ANALISI DELLA FASE INTERNAZIONALE: FASE IMPERIALISTA DEL CAPITALE E NOSTRI COMPITI
Crisi generale del capitale: ripercussioni sulle masse lavoratrici dei paesi imperialisti e sulle masse delle colonie.
La fase in cui si concretizza il lavoro politico di a Manca pro
s'Indipendentzia che ha come obbiettivo principale il socialismo e
l'indipendenza nazionale è caratterizzata dalla seconda crisi
generale di lunga durata del capitalismo, iniziata alla metà
degli anni 70. Generale nel senso che non riguarda solo alcuni aspetti,
ma il complesso della società, quindi di estensione mondiale.
Essa all'origine si manifesta come crisi economica per sovrapproduzione
assoluta di capitale. Infatti, nonostante tutto l'ingente plus valore
che i capitalisti estorcono alle masse lavoratrici, essi se lo
vedrebbero ridotto se lo investissero su nuovi cicli produttivi;
cioè, non riuscirebbero a trarre dall'investimento di tutto il
loro capitale un profitto adeguato per la sua valorizzazione.
E' ovvio, che i capitalisti per valorizzare il loro capitale
(perché questo è il loro scopo), devono trovare altre
vie.
La ricerca forsennata che i capitalisti hanno intrapreso per la
valorizzazione del loro capitale, ha portato: ad una crescita smisurata
del capitale finanziario, alla centralizzazione di capitali a livello
mondiale, alla lotta che i singoli capitalisti si fanno per togliere
profitto agli altri capitalisti ( i contrasti economici tra i gruppi
imperialisti diventano antagonisti) *1 , ad uno sfruttamento maggiore
delle masse lavoratrici e al saccheggio indiscriminato dell'ambiente.
Quindi i capitalisti, non investendo il loro capitale in nuovi cicli
produttivi, sconvolgono l'intero assetto della produzione e
riproduzione della società.
Da ciò deriva che le manifestazioni della seconda crisi generale
di capitale sono: una crescente disoccupazione, una crescente
emarginazione, un malessere e un malcontento sempre più diffusi.
Dalla sua origine economica la crisi trapassa sia in crisi politica che
in crisi culturale. Una crisi mondiale e di lunga durata per l'appunto.
La crisi politica ha per contenuto i contrasti di interessi diversi che
si generano tra i vari gruppi che compongono la borghesia imperialista.
Le istituzioni, i modi e le concezioni che essi hanno creato per
regolarizzare i loro contrasti e per dirigere le masse lavoratrici non
sono più adeguate (capitalismo dal volto umano, fandonia dei
revisionisti moderni). Da ciò nascono le instabilità
croniche dei regimi politici dei vari paesi e le instabilità
delle relazioni internazionali. Un esempio di questo potrebbe essere
l'instabilità dell'iter diplomatico dell'Italia nei confronti
del mondo arabo negli ultimi vent'anni.
La crisi culturale nell'epoca imperialista del capitale, si manifesta
nella messa in secondo piano da parte della borghesia, della ricerca
scientifica, della comprensione del mondo reale e dei processi sociali,
mentre da risalto e pone in primo piano la cultura dell'evasione,
elabora e propaganda teorie che non danno il senso reale ai rapporti
sociali, ma che difendono l'esistente proclamandone l'eternità.
Le masse lavoratrici si ritrovano di nuovo sommerse dall'oscurantismo
clericale, trovano rifugio in sette esoteriche, si rivolgono a dei
ciarlatani per risolvere i propri problemi, vengono manipolate e
disinformate dai vari organi di stampa o televisivi. La cultura
dominante è la cultura della borghesia imperialista nel senso
che corrisponde agli attuali rapporti di produzione, viceversa la
cultura delle masse è la pratica che si acquista nella lotta, e
non le prediche dei preti, dei loro capi e dei santoni di tutte le
religioni o gli scritti e gli interventi dei vari personaggi pagati
dalla borghesia.
La crisi generale di lungo periodo allarga sempre di più il
divario tra le masse popolari e la borghesia imperialista, cioè
tra quelle classi che per vivere devono lavorare e dall'altra quelle
che sfruttano il lavoro altrui. È di lungo periodo perché
non può essere risolta a breve termine con singole e piccole
misure, anche se vi potranno essere una serie di riprese e di pause.
Ogni manovra che la borghesia attua per uscire dalla crisi generale a
breve termine è un'illusione. I tentativi alternati dei governi
di centrosinistra e di centrodestra negli ultimi 15 anni in Italia (ma
non solo, come è ricavabile dall'esperienza politica di tutta
Europa) ne sono una dimostrazione lampante. La sua soluzione può
arrivare solo attraverso lo scontro tra la mobilitazione reazionaria e
la mobilitazione rivoluzionaria. La realtà è che tutti i
regimi mondiali che la borghesia imperialista ha realizzato sono in
crisi in ogni paese e in essi lo scontro tra mobilitazione
rivoluzionaria delle masse e mobilitazione reazionaria sta maturando.
Non è più ignorabile da parte di nessuno quanto stanno
avanzando sia come adesione numerica che come radicalizzazione dello
scontro (in senso di propositività alternativa allo stato di
cose esistente) le posizioni che la borghesia definisce
“estremiste”. In realtà altro non sono che la
trasformazione della società, anzi delle diverse società
del mondo, nell'ottica della mobilitazione o rivoluzionaria o
reazionaria delle masse popolari.
Le masse popolari mondiali vivono e scontano sulla propria pelle le
manifestazioni della crisi generale di lungo periodo. Infatti, esse
comportano il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro,
ovvero generano: disoccupazione, emigrazioni, tentativi di
stravolgimento e di eliminazione delle conquiste di civiltà
ottenute con lotte dure e inoltre, vengono coinvolte in guerre
organizzate dai vari gruppi della borghesia imperialista.
Col procedere della crisi nei singoli Paesi, sempre più ampi
strati delle masse popolari e con le più svariate forme di
lotta, cercano di impedire il degrado della loro vita e delle loro
condizioni di lavoro conquistate con dure lotte. Queste forme di lotta
sono il contenuto della resistenza che le masse lavoratrici oppongono
al procedere della crisi, e rappresenta il fattore principale di
sviluppo della lotta per la rivoluzione socialista. E' infatti da
questa tendenza rivoluzionaria delle masse popolari a voler divenire il
soggetto, il motore, l'organo decisionale delle proprie condizioni di
vita che nasce e si sviluppa, nella strada verso il socialismo, la
mobilitazione rivoluzionaria. Le tendenze per le masse popolari che si
potranno realizzare all'interno della crisi sono: o la mobilitazione
rivoluzionaria o la mobilitazione reazionaria; nel senso che le masse
lavoratrici, sotto la direzione della classe operaia, si uniranno per
eliminare la direzione che ha la borghesia imperialista sulla
società attuale per instaurare la dittatura del proletariato, o
cercheranno (invano) di salvarsi in modo corporativo (quindi divise),
partecipando insieme alla borghesia imperialista, allo sfruttamento di
altre masse lavoratrici.
All' interno delle relazioni interborghesi, assume un ruolo sempre
più di rilievo e sempre più in crescendo la combinazione
delle varie forme di guerra con la mobilitazione reazionaria delle
masse.
Per la loro sopravvivenza gli imperialisti conducono una guerra di
sterminio non dichiarata che ha per contenuto le condizioni estreme di
vita e di lavoro in cui versano le masse popolari sia dei paesi
imperialisti che delle colonie .
Nelle colonie lo sviluppo della seconda crisi generale rivela ogni
giorno che passa la realtà della dominazione imperialista. La
borghesia tenta di presentarci le colonie come paesi in via di
sviluppo, ma la dominazione imperialista alleata con la borghesia e i
burocrati o compradori delle colonie ci presenta un'altra
realtà. In quasi tutti questi paesi la dominazione si è
concretizzata prima come riversamento da parte degli imperialisti delle
merci eccedenti prodotte per effetto della sovrapproduzione di capitale
*2 , poi sotto forma di prestito di parte di capitale che nei paesi
imperialisti non poteva essere investito come capitale produttivo
perché avrebbe ridotto la massa del profitto; infine di questi
paesi ne ha fatto dei territori dove gli imperialisti ne fanno dei
nuovi campi di accumulazione.
La colonizzazione ha distrutto le condizioni sia pur minime di
sopravvivenza di larghe masse, le ha gettate in uno stato di
emarginazione e di sottoalimentazione cronica e le ha spinte sempre
più all'emigrazione nei paesi imperialisti. Inoltre le ha
mantenute in uno stato di arretratezza economica, culturale, di
dipendenza e fragilità politica. L'imperialismo genera questo
per le masse popolari nelle colonie (perché tali sono e non
certo paesi in via di sviluppo). Nelle colonie i capitalisti razziano
le materie prime, devastano l'ambiente e sottopagano le masse
lavoratrici. Quando la borghesia imperialista non trae più
profitto dallo sfruttamento delle risorse o quando comunque queste si
esauriscono, essa non abbandona mai le colonie: alcuni singoli
capitalisti dediti a questa o quella categoria di spoliazione possono
andare via ma la borghesia imperialista in quanto tale non abbandona
mai niente spontaneamente. Quando si trova nelle condizioni su esposte
converte l'economia in nuovi ed altrettanto lucrosi affari, fino ad
infrangere le stesse leggi internazionali e gli stessi “diritti
umani” pure costruiti a sua immagine. Sviluppa gli spaventosi
giri d'affari derivanti dall'utilizzo di intere nazioni come
immondezzai e discariche tossiche del mondo; incrementa le
disponibilità alla sperimentazione bellica di alcune aree;
occupa interamente a scopi militari aree che precedentemente dovevano
essere spartite con l'economia di rapina… Si potrebbe proseguire
fino a rasentare la fantasia (che di certo non manca all'inventiva
degli imperialisti), ma purtroppo i popoli colonizzati o beneficiari di
indipendenze fantoccio sanno che questa è la cruda
realtà. Lo sanno i Somali che, a seguito dello tsunami, vedendo
le spiagge stracolme di misteriosi fusti rigurgitati dall'onda iniziano
a spiegarsi l'esorbitante aumento di tante morti per malattie prima
sconosciute nella zona… Lo sanno ad Haiti dove buona parte
dell'economia nazionale si sta costruendo sullo stoccaggio di
ciò che è troppo pericoloso per restare in
Occidente… Lo sanno gli abitanti dei Continenti-colonia che
vedono i rispettivi Paesi accordare concessioni misteriose a misteriose
ditte occidentali le quali hanno sempre più spesso bisogno di
effettuare i loro “lavori” con guardi armate intorno e
sguardi indiscreti alla larga… Lo sanno le colonie interne
dell'Europa, come la Galizia e la Bretagna inondate impunemente di
petrolio e accusate di terrorismo ad ogni minima protesta… Lo
sanno in Sardigna, con l'indagine conoscitiva emersa dallo studio della
Commissione indipendente nominata dall'Assessore regionale alla
Sanità, che dimostra picchi vertiginosi dell'aumento di malattie
intorno a basi militari e territori-discarica intorno ai siti
industriali e che conferma spudoratamente le paure e gli allarmi dei
patrioti sardi… Ma questa avidità e questi soprusi,
questo disprezzo svergognato della dignità umana ha generato e
genera nelle colonie una crescita politica del proletariato e delle
forze rivoluzionarie che lottano contro l'imperialismo per realizzare
una società migliore.
Quindi, è una guerra che ogni anno in tutti il mondo per le
masse lavoratrici è la causa di milioni di morti per fame, di
incidenti sul lavoro, di morti per malattie curabili, la nascita di
bambini deformi o con malattie che derivano dall'avvelenamento
dell'ambiente, di emigrazioni, ecc.
In ultima analisi, in ogni paese la società così come
è organizzata nella forma attuale, non potrà essere
mantenuta: o cambierà sotto la direzione della classe operaia
alleata con le altre masse lavoratrici, creando una società
socialista, distruggendo lo stato borghese e creando uno stato della
dittatura del proletariato, o cambierà forma ma restando sotto
la direzione della borghesia imperialista, con ordinamenti diversi, ma
ancora a regime capitalista e che in termini brevi, per una questione
strutturale riproporrà gli stessi problemi.
Dunque è la fase stessa che pone oggettivamente all'ordine del
giorno la rivoluzione socialista e che per la sua affermazione le masse
devono trovare nei singoli paesi forme adeguate di direzione e di
lotta.
La prima ondata della rivoluzione socialista ci ha dimostrato che
è possibile abbattere l'ordinamento capitalista e attuare la
dittatura del proletariato, ma la vittoria si è realizzata solo
quando le masse popolari si sono unite alla classe operaia, e alla
direzione delle loro lotte vi era il partito comunista.
Le lotte di resistenza che le masse popolari oppongono alla crisi
generale, possono essere vittoriose solo se sono dirette dal partito
comunista; un partito, che ha come obiettivo principale l'abbattimento
dell' ordinamento borghese per l'instaurazione della dittatura del
proletariato, e tutti i suoi militanti, le sue organizzazioni e le sue
attività sono funzionali per la realizzazione dell'obiettivo
stesso.
Quindi, il compito principale dei comunisti nei loro paesi è
quello di creare le condizioni per la fondazione del partito comunista;
cioè, di un partito marxista-leninista che con la sua lotta per
il potere dà continuità, espande e assicura la lotta di
resistenza che le masse popolari attuano per difendere i loro diritti e
le loro conquiste. Di un partito comunista che faccia propria
l'esperienza di 150 anni e oltre di lotta di classe.
*1 Ad esempio il processo di formazione di blocchi via via sempre
più contrapposti, come è il caso prima della nascita
dell'UE come risposta all'egemonia nordamericana in Europa, ed in
seguito della progressiva frattura determinatasi con la guerra contro
l'Iraq in cui sono andati a consolidarsi da una parte il blocco
imperialista franco-tedesco e dall'altra il blocco filoamericano con al
suo interno, tra gli altri, la Gran Bretagna e l'Italia.
*2 Uno dei più tristi esempi è quello accaduto
ripetutamente del rifornimento di medicinali invenduti o scaduti e
(quindi invendibili) alle popolazioni dei cosiddetti Paesi del Terzo
Mondo. Da chiarire che le “opere pie” hanno sempre pagato
questi medicinali, aiutando, si vorrebbe sperare all'oscuro di tutto,
il Capitalismo a smaltire con profitto i capitali in eccesso.
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ANALISI DELLA FASE IN SARDIGNA
Come già valutato nell'analisi generale, l'imperialismo (ovvero
la massima fase evolutiva del capitalismo, in cui si formano i monopoli
capitalistici caratterizzati dal legame tra ambito produttivo economico
e mondo finanziario) controlla in questo determinato momento storico lo
scenario mondiale. Questo momento storico, come già detto,
è segnato dalla crisi del sistema capitalistico, ed il peso di
questa crisi viene scaricato sulle masse popolari del pianeta,
condizione che determina una situazione di instabilità per il
controllo mondiale imperialista e che si evolve, sotto questo aspetto,
su due direttrici opposte ed inconciliabili: da una parte la lotta
delle masse popolari contro il peso della crisi generale che essi
sopportano, dall'altra la tendenza dell'imperialismo di soffocare le
lotte e risolvere il problema della crisi con la tendenza alla guerra.
La Sardigna 1 , in questo scenario generale, si inserisce con tutte le sue particolari contraddizioni:
• è una nazione non sovrana all'interno di uno dei principali Stati imperialisti del mondo
• appartiene ad uno Stato il quale appartiene al blocco
strategico filo-USA e per questo sopporta il peso di questa alleanza
col paradossale aspetto che “gli alleati di chi ti nega la
sovranità possono a loro volta negarti la
sovranità”. (Sulle voci dello smantellamento della base
USA di S. Stefano noi diciamo che gli statunitensi per noi se ne
saranno andati solo quando davvero se ne saranno andati)
• pur essendo ogni giorno sempre più palesemente
riconosciuta anche da alcuni settori della borghesia come nazione a
sé, la Sardigna vive la pesantissima contraddizione della
negazione del proprio diritto alla sovranità sotto molteplici
aspetti. Del manifestarsi di questi aspetti sono artefici a volte lo
Stato italiano, a volte l'alleanza dell'imperialismo italiano con
imperialisti di altri Paesi
• il colonialismo in Sardigna manifesta di avere, tra i suoi
effetti, il compimento del genocidio nazionale del Popolo Sardo
L'argomento è molto vasto e preferiamo quindi affrontarlo sviluppando in maniera per lo meno essenziale i punti fissati:
• La Sardigna appartiene forzatamente a quello Stato
plurinazionale governato dalla borghesia imperialista italiana che
è conosciuto come Stato italiano. La sua sovranità sul
suo territorio è assegnata all'attuazione dello Statuto Autonomo
Regionale, il quale ha pertinenza legislativa su tutti gli aspetti
secondari del governo di un territorio e su nessun aspetto essenziale.
Lo Stato italiano, che decide su tutti gli aspetti fondamentali della
vita del nostro popolo (dalla regolamentazione economica alla
destinazione d'uso del territorio) ha una voce in capitolo non
contrastabile dalla legislazione regionale: possono essere esempio le
bocciature della Corte Costituzionale italiana alle proposte di
referendum sulla zona franca, sulle basi militari, su un referendum
consultivo regionale riguardo alla base USA di S. Stefano ecc. La
situazione che vive dunque la nostra nazione è innanzitutto
quella di una nazione che non può realmente avere una sua
sovranità. L'ulteriore problema che grava su questa situazione
è che l'Italia è uno degli Stati imperialisti più
potenti del mondo, con una solida e sperimentata rete di rapporti
internazionali in particolare proprio nei confronti dell'asse
atlantico, il che, come è abbastanza semplice capire, significa
che mettere in discussione questo tipo di assetto chiama in causa tutta
una serie di rapporti interimperialisti. I Paesi Imperialisti in
maniera reciproca tra loro, dalla “caduta” del franchismo
in poi, sembrano (forse consci del pericolo che può
rappresentare) non voler sostenere in nessun caso le lotte delle
nazioni oppresse interne a Stati imperialisti; questo per ora appare
confermato nonostante i rapporti tra Stati imperialisti siano, per
quanto apparentemente pacifici, tendenzialmente conflittuali. Il non
volersi combattere tra loro usando questa carta lascia ben supporre che
all'occorrenza possano fornirsi di mutuo soccorso almeno per quanto
riguarda questo tipo di problemi. All'interno degli Stati imperialisti
dunque è sì molto più difficile la lotta per la
conquista della sovranità nazionale, ma, se confermata, la
nostra ipotesi dimostrerebbe che questa lotta svolgerebbe già di
per sé stessa una funzione antimperialista. Infatti se uno Stato
imperialista fomentasse l'indipendentismo in una nazione interna ad un
altro Stato imperialista nemico, con lo scopo di condurre in questo
modo contro di esso una guerra, noi potremmo anche dire che questa
sarebbe una guerra interimperialista, ovvero tra imperialisti, seppur
condotta con metodi non convenzionali. Ma se si dimostrasse vera
l'ipotesi che gli Stati imperialisti ostacolano vicendevolmente lo
sviluppo della lotta delle nazioni oppresse interne (es. lo sporco
lavoro reciproco che Spagna e Francia svolgono in funzione antibasca, o
la reiterata persecuzione dell'IRA da parte della Repubblica d'Irlanda
in combutta con le autorità britanniche ecc.) in queste
condizioni (e solo in queste) la lotta per l'indipendenza è
antimperialista per sua stessa accezione. La Sardigna non appartiene a
nessuna nazione statuale, come per esempio è il caso della Val
d'Aosta per la Francia o del Sudtirolo per l'Austria, e per questa
condizione molto più difficilmente qualche Paese imperialista
sarebbe disposto ad avversare l'Italia per dei “figli di
nessuno”. Quanto più è chiaro che nessun Paese
imperialista appoggerebbe l'indipendenza sarda in funzione antiitaliana
tanto più è vero che la lotta per l'indipendenza in
Sardigna è di per se stessa antimperialista.
Nella nostra lotta per l'Indipendenza si sviluppa uno scontro inconciliabile tra imperialismo ed antimperialismo.
• In virtù della negazione della sovranità
nazionale sarda, lo Stato italiano esercita la sua in terra nostra.
Questo genera una situazione di asservimento della nostra terra
addirittura doppia: infatti l'Italia, considerando come sua la nostra
terra, non solo la occupa e la usa a suo piacimento, ma per giunta la
affitta, la cede, la presta, la regala come segno di amicizia ai suoi
alleati. Questo, è inutile dilungarsi davanti a tanta spudorata
evidenza, è il caso delle servitù e basi militari sia
NATO che USA. Le più imponenti ed importanti esercitazioni della
NATO si svolgono da lungo tempo in Sardigna. Lo Stato italiano ha, come
se non bastasse, un profitto enorme nell'affittare le aree per
esercitazioni interforze. Notoriamente niente di questi profitti viene
investito in Sardigna se non per ulteriori scopi bellici o comunque per
settori economici strettamente legati all'occupazione militare. Il
nostro popolo, con tanta evidenza vittima dell'odiosa schiavitù
imperialista e militarista, si ritrova paradossalmente a fornire la
propria patria affinché su di essa gli eserciti
dell'imperialismo provino, inventino, sperimentino, affinino le
più perfette e brutali tecniche di annientamento di esseri
umani. La situazione per cui il 66% delle installazioni militari
italiane si trova in Sardigna ha motivazioni sicuramente non casuali:
se avessero creato ricchezza certamente sarebbero state tutte in
Italia. E' interessante notare che la restante fetta di percentuale
è dislocata in gran parte in Friuli, altra nazione senza Stato
all'interno dello Stato italiano. Coincidenze. Tuttavia, le
installazioni militari pongono condizioni particolarmente favorevoli al
permanere e sedimentarsi del colonialismo per cui questa altissima
percentuale sarda è assolutamente “comprensibile”.
Questo tipo di destinazione d'uso ha infatti bisogno di enormi spazi
aperti col minor numero possibile di abitanti (fondamentalmente
perché meno gente protesta e meglio è); non produce
ricchezze nei territori interessati ma anzi li impoverisce totalmente e
per giunta sprecando ricchezze; impone, attraverso il necessario
impiego di personale, il trasferimento di un ingente numero di persone
fedelissime in un territorio di molto dubbia fedeltà
all'invasore 2 ; tiene distante dal centro dell'imperialismo (essendo
noi, nella visione italocentrica, periferia) i rischi per la salute che
questo tipo di attività implica, sia per rischio di incidenti
sia per livello di inquinamento che queste presenze causano; terrebbe
distante dal centro dell'imperialismo (e avvantaggiandosi anche
dell'esiguità della popolazione) una eventuale protesta popolare
per reazione ai rischi appena esposti; contribuisce, attraverso una
attenta e mirata dislocazione dei siti, a garantire una efficace e
continua presenza di fedelissimi nei punti nevralgici di quello che, a
ragione, lo Stati italiano considera un territorio tra i meno
italianisti e più propensi a dare vita a ribellioni. Tutto
ciò possiamo considerarlo maggiormente se messo in relazione a
una di quelle notizie “rivelazione” che escono fuori
raramente in questi ambiti, e cioè che sin dagli anni '50 il
Pentagono USA consigliava vivamente all'Italia di assicurarsi in ogni
modo l'assoluto controllo strategico della Sardigna in quanto
territorio fondamentale per il controllo del Mediterraneo e del Nord
Africa. Non è un caso che la base segreta di Gladio
(organizzazione paramilitare anticomunista creata dai servizi segreti)
fosse, e tuttora è, in Sardigna…
In uno sviluppo dello scontro tra imperialismo ed antimperialismo il
nodo verterà tra nemici e difensori della Sovranità
Nazionale Sarda.
• La Sardigna e la sua millenaria cultura vengono lentamente
conosciute nel mondo. Sempre più esponenti della cultura
borghese si ritrovano a dover ammettere, davanti ad un'evidenza che
l'italianismo democristiano del passato non riesce più a celare,
che il Sardo è una vera e propria lingua e che il popolo che la
parla è una vera e propria nazione senza Stato… Molti di
quelli che nel passato sono stati tra i più accaniti nemici
della nostra lingua, oggi tengono conferenze nelle quali ammettono che
la prima lingua romanza di cui si abbia testimonianza scritta è
proprio la nostra, dovendo riconoscere che la si parlava e scriveva
prima che nascessero il francese, lo spagnolo, figurarsi poi
l'italiano… Sentire riconoscere questo tipo di cose è
importante perché dimostra che chi con tutte le sue forze ha
cercato di distruggerci come popolo (e non ce l'ha fatta) oggi è
costretto ad ammettere davanti a tutti almeno che esistiamo! Cose del
genere sono certamente dei passi avanti, seppure non enormi, ma
comunque passi avanti. Tuttavia la borghesia italiana che ci riconosce
come nazione, e che dai tempi del Kosovo ha imparato a fingersi in
favore dell'autodeterminazione dei popoli, non può permettersi
il lusso di essere conseguente nei nostri confronti. Cosa ci
guadagnerebbe la borghesia italiana dalla nostra indipendenza?
Evidentemente niente. Ma siccome non sta neanche bene negare
l'indipendenza a ciò che si definisce nazione, la borghesia
italiana unionista, con a capo il suo illustre esponente Ciampi,
preferiscono falsare la realtà. Preferiscono accomodarsi gli
animi sentenziando che siamo tutti Italiani, che l'Italia valorizza le
regioni, i regionalismi, le parlate, che tutela le minoranze (odioso
termine) con apposite leggi ecc. Tutti sanno, sia la borghesia che le
nazioni oppresse dell'Italia, che questa declamata unità nella
diversità è in realtà sottomissione alla sola
classe sociale che ha interesse a tenere unita quest'Italia: la
borghesia imperialista italiana. Questa classe al potere in Italia,
composta dagli industriali e dai banchieri, alleata degli USA, della
mafia e del Vaticano, nemica degli interessi dei lavoratori italiani e
dei popoli che compongono lo Stato italiano è la vera artefice
del colonialismo che in questa determinata epoca storica tiene
soggiogata la nostra terra. In altre epoche lo fu questa o quell'altra
nazione, in altre il feudalesimo italiano, in altre la monarchia
reazionaria, la borghesia nazionalfascista, oggi la borghesia
imperialista italiana. Essa opprime la Sardigna con la potenza propria
di uno Stato imperialista moderno. Il manifestarsi dell'imperialismo in
Sardigna assume fondamentalmente la caratteristica del colonialismo. A
volte lo Stato italiano sviluppa il suo colonialismo in maniera
autonoma, ad esempio distruggendo la nostra lingua nazionale e
imponendo la sua, rapinando le tasse destinate alla Sardigna,
impiantando sistemi economici funzionali non alla Sardigna ma alle
multinazionali italiane, appropriandosi delle materie prime sarde che
poi vengono lavorate in Italia, agevolando l'assalto stile Far west per
gli imprenditori italiani che “investono” in Sardigna 3 ,
depotenziando il sistema ferroviario ed obbligandoci a usufruire quasi
esclusivamente del trasporto su gomma, imponendo Parchi di ogni tipo
(naturali, letterari, culturali, geominerari, artistici ecc.)
purchè diano la garanzia di non produrre niente e di dover
sempre essere legati ai finanziamenti (assistenzialismo coloniale)
eccetera. Il colonialismo italiano in Sardigna si sviluppa in
definitiva su tre principali campi d'intervento, ovvero quello
economico innanzitutto, quello militare e, come conseguenza di questi
primi e per ovvia necessità, nell'ambito culturale. Altre volte
lo Stato italiano attua il suo sfruttamento in Sardigna in accordo con
imperialisti di tutto il mondo: tipico è l'esempio degli
intrecci fittissimi tra finanza mondiale e rapporti economici in Costa
Smeralda e in altre zone costiere della Sardigna 4 , ma sono molto
interessanti anche gli annunci di bandi lanciati a livello mondiale
affinché da qualche parte si possa trovare qualcuno che venga in
Sardigna e porti via in maniera pressoché gratuita le ricchezze
del sottosuolo. Tanto per citare un esempio quest'ultimo è il
caso del carbone (su cui si stanno gettando come avvoltoi ditte
dall'Italiana Enel alla spagnola Endesa per proseguire con colossi
statunitensi ecc.), o delle sabbie silicee 5 , o del granito sardo che
i Sardi devono solo estrarre perché la lavorazione deve avvenire
in Italia (discorso molto simile vale anche per il corallo), per non
parlare poi delle ditte prima australiane e poi canadesi che estraggono
l'oro per tonnellate col solo vincolo di assumere quattro o cinque
operai del posto (a Furtei dopo aver preso tutto l'oro possibile hanno
lasciato, oltre ai disoccupati, anche un territorio con altissimo
inquinamento da cianuro, utilizzato nell'estrazione). L'utilizzo da
parte delle forze della NATO del nostro territorio è poi
l'esempio più evidente del connubio tra imperialismo italiano e
mondiale e di tutto ciò che, come accennato, esso crea alla
nostra terra.
La realizzazione di una vera Sovranità Nazionale in Sardigna
passerà attraverso lo sviluppo della lotta anticolonialista.
• L'esistenza e la persistenza del colonialismo italiano in
Sardigna è dovuta non solo all'intervento attivo italiano, ma
anche ad un intervento passivo sardo. Su quale sia l'intervento attivo
italiano abbiamo accennato. L'intervento passivo sardo è dato in
parte da quel settore che abbiamo visto riguardo alle basi militari:
essi sono gli unionisti più sfegatati presenti poiché
anche nel loro eventuale essere di impiego “civile” la loro
vita materiale è garantita dall'occupazione militare della
nostra terra e ragionano come militari occupanti. Inoltre in questo
settore passivo è fondamentale il ruolo di quella composita e
variegata borghesia sarda che viene definita “borghesia
compradora”: all'interno di questa ampia varietà, composta
non stabilmente da alcune categorie della media e piccola borghesia
sarda, ed alcune categorie di terziario, riconosciamo tutta quella
fascia politico-economico-sociale 6 che ha un guadagno diretto dato dal
ruolo di intermediazione tra la borghesia colonialista italiana o
comunque internazionale, e le masse popolari sarde. Ai bordi di questa
alleanza stanno due figure in cerca di ruolo storico autonomo e che
solo saltuariamente alzano la testa: quella parte di borghesia sarda
che oscilla tra il ruolo di compradora e di nazionale a seconda della
convenienza, e le masse popolari sarde. Quando la borghesia sarda non
trova un ruolo attivo si traveste da italiana e fa gli interessi
dell'Italia trattenendo le briciole. Quando le masse popolari sarde non
trovano un ruolo attivo nella vita sarda i suoi membri solitamente o si
autodistruggono (delinquenza e galere, droga, alcol a fiumi ecc.) o
emigrano. Il fenomeno dell'emigrazione delle nostre masse popolari
assume le dimensioni di un esodo biblico. Negli ultimi cinquant'anni
sono scomparsi dalla Sardigna all'incirca la metà dei Sardi:
effetti del genere negli ultimi duemila anni li ha avuti solo la peste
nera del ‘600! Se noi prendiamo in considerazione questa
deportazione di massa 7 dovuta a fattori politico-economici, e la
rapportiamo al fatto che le masse popolari sarde sopportano non solo il
peso del colonialismo ma anche il continuo altalenare di italianismo e
sardismo da parte dell'infida borghesia sarda ci rendiamo conto di chi
è la vera vittima di questo stato di cose. Le masse popolari
sarde sono storicamente le fautrici e le custodi della cultura sarda:
esse hanno creato e tuttora sono le protagoniste della cultura sarda,
perché la cultura sarda è ed è sempre stata una
cultura popolare. La borghesia compradora, gli antichi printzipales, e
prima ancora baronetti e tirannos minores nostrani hanno sempre tradito
e ritradito i propri fratelli, purché convenisse alle loro
tasche. In questo determinato momento storico, e con un'accelerazione
vertiginosa negli anni (solo in apparenza paradossalmente)
dell'Autonomia Regionale, va avanti subdolamente ed inesorabilmente la
distruzione e l'asservimento delle masse popolari sarde, la loro
deportazione in massa, l'annientamento della loro cultura popolare.
Esse prendono il mare e si trasformano in cittadini tedeschi, francesi,
italiani, i restanti diventano italofoni e vedono la loro cultura
distrutta e poi ricostruita nelle varie proposte accademiche ed
altisonanti, una sorta di mostro di Frankenstein linguistico-culturale,
mezzo comunicativo inutile e sterile, ma adeguato per una borghesia
sarda che forse ha deciso di nascere una volta per tutte. Questo
terrificante processo ha un nome che tutti sospettano e che nessuno osa
dire, forse per paura di spararla grossa, forse per scaramanzia, forse
perché erroneamente ancora si crede che tacere un problema
è quasi risolverlo a metà, ma il vero nome di questo
processo in atto è genocidio. Genocidio di un popolo, genocidio
del Popolo Sardo che piano piano sta scomparendo e sta diventando
altro. Purtroppo, nonostante la gravità del problema, le masse
popolari sarde non sono mai riuscite a costruire una organizzazione che
rappresentasse le sue aspirazioni più genuine e profonde se non
in pochissimi casi e per periodi comunque limitati (si pensi a Su
Populu Sardu e a poche altre esperienze). A Manca pro s'Indipendentzia
si pone l'obiettivo di divenire un'organizzazione adeguata al compito
di portare avanti le istanze espresse dalle masse popolari sarde e
condurle verso un avanzamento nella strada della liberazione nazionale
e sociale.
La sovranità nazionale e la lotta anticolonialista come
presupposto di una lotta per l'indipendenza e il socialismo sono
l'unica strada percorribile per la salvezza e la creazione di un futuro
per le masse popolari sarde!
1 Come premessa, per capirci, specifichiamo che noi intendiamo per
Sardigna la Nazione sarda, cioè l'unità dell'isola di
Sardigna e delle isole ad essa pertinenti col complesso dei suoi
abitanti che sono riconoscibili nell'universalmente accettata
definizione staliniana di nazione. I Sardi stabilmente all'estero
(quindi Italia compresa) rappresentano la Diaspora sarda e non
precisamente la Nazione sarda.
2 Se in Sardigna è presente il 66% del territorio ad usi
militari di tutt'Italia probabilmente (azzardiamo una cifra verosimile
visto che i dati sono difficilmente reperibili) almeno un terzo dei
militari in carriera vivono qui. Se poi consideriamo che queste
migliaia di persone vengono a stabilirsi in Sardigna con la propria
famiglia capiamo che si tratta di alcune decine di migliaia di persone
(e, badate bene, molto spesso residenti e quindi anche votanti)
strettamente fedeli alla politica di occupazione militare in terra
sarda. Quando poi andiamo a vedere quante persone sono legate a ditte
in qualche modo impegnate in forniture o servizi anche saltuari a basi
o comunque installazioni militari la cifra aumenta ancora
considerevolmente. Gli interessi di tutti coloro che in Sardigna si
oppongono al colonialismo vanno a scontrarsi in maniera assolutamente
insanabile con quello zoccolo duro italianista che dal colonialismo ci
guadagna. La cessazione dell'occupazione coloniale garantirebbe la
rinascita e lo sviluppo della stragrande maggioranza dei Sardi, ma
questa minoranza italiana o comunque italianista cercherà di
impedirlo ad ogni costo: è infatti dal colonialismo che essa
riceve il lavoro. Nella stessa misura in cui la stragrande maggioranza
e per lo stesso motivo il lavoro non lo ha…
3 Specialmente gli imprenditori del nord Italia ed in particolare i
bresciani, solitamente nel campo tessile ma non solo, hanno imparato il
gioco molto remunerativo: essi arrivano in Sardigna e con la
compiacenza della Regione ricevono enormi quantità di miliardi,
senza dare alcuna garanzia fuorché essere imprenditori italiani
e la disponibilità ad assumere per un tot di tempo un certo
numero di persone. Scaduto quel periodo che li vincolava prendono il
malloppo e scappano, anche se spesso dopo un certo periodo addirittura
ritornano e ripetono impunemente lo stesso gioco. I nostri soldi se ne
vanno per arricchire i miliardari norditaliani e per creare altri
disoccupati. Questo genere di rapina del resto non è neanche
nuovo: tutti ricorderanno l'esorbitante finanziamento per la creazione
dei poli petrolchimici e riguardo a questo il particolare che il
finanziamento superava di gran lunga la spesa effettiva, con grande
felicità di Moratti, Rovelli e compagnie che intascarono i soldi
pubblici…
4 E' risaputo che in queste zone prosperano abbondantemente gli affari
e gli investimenti non solo dei finanzieri e dei capitalisti ma anche
delle mafie di tutto il mondo, ma come ben sappiamo in Sardigna la
repressione è impegnata a perseguitare un ormai inesistente
banditismo: evidentemente tollerare gli affari della mafia rende bene
anche a chi non passa per mafioso…
5 L'ex presidente della Giunta regionale di Forza Italia Mauro Pili
ricorderà bene, dato che quando era in carica firmava
illegalmente e senza sentire il parere di nessuno concessioni minerarie
a chiunque bussasse al suo ufficio.
6 Quando si parla di ciò che generalmente viene definito
clientelismo in realtà in Sardigna si sta indicando il ruolo
clanista della borghesia compradora. Essa è la guida indiana
sarda degli interessi italiani, separa il nostro popolo in guerre di
campanile e campanilisticamente spartisce le briciole che lo Stato
investe. Unisce in enormi cordate simil-mafiose interessi interni (dei
compradores) con interessi coloniali, incanta le masse popolari col
miraggio del lavoro e spiana la strada agli imprenditori più
avventurieri del colonialismo, lega gli interessi del consistente
terziario insieme a quelli della politica parassitistica e questi
insieme agli interessi della borghesia imperialista. Tende a negare con
tutte le sue forze un ruolo alle masse popolari colonizzate da una
parte predicando il fatalismo, lo scoraggiamento, la propria
inferiorità, e dall'altra corrompendole ed ostacolando la loro
insofferenza con ogni mezzo: dall'inganno, alla minaccia, dalla
persecuzione sbirresca alla promessa di occupazione.
7 Deportazione che comunque è forzata solo per le masse
popolari: la borghesia sarda emigra non per fame ma per aumentare i
propri affari. Abbiamo già detto comunque che la Sardigna come
Nazione Sarda e la Diaspora Sarda (o Disterru) sono comunque due cose
diverse. L'emigrazione annienta lentamente la Nazione Sarda e favorisce
la sua riconversione in Diaspora.
---
SULLA
QUESTIONE DELLA LINEA POLITICA DI A MANCA PRO S'INDIPENDENTZIA IN
QUANTO NECESSITA' DI SINTESI DIALETTICA FRA TEORIA E PRASSI
Nelle nazioni senza Stato e nelle colonie, lo scontro tra imperialismo
ed antimperialismo assume la forma - ma soprattutto la sostanza - della
lotta anticolonialista, costituendo la liberazione nazionale dei popoli
oppressi un avanzamento del movimento rivoluzionario internazionale ed
un corrispondente indebolimento del campo imperialista.
Contestualmente a tale analisi la linea politica dell' organizzazione a
Manca pro s 'Indipendentzia deve essere intesa come l'opzione
strategica che garantisce la centralità del progetto complessivo
fino al conseguimento dell' obiettivo finale; il programma deve essere
inteso come l'opzione tattica che garantisce la scelta più
organica al momento dato per lo sviluppo della linea politica; la
struttura deve essere intesa come 1'anello di congiunzione tra questi
due elementi, ovvero lo strumento tramite il quale sia possibile
rendere pratica la linea politica sviluppando il programma.
INTRODUZIONE: DEI RAPPORTI DI RECIPROCITA' FRA STRATEGIA E TATTICA .
La strategia ha per oggetto di fissare, in una determinata fase della
rivoluzione, la direzione del colpo principale, di elaborare un
corrispondente piano di disposizione delle forze rivoluzionarie e di
lottare per l'attuazione di questo piano. Può cambiare col
passare della rivoluzione da una fase ad un'altra, ma resta
sostanzialmente immutata per tutto il corso della medesima fase.
Obiettivo strategico fondamentale delle forze rivoluzionarie è
storicamente la presa del potere, e tutto deve essere subordinato a
questo grande compito.
La tattica è una parte della strategia, le è subordinata,
le serve, prefiggendosi non di vincere la guerra nel suo insieme, ma di
vincere singole battaglie corrispondenti alla situazione concreta. Si
occupa delle forme di lotta e delle forme di organizzazione del
proletariato, della loro successione, del loro coordinamento, ed in una
determinata fase della rivoluzione può cambiare anche parecchie
volte.
Principi strategici e principi tattici che stanno alla base dei
conflitti politici non devono essere ridotti ad una formula schematica,
poiché la loro reale importanza può essere colta
esclusivamente unendo la prassi all'analisi delle funzioni che essi
racchiudono. Non vi sono dunque principi strategici o tattici che siano
immutabili: obiettivi strategici possono assumere funzione tattica
oppure obiettivi tattici possono assumere importanza strategica, per
cui è necessario di volta in volta sviluppare la capacità
di lettura della fase in cui si dispiega la dialettica della storia.
La reale capacità di saper leggere fatti concreti
indipendentemente da formule aprioristiche costituisce dunque il punto
di partenza per sciogliere la dicotomia fra teoria e prassi e mettere
le basi al fine di intervenire nel mondo, partendo dal presupposto che
compito di a Manca pro s'Indipendentzia non è discutere o
filosofare sulla realtà sarda, bensì cambiarla
radicalmente andando ad individuare, per colpirle, le cause che
determinano la condizione di sfruttamento della Sardigna e non
limitandosi a disorganizzate velleità di circoscriverne gli
effetti negativi.
1. SARDIGNA NO EST ITALIA.
Motore della storia è la lotta delle classi determinata dai
rapporti di produzione. Questo presupposto è tuttavia una
condizione necessaria ma non sufficiente a determinare l'appartenenza
rivoluzionaria, pel cui è indispensabile estendere il
riconoscimento della lotta di classe fino al riconoscimento della
dittatura rivoluzionaria del proletariato. Questa segna la fase di
transizione del socialismo che fino all'estinzione dello Stato, conduce
alla società universale senza classi fondata sul principio-base
per cui "da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno
secondo i suoi bisogni".
Allo stesso modo in cui il proletariato è sfruttato in quanto
classe, i popoli sono oppressi in quanto nazioni. Per questo motivo
sviluppare una lotta di classe nelle nazioni senza Stato significa
porre la questione nazionale nei termini dell'indipendenza:
La Sardigna è una nazione in quanto ha un territorio ed un
popolo inteso come comunità storicamente formatasi fondata sulla
comunanza di struttura economica e sovrastruttura linguistica e
culturale. In quanto nazione costituisce un ambito autonomo della lotta
di classe per cui le capacità di elaborare le strategie della
propria liberazione sono insite nel popolo sardo ed al popolo sardo
appartengono esclusivamente.
La Sardigna è una colonia dello Stato italiano in quanto in essa
i rapporti di produzione hanno determinato una oppressione di classe
nazionale da parte della borghesia imperialista italiana ai danni dei
lavoratori sardi.
Ciò che propriamente caratterizza lo sfruttamento coloniale in Sardigna, è:
• destrutturazione economica con conseguente creazione di
un' economia slegata dalle esigenze del popolo sardo, rapina e
sfruttamento delle risorse da parte della borghesia colonialista,
instaurazione di un regime di sfruttamento della forza-lavoro dei
lavoratori sardi da parte del capitale italiano e creazione di un
apparato economico assistenzialista con lo scopo di rendere l'economia
sarda totalmente subordinata e dipendente da quella italiana;
• genocidio del popolo sardo tramite il meccanismo di
contraffazione-cancellazione di lingua, cultura e storia popolari di
Sardigna e sostituzione con lingua, cultura e storia elitarie della
borghesia italiana, e tramite il meccanismo della
emigrazionedeportazione;
• occupazione militare e repressione politico-militare delle forme di resistenza popolare;
• uso della borghesia compradora e degli intellettuali
locali come strumenti di mediazione degli interessi della borghesia
colonialista italiana.
La Questione Nazionale Sarda è dunque l'insieme delle condizioni
storiche ed attuali, organiche a rapporti di produzione che hanno
determinato uno sfruttamento di classe nazionale da parte della
borghesia capitalista italiana ai danni del Popolo Lavoratore Sardo, la
cui unica risoluzione possibile è la lotta rivoluzionaria per il
socialismo e l'indipendenza.
Il Popolo Lavoratore Sardo. La nazione sarda, come tutte le nazioni del
mondo capitalista, è suddivisa in classi sociali: esiste nel
nostro caso la borghesia compradora sarda che, come già
accennato trae profitto e ragione di vita dall'occupazione italiana;
esiste la borghesia sarda che fondamentalmente non vede affatto male
l'occupazione italiana, ma tendenzialmente mira a guadagnarsi uno
spazio autonomo di gestione economica nei suoi rapporti con l'Italia;
esiste una piccola borghesia sarda costituita da una grande massa di
piccoli commercianti sull'orlo del fallimento, piccoli artigiani e
piccoli produttori agricoli devastati dalla crisi economica; esiste un
proletariato costituito dai lavoratori delle fabbriche e dal comparto
industriale, dagli operai dei cantieri edili, dei centri della grande
distribuzione, dai salariati agricoli, dai lavoratori stagionali e dai
lavoratori precari più in generale, esiste un terziario composto
da migliaia di persone legate al salario dell'apparato burocratico
italiano nella Colonia Sardigna; esiste una massa enorme di disoccupati
che si aggira intorno al 27-30% della forza lavoro sarda. Inoltre la
Sardigna col fenomeno dell'emigrazione si sta ritrovando popolata di
anziani, sta perdendo giovani, sta finendo abbandonata da parte degli
intellettuali che preferiscono stare in Italia.
Come abbiamo detto a.M.p.I. si pone come obiettivo quello di essere
portavoce ed avanguardia degli interessi nazionali e sociali della
nazione sarda. Ma la nazione sarda può avere interessi nazionali
e sociali unitari pur essendo divisa in classi? Noi diciamo di no! E
questo è valido non solo per la nostra nazione, ma per tutte
quelle che sono divise in classi! Se dicessimo che il nostro unico
interesse sono I SARDI in quanto tali, fingendo di non sapere che sono
divisi in classi, ci comporteremmo come quei reazionari che pretendono
di ingannare le masse sfruttate dicendo che essi hanno un solo
interesse: gli Italiani.
Per questo a Manca pro s'Indipendentzia crede che sia necessario avere
come punto di riferimento della sua lotta contro il colonialismo, per
la liberazione nazionale e sociale, il Popolo Lavoratore Sardo, inteso
come alleanza tra tutte quelle diverse classi sociali presenti in
Sardigna, composte da persone riconoscentesi come appartenenti alla
Nazione Sarda, che sono accomunate non dal ricavare profitto
bensì dal dover sopportare lo sfruttamento ed il peso che
colonialismo e occupazione creano alla Sardigna. Appartiene al Popolo
Lavoratore Sardo chiunque subisca a livelli diversi lo sfruttamento del
capitale nella forma di oppressione coloniale, e l'oppressione
coloniale in quanto forma di sfruttamento del capitale. Nel contesto
generale della solidarietà internazionalista va costruito un
rapporto privilegiato con chiunque in qualsiasi parte del mondo
riconosca, appoggi, sostenga e contribuisca alla lotta di liberazione
nazionale sarda per il socialismo e l'indipendenza.
2. SULLA QUESTIONE DEL METODO .
La questione del metodo costituisce un elemento imprescindibile per
poter costituire un' avanguardia realmente rivoluzionaria che sappia
elaborare una teoria d'avanguardia ed indirizzarla sul terreno della
liberazione nazionale.
La scienza rivoluzionaria va studiata in quanto metodo di analisi delle
fasi di sviluppo dei rapporti di produzione e praticata in quanto
metodo del socialismo scientifico rivoluzionario proletario sardo.
Dovere di un' organizzazione di avanguardia è quello di dotarsi
innanzitutto di un sistema di lettura ed interpretazione della
realtà che le consenta di elaborare un corrispondente piano di
azione al fine di centralizzare le reali spinte provenienti dalle masse
popolari ed incanalarle lungo un processo rivoluzionario in divenire.
Questo è il compito storico che mette l'organizzazione a Manca
pro s'Indipendentzia nelle condizioni di porre la questione del
superamento dialettico della teoria esistente e dell'elaborazione di
una teoria rivoluzionaria che costituisca la via sarda al socialismo .
3. A FORA SOS MERES .
L'emancipazione del Popolo Lavoratore Sardo può avvenire
esclusivamente assumendo come base di azione la rottura delle catene
coloniali che tengono legata la Sardigna allo Stato italiano e
contemporaneamente sciogliendo lo scontro capitale-lavoro ponendo in
essere il primato del lavoro sul capitale. È quindi necessario
schierarsi sul terreno dell' anticolonialismo sviluppando la questione
dell' autodeterminazione-autodecisione-autogoverno del Popolo
Lavoratore Sardo.
Per autodeterminazione si intende il diritto del Popolo Lavoratore
Sardo di riconoscersi in quanto tale nella propria specificità,
acquisendo in questo modo una coscienza di classe-nazione che metta le
basi per la questione della sovranità nazionale, ovvero la
capacità insita nel Popolo Lavoratore Sardo di decidere
autonomamente del proprio destino.
Per autodecisione si intende il diritto della classe-nazione sarda di
separazione dallo Stato italiano per la creazione della Repubblica
Socialista di Sardigna.
Per autogoverno si intende il diritto della classe-nazione di gestione
delle risorse, della struttura e della sovrastruttura nell'interesse
esclusivo del Popolo Lavoratore Sardo e, tramite questo del
proletariato internazionale.
In sintesi 1'anticolonialismo deve essere la tattica organica alla strategia indipendentista dei comunisti sardi.
I punti di riferimento per lo sviluppo della lotta in un percorso di
continuità fra anticolonialismo ed indipendentismo, devono
essere:
• Il Popolo Lavoratore Sardo. È necessario
ricostituire e ricompattare la classe-nazione, favorendo il passaggio
dalle lotte settoriali di tipo economico e quindi esclusivamente
sindacali, impregnate di ideologia individualistica di stampo
prettamente piccolo-borghese tendente al conseguimento di interessi
particolaristici, in lotta politica, garantendo il passaggio dal
particolare al generale, dall'individuale al collettivo, dal personale
al sociale. Stimolare la presa di coscienza della classe-nazione come
avanguardia rivoluzionaria, ponendo la centralità della classe
operaia nel suo ruolo-guida delle masse popolari sfruttate e della
costituzione di un' avanguardia cosciente organizzata che sia
rivoluzionaria nel modo di pensare e di agire.
• Il movimento rivoluzionario delle colonie, delle nazioni senza Stato, dei Paesi oppressi.
Lavorare alla costruzione di una solidarietà il1ternazionale
attiva ed operante per cui ogni fase della lotta rivoluzionaria di
liberazione delle nazioni costituisca realmente un avanzamento del
processo rivoluzionario ed un indebolimento dell'imperialismo.
• Il proletariato italiano. Agire nei confronti del
proletariato italiano e delle sue avanguardie organizzate secondo il
principio per cui un popolo che ne opprime un altro non può
liberarsi. La condizione imprescindibile di questo rapporto è il
riconoscimento del diritto di
autodeterminazione-autodecisione-autogoverno del Popolo Lavoratore
Sardo, il riconoscimento della lotta di liberazione nazionale sarda in
quanto lotta di classe, il riconoscimento dell'indipendenza della
Sardigna in quanto unica soluzione rivoluzionaria possibile della
Questione Nazionale Sarda.
E questi a loro volta dovranno essere inseriti, nell'elaborazione
teorica e nella prassi politica all'interno di un contesto generale che
deve essere in grado di sfruttare, a vantaggio esclusivo della lotta
patriottica:
• I conflitti interni ovvero nazionali che si sviluppano
nelle e tra le classi antagoniste al Popolo Lavoratore Sardo;
• I conflitti posti in essere dal rapporto tra capitalismo,
colonialismo, imperialismo e la borghesia nazionale sarda;
• Le contraddizioni, i conflitti e le guerre tra Stati borghesi imperialisti.
La parola d'ordine a fora sos meres sintetizza in questo modo la parola
d'ordine a fora sa classe isfruttadora inquadrando la lotta
anticolonialista nel contesto generale della lotta contro i padroni
interni o esterni che sottopongono la Sardigna a regime di sfruttamento
capitalista.
4. SARDIGNA LIBERA E RUJA .
L'accezione anticolonialista che è sita alla base della lotta di
classe nazionale sarda può essere sviluppata solo ed
esclusivamente favorendo la mobilitazione del Popolo Lavoratore Sardo e
legandosi ad esso per poterlo guidare alla vittoria. Se la lotta di
classe per la liberazione nazionale sarda è lotta di popolo,
bisogna tuttavia riconoscere che l'unico soggetto politico in grado di
sciogliere in termini realmente rivoluzionari la Questione Nazionale
Sarda, è il Partito Comunista Sardo, ovvero l'avanguardia
cosciente organizzata secondo i principi del centralismo democratico e
capace di sintetizzare teoria e prassi nel metodo del socialismo
scientifico rivoluzionario proletario sardo come sintesi dialettica e
materialistica della parola d'ordine sotzialismu-indipendentzia. Il
Partito Comunista Sardo è il combattente d'avanguardia armato di
una teoria d'avanguardia per il socialismo e l'indipendenza.
L'organizzazione a Manca pro s'Indipendentzia, sviluppando una linea di
massa senza essere struttura di massa ne tanto meno un partito, ha il
compito di preparare il terreno per l'azione politica del Partito
Comunista Sardo.
5. SOTZIALISMU-INDIPENDENTZIA.
Ponendo in essere la questione dell'inscindibilità di
sotzialismu ed indipendentzia, a Manca pro s' Indipendentzia ne
determina la sintesi dialettica: è infatti politicamente e
strategicamente impensabile una lotta di classe senza una lotta di
liberazione nazionale e viceversa una lotta di liberazione nazionale
senza una lotta di classe. Questo significa che, per le attuali
condizioni storiche che ne determinano lo sfruttamento da parte del
capitale, in Sardigna la lotta di classe è lotta di liberazione
per l'indipendenza nazionale e contemporaneamente la lotta di
liberazione nazionale è lotta di classe per l'instaurazione
della dittatura rivoluzionaria del proletariato.
Il patriottismo, ovvero la lotta per far coincidere la nazione sarda
con il suo Stato, è un'applicazione dell'internazionalismo
proletario, costituendo l'unione del nazionale con l'internazionale per
cui gli interessi nazionali della Patria nostra sarda non contrastano
con gli interessi socialisti del proletariato internazionale ma ne sono
organici.
In questi termini a Manca pro s'Indipendentzia rivendica il diritto di
separazione della nazione sarda dallo Stato italiano per la
costituzione della Repubblica Socialista di Sardigna.
SARDIGNA SOTZIALISTA
Nella fase attuale la migliore applicazione possibile della sintesi
sotzialismu-indipendentzia è definita dalla parola d'ordine
SARDIGNA SOTZIALISTA come indicazione di linea politica per
l'organizzazione a Manca pro s'Indipendentzia.
L'Organizzazione a Manca pro s'Indipendentzia, tutte le sue strutture e
tutti i suoi organismi, sono dunque tenuti ad operare sulla parola
d'ordine SARDIGNA SOTZIALISTA nell'interesse esclusivo del Popolo
Lavoratore Sardo e nella prospettiva della costituzione del Partito
Comunista Sardo. L'Organizzazione a Manca pro s'Indipendentzia, tutte
le sue strutture e tutti i suoi organismi, sono tenuti ad adottare la
parola d'ordine SARDIGNA SOTZIALISTA nel rapporto con le masse come
sintesi unica di sotzialismu-indipendentzia ovvero come lotta di classe
del Popolo Lavoratore Sardo per l'indipendenza nazionale e la
costituzione della Repubblica Socialista di Sardigna.
Pensare da nazione per agire da nazione è la
responsabilità che a Manca pro s'Indipendentzia deve assumere
come avanguardia rivoluzionaria nella lotta di classe per il socialismo
e l'indipendenza in Sardigna, perché questo è il suo
dovere nei confronti di se stessa, del Popolo Lavoratore Sardo e della
storia.
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PROGETTU POLITICU DE A MANCA PRO S'INDIPENDENTZIA: SOTZIALISMU - INDIPENDENTZIA
A Manca pro s'Indipendentzia è l'organizzazione nazionale della sinistra indipendentista sarda.
Essa riconosce il Marxismo- Leninismo e la sua storia come patrimonio
di esperienze che indicano l'unica via praticabile per il
raggiungimento della vera liberazione nazionale e sociale.
AMpI ritiene infatti che qualsiasi forma di liberatzione/indipendentzia
condizionata dal capitalismo e dalle sue forme di organizzazione
sociale rimanga inevitabilmente una sovranità limitata dal punto
di vista politico. Per questo motivo ritiene necessario che lotta di
liberazione nazionale e lotta di classe in Sardigna marcino
congiuntamente. Essere comunisti in Sardigna significa ambire a guidare
da avanguardia il processo storico – politico che deve portare
necessariamente alla liberazione nazionale ed essere indipendentisti
significa imprimere alla lotta indipendentista un forte carattere di
classe.
Come patrioti comunisti sardi riteniamo che esista la necessità
storica del Popolo Lavoratore Sardo alla separazione politica dallo
stato italiano (INDIPENDENTZIA) e del controllo totale e pianificato
della nostra economia (SOTZIALISMU).
Nel lungo periodo l'obbiettivo che AMpI si prefigge per la Sardigna
è dunque chiaro e definito: SOTZIALISMU E INDIPENDENTZIA ,
ovvero la liberazione dal giogo coloniale che da secoli opprime le
masse lavoratrici sarde e la nascita della Repubblica Socialista Sarda
, obbiettivo che è raggiungibile solamente attraverso la
costituzione del soggetto politico che, unico, è capace di
guidare il Popolo Lavoratore Sardo verso il SOTZIALISMU: il PARTIDU
COMUNISTA SARDU.
Per realizzare il progetto di SOTZIALISMU - INDIPENDENTZIA AMpI ha
individuato alcuni