del resto il problema della
rivoluzione generale, ha preoccupato assai poco i teorici e i pubblicisti più
in vista della Seconda Internazionale (1889-1914). Ma ciò che è più
caratteristico nel processo dello sviluppo graduale dell'opportunismo, processo
che è sboccato nel fallimento della Seconda Internazionale nel 1914, è che,
persino nei momenti in cui il problema si imponeva con maggior acutezza, ci si sforzava
di evitarlo o di non vederlo.
Si può dire in generale
che la tendenza a eludere il problema dell'atteggiamento della
rivoluzione proletaria verso lo Stato, tendenza vantaggiosa per l'opportunismo
ch'essa alimentava, ha portato al travisamento del marxismo e alla sua completa
degradazione.
Per caratterizzare, sia
pure brevemente, questo deplorevole processo, consideriamo i teorici più in
vista del marxismo: Plekhanov e Kautsky.
1. La polemica di
Plekhanov con gli anarchici
Plekhanov dedicò al
problema dell'atteggiamento dell'anarchismo verso il socialismo un opuscolo
speciale: Anarchismo e socialismo [57], uscito in tedesco nel 1894.
Plekhanov si ingegnò a
trattar questo tema eludendo completamente la questione più attuale, più
scottante e, politicamente, più essenziale nella lotta contro l'anarchismo, e
precisamente l'atteggiamento della rivoluzione nei confronti dello Stato e la
questione dello Stato in generale! lI suo opuscolo comprende due parti: una
storico-letteraria, ricca di preziosi documenti sulla storia delle idee di
Stirner, di Proudhon, ecc.; l'altra filistea, con grossolane considerazioni su
temi come quello che un anarchico non si distingue da un bandito.
Questa combinazione di
temi è molto spassosa e caratterizza perfettamente tutta l'attività di
Plekhanov alla vigilia della rivoluzione e nel corso di tutto il periodo
rivoluzionario in Russia: semi-dottrinario, semi-filisteo, a rimorchio della
borghesia in politica, tale si mostrò Plekhanov nel periodo 1905- l 917.
Abbiamo visto come,
nelle loro polemiche con gli anarchici, Marx ed Engels avessero chiarito con la
massima cura i loro punti di vista sull'atteggiamento della rivoluzione nei
confronti dello Stato. Pubblicando nel 1891 la Critica del programma di
Gotha di Marx, Engels scriveva: "Noi [cioè Engels e Marx] eravamo
impegnati allora, appena due anni dopo il Congresso dell'Aja della [Prima]
Internazionale, in una violentissima lotta contro Bakunin e i suoi
anarchici". [58]
Gli anarchici tentarono
appunto di presentare la Comune di Parigi come una cosa per così dire
"loro", che confermava la loro dottrina, ma non capirono niente degli
insegnamenti della Comune e dell'analisi che Marx ne fece. Sulle questioni
politiche concrete: bisogna spezzare la vecchia macchina dello Stato?
e con che cosa sostituirla? l'anarchia non ha dato nulla che si
avvicini, sia pur approssimativamente, alla verità.
Ma parlare di
"anarchismo e socialismo" eludendo totalmente la questione dello
Stato, senza vedere tutto lo sviluppo del marxismo prima e dopo la
Comune, voleva dire cadere inevitabilmente nell'opportunismo. Ciò che infatti
occorre all'opportunismo è che le due questioni che noi abbiamo qui indicate non
siano affatto poste. Ciò costituisce di per sé una vittoria
dell'opportunismo.
2. La polemica di
Kautsky con gli opportunisti
La letteratura russa
possiede certamente assai più traduzioni di Kautsky che non qualsiasi altra.
Non è senza ragione che alcuni socialdemocratici tedeschi dicono scherzando che
Kautsky è molto più letto in Russia che in Germania. (C'è in questa battuta,
sia detto tra parentesi, un fondamento storico molto più profondo di quanto non
sospettino quelli che l'hanno lanciata; cioè gli operai russi. avendo
presentato nel 1905 una richiesta straordinariamente elevata, mai vista, delle
migliori opere della migliore letteratura socialdemocratica del mondo e avendo
ricevuto traduzioni e edizioni di queste opere in quantità non conosciuta negli
altri paesi, hanno, per così dire, trapiantato a un ritmo accelerato, nella
giovane terra del nostro movimento proletario, la notevole esperienza di un
paese vicino più avanzato.)
Oltre che per la sua
esposizione popolare del marxismo, Kautsky è conosciuto da noi soprattutto per
la sua polemica con gli opportunisti, capeggiati da Bernstein. Ma c'è un fatto
quasi ignorato e che non si può passare sotto silenzio se si vuole studiare
come Kautsky abbia potuto perdere così vergognosamente la testa e cadere,
durante la grande crisi del 1914-1915, nella difesa del social-sciovinismo.
