Ernesto Che Guevara
Il
socialismo e l’uomo a Cuba
Questo
è il testo della famosa lettera indirizzata da Guevara, nelle prime settimane
del 1965, quando era in partenza per uno dei suoi viaggi africani, al
giornalista Carlos Quijano, che la fece uscire sul fascicolo del 12 marzo della
rivista "Marcha" di Montevideo. Il testo del Che, per un verso
rappresenta il punto più alto e maturo della sua ideazione socialista, per un
altro, non può e non deve in alcun modo essere considerato separatamente dalla
restante produzione "teorica".
Stimato compagno, termino
queste note mentre viaggio per l'Africa, animato dal desiderio di mantenere la
mia promessa, sia pure con ritardo. Vorrei farlo affrontando il tema del
titolo. Credo che possa essere interessante per i lettori uruguaiani. Si
ascolta spesso dalla bocca dei portavoce capitalistici, come argomento della
lotta ideologica contro il socialismo, l'affermazione secondo cui questo
sistema sociale, o il periodo di costruzione del socialismo nel quale siamo
impegnati, sarebbe caratterizzato dalla negazione dell'individuo sacrificato
sull'altare dello Stato. Non cercherò di confutare questa affermazione su una
base puramente teorica, ma di descrivere la realtà che oggi si vive a Cuba,
aggiungendo qualche commento di carattere generale. In primo luogo, traccerò a
grandi linee la storia della nostra lotta rivoluzionaria, prima e dopo la presa
del potere. Come è noto, la data esatta in cui iniziarono le azioni
rivoluzionaie, che dovevano culminare nel 1° gennaio 1959, fu il 26 luglio
1953. All'alba di quel giorno, un gruppo di uomini guidati da Fidel Castro,
attaccò la caserma Moncada nella provincia d'Oriente. L'azione fu un fallimento
che si trasformò in un disastro e i sopravvissuti finirono in carcere, per poi
ricominciare, dopo essere stati amnistiati, la lotta rivoluzionaria. Durante
questa fase, nella quale esistevano soltanto dei germi di socialismo, l'uomo
era il fattore fondamentale. Si faceva affidamento su di lui, come individuo
dotato di una sua specificità, con tanto di nome e cognome; e dalla sua
capacità di agire dipendeva il trionfo o il fallimento dell'azione intrapresa.
Venne poi la fase della lotta guerrigliera. Essa si sviluppò in due ambienti
diversi: il popolo, massa ancora assopita che bisognava mobilitare, e la sua
avanguardia, la guerriglia, motore propulsivo del movimento, generatore di
coscienza rivoluzionaria e di entusiasmo combattivo. Questa avanguardia fu
l'agente catalizzatore che creò le condizioni soggettive necessarie per la
vittoria. Anche in questa fase, nel quadro del processo di proletarizzazione
del nostro pensiero, della rivoluzione che si operava nelle nostre abitudini e
nella nostra mente, l'individuo rimase il fattore fondamentale. Ognuno dei
combattenti della Sierra Maestra, che abbia raggiunto un grado elevato tra le
forze rivoluzionarie, ha al suo attivo una storia di fatti memorabili. E in
base a questi conquistava i suoi gradi. Fu questo il primo periodo eroico, in
cui ci si batteva per ottenere incarichi di maggiore responsabilità e di
maggior pericolo, senza altra soddisfazione che l'adempimento del proprio
dovere. Nel nostro lavoro di educazione rivoluzionaria, torniamo spesso su
questo tema formativo. Nell'atteggiamento dei nostri combattenti già si
delineava l'uomo del futuro. In altri momenti della nostra storia si sono
ripresentate le occasioni per un impegno totale nella causa rivoluzionaria.
Durante la crisi di ottobre o nei giorni del ciclone "Flora" abbiamo
visto atti di valore e di sacrificio eccezionali, compiuti da tutto un popolo.
Trovare il modo di perpetuare nella vita quotidiana questo atteggiamento
eroico, è uno dei nostri compiti fondamentali dal punto di vista ideologico.
Nel gennaio 1959 si costituì il governo rivoluzionario con la partecipazione al
suo interno di vari esponenti della borghesia filoimperialista. La presenza
dell'esercito ribelle costituiva la garanzia per il mantenimento del potere,
come fattore di forza fondamentale. In seguito si produssero gravi
contraddizioni, risolte in un primo momento nel febbraio 1959, quando Fidel
Castro assunse la direzione del governo, con la carica di primo ministro.
Questo processo culminò nel luglio dello stesso anno, quando il presidente
Urrutia si dimise sotto la pressione delle masse. Appariva così, nella storia
della rivoluzione cubana, ormai con caratteristiche nitide, un personaggio che
si ripresenterà sistematicamente: le masse. Questa entità multiforme non è,
come si pensa, la somma di elementi di una medesima categoria (a ciò ridotti,
tra l'altro, dal sistema imposto) che agisce come un gregge mansueto. E' vero
che segue senza esitare i propri dirigenti, in particolare Fidel Castro; ma il
grado in cui questi si è guadagnato tale fiducia risponde precisamente al modo
in cui egli interpreta i desideri del popolo, le sue aspirazioni, e alla lotta
sincera per il mantenimento delle promesse fatte. Le masse parteciparono alla
riforma agraria e al difficile compito dell'amministrazione delle imprese
statali; sono passate attraverso l'esperienza eroica di Playa Giròn, si sono
forgiate nella lotta contro le varie bande armate della Cia; hanno vissuto uno
dei momenti decisivi della storia moderna con la crisi di ottobre e oggi
continuano a lavorare per la costruzione del socialismo. Guardando ai fatti da
un punto di vista superficiale, potrebbe sembrare che abbiano ragione coloro
che parlano di sottomissione dell'individuo allo Stato; le masse realizzano,
con entusiasmo e disciplina senza pari, i compiti che il governo afida loro,
siano essi di tipo economico, culturale, sportivo o di difesa. L'iniziativa, in
genere, parte da Fidel Castro o dall'alto comando della rivoluzione e viene poi
spiegata al popolo che la fa propria. Altre volte, le esperienze locali vengono
riprese dal partito e dal governo per generalizzarle, seguendo lo stesso
procedimento. Lo Stato, tuttavia, a volte si sbaglia. Quando si verifica uno di
questi errori, si nota un calo dell'entusiasmo collettivo, dovuto ad una
diminuzione di quello stesso entusiasmo in ciascuno di quegli individui che
formano la massa; il lavoro si paralizza, fino a ridursi a livelli
insignificanti: è il momento di rettificare. Così avvenne nel marzo 1962, con
la politica settaria imposta al partito da Anìbal Escalante. E' ovvio che il
meccanismo non è in grado di garantire una serie di misure adeguate e che
occorre un legame più organico con le masse. Dobbiamo migliorare tale
meccanismo nel corso dei prossimi anni; nel caso, comunque di iniziative
provenienti dai livelli elevati del governo, utilizziamo per ora il metodo
quasi intuitivo di osservare le reazioni generali di fronte ai problemi
sollevati. In ciò è maestro Fidel, il cui modo particolare di comunicazione col
popolo si può apprezzare solo vedendolo direttamente. Nelle grandi
manifestazioni pubbliche sembra di assistere quasi ad un dialogo tra diapason,
che pone in vibrazione reciproca gli interlocutori. Fidel e le masse cominciano
a vibrare in un dialogo di intensità crescente fino a raggiungere l'apice in un
finale improvviso, segnato dal nostro grido di lotta e di vittoria. Ciò che è
difficile da comprendere, per chi non stia vivendo l'esperienza della
rivoluzione, è questa stretta unità dialettica tra l'individuo e la massa, in
cui entrambi interagiscono e la massa, a sua volta, come insieme di individui,
interagisce con i dirigenti. Nel capitalismo si possono osservare fenomeni di
questo tipo quando appaiono uomini politici capaci di spingere alla
mobilitazione popolare; ma se non si tratta di un autentico movimento sociale -
nel qual caso non si può parlare pienamente di capitalismo - esso durerà quanto
la vita di chi lo ha messo in moto o fino al termine delle illusioni popolari
imposto dalla rigidità della società capitalistica. All'interno di questa,
l'uomo è guidato da un ordinamento impersonale che, in genere, sfugge alla sua
comprensione. L'essere umano, alienato, ha un cordone ombelicale invisibile che
lo lega alla società nel suo insieme: la legge del valore. Essa agisce in tutti
gli aspetti della sua vita, modellandogli la strada e il destino. Le leggi del
capitalismo, cieche e invisibili per il senso comune della gente, agiscono
sull'individuo senza che questi se ne accorga. Egli non vede altro che la
vastità di un orizzonte che gli appare infinito. Così lo presenta la propaganda
capitalistica che pretende di ricavare dal caso Rockefeller - vero o falso che
sia - una lezione sulle possibilità di successo La miseria che è necessario
accumulare perchè si realizzi un esempio del genere e la somma di iniquità che
implica una fortuna di tali dimensioni non fanno parte del quadro, e non è
sempre possibile per le forze popolari, avere sempre chiari simili concetti. (A
questo punto sarebbe opportuna una disquisizione sul modo in cui gli operai dei
paesi imperialisti vadano via via perdendo il proprio spirito internazionalista
di classe, sotto l'influenza di una certa complicità nello sfruttamento dei
paesi dipendendenti e come questo fatto attenui, contemporaneamente, lo spirito
di lotta delle masse nel proprio paese; ma queso è un tema che esula dalle
finalità di queste note). Al massimo si mostra la strada con gli ostacoli che,
apparentemente, un individuo dotato delle qualità necessarie potrebbe superare
per giungere alla meta. Il premio si intravede in lontananza; il cammino è
solitario. Si tratta, per giunta, di una corsa tra lupi; si può vincere solo
grazie all'insuccesso degli altri. Tenterò ora di definire l'individuo, attore
di questo straordinario e appassionante dramma che è la costruzione del
socialismo, nella sua duplice entità di singolo e membro della società. Credo
che la cosa più semplice sia nel riconoscere la sua qualità di essere
non-fatto, di prodotto non-terminato. Le tare del passato si trasmettono al
presente nella coscienza individuale e c'è bisogno di un lavoro continuo per
sradicarle. Il processo è duplice: da un lato è la società che agisce con
l'educazione diretta e indiretta; dall'altro è l'individuo che si sottopone ad
un processo cosciente di autoeducazione. La nuova società in formazione deve
lottare molto duramente con il passato. Ciò si avverte non solo nella coscienza
individuale, su cui pesano i residui di un'educazione orientata
sistematicamente all'isolamento dell'individuo, ma anche per il carattere
stesso di questo periodo di transizione, con il permanere di rapporti di
mercato. La merce è la cellula economica della società capitalistica; finchè
esisterà, i suoi effetti si ripercuoteranno sull'organizzazione della
produzione e conseguentemente sulla coscienza. Nello schema di Marx il periodo
di transizione era concepito come il risultato della trasformazione esplosiva
del sistema capitalistico soffocato dalle proprie contraddizioni;
successivamente si è visto nella realtà come dall'albero imperialista potevano
staccarsi alcuni paesi che rappresentavano i rami deboli; un fenomeno previsto da
Lenin. In essi, il capitalismo si è sviluppato abbastanza da far sentire i
propri effetti, in un modo o nell'altro, sul popolo; ma non sono le sue stesse
contraddizioni che, esaurite tutte le possibilità, fanno saltare il sistema. La
lotta di liberazione contro un oppressore straniero, la miseria provocata da
avvenimenti esterni come la guerra - le cui conseguenze vengono fatte ricadere
dalle classi privilegiate sugli sfruttati - i movimenti di liberazione
destinati a rovesciare i regimi neocoloniali; questi sono i fattori scatenanti
più comuni. L'azione cosciente fa il resto. In questi paesi non si è ancora
prodotta un'educazione completa nei confronti del lavoro sociale e la ricchezza
è lungi dall'essere alla portata delle masse attraverso un semplice processo di
appropriazione. Il sottosviluppo da un lato e l'abituale fuga di capitali verso
i paesi "civilizzati" dall'altro, rendono impossibile un cambiamento
rapido e indolore. Resta un lungo tratto da percorrere per la costruzione della
base economica e la tentazione di seguire le strade battute dell'interesse
materiale, come leva propulsiva per uno sviluppo accelerato, è notevole. Si
corre il pericolo che gli alberi impediscano di vedere il bosco. Rincorrendo
l'illusione di realizzare il socialismo con l'aiuto delle armi spuntate che ci
lascia in eredità il capitalismo ( la merce come cellula economica, il
profitto, l'interesse materiale individuale come leva, ecc.), si può imboccare
un vicolo senza uscita. E vi si arriva dopo aver percorso un lungo tratto in
cui le strade si incrociano più volte e dove è difficile capire il punto in cui
si è sbagliato strada. Frattanto, la base economica adottata ha compiuto il suo
lavoro di scavo sullo sviluppo della coscienza. Per costruire il comunismo,
contemporaneamente alla base materiale, bisogna creare l'uomo nuovo. Di qui la
grande importanza di scegliere correttamente lo strumento per mobilitare le
masse. Questo deve essere fondamentalmente di natura morale, pur senza
trascurare un corretto utilizzo degli incentivi materiali, soprattutto di
natura sociale. Come ho già detto, nei momenti di grave pericolo è facile
potenziare gli incentivi morali; per mantenere la loro efficacia è necessario
sviluppare una coscienza in cui i valori acquistino nuove caratteristiche. La
società nel suo insieme deve trasformarsi in una gigantesca scuola. Le grandi
linee di questo fenomeno sono simili al processo di formazione della coscienza
capitalistica nella sua prima fase. Il capitalismo ricorre alla forza, ma educa
anche la gente all'interno del sistema. La propaganda diretta viene realizzata
da coloro che sono incaricati di spiegare l'ineluttabilà di un regime di
classe, sia esso di origine divina o imposto dalla natura come entità
meccanica. Ciò placa le masse che si vedono oppresse da un male contro il quale
non è possibile lottare. In seguito subentra la speranza e in questo si
differenzia dai precedenti regimi di casta che non offrivano via d'uscita. Per
alcuni, tuttavia, continuerà a vigere la formula di casta: il premio a chi
obbedisce consiste nell'arrivo - dopo la morte - in altri mondi meravigliosi
dove i buoni vengono premiati, secondo quanto affrma la vecchia tradizione. Per
altri, c'è la novità: la distinzione in classi è fatale, ma gli individui
possono uscire da quella cui appartengono mediante il lavoro, l'iniziativa,
ecc. Questo processo e quello di autoeducazione al successo devono essere
profondamente ipocriti; sono la dimostrazione interessata del fatto che una
menzogna è verità. Nel nostro caso l'educazione diretta acquista un'importanza
molto maggiore. La spiegazione è convincente perchè è vera; non ha bisogno di
sotterfugi. Si esercita attraverso l'apparato educativo dello Stato in funzione
della cultura generale, tecnica e ideologica, attraverso organismi quali il
ministero dell'educazione e l'apparato di propaganda del partito. L'educazione
penetra tra le masse e il nuovo atteggiamento proposto tende a trasformarsi in
abitudine; le masse lo vanno facendo proprio ed esercitano una pressione su
coloro che non si sono ancora educati. Questa è la forma indiretta di
educazione delle masse, potente tanto quanto l'altra. Il processo, tuttavia, è
cosciente: l'individuo riceve continuamente l'impatto del nuovo potere sociale
e si rende conto di non essersi ancora completamente adeguato ad esso. Sotto la
pressione prodotta dall'educazione indiretta, cerca di adattarsi ad una
situazione che ritiene giusta ed alla quale la sua mancanza di sviluppo gli ha
impedito di adeguarsi finora. Si autoeduca. In questa fase di costruzione del
socialismo possiamo vedere l'uomo nuovo che sta nascendo. La sua immagine non è
ancora definita; nè potrebbe esserlo, giacchè il processo marcia parallelo allo
sviluppo di nuove forme economiche. Tralasciando coloro la cui mancata
educazione li spinge verso un cammimno solitario, verso l'autosoddisfacimento
delle proprie ambizioni, ci sono altri che, all'interno di questo nuovo quadro
di avanzamento collettivo, tendono a camminare isolati dalla massa che
accompagnano. L'importante è che gli uomini vanno acquistando ogni giorno di
più coscienza della necessità della propria integrazione nella società e, allo
stesso tempo, della propria importanza come motori di essa. Ormai non marciano
più soli, per sentieri sperduti, verso brame lontane. Seguono la loro
avanguardia, costituita dal partito, dagli operai più avanzati che camminano
legati alle masse e in stretto collegamento con loro. Le avanguardie hanno lo
sguardo rivolto al futuro e alla sua ricompensa, però questa non appare come
qualcosa di individuale; il premio è la nuova società in cui gli uomini avranno
caratteristiche diverse: è la società dell'uomo comunista. La strada è lunga e
piena di difficoltà. A volte, per avere smarrito la strada si deve retrocedere;
altre volte, camminando troppo in fretta, ci separiamo dalle masse; in qualche
caso, per troppa lentezza, sentiamo vicino il fiato di coloro che ci pestano i
talloni. Nella nostra ambizione di rivoluzionari, cerchiamo di camminare il più
velocemente possibile, aprendo nuove strade, ma sappiamo che dobbiamo trarre
nutrimento dalle masse e che queste potranno avanzare più rapidamente solo se
le stimoliamo con il nostro esempio. Indipendentemente dall'importanza data
agli incentivi morali, il fatto che esista la divisione in due gruppi
principali (escludendo naturalmente la frazione minoritaria di coloro che non
prendono parte - per una ragione o per l'altra - alla costruzione del
socialismo) dimostra la relativa mancanza di sviluppo della coscienza morale.
Il gruppo d'avanguardia è ideologicamente più avanzato delle masse: queste
conoscono valori nuovi, ma in modo parziale. Mentre tra i primi si produce un
cambiamento qualitativo che permette loro di andar incontro al sacrificio nella
loro funzione di avanguardia, i secondi hanno solamente una visione parziale e
debbono essere sottoposti a stimoli e pressioni di una certa intensità; è la
dittatura del proletariato che si esercita non solo sulla classe sconfitta, ma
anche, a livello individuale, sulla classe vincitrice. Tutto ciò implica, per
la sua vittoria totale, l'esistenza di una serie di meccanismi: le istituzioni
rivoluzionarie. Nell'immagine delle folle che marciano verso il futuro, è
implicito il concetto di istituzionalizzazione, inteso come un insieme armonico
di canali, gradini, barriere, apparati ben collaudati che permettono questa
marcia e la selezione naturale di coloro che sono destinati a camminare tra
l'avanguardia e che stabiliscono il premio o il castigo, rispettivamente per
chi compie il proprio dovere e per chi trama contro la società in costruzione.
Questa istituzionalizzazione della rivoluzione non si è ancora attuata. Stiamo
cercando qualcosa di nuovo che permetta un'identificazione perfetta tra il
governo e la comunità nel suo insieme, adeguata alle particolari condizioni della
costruzione del socialismo e che rifugga al massimo dai luoghi comuni della
democrazia borghese trapiantati nella società in formazione (come le camere
legislative, per esempio). Sono state fatte alcune esperienze volte a creare
poco a poco l'istituzionalizzazione della rivoluzione, ma senza eccessiva
fretta. Il freno maggiore che abbiamo avuto è stato il timore che qualsiasi
aspetto formale potesse separarci sia dalle masse sia dall'individuo, facendoci
perdere di vista la più importante e decisiva ambizione rivoluzionaria, che è
quella di vedere l'uomo liberato dalla sua alienazione. Nonostante la carenza
di istituzioni, che deve essere superata gradualmente, ora sono le masse a fare
le storie, come insieme cosciente di individui che lottano per una causa
comune. L'uomo nel socialismo, malgrado la sua apparente standardizzazione, è
più completo e benchè non disponga di un meccanismo perfettamente adeguato allo
scopo, la sua possibilità di esprimersi e farsi ascoltare nell'apparato sociale
è infinitamente maggiore. Tuttavia è necessario accentuare la sua
partecipazione cosciente, individuale e collettiva, in tutti i meccanismi
direttivi e produttivi e legarla all'idea della necessità dell'educazione
tecnica e ideologica, in modo che avverta come questi processi siano
strettamente interdipendenti e i loro progressi paralleli. L'uomo acquisterà
così la piena coscienza del proprio essere sociale, il che equivale alla sua
completa realizzazione come creatura umana, una volta spezzate le catene
dell'alienazione. Ciò si tradurrà concretamente nella riappropriazione della
propria natura attraverso il lavoro liberato e l'espressione della propria
condizione umana attraverso la cultura e l'arte. Perchè l'uomo si sviluppi nel
primo aspetto, il lavoro deve acquistare un carattere nuovo; la merce-uomo
cessa di esistere e si instaura un sistema che assegna una quota in cambio
dell'adempimento del dovere sociale. I mezzi di produzione appartengono alla
società e la macchina è solo la trincea dove si compie il proprio dovere.
L'uomo comincia a liberare la propria mente dal pensiero sgradevole di dover
necessariamente soddisfare i propri bisogni animali attraverso il lavoro.
Comincia a vedersi realizzato nella propria opera e a cogliere la propria
grandezza umana attraverso l'oggetto creato, il lavoro compiuto. Ciò non
implica la perdita di una parte del suo essere sotto forma di forza-lavoro
venduta, che non gli appartiene più, ma significa un'emanazione di se stesso,
un contributo alla vita comune nella quale egli si riflette: l'adempimento del
proprio dovere sociale e per collegarlo allo sviluppo tecnologico, da un lato -
il che determinerà nuove condizioni per una maggiore libertà - e al lavoro
volontario dall'altro, fondandoci sulla concezione marxista secondo cui l'uomo
realizza pienamente la propria piena condizione umana quando produce senza la
costrizione della necessità fisica di vendersi come merce. E' ovvio che
esistono ancora aspetti coercitivi nel lavoro, anche quando esso è volontario;
l'uomo non ha ancora trasformato tutta la coercizione che lo circonda in un
riflesso condizionato di natura sociale, e in molti casi produce ancora sotto
la pressione dell'ambiente ("costrizione morale", la definisce
Fidel). Gli resta ancora da conquistare il piacere di un completo godimento
spirituale del proprio lavoro, senza la pressione diretta dell'ambiente
sociale, ma vincolato ad esso dalle nuove abitudini. Questo sarà il comunismo.
Il mutamento non avviene automaticamente nella coscienza, così come non avviene
nell'economia. Le variazioni sono lente e irregolari; ci sono periodi di
accelerazione, altri di pausa e persino di regresso. Dobbiamo inoltre
considerare, come abbiamo notato prima, che non siamo di fronte ad un periodo
di transizione puro e semplice, quale lo vedeva Marx nella "Critica del
programma di Gotha", ma ad una nuova fase da lui non prevista: il primo
periodo di transizione al comunismo o di costruzione del socialismo. Ciò
avviene in mezzo a violente lotte di classe con elementi di capitalismo nel
proprio seno, che rendono difficile una comprensione globale. Se a ciò si
aggiunge lo scolasticismo che ha frenato lo sviluppo della filosofia marxista e
impedito l'analisi sistematica del periodo, la cui economia politica non si è
sviluppata, dobbiamo riconoscere che siamo ancora in fasce e che è giusto
dedicarsi allo studio di tutte le caratteristiche fondamentali di tale periodo,
prima di elaborare una teoria economica e politica di maggior respiro. La
teoria che ne scaturirà darà inevitabilmente la preminenza ai due pilastri
della costruzione: la formazione dell'uomo nuovo e lo sviluppo tecnologico. In
entrambi gli aspetti, ci resta molto da fare, ma è meno grave il ritardo per
quanto riguarda la concezione della tecnica come base fondamentale, giacchè non
si tratta in questo caso di andare avanti alla cieca, ma di seguire pere un
buon tratto la strada aperta dai paesi più evoluti del mondo. E' per questo che
Fidel batte con tanta insistenza sulla necessità della formazione tecnica e
scientifica del nostro popolo e in particolare della sua avanguardia. Nel campo
delle idee che riguardano attività non-produttive è più facile cogliere la
divisione tra necessità materiale e spirituale. Da molto tempo l'uomo cerca di
liberarsi dell'alienazione mediante la cultura e l'arte. Muore quotidianamente
durante le otto e più ore in cui funge da merce, per rinascere poi attraverso
la sua creatività spirituale. Ma questo rimedio ha in sè i germi della stessa
malattia: è un essere solitario che cerca la comunione con la natura. Difende la
propria individualità oppressa dall'ambiente e reagisce di fronte alle idee
estetiche come un essere isolato, la cui aspirazione è rimanere immacolato. Si
tratta solo di un tentativo di fuga. La legge del valore non è il semplice
riflesso dei rapporti di produzione; i capitalisti monopolistici la circondano
di una complicata impalcatura che la trasforma in una schiava docile, anche
quando i metodi che usano sono esclusivamente empirici. La sovrastruttura
impone un tipo di arte in cui bisogna educare gli artisti. I ribelli vengono
dominati dal meccanismo e solo i talenti eccezionali potranno creare opere
proprie. Gli altri diventano vili salariati oppure vengono schiacciati. Si
inventa la ricerca artistica, intesa come sinonimo di libertà; ma questa "ricerca"
ha i suoi limiti, impercettibili fino al momento in cui non ci si scontra, vale
a dire fino a quando non si affrontano i problemi reali dell'uomo e della sua
alienazione. L'angoscia irrazionale o il volgare passatempo rappresentano delle
comode valvole di sfogo per l'inquietudine umana; si combatte l'idea di rendere
l'arte un'arma di denuncia. Se si rispettano le regole del gioco, si ottengono
tutti gli onori; quegli stessi che otterrebbe una scimmia esibendosi in
piroette. L'accordo è di non cercare di fuggire dalla gabbia invisibile. Quando
la rivoluzione prese il potere, ci fu l'esodo di coloro che erano completamente
addomesticati; gli altri, rivoluzionari o no, videro di fronte a sè nuove
strade. La ricerca artistica ebbe un nuovo impulso. Senza dubbio le strade
erano più o meno tracciate e il significato del concetto di fuga si mascherò
dietro la parola "libertà". Gli stessi rivoluzionari ebbero molto
spesso questo atteggiamento, riflesso dell'idealismo borghese nella coscienza.
Nei paesi in cui si è verificato un processo analogo, si è cercato di
combattere queste tendenze con un esasperato dogmatismo. La cultura in generale
si trasformò praticamente in un tabù, e si proclamò come massima aspirazione
culturale la rappresentazione formalmente esatta della natura, trasformandosi
poi questa in una rappresentazione meccanica della realtà sociale che si voleva
mostrare: la società ideale, quasi senza conflitti nè contraddizioni, che si
voleva creare. Il socialismo è giovane e compie degli errori. Noi rivoluzionari,
a volte, siamo privi delle conoscenze e dell'audacia intellettuale necessarie
per affrontare il compito di sviluppare l'uomo nuovo con metodi diversi da
quelli tradizionali che, a loro volta, subiscono l'influenza della società che
li ha creati. (Ancora una volta si pone il problema del rapporto tra forma e
contenuto). Il disorientamento è grande e siamo assorbiti dai problemi della
costruzione materiale. Non ci sono artisti di grande valore che abbiano, a loro
volta, un grande prestigio rivoluzionario. Sono gli uomini del partito che
devono assumere questo compito e cercare di raggiungere l'obiettivo principale:
l'educazione del popolo. Si cerca allora la semplificazione; ciò che è alla
portata di tutti, che è poi alla portata dei funzionari. La ricerca artistica
autentica viene annullata, e il problema della cultura generale si riduce ad
una riappropriazione del presente socialista e del passato morto (e quindi non
più pericoloso). Così nasce il realismo socialista, sulle basi dell'arte del
secolo scorso. Ma l'arte realista del secolo XIX è anch'essa di classe,
capitalistica forse in una forma più pura di questa arte decadente del XX
secolo, da cui traspare l'angoscia dell'uomo alienato. Nella cultura il
capitalismo ha dato tutto se stesso e di esso non rimane altro che la presenza
di un cadavere maleodorante; in arte la sua decadenza attuale. Perchè tentare,
allora, di cercare nelle forme congelate del realismo socialista l'unica
ricetta valida? Non si può opporre al realismo socialista "la libertà",
perchè questa ancora non esiste, nè esisterà fino al completo sviluppo della
nuova società; non si pretenda neppure di condannare tutte le forme artistiche
successive alla prima metà del secolo XIX dall'alto del trono pontificio del
realismo ad oltranza, perchè si cadrebbe in un errore proudhoniano di ritorno
al passato, mettendo una camicia di forza all'espressione artistica dell'uomo
che nasce e si forma attualmente. Manca lo sviluppo di un meccanismo ideologico
culturale che permetta la ricerca e distrugga le erbacce che così facilmente si
moltiplicano sul terreno concimato delle sovvenzioni statali. Nel nostro paese
non si è verificato l'errore del meccanicismo realista, ma uno di segno
contrario. E ciò è accaduto perchè non è stata compresa la necessità di creare
l'uomo nuovo; un uomo che non sia più il portavoce delle idee del secolo XIX,
ma neppure di quelle del nostro secolo decadente e morboso. E' l'uomo del XXI
secolo che dobbiamo creare, benchè si tratti ancora di un'aspirazione
soggettiva e non sistematizzata. Proprio questo è uno dei punti fondamentali
del nostro studio e del nostro lavoro e nella misura in cui otterremo risultati
concreti su una base teorica o, viceversa, ricaveremo conclusioni teoriche di
carattere generale dalla nostra ricerca concreta, avremo dato un valido apporto
al marxismo-leninismo e alla causa dell'umanità. La reazione contro l'uomo del
XIX secolo ci ha portato ad una ricaduta nel decadentismo del XX secolo; non è
un errore troppo grave, però dobbiamo superarlo, se non vogliamo aprire un
ampio arco al revisionismo. Le grandi masse si vanno sviluppando, le nuove idee
stanno acquistando un naturale impeto in seno alla società, le possibilità
materiali di sviluppo integrale di tutti i suoi membri in assoluto, rendono più
produtiva la fatica. E' un presente di lotta, ma il futuro è nostro.
Riassumendo, la colpa di molti nostri intellettuali e artisti risiede nel loro
peccato originale; non sono autenticamente rivoluzionari. Possiamo cercare di
innestare un olmo perchè dia pere, ma contemporaneamente bisogna piantare peri.
Le nuove generazioni saranno libere dal peccato originale. Le probabilità che
compaiano artisti eccezionali saranno tanto maggiori quanto più si saranno
ampliati il campo della cultura e le possibilità di espressione. Il nostro
compito consiste nell'impedire che la generazione odierna, fuorviata dai suoi
stessi conflitti, si perverta e perverta le generazioni future. Non dobbiamo
creare docili salariati del pensiero ufficiale, nè "borsisti" che vivano
al riparo dei finanziamenti statali, beneficiando di una libertà tra
virgolette. E' tempo ormai che siano i rivoluzionari a intonare il canto del
popolo. E' un processo lungo. Nella nostra società svolgono un ruolo enorme la
gioventù e il partito. Particolarmente importante è la prima, perchè è
l'argilla malleabile con cui si può costruire l'uomo nuovo, senza alcuna delle
tare del passato. Essa riceve un trattamento corrispondente alle nostre
ambizioni. La sua educazione è sempre più completa e non trascuriamo di integrarla
nel lavoro sin dal primo momento. I nostri studenti fanno un lavoro manuale
durante le vacanze o contemporaneamente allo studio. Il lavoro è un premio in
certi casi, uno strumento educativo in altri, mai un castigo. Una nuova
generazione sta nascendo. Il partito è un'organizzazione d'avanguardia. I
lavoratori migliori vengono proposti dai loro compagni per farne parte. E'
minoritario, ma dotato di grande prestigio per la qualità dei suoi quadri. La
nostra aspirazione è che il partito sia di massa, quando però le masse avranno
raggiunto il livello di sviluppo dell'avanguardia, vale a dire quando saranno
state educate per il comunismo. E verso questa formazione va indirizzato il
lavoro. Il partito è l'esempio vivente; i suoi quadri devono essere mdelli di
laboriosità e sacrificio, con la loro azione devono portare le masse al
compimento degli obiettivi rivoluzionari, e ciò implica anni di dura lotta
contro le difficoltà della costruzione, i nemici di classe, le piaghe del
passato, l'imperialismo... Vorrei spiegare ora il ruolo che svolge la
personalità umana, l'uomo come individuo dirigente delle masse che fanno la
storia. E' la nostra sperienza diretta, non una ricetta. Fidel ha dato alla
rivoluzione l'impulso nel primi anni e il tono sempre; ma oggi esiste un buon
gruppo di rivoluzionari che si sviluppa all'unisono con il nostro massimo
dirigente e una gran massa che segue i propri capi perchè ha fiducia in loro; e
ha fiducia perchè questi dirigenti hanno saputo interpretare le loro
aspirazioni. Non si tratta di sapere quanti chili di carne si mangiano o quante
volte l'anno ognuno possa andarsene a passeggiare sulla spiaggia, e neppure
quante belle cose provenienti dall'estero si possano acquistare con gli attuali
salari. Si tratta, piuttosto, di far sì che l'individuo si senta più completo,
con molta maggiore ricchezza interiore e senso di responsabilità. Il cittadino
nel nostro paese sa bene che l'epoca gloriosa che sta vivendo è fatta di
sacrifici; e sa bene che cos'è il sacrificio. I primi impararono a conoscerlo
sulla Sierra Maestra e ovunque si è combattuto; e poi lo abbiamo conosciuto in
tutto il paese. Cuba è l'avanguardia della 'America e deve fare dei sacrifici
perchè sta in prima linea, perchè indica alle masse latinoamericane il cammino
verso la completa libertà. All'interno del paese, i dirigenti hanno il dovere
di assolvere il proprio ruolo di avanguardia; ed è bene dirlo in tutta
sincerità, in una vera rivoluzione alla quale si consacra tutto, dalla quale
non ci si attende alcuna ricompensa materiale, il compito del rivoluzionario di
avanguardia è a un tempo magnifico e angoscioso. Mi permetta di dirle, a
rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi
sentimenti d'amore. E' impossibile concepire un rivoluzionario autentico privo
di questa qualità. E questo è forse uno dei grandi drammi del dirigente: egli
deve unire a uno spirito appassionato una mente fredda, e prendere decisioni
dolorose senza contrarre un muscolo. I nostri rivoluzionari d'avanguardia
devono idealizzare questo amore per i popoli, per le cause più sacre e renderlo
unico, indivisibile. Non possono scendere con la loro piccola dose di affetto
quotidiano nei luoghi in cui lo esercita l'uomo comune. I dirigenti della
rivoluzione hanno figli che nei loro primi balbettii non imparano a nominare il
padre; mogli che devono partecipare al sacrificio della loro vita, al fine di
condurre la rivoluzione verso il suo destino; la cerchia dei loro amici
coincide con quella dei compagni della rivoluzione. Non c'è vita al di fuori di
questa. In tali condizioni, bisogna avere una grande dose di umanità, un grande
senso di giustizia e di verità per non cadere in eccessi di dogmatismo, in
freddo scolasticismo, nell'isolamento delle masse. Bisogna lottare ogni giorno
perchè questo amore per l'umanità vivente si trasformi in fatti concreti, in
atti che servano di esempio, di mobilitazione. Il rivoluzionario, motore
ideologico della rivoluzione in seno al partito, si consuma in questa attività
ininterrotta, che finisce solo con la morte, a meno che il processo non si
estenda su scala mondiale. Se il suo impegno rivoluzionario si affievolisce
quando i compiti più urgenti vengono realizzati su scala locale e
l'internazionalismo proletario viene dimenticato, la rivoluzione che egli
dirige cessa di essere una forza propulsiva e affonda in un tranquillo letargo,
di cui approfitta il nostro inconciliabile nemico, l'imperialismo, per
riguadagnare terreno. L'internazionalismo proletario è un dovere, ma anche una
necessità rivoluzionaria. Così educhiamo il nostro popolo.