MEMORIA DAL SOTTOSUOLO
Perché nessuno possa dire... Non lo sapevo!
Denuncia della condizione di afflizione e
arbitrio cui sono costretti i detenuti del carcere di Parma
e delle gravi violazioni compiute
dall’amministrazione penitenziaria.
A tutti i prigionieri...
...perché il silenzio è un cancro
che divora la dignità dell’uomo
e fa
marcire la memoria.
Il carcere è una
particolare forma dello spazio e del tempo, il visibile prodotto dei rapporti
sociali e più in generale della dialettica “rispetto / trasgressione” delle
norme sociali e giuridiche e “legalità / illegalità” dei comportamenti del
singolo o di un gruppo. Il carcere è il “luogo” (inteso come unità
spazio-tempo) in cui la libertà individuale nei suoi molteplici aspetti viene
istituzionalizzata cioè gestita dallo stato e quindi negata attraverso la
restrizione fisica, al fine di salvaguardare, affermare e rafforzare il sistema
di valori e di interessi promossi e praticati da una minoranza che a vario
titolo detiene il potere politico ed economico e di questi è espressione, a cui
la maggioranza della società aderisce per consenso, paura e incertezza
materiale, perché del potere politico ed economico conosce solo il peso dello
sfruttamento, la violenza del controllo e della coercizione quotidianamente
vissuti sulla propria pelle. Il carcere è il luogo in cui sono ristretti uomini
e donne che trasgrediscono la norma sociale e la legge o che mettono in
discussione l’ordinamento politico ed economico espressi nello stato.
Dietro alte mura di cinta
dentro celle asettiche e spersolalizzate sono rinchiusi e ammucchiati coloro
che la società occidentale borghese e capitalista rifiuta e nasconde a se
stessa, il suo prodotto più vero e di dirompente umanità, i prigionieri.
Bobore Sechi.
Il mio nome è SALVATORE SECHI, nato il
22-11-1972 a Sassari, attualmente ristretto agli arresti domiciliari in quanto
indagato e imputato in attesa di giudizio insieme ad altri 8 patrioti comunisti
ai sensi dell’art. 270-bis c.p. Ho trascorso cinque mesi di custodia
cautelativa nel carcere di Buoncammino (Ca) con una breve parentesi (dal 23
ottobre al 18 novembre) in un carcere di massima sicurezza della Penisola.
Con la presente non voglio denunciare l’attacco
politico mascherato da operazione poliziesca e giudiziaria – tale è l’Operazione
Arcadia –, portato avanti contro il Movimento Indipendentista e in particolare
contro “a Manca pro s’Indipendentzia”, organizzazione indipendentista
comunista di cui sono militante, ma rispondere a quello che sento primariamente
come mio dovere di uomo che crede fermamente nel valore sostanziale
della dignità umana, della libertà e della democrazia, e denunciare le
condizioni di assoluta precarietà, arbitrarietà e violazione degli elementari
diritti dei detenuti – riconosciuti dalla Costituzione italiana,
dall’ordinamento penitenziario e dal regolamento di esecuzione, nonchè dalla
legislazione internazionale sui diritti inalienabili dell’uomo e i dispositivi
indicati con fermezza dalla Corte di Strasburgo –, così come io stesso ho
potuto toccare direttamente.
Sento il dovere di unire la mia voce al coro
dei detenuti che hanno denunciato la realtà di quello che è stato descritto da
varie personalità del mondo politico come il fiore all’occhiello del sistema
carcerario italiano... il carcere di massima sicurezza di Parma.
Vista dall’esterno l’immagine moderna della
struttura confonde il visitatore o il malcapitato finito nelle maglie della
giustizia. Il prato inglese e i grandi padiglioni danno più la sensazione di
una struttura ospedaliera o un grande centro polivalente per la riabilitazione
e il recupero sociale delle persone
svantaggiate. A tradire la funzione della struttura sono le sbarre alle
finestre, l’alto muro di cinta sul quale passeggiano le guardie armate e la
targa sulla porta d’ingresso che recita “Istituti Penitenziari di Parma”.
Vista dall’alto e da dentro, dagli occhi che si
affacciano dai finestroni delle celle, il carcere di via Burla appare in tutta
la sua fredda, scientifica e razionale archittettura di pena. L’esclusione
dalla società degli uomini e delle donne che qui dentro si trovano ad essere
ristretti assume una forma “speciale”. La restrizione della libertà personale –
unica sanzione contemplata dai regolamenti, dalle leggi italiane ed
internazionali –, è in questa struttura una pena sottesa alla vessazione,
all’afflizione, all’arbitrio e alla negazione della dignità umana erette a
sistema. Il trattamento inframurario è improntato all’osservanza di un
regolamento interno che non tiene conto delle disposizioni dell’O.P. ne del Regolamento
di Esecuzione; o meglio sembra essere stato scritto tenendo conto unicamente di
quello che un’amministrazione penitenziaria può decidere liberamente.
Di fatto la legislazione in materia di
ordimanento ed esecuzione della pena si dimostra conflittuale e contradditoria
al suo interno... Molto di quello che riguarda la vita quitidiana degli uomini
e delle donne privati della libertà è lasciato alla discrezionalità dei
direttori e dei comandanti della polizia penitenziaria che possono decidere se applicare
o meno ciò che secondo le normative italiane e internazionali sono diritti del
detenuto. In questo caso il diritto cessa di essere tale e si trasforma in
negazione e arbitrio nel momento in cui la sua applicazione è un fatto
discrezionale.
Ho vissuto 27 giorni nella sezione E.I.V. e dal
giorno sucessivo al mio arrivo ho intuito l’ingiustificabile sproporzione tra
il trattamento e le esigenze di custodia e sicurezza.
Non parlo del mio caso particolare – del tutto
simile a quello di tanti altri compagni e compagne colpiti da repressione
politica –, per quanto l’essere classificato come persona altamente pericolosa
per la società ed essere deportato dal carcere di Cagliari nell’istituto di via
Burla e sottoposto al trattamento nel regime E.I.V. sia stata la negazione dei
diritti dell’uomo e del cittadino universalmente riconosciuti, nonchè la
sospensione di tutti gli articoli dell’ordinamento penitenziario e del relativo
regolamento di esecuzione e di ogni diritto e garanzia in quanto detenuto in
attesa di giudizio.
Parlo di tutte le illogiche negazioni e
limitazioni che diventano sopprusi e si manifestano per quello che realmente
sono... la volontà cieca dell’amministrazione penitenziaria di seppellire il
detenuto sotto una montagna di “domandine” che spesso ricevono come risposta
lunghi silenzi o tempestivi rifiuti, che non feriscono per il “no” ricevuto ma
per il senso che la negazione assume... annientare la dimensione umana e la
dignità di chi è ristretto.
Che senso ha in termini di trattamento e di
sicurezza:
- creare un clima di
stato d’assedio nelle sezioni di massima sicurezza E.I.V., A.S., 41 bis,
quando con puntuale scadenza settimanale arriva una squadra composta da
dieci-quindici guardie per la “perquisizione ordinaria” delle celle. I
detenuti vengono rinchiusi nel lavatoio, per 15-20 minuti, ancora in
pigiama o vestaglia (perché la perquisizione è un’attività mattutina
effettuata di solito tra le 7.00 e le 8.00). Quei 15-20 minuti bastano e
avanzano per mettere sottosopra vestiti, lenzuola e tutti gli effetti
personali;
- limitare la
quantità di indumenti intimi, asciugamani e vestiario di cui disporre in
cella? Tutto è strettamente numerato e insufficiente a garantire un
ricambio continuo. E per la sostituzione di un qualsiasi capo di biancheria
o d’abbigliamento è necessario fare apposita richiesta e attendere il
giorno stabilito per turno per recarsi al magazzino e sostituire
l’indumento;
- spegnere l’antenna
centralizzata e oscurare la televisione alle 2.00 di notte per
ricollegarla all’etere alle 7.00 del mattino? I migliori programmi
televisivi, trasmissioni culturali o film d’autore sono trasmessi in
seconda serata, o ad orari ancora più tardi... perché vietare la
possibilità di vedere un bel film per intero? Perché l’amministrazione penitenziaria
limita la sintonizzazione a soli 8 canali televisivi? Perché preferisce
far marcire i telecomandi in qualche magazzino dell’istituto piuttosto che
darli ai detenuti?;
- limitare a tre i
libri che è consentito avere in cella? La stessa limitazione numerica vale
anche per le riviste. La Bibbia non è conteggiata come libro ma come
effetto personale;
- negare l’acquisto
e l’utilizzo di penne diverse dalle biro Bic e non poter acquistare o
tenere in cella alcun materiale di cancelleria, righelli, pastelli, matite
colorate, fogli da disegno, calcolatrici...?;
- non poter tenere
con se un numero di fotografie superiore alle 12 unità, vedersele ritirare
dalla guardia che consegna la posta se queste arrivano con le lettere,
perchè devono essere numericamente catalogate in magazzino, e così pure i
libri, i quaderni e i diari che famigliari e amici inviano ai detenuti?...
Si deve fare richiesta e andare a prenderle in magazzino nel giorno di
turno e se si hanno già con se il numero massimo di unità per oggetto, si
deve fare la scelta di quali tenere con se;
- battere forte e
insistentemente per alcuni secondi le sbarre della finestra, con una barra
di ferro che provoca un rumore assordante e fastidioso incupito dallo
spazio ristretto della cella? Questo accade due volte al giorno, ogni
santo giorno. Pochissime guardie, giovani non ancora del tutto
istituzionalizzati, mosse da un senso di vergogna, entrano nelle celle con
aria di chi vorrebbe chiedere scusa e battono sulle sbarre cercando di
fare il minor rumore possibile e per la durata di tempo più breve
possibile;
- essere contati sei
volte al giorno quando si è costretti a passare 21 ore chiusi in cella,
nella totale disperante immobilità? E che senso ha il rituale che
accompagna una conta mattutina e una serale, quando tre guardie passano
per le celle, una apre il cancelletto, una segna su un ruolino e un’altra,
di solito un graduato entra, fa tre-quattro passi dentro la cella, gira i
tacchi ed esce?;
- privare degli
arredi le celle dei detenuti sottoposti a sorveglianza particolare secondo
l’art. 14 bis o.p., che prevede soltanto l’isolamento notturno o diurno
all’interno delle sezioni? ;
- essere rinchiusi e
dimenticati in celle isolate in aree isolate dell’istituto (celle di
segregazione e di tortura) che hanno come unici arredi un tavolo, uno
sgabello e un piano su cui dormire, che sono tutt’uno con le pareti e il
pavimento della nuda cella, e passarvi dentro infiniti giorni, seminudi, o
nudi completamente quando lo richiede la perversa e maniacale cura della sicurezza,
senza sufficienti coperte con cu ripararsi dalle rigidità dell’inverno
padano, spesso senza la possibilità di avere carta e penna o quotidiani o
libri con cui ingannare il tempo e tenere viva la mente? Ad usufruire di
tali alloggi sono i detenuti che indotti dalle rigide misure coercitive e
dai sopprusi subiti, o da particolari debolezze psicofisiche compiono o
potrebbero compiere atti di autolesionismo o rendere manifesto il proprio
raggiunto limite di sopportazione. Altri sono detenuti che hanno rivendicato
i propri diritti e denunciato le vessazioni e gli arbitri del sistema, e
sono considerati turbolenti, aggressivi e destabilizzatori. Queste
particolari celle hanno una doppia funzione repressiva e deterrente per
dissuadere, sedare, castrare la vivacità della personalità secondo il
motto: “se fai da bravo vieni premiato (forse), se fai da cattivo sei
bastonato (sicuramente)”. Tutto avviene col tacito consenso che diventa
complicità di tutte le figure istituzionali e professionali che a vario titolo
hanno a che fare col penitenziario di via Burla;
- negare l’utilizzo
di lettori cd e l’ascolto di musica su supporto digitale?...Ormai
difficilmente si trovano in vendita musicassette... È proibito persino
avere in cella una semplice radio e si è costretti ad acquistare un
walkman che costa molto di più;
- negare l’utilizzo
del computer nelle celle, che è un valido strumento di lavoro e di studio,
nonché un’alternativa alla mortificazione intellettuale e
all’istupidimento generato dalla televisione?;
- negare la
possibilità di fare attività sportiva e di usufruire del campo di calcio,
– vietato ai ristretti nelle sezioni E.I.V., A.S. e 41 bis –, e della
palestra in cui si può accedere solo un giorno a settimana nonostante
l’indulto abbia risolto i problemi di sovraffollamento?;
- negare la
possibilità di acquistare un tappettino di gomma per fare ginnastica e
portare con se una bottiglia d’acqua e un asciugamano nel cortile dell’aria?;
- danneggiare le
giacche e i pantaloni dell’abbigliamento sportivo, privandoli dei lacci e
rendendoli scomodi se indossati per fare ginnastica?;
- vietare l’utilizzo
di sciarpe, maglioni e golfini a collo alto, cuffie di lunghezza superiore
ai 18 cm, giubotti imbottiti o trapuntati, e quant’altro servirebbe per
affrontare le umide giornate autunnali e il gelo invernale?;
- vietare l’utilizzo
del corredo personle, coperte, paid, copriletto e lenzuola, diversi dal
materiale di casermaggio fornito dall’amministrazione, che è freddo e
avendo alle spalle diversi lustri è spesso malridotto?;
- avere a
disposizione 2 ore d’aria al mattino e 2 ore al pomeriggio ed essere di
fatto impossibilitati ad usufruirne pienamente perché tutte le attività e
tutti i servizi sono concentrati proprio in quelle ore? Chi frequenta i
corsi scolastici deve rinunciare all’aria, chi vuol farsi la doccia, o
lavare i panni, o andare al magazzino, o farsi visitare dal medico, o
andare nella biblioteca del carcere a prendere un libro, o parlare con
l’ispettore o con le figure professionali o compiere qualsiasi altra
attività che richieda di stare fuori dalla cella deve rinunciare ad una
parte di aria. Inoltre il tempo da passare nel cortile murato è suddiviso
in “moduli” di un’ora ciascuno per cui il detenuto è costretto a una
scelta fortemente condizionata dall’impossibilità di decidere quando,
all’interno delle ore stabilite, uscire o fare ritorno in cella;
- rendere
impossibile anche solo immaginare l’idea di spazio aperto? I muri di
cemento armato alti 6 metri delimitano i cortili dell’aria – uno spazio
grande quanto 12x24 passi normali, controllato da due telecamere –, e
impediscono al sole di passare tanto che il cemento è vistosamente
abbellito dal verde del muschio e dell’umidità e danno la sensazione di
essere le pareti di una fossa scavata nella terra;
- negare li spazi
verdi per i colloqui e costringere i detenuti ad incontrare i famigliari
nella stanza con il bancone divisore, non essendo rispettato il
regolamento d’esecuzione che prevede i tavolini per un maggior contatto
umano e intimità famigliare?;
- essere svegliati
alle 7.00 e attendere la colazione che passa alle 8.00, ricevere il pranzo
alle 11.30 e la cena alle 17.00? Tale scientifica scansione dell’orario
dei pasti rende indispensabile l’integrazione con generi alimentari
acquistati al sopravvitto. Perciò si può sospettare che sia un metodico
meccanismo di esborso e spoliazione delle esigue finanze dei detenuti che
certo non hanno il portafoglio del signor Callisto Tanzi per permettersi,
come faceva lui, di avere pranzo e cena forniti direttamente da un vicino
ristorante;
- negare la
possibilità che il detenuto possa avere una fotocopia della lista dei
generi del soppravvitto con relativi prezzi, per meglio monitorare le
proprie ordinazioni e le proprie spese?;
- limitare
fortemente la scelta qualitativa del prodotto? Il prezziario risulta
aggiornato al mercato nero, eppure non siamo in guerra, e non c’è
l’inflazione al 20% ne la svalutazione dell’euro. E allora perché un pacco
da 250 g di caffè lavazza Qualità Oro (non c’è altra scelta ad eccezzione
del lavazza Dek), costa al prigioniero 3.25 euro e al supermarket del
centro lo si paga poco più di 2 euro? Altre differenze di prezzo sono
rilevabili attravero le pubblicità che vengono fatte sui giornali per cui,
facendo i relativi accostamenti, si può affermare che a danno dei detenuti
vengono applicati prezzi da albergo a cinque stelle in alta stagione in
Costa Smeralda;
- trattenere in
magazzino il necessario per l’igene, la pulizia personale e la barberia,
costringendo il detenuto che arriva da un’altro carcere ad acquistare di
nuovo tutto l’occorrente? Questo accade perfino al detenuto che nello
stesso carcere da una sezione di massima sicurezza passa ad un’altra. È
una forma di estorsione che va ad ingrasssare le già pingui tasche
dell’impresa che ha in appalto la gestione del vitto e del sopravvitto,
nonché, sembra ovvio, le tasche di coloro che dirigono la struttura dal
punto di vista amministrativo e di custodia;
- essere costretti a
svolgere i colloqui telefonici senza nessuna privacy, essendo il telefono
installato nel bel mezzo dell’androne, di fronte alle celle e senza
nessuna cabina che garantisca la riservatezza della comunicazione?;
- trasformare
l’assistenza medica in una odissea fatta di attese, scarso rispetto della
privacy e negligenze...? Il personale medico spesso visita il detenuto
sulla soglia della cella, durante le ore d’aria, per cui costringe il
detenuto che ha richiesto un consulto a stare in cella e il più delle
volte l’attesa viene delusa. Dal punto di vista dei medicinali è da denunciare
una grave carenza di quelli più comuni e il divieto di avere alcuni
medicinali o pomate specifiche per medicamento senza l’autorizzazione del
medico. Anche le piccole patologie, curabili con farmaci adatti, vengono
trattati specialisticamente. Le visite specialistiche sono a totale carico
del detenuto e quindi è facile credere che il sistema sanitario
dell’istituto penitenziario sia in realtà un’associazione a delinquere che
lucra sulle spalle del detenuto. Inoltre accade che i prigionieri che hanno
necessità di essere assistiti vengano lasciati nelle mani di personale non
specializzato, ovvero altri detenuti che piantonano anziani, malati,
convalescenti.
Negli Istituti Penitenziari di Parma sono
quindi sistematicamente disattesi, elusi, violati i seguenti articoli del
Ordinamento penitenziario e del relativo Regolamento di esecuzione, del codice
penale, della Costituzione, della Convenzione dei Diritti dell’Uomo:
l’art. 608 c.p. misure di rigore non
consentite dalla legge;
l’art. 27 comma 3 della Costituzione le pene
non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità;
l’art. 1 della legge n 354/75 Il trattamento
penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto
della dignità della persona;
l’art. 3 della Convenzione per la salvaguardia
dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali: titolo 1 - Diritti e
Libertà. Proibizione della tortura. Nessuno può essere sottoposto a tortura
nè a pene o trattamenti inumani o degradanti;
l’art. 73 comma 2 - 6 - 8 del Regolamento di
Esecuzione che sancisce in modo chiaro dove e come si scontano le sanzioni
disciplinari e il relativo l’isolamento, ovvero nella propria cella, senza che
questa venga denudata degli arredi, con la sola esclusione dalle attività in
comune (isolamento);
l’art. 9 del Regolamento di Esecuzione che
indica la quantità di indumenti che deve consentire un ricambio che assicuri
buone condizioni di pulizia e la funzionalità dell’abbigliamento in base alle
particolari condizioni climatiche delle zone in cui gli istituti sono ubicati;
la circolare del D.A.P. n 687465 la tariffa
dei generi posti in vendita dovrà essere diffusa all’interno delle sezioni e
aggiornata costantemente. I generi alimentari devono rispondere ad un buon
rapporto qualità prezzo e il prezzo non può essere superiore a quello
effettuato nei centri commercìali;
l’art. 1 del Decreto n 230 del 30-6-2000 Il
trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste
nell'offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani,
culturali e professionali;
la circolare del D.A.P. n 3556/6006 sul
possesso dei computer, lettori cd e componenti vari;
l’art. 27 della legge n 354/75 negli
istituti devono essere favorite e organizzate attività culturali, sportive e
ricreative e ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei
detenuti e degli internati, anche nel quadro del trattamento rieducativo.
Non avevo mai sentito parlare di sezioni E.I.V.
Alla prima esperienza diretta con l’istituzione totale, deportato da una casa
circondariale della Sardegna, in cui ero ristretto nella sezione “ordinaria”,
ero portato a credere che simili limitazioni fossero il “normale” trattamento
per i reclusi nelle sezioni di massima sicurezza. Con rabbia e stupore,
parlando con gli altri detenuti e con i pochissimi di altre sezioni che
potevano accedere alla E.I.V. perché lavoranti, con le figure professionali che
affiancano il lavoro della direzione, con gli stessi religiosi, e soprattutto
approfondendo la conoscenza dell’Ordinamento Penitenziario e del Regolamento di
esecuzione, ho preso atto della
situazione di arbitrio e di abuso che si verificano nella sezione E.I.V. e in
tutto il complesso concentrazionario, essendo il trattamento inframurario
standardizzato e fatto subire a tutti i prigionieri senza distinzioni.
Ho trovato riscontro oggettivo alle storie che
ho registrato nella memoria e che stentano ad uscire dalle spesse e alte mura
di via Burla nelle lettere dei tanti detenuti, inviate alle associazioni che si
occupano dei problemi del mondo carcerario e alle istituzioni... Hanno un
significato diverso se lette con la coscienza di chi ha conosciuto via Burla
dall’interno, e non c’è nessuna esagerazione se affermo che gli Istituti
Penitenziari di Parma sono una tomba che produce morti assassinati
dalle inesorabili, ingiustificabili e arbitrarie condizioni di detenzione nel
tentativo di ridurre uomini e donne a individui lobotomizzati, deprivati di
ogni impulso vitale e sterilizzati nei sentimenti e nell’umanità.
Qualsivoglia forma di socializzazione
finalizzata al reinserimento sociale attraverso corsi di formazione o
scolarizzazione, attraverso il lavoro, attraverso lo sport, sono un fatto del
tutto marginale e assolutamente secondario, in quanto tutto è parametrato in
funzione della massima sicurezza. La piccola saletta 3x3 metri non ha nessuna
velleità di essere un “laboratorio artigianale” come recita il foglio scritto a
computer sulla porta. A fianco un’altra saletta delle stesse dimensioni ha
sulla porta un foglio con scritto “laboratorio artistico” e un cavalletto per
pittori che cerca di nascondere le macchie di colore perché stonano col
grigiore e la razionale efficenza del lagher di via Burla. Ancora a fianco
un’altra saletta un pò più grande dovrebbe essere una sala informatica. Ciò è
dimostrato dall’esistenza di tre computer, che definire giurassici è un
eufemismo perché rispetto alla tecnologia che supportano è come dire che i
dinosauri si sono estinti nel 1800.
Ancora a fianco una saletta musicale con qualche strumento
impolverato... Tutto sembra essere
realizzato per nascondere la vera natura del carcere-lagher... Forse queste
salette vengono fatte vedere con orgoglio ai senatori, agli uomini del
ministero di Grazia e Giustizia, al magistrato di sorveglianza e alle
istituzioni dell’Emilia Romagna, della Provincia e del comune di Parma, che
così possono dire ai giornali e in parlamento, che bell’esempio di carcere
moderno è quello di via Burla, e continuarre a credere che gli ingenti
finanziamenti che gli “Istituti Penitenziari di Parma” ricevono, siano
realmente spesi per offrire servizi ai prigionieri e soprattutto per mettere in
atto progetti di reinserimento e risocializzazione.
Così scriveva un detenuto nel 2000:
«All'interno del carcere di Parma il verbo della sicurezza ha congelato tutta
la struttura (…) gente chiusa in cella dalla direzione a non far niente per 21
ore al giorno, assenza del lavoro, attività trattamentali vicine allo zero. In
poche parole, il duro regime detentivo previsto dall'articolo 41 bis, in vigore
in una sezione del carcere di Parma, permea di sé l'intero carcere e viene
fatto ricadere su tutti i prigionieri di via Burla». Ancora una denuncia di
un’associazione che lavora in difesa dei detenuti: «Da settembre a dicembre
2005 sono morte 5 persone, appena dopo la visita al carcere di via Burla del
presidente della commissione Giustizia al Senato che, facendo anche
dell'ironia, ha dichiarato che nel carcere è tutto a posto e che il problema
del sovraffollamento è inesistente (nel 2005 nel carcere di Parma erano
rinchiuse 650 persone n.d.s.). (Per il direttore del carcere Di Gregorio
(capelli fulvi e barba colta, aspetto insignificante e un sorriso da burocrate
del terrore n.d.s.) sono episodi normali che accadono sia fuori che dentro; peccato
che a Parma succedano un pò troppo spesso, come denunciamo già dal 2001, quando
la notizia di una serie di morti a catena ci arrivò dalle lettere dei
detenuti».
Unisco la mia voce a quella dei tanti
prigionieri che hanno denunciato le disumane condizioni di vita nel carcere di
Parma e in generale in tutte le strutture di reclusione dello stato italiano,
comprese quelle disseminate nella mia terra, affinchè l’indifferenza e il
complice silenzio delle istituzioni – cemento che consolida le spettrali mura
del carcere –, siano soffocati dalla melodia di un canto di libertà che nasce
dalla lotta quotidiana per la difesa e l'affermazione della dignità umana e
dell’identità politica, culturale, religiosa, personale, di ogni uomo e donna,
condotta con coraggio dentro e fuori le mura... contro l’istituzione totale!
Con l'auspico di un vostro puntuale
interessamento al problema e una incisiva e pronta azione per sanare la
situazione di grave illegalità che vige negli Istituti Penitenziari di Parma,
porgo i miei saluti.
...dalla “prigione domiciliare”...
Via Vittorio Emanuele III n 3
07012 Bonorva (SS) – Sardigna –.
20 marzo
2007
In fede
Salvatore
Sechi