Questo fatto è che prima della sua campagna contro i rappresentanti più in
vista dell'opportunismo in Francia (Millerand e Jaurès) e in Germania
(Bernstein), Kautsky aveva manifestato grandi esitazioni. La rivista marxista Zarià,
che usciva a Stoccarda nel 1901-l902 e difendeva le idee proletarie
rivoluzionarie, aveva dovuto polemizzare con Kautsky e qualificare
come risoluzione "di caucciù" la risoluzione mitigata, evasiva, conciliante
verso gli opportunisti, da lui proposta al Congresso socialista internazionale
di Parigi del 1900. Nella stampa tedesca furono pubblicate lettere di Kautsky
che rivelano esitazioni non meno rilevanti prima della sua campagna contro
Bernstein.
Una importanza molto
maggiore ha tuttavia il fatto che nella stessa polemica di Kautsky con gli
opportunisti, nel suo modo di porre e di trattare la questione, noi costatiamo
ora, studiando la storia del suo recente tradimento verso il marxismo,
una deviazione sistematica verso l'opportunismo proprio sul problema dello
Stato.
Prendiamo la prima
opera importante di Kautsky contro l'opportunismo, il suo libro Bernstein e
il programma socialdemocratico [59]. Qui egli confuta minutamente
Bernstein, ma ecco ciò che vi è di caratteristico.
Nelle sue Premesse
del socialismo, che gli hanno fruttato una fama alla maniera di Erostrato,
Bernstein accusa il marxismo di "blanquismo" (accusa in
seguito mille volte ripetuta dagli opportunisti e dai borghesi liberali in
Russia contro i bolscevichi, rappresentanti del marxismo rivoluzionario).
Bernstein si sofferma qui specialmente sulla Guerra civile in Francia
di Marx e tenta molto infelicemente, come abbiamo visto, di identificare il
modo di vedere di Marx sugli insegnamenti della Comune con quello di Proudhon.
Ciò che attrae soprattutto l'attenzione di Bernstein è la conclusione che Marx
sottolineò nella prefazione del 1872 al Manifesto del Partito comunista,
dove è detto: "La classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente
di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri
fini".
Questa espressione è
talmente "piaciuta" a Bernstein ch'egli la ripete non meno di tre
volte nel suo libro, interpretandola nel senso, più deformato, più opportunistico.
Come abbiamo visto,
Marx vuol dire che la classe operaia deve spezzare, demolire, far saltare
(Sprengung, esplosione. Il termine è di Engels) tutta la macchina
dello Stato. Ora, secondo Bernstein, Marx avrebbe con ciò messo in guardia la
classe operaia contro un ardore troppo rivoluzionario nel momento
della presa del potere.
Non si può immaginare
una falsificazione più grossolana e più mostruosa del pensiero di Marx.
Come ha proceduto
dunque Kautsky nella sua minuziosissima confutazione del bernsteinismo?
Egli si è ben guardato
dall'analizzare in tutta la sua profondità la falsificazione del marxismo da
parte degli opportunisti su questo punto. Egli ha riprodotto il brano già
citato nella prefazione di Engels alla Guerra civile di Marx dicendo
che, secondo Marx, la classe operaia non può impadronirsi puramente e
semplicemente della macchina statale già pronta, ma che, in
generale, essa può impadronirsene, e nient'altro. Che Bernstein
attribuisse a Marx esattamente il contrario del suo vero pensiero e che,
fin dal 1852, Marx avesse assegnato alla rivoluzione proletaria il compito di
"spezzare" la macchina statale, di tutto ciò in Kautsky non vi è
nemmeno una parola.
Ne risulta che ciò che
distingue in modo radicale il marxismo dall'opportunismo nella questione dei
compiti della rivoluzione proletaria è da Kautsky fatto sparire!
"Possiamo in tutta
tranquillità, - scrive Kautsky "contro" Bernstein, -
lasciare all'avvenire la cura di risolvere il problema della dittatura del
proletariato" (p. 172, ed. tedesca).
Questa non è una
polemica contro Bernstein, ma, in sostanza, una concessione a
Bernstein, una capitolazione di fronte all'opportunismo, perchè gli
opportunisti non domandano di meglio che di "lasciare in tutta
tranquillità all'avvenire" tutte le questioni capitali relative ai compiti
della rivoluzione proletaria.
Per quarant'anni, dal
1852 al 1891, Marx ed Engels insegnarono al proletariato che esso deve spezzare
la macchina dello Stato. E Kautsky nel 1899, di fronte al completo tradimento
del marxismo da parte degli opportunisti su questo punto, sostituisce
con un giochetto il problema se si debba spezzare questa macchina, con il
problema delle forme concrete di questa demolizione e si trincera dietro questa
"incontestabile" (e sterile) verità filistea: non possiamo conoscere
in anticipo queste forme concrete!
Fra Marx e Kautsky c'è
un abisso nell'atteggiamento verso il compito del partito del proletariato, che
è di preparare la classe operaia alla rivoluzione.
Prendiamo l'opera
successiva, più matura, di Kautsky, dedicata essa pure in notevole misura alla
confutazione degli errori dell'opportunismo. E' l'opuscolo sulla Rivoluzione
sociale [60]. Qui l'autore ha scelto come tema specifico il problema della
"rivoluzione proletaria" e del "regime proletario". Egli
enuncia molte idee estremamente preziose ma tralascia proprio il problema dello
Stato. Nell'opuscolo si parla sempre della conquista del potere statale, e
basta; viene scelta cioè una formula che è una concessione agli opportunisti,
poiché essa ammette la conquista del potere senza la
distruzione della macchina dello Stato. Nel 1902 Kautsky risuscita appunto
ciò che Marx nel 1872 dichiarava "sorpassato" nel programma del Manifesto
del Partito comunista.
L'opuscolo dedica un
particolare paragrafo "alle forme e alle armi della rivoluzione
sociale". Vi si parla e dello sciopero politico di massa, e della guerra
civile, e di quegli "strumenti di dominio di un grande Stato moderno quali
sono la burocrazia e l'esercito"; ma degli insegnamenti che la Comune ha
già fornito ai lavoratori non una parola. Evidentemente Engels aveva ragione di
mettere in guardia soprattutto i socialisti tedeschi contro la
"venerazione superstiziosa" dello Stato.
Kautsky presenta la
cosa in questi termini: il proletariato vittorioso "realizzerà il
programma democratico", e ne espone i paragrafi. Di ciò che l'anno 1871 ha fornito di nuovo
circa la sostituzione della democrazia proletaria alla democrazia borghese, non
un cenno! Kautsky se la cava con alcune banalità dall'apparenza "seria",
come questa:
"E' ovvio che non
arriveremo al potere nell'attuale regime. La rivoluzione stessa presuppone una
lotta prolungata, che vada in profondità e avrà quindi il tempo di modificare
la nostra attuale struttura politica e sociale".
Certo, ciò è
"ovvio", come è sicuro che i cavalli mangiano l'avena e che il Volga
si getta nel Caspio. C'è solo da rimpiangere il fatto che con una frase vuota e
reboante sulla lotta "che va in profondità" si eluda la
questione capitale per il proletariato rivoluzionario, quella di sapere in
che cosa consista la "profondità" della sua rivoluzione
nei confronti dello Stato, nei confronti della democrazia, a differenza delle
precedenti rivoluzioni non proletarie.
Eludendo questa
questione, Kautsky fa in realtà, su questo punto capitale, una
concessione all'opportunismo, al quale dichiara a parole una guerra
minacciosa sottolineando l'importanza dell'"idea di rivoluzione" (ma
che cosa può valere quest'"idea" quando si ha paura di diffondere fra
gli operai gli insegnamenti concreti della rivoluzione?) o dicendo:
"l'idealismo rivoluzionario innanzi tutto", o dichiarando che gli
operai inglesi non sono oggi "gran che meglio dei piccoli borghesi".
"Nella società
socialista, - scrive Kautsky, - possono esistere l'una accanto all'altra... le
più svariate forme di imprese: burocratiche [??], sindacali, cooperative,
individuali..." "Ci sono, per esempio, imprese che non possono fare a
meno di un'organizzazione burocratica [??], come le ferrovie. L'organizzazione
democratica può qui assumere la seguente forma: gli operai eleggono dei
delegati che formano una specie di parlamento, e questo parlamento stabilisce
il regime del lavoro e sorveglia la direzione dell'apparato burocratico. Altre
imprese possono essere affidate ai sindacati; altre infine possono essere
organizzate secondo i princípi della cooperazione" (pp. 148 e 115 della
traduzione russa, pubblicata a Ginevra nel 1903).
Questo ragionamento è
sbagliato, è un passo indietro rispetto ai chiarimenti che Marx ed Engels
davano negli anni '70 sulla base dell'esperienza della comune.
Per quanto riguarda la
presunta necessità di una organizzazione "burocratica", le ferrovie
non si distinguono in nulla da qualsiasi altra azienda della grande industria
meccanizzata, da qualsiasi officina, grande magazzino o grande azienda agricola
capitalista. In tutte queste aziende, la tecnica impone la più rigorosa
disciplina, la più grande puntualità nell'adempimento della parte di lavoro
assegnata a ciascuno, pena l'arresto di tutta l'impresa o il deterioramento del
meccanismo o delle merci. In tutte queste aziende naturalmente gli operai
"eleggeranno delegati che formeranno una specie di parlamento".
Ma il punto centrale è
qui che questa "specie di parlamento" non sarà un parlamento
nel senso delle istituzioni parlamentari borhesi. Il punto centrale è che
questa "specie di parlamento" non si accontenterà di
"stabilire il regime del lavoro e di sorvegliare la direzione
dell'apparato burocratico" come immagina Kautsky, il cui pensiero non esce
dal quadro del parlamentarismo borghese. Nella società socialista "una
specie di parlamento" di deputati operai, naturalmente "stabilirà il
regime del lavoro e sorveglierà il funzionamento"
dell'"apparato", ma quest'apparato non sarà
"burocratico". Gli operai, dopo aver conquistato il potere politico,
spezzeranno il vecchio apparato burocratico, lo demoliranno dalle fondamenta,
non ne lasceranno pietra su pietra e lo sostituiranno con un nuovo apparato,
che sarà composto dagli stessi operai e dagli stessi impiegati; e contro
il pericolo che anch'essi diventino dei burocrati, saranno immediatamente prese
le misure minuziosamente studiate da Marx e da Engels: 1) non soltanto
eleggibilità ma anche revocabilità ad ogni istante; 2) stipendio non superiore
al salario di un operaio; 3) passaggio immediato a una situazione in cui tutti
assumano le funzioni di controllo e di sorveglianza, in cui tutti
diventino temporaneamente dei "burocrati", e quindi nessuno
possa diventare un "burocrate".
Kautsky non ha affatto
riflettuto sul senso delle parole di Marx: "La Comune doveva essere non un
organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso
tempo".
Kautsky non ha affatto
capito la differenza fra il parlamentarismo borghese, che unisce la democrazia
(non per il popolo) alla burocrazia (contro il popolo)
e il sistema democratico proletario che prenderà immediatamente le misure
necessarie per tagliare alle radici il burocratismo e sarà in grado di
applicarle sino in fondo, sino alla completa distruzione della burocrazia, sino
all'instaurazione di una completa democrazia per il popolo.
Kautsky ha qui dato
prova della solita "venerazione superstiziosa" dello Stato, della
solita "fede superstiziosa" nel burocratismo.
Passiamo all'ultima e
migliore opera di Kautsky contro gli opportunisti, il suo opuscolo La via
del potere [61] (non tradotto, mi sembra, in russo, perchè apparso nel
1909, quando da noi la reazione era al culmine). Questo opuscolo segna un
grande passo avanti in quanto non tratta né del programma rivoluzionario in
generale, come l'opera del 1899 contro Bernstein, né dei compiti della
rivoluzione sociale indipendentemente dall'epoca del suo avvento, come
l'opuscolo La rivoluzione sociale del 1902, ma delle condizioni
concrete che ci costringono a riconoscere che "l'èra delle
rivoluzioni" comincia.
L'autore parla
chiaramente dell'acuirsi degli antagonismi di classe in generale, e
dell'imperialismo che ha, sotto questo rapporto, una funzione particolarmente
importante. Dopo il "periodo rivoluzionario del 1789-1871" per
l'Europa occidentale, l'anno 1905
ha inaugurato un periodo analogo per l'Oriente. La
guerra mondiale si avvicina con una paurosa rapidità. "Il proletariato non
può più parlare di rivoluzione prematura", "Siamo entrati nel periodo
rivoluzionario", "L'èra rivoluzionaria comincia".
Queste dichiarazioni
sono chiarissime. Quest'opuscolo di Kautsky può servire come utile termine di
confronto per vedere ciò che la socialdemocrazia tedesca prometteva di
essere prima della guerra imperialistica e quanto in basso essa (e Kautsky
con essa) sia caduta allo scoppio della guerra. "La situazione attuale -
scriverà Kautsky nell'opuscolo citato - comporta il pericolo che ci si possa
facilmente prendere [noi, socialdemocratici tedeschi] per più moderati di quel
che in realtà siamo." E' risultato che il partito socialdemocratico
tedesco in realtà era incomparabilmente più moderato e più opportunista di
quanto non sembrasse!
Tanto più
caratteristico è il fatto che dopo aver proclamato in modo così categorico che
l'èra delle rivoluzioni incominciava, Kautsky, in un opuscolo dedicato, secondo
le sue stesse parole, proprio all'analisi del problema della "rivoluzione politica",
abbia ancora una volta completamente trascurato la questione dello Stato.
Dalla somma di queste
omissioni, silenzi, reticenze, non poteva alla fin fine risultare che quel
completo passaggio all'opportunismo, di cui parleremo subito.
La socialdemocrazia
tedesca aveva l'aria di proclamare, per bocca di Kautsky: Io conservo le mie
idee rivoluzionarie (1899). Riconosco in particolar modo l'ineluttabilità della
rivoluzione sociale del proletariato (1902). Riconosco che una nuova èra di
rivoluzioni comincia (1909). Ma tuttavia, nel momento in cui si pone la
questione dei compiti della rivoluzione proletaria verso lo Stato (1912), vado
indietro in confronto a ciò che Marx disse già nel 1852.
Così appunto fu posta
la questione nella polemica di Kautsky con Pannekoek.
3. La polemica di
Kautsky con Pannekoek
Pannekoek, quando entrò
in polemica con Kautsky, era uno dei rappresentanti della tendenza
"radicale di sinistra", che contava nelle sue file Rosa Luxemburg,
Karl Radek e altri, i quali, difendendo la tattica rivoluzionaria, concordavano
nel riconoscere che Kautsky stava passando a una posizione di "centro",
priva di princípi, oscillante tra il marxismo e l'opportunismo. L'esattezza di
questa valutazione è stata pienamente dimostrata dalla guerra, nel corso della
quale la tendenza detta di "centro" (falsamente chiamata marxista) o
"kautskiana" si è rivelata in tutta la sua rivoltante meschinità.
In un articolo, in cui
si occupa del problema dello Stato, L'azione di massa e la rivoluzione
[62] (Neue Zeit, 1912, XXX, 2), Pannekoek definiva la posizione di
Kautsky come un "radicalismo passivo", un "teoria dell'attesa
inerte". "Kautsky non vuol vedere il processo della rivoluzione"
(p. 616). Ponendo in tal modo la questione Pannekoek affronta l'argomento che
ci interessa sui compiti della rivoluzione proletaria nei confronti dello
Stato.
"La lotta del
proletariato - egli scriveva - non è soltanto una lotta contro la borghesia per
il potere dello Stato; è anche una lotta contro il potere dello
Stato... La rivoluzione proletaria consiste nell'annientare gli strumenti di
forza dello Stato e nell'eliminarli [letteralmente: dissolverli, Auflösung]
mediante gli strumenti di forza del proletariato... La lotta cessa soltanto
quando, raggiunto il risultato finale, l'organizzazione dello Stato è
completamente distrutta. L'organizzazione della maggioranza prova la sua
superiorità annientando l'organizzazione della minoranza dominante" (p.
548).
Le formule con cui
Pannekoek riveste le sue idee sono piene di gravi difetti. Ma l'idea è tuttavia
chiara ed è interessante vedere in che modo Kautsky ha cercato di
confutarla.
"Finora, egli
dice, l'opposizione tra i socialdemocratici e gli anarchici consisteva nel
fatto che i primi volevano conquistare il potere dello Stato, i secondi
distruggerlo. Pannekoek vuole l'uno e l'altro" (p. 724).
Se l'esposizione di
Pannekoek difetta di chiarezza e di concretezza (per non parlare degli altri
difetti del suo articolo che non si riferiscono al tema qui discusso), Kautsky
da parte sua affronta proprio il principio essenziale del problema accennato da
Pannekoek e in questa questione essenziale di principio egli abbandona
completamente le posizioni del marxismo per passare del tutto all'opportunismo.
La distinzione che egli stabilisce tra socialdemocratici e anarchici è
totalmente sbagliata; il marxismo è qui assolutamente snaturato e degradato.
I marxisti si
distinguono dagli anarchici in questo: 1) i primi, pur ponendosi l'obiettivo
della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non
dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come
risultato dell'instaurazione del socialismo che porta all'estinzione dello
Stato; i secondi vogliono la completa soppressione dello Stato dall'oggi al
domani, senza comprendere quali condizioni la rendano possibile; 2) i primi
proclamano la necessità per il proletariato, dopo ch'esso avrà conquistato il
potere politico, di distruggere completamente la vecchia macchina statale e di
sostituirla con una nuova, che consiste nell'organizzazione degli operai
armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione della
macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa
il proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere
rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del
potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura
rivoluzionaria; 3) i primi vogliono che il proletariato si prepari alla
rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere
contrario.
In questa discussione è
Pannekoek che rappresenta il marxismo, contro Kautsky, proprio Marx infatti ha
insegnato che il proletariato non può conquistare puramente e semplicemente il
potere statale, - nel senso che il vecchio apparato dello Stato passi in nuove
mani, - ma deve spezzare, demolire questo apparato e sostituirlo con uno nuovo.
Kautsky abbandona il
marxismo per l'opportunismo; nei suoi scritti infatti scompare appunto questa
distruzione della macchina statale, cosa assolutamente inammissibile per gli
opportunisti; egli lascia a questi ultimi una scappatoia che permette loro di
interpretare la "conquista" del potere come un semplice conseguimento
della maggioranza.
Per nascondere questa
sua deformazione del marxismo, Kautsky si comporta da scolastico e ricorre a
una "citazione" dello stesso Marx. Nel 1850 Marx parlava della
necessità di una "decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello
Stato" [63]. E Kautsky trionfante domanda: vuole forse Pannekoek
distruggere il "centralismo"?
E' un semplice giuoco
di prestigio che ricorda quello di Bernstein, con la sua identificazione di
marxismo e proudhonismo a proposito dell'idea della federazione da opporre al
centralismo.
La
"citazione" di Kautsky cade a proposito come i cavoli a merenda. Il
centralismo è possibile sia con la vecchia macchina dello Stato, che con la
nuova. Se gli operai uniscono volontariamente le loro forze armate, si avrà del
centralismo, ma questo centralismo sarà fondato sulla "completa
distruzione" dell'apparato statale centralista, dell'esercito permanente,
della polizia, della burocrazia. Kautsky si comporta in modo assolutamente
disonesto eludendo le osservazioni ben note di Marx e di Engels sulla Comune
per andare a cercare una citazione che non ha niente a che fare con la
questione.
"...Vuol forse
Pannekoek sopprimere le funzioni statali dei funzionari? - continua Kautsky. -
Ma noi non possiamo fare a meno dei funzionari né nel partito né nei sindacati,
senza parlare delle amministrazioni dello Stato. Il nostro programma richiede
non l'eliminazione dei funzionari dello Stato, ma la loro elezione da parte del
popolo... Non si tratta ora per noi di sapere quale forma assumerà l'apparato
amministrativo nello "Stato futuro", ma di sapere se la nostra lotta
politica distruggerà [letteralmente: dissolverà, auflöst] il potere
statale prima che noi l'abbiamo conquistato... [il corsivo è di
Kautsky]. Quale ministro coi suoi funzionari potrebbe essere distrutto?"
Ed enumera i ministri dell'Istruzione pubblica, della Giustizia, delle Finanze,
della Guerra. "No, nessuno dei ministeri attuali sarà soppresso dalla
nostra lotta politica contro il governo... Lo ripeto, per evitare malintesi:
non si tratta di sapere quale forma la socialdemocrazia vittoriosa darà allo
"Stato futuro", ma come la nostra opposizione trasforma lo Stato
attuale" (p. 725).
E' un vero giuoco dei
bussolotti. Pannekoek poneva precisamente il problema della rivoluzione.
Il titolo del suo articolo e i brani citati lo dicevano chiaramente. Saltando
alla questione dell'"opposizione" Kautsky non fa che sostituire al
punto di vista rivoluzionario il punto di vista opportunista. Ne risulta
quindi: adesso, opposizione; in quanto a ciò che bisognerà fare dopo la
conquista del potere, si vedrà poi. La rivoluzione scompare... E'
proprio quello che occorre agli opportunisti.
Non è dell'opposizione
né della lotta politica in generale che si tratta: si tratta della rivoluzione.
La rivoluzione consiste nel fatto che il proletariato distrugge
l'"apparato amministrativo" e tutto l'apparato dello Stato
per sostituirlo con uno nuovo, costituito dagli operai armati. Kautsky rivela
una "venerazione superstiziosa" per i "ministeri"; ma
perché questi non potrebbero essere sostituiti, per esempio, da commissioni di
specialisti presso i Soviet, sovrani e con pieni poteri, dei deputati operai e
soldati?
L'essenziale non è
affatto di sapere se rimarranno i "ministeri" o se saranno sostituiti
da "commissioni di specialisti" o da altre istituzioni: questo non ha
assolutamente nessuna importanza. La questione essenziale è di sapere se la
vecchia macchina statale (legata con mille fili alla borghesia e impregnata di
spirito burocratico e conservatore) sarà mantenuta oppure distrutta e
sostituita con una nuova. La rivoluzione non deve consistere nel fatto
che la nuova classe comandi o governi per mezzo della vecchia macchina
statale, ma che, dopo averla spezzata, comandi e governi per mezzo di
una macchina nuova: è questa l'idea fondamentale del marxismo
che Kautsky fa sparire o non ha assolutamente capito.
La sua domanda a
proposito dei funzionari mostra in modo evidente ch'egli non ha capito né gli
insegnamenti della Comune né la dottrina di Marx. "Noi non possiamo fare a
meno dei funzionari né nel partito né nei sindacati"...
Non possiamo fare a
meno dei funzionari in regime capitalistico, sotto il dominio
della borghesia. Il proletariato è oppresso e le masse lavoratrici sono
asservite dal capitalismo. In regime capitalistico, la democrazia è ristretta,
compressa, monca, mutilata, da tutto l'ambiente creato dalla schiavitù del
salario, dal bisogno e dalla miseria delle masse. Per questo, e solo per
questo, nelle nostre organizzazioni politiche e sindacali i funzionari sono
corrotti (o, più esattamente, hanno tendenza a esserlo) dall'ambiente
capitalistico e manifestano l'inclinazione a trasformarsi in burocrati, cioè in
persone privilegiate, staccate dalle masse e poste al di sopra di
esse.
Qui è l'essenza
del burocratismo; e fino a quando i capitalisti non saranno stati espropriati,
fino a quando la borghesia non sarà stata rovesciata, una certa
"burocratizzazione" degli stessi funzionari del proletariato
è inevitabile.
Secondo Kautsky risulta
dunque che, poichè vi saranno impiegati eletti, vuol dire che anche in regime
socialista ci saranno dei funzionari, ci sarà la burocrazia! Ma è proprio
questo che è falso. Attraverso appunto l'esempio della Comune, Marx dimostrò
che i detentori di funzioni pubbliche cessano, in regime socialista, di essere
dei "burocrati" dei "funzionari" nella misura in cui
viene introdotta, oltre all'eleggibilità, anche la loro revocabilità in ogni
momento, e ancora, si riduce il loro stipendio al salario medio di un
operaio e ancora si sostituiscono gl'istituti parlamentari con
istituti "di lavoro, cioè esecutivi e legislativi allo stesso tempo".
In fondo tutta
l'argomentazione di Kautsky contro Pannekoek, e particolarmente il suo
magnifico argomento sulla necessità dei funzionari nelle organizzazioni
sindacali e di partito, provano che Kautsky ripete i vecchi
"argomenti" di Bernstein contro il marxismo in generale. Nel suo
libro Le premesse del socialismo, il rinnegato Bernstein si scaglia
contro l'idea della democrazia "primitiva", contro quello ch'egli
chiama "democratismo dottrinario": mandati imperativi, funzionari non
rimunerati, rappresentanza centrale senza poteri, ecc.
Per provare l'inconsistenza
di questo sistema democratico "primitivo", Bernstein invoca
l'esperienza delle trade-unions inglesi, quale è interpretata dai coniugi Webb.
Nei settant'anni del loro sviluppo, le trade-unions, che si sarebbero
sviluppate "in piena libertà" (p. 137 ed. tedesca), si sarebbero
convinte appunto della inefficacia del sistema democratico primitivo e
l'avrebbero sostituito con quello abituale: il parlamentarismo unito al
burocratismo.
In realtà le
trade-unions non si sono sviluppate "in piena libertà", ma in
piena schiavitù capitalistica, nella quale, certo, "non si può fare a
meno" di una serie di concessioni al male imperante, alla violenza, alla
menzogna, all'esclusione dei poveri dagli affari di amministrazione
"superiore". In regime socialista rivivranno necessariamente molti
aspetti della democrazia "primitiva", perchè per la prima volta nella
storia delle società civili la massa della popolazione si eleverà a
una partecipazione indipendente, non solo nelle votazioni e nelle
elezioni, ma nell'amministrazione quotidiana. In regime socialista tutti
governeranno, a turno, e tutti si abitueranno ben presto a far sí che nessuno
governi.
Col suo geniale spirito
critico e analitico Marx vide nei provvedimenti pratici della Comune quella svolta
che gli opportunisti temono tanto e, per viltà, si rifiutano di riconoscere
perchè rifuggono dal rompere definitivamente con la borghesia, e che anche gli
anarchici si rifiutano di vedere, o perchè sono troppo imprudenti, o in
generale perchè non comprendono le condizioni delle trasformazioni sociali di
massa. "Non bisogna nemmeno pensare a distruggere la vecchia macchina
statale; che cosa diverremmo senza ministeri e senza funzionari": così
ragiona l'opportunista imbevuto di spirito filisteo e che, in fondo, non solo
non crede alla rivoluzione e alla sua potenza creatrice, ma ha di essa una
paura mortale (come i nostri menscevichi e i nostri socialisti-rivoluzionari).
"Bisogna pensare unicamente
alla distruzione della vecchia macchina statale; è inutile approfondire gli insegnamenti
concreti delle rivoluzioni proletarie passate e analizzare con che
cosa e come sostituire ciò che si distrugge": così ragiona
l'anarchico (il migliore degli anarchici, naturalmente, e non quello che, al
seguito dei signori Kropotkin e compagni, si trascina dietro la borghesia); e
l'anarchico arriva in tal modo alla tattica della disperazione, e non
al lavoro rivoluzionario risoluto, inesorabile, che però al tempo stesso si
pone dei compiti concreti e tiene conto delle condizioni pratiche del movimento
delle masse.
Marx ci insegna ad
evitare questi due errori; ci insegna a dar prova di illimitato coraggio nel
distruggere tutta la vecchia macchina statale e ci insegna al tempo stesso a
porre il problema in modo concreto: in poche settimane, la Comune potè incominciare
a costruire una nuova macchina statale proletaria; ed ecco i
provvedimenti da essa presi per realizzare una democrazia più perfetta e
sradicare la burocrazia. Impariamo dunque dai comunardi l'audacia
rivoluzionaria, cerchiamo di vedere nei loro provvedimenti pratici un abbozzo
dei provvedimenti praticamente urgenti e immediatamente realizzabili e
arriveremo allora, seguendo questa strada, alla completa distruzione
della burocrazia.
La possibilità di
questa distruzione ci è garantita dal fatto che il socialismo ridurrà la
giornata di lavoro, eleverà le masse a una vita nuova e metterà la maggioranza
della popolazione in condizioni tali da permettere a tutti, senza
eccezione, di adempiere le "funzioni statali", ciò che porta in
ultima analisi alla completa estinzione di qualsiasi Stato in
generale.
"...Il compito
dello sciopero di massa continua Kautsky non può essere di distruggere
il potere statale, ma soltanto di indurre il governo a fare delle concessioni
su una determinata questione o di sostituire un governo ostile al proletariato
con un governo che gli vada incontro [entgegenkommende] ...Ma mai, in
nessun caso, ciò" (cioè la vittoria del proletariato su un governo ostile)
"può portare alla distruzione del potere statale, il risultato non
può essere che un certo spostamento [Verschiebung] nel
rapporto delle forze all'interno del potere statale... L'obiettivo
della nostra lotta politica rimane dunque, come per il passato, la conquista
del potere statale mediante il conseguimento della maggioranza in Parlamento e
della trasformazione del Parlamento in padrone del governo" (pp. 726, 727,
732).
Questo è già purissimo
e banalissimo opportunismo, la rinuncia di fatto alla rivoluzione, pur
riconoscendola a parole. Il pensiero di Kautsky non va oltre un "governo
che vada incontro al proletariato", ed è un passo indietro verso il
filisteismo in rapporto al 1847, anno in cui il Manifesto del Partito
comunista proclamava "l'organizzazione del proletariato in classe
dominante".
Kautsky sarà costretto
a realizzare l'" unità", che gli sta tanto a cuore, con gli
Scheidemann, i Plekhanov, i Vandervelde, tutti unanimi nel lottare per un
governo "che vada incontro al proletariato".
Quanto a noi, noi
romperemo con questi rinnegati del socialismo e lotteremo per la distruzione di
tutta la vecchia macchina dello Stato affinchè il proletariato armato diventi
esso stesso il governo. Sono due cose del tutto diverse.
Kautsky sarà costretto
a rimanere nella piacevole compagnia dei Legien e dei David, dei Plekhanov, dei
Potresov, degli Tsereteli e dei Cernov, che sono pienamente d'accordo nel
lottare per uno "spostamento nel rapporto delle forze all'interno del
potere dello Stato", per il "conseguimento della maggioranza in
Parlamento e della trasformazione del Parlamento in padrone del governo",
nobilissimo obiettivo che può essere completamente accettato dagli opportunisti
e che non esce per nulla dal quadro della repubblica borghese parlamentare.
Quanto a noi, noi
romperemo con gli opportunisti; e il proletariato cosciente sarà tutto con noi
nella lotta, non per uno "spostamento nel rapporto delle forze", ma
per il rovesciamento della borghesia, per la distruzione del
parlamentarismo borghese, per una repubblica democratica sul tipo della Comune
o della repubblica dei Soviet dei deputati operai e soldati, per la dittatura
rivoluzionaria del proletariato.
Nel socialismo
internazionale vi sono tendenze ancora più a destra di quella di Kautsky: la Rivista
mensile socialista in Germania (Legien, David, Kolb e molti altri,
compresi gli scandinavi Stauning e Branting); i jauressisti e Vandervelde in
Francia e nel Belgio; Turati, Treves e gli altri rappresentanti della destra
nel Partito socialista italiano; i fabiani e gli "indipendenti" (il
"partito operaio indipendente" è sempre stato, in realtà, dipendente
dai liberali) in Inghilterra e tutti gli altri. Tutti questi signori, che hanno
una parte assai notevole e molto spesso preponderante nell'attività
parlamentare e nella stampa del partito, respingono apertamente la dittatura
del proletariato e rivelano un evidente opportunismo. Per essi la
"dittatura" del proletariato è "in contraddizione" con la
democrazia! In fondo niente di serio li distingue dai democratici
piccolo-borghesi.
Abbiamo quindi diritto
di concludere che la Seconda Internazionale, nell'immensa maggioranza dei suoi
rappresentanti ufficiali, è completamente caduta nell'opportunismo.
L'esperienza della Comune è stata non soltanto dimenticata ma travisata. Invece
di infondere nelle masse operaie la convinzione che si avvicina il momento in
cui esse dovranno agire e spezzare la vecchia macchina statale, sostituirla con
una nuova e fare del loro dominio politico la base della trasformazione
socialista della società, si è inculcato in esse la convinzione contraria, e la
"conquista del potere" è stata presentata in modo tale che mille
brecce rimanevano aperte all'opportunismo.
La deformazione e la
congiura del silenzio intorno al problema dell'atteggiamento della rivoluzione
proletaria nei confronti dello Stato non potevano mancare di esercitare
un'immensa influenza, in un momento in cui gli Stati, muniti di un apparato
militare rafforzato dalle competizioni imperialiste, sono diventati dei mostri
militari che mandano allo sterminio milioni di uomini per decidere chi, tra
l'Inghilterra e la Germania, tra questo o quel capitale finanziario, dominerà
il mondo. [64]
Note
57. Trad. it.: Giorgio
Plechanov, Anarchismo e socialismo, Milano, Società Editrice Avanti!,
1921.
58. Cfr. K. Marx-F.
Engels, Il partito e l'Internazionale, cit., p. 222.
59. K. Kautsky, Bernestein
und das sozialdemokratische Programm. Eine Antikritik, Stoccarda, Dietz,
1899.
60. K. Kaytsky, Die
soziale Revolution, Berlino, ed. Vorwärts, 1902.
61. K. Kautsky, Der Weg zur Macht, Berlino, ed. Vorwärts, 1909.
62. Massenaktion
und Revolution. In polemica contro questo articolo Kautsky scrisse sulla
stessa rivista l'articolo Die neue Taktik (La nuova tattica), al quale
Lenin si riferisce più avanti.
63. K. Marx-F. Engels, Indirizzo
del Comitato centrale della Lega dei comunisti, in Il partito e
l'Internazionale, cit., p. 96.
64. Nel manoscritto segue: "Capitolo VII.
L'esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917. Il tema indicato in
questo titolo è talmente vasto che gli si potrebbe e dovrebbe dedicare volumi.
Nel presente opuscolo dovremo naturalmente limitarci agli insegnamenti più
importanti fornitici dall'esperienza e che riguardano direttamente i compiti
del proletariato nella rivoluzione, nei confronti del potere dello Stato".
(Il manoscritto è interrotto a questo punto.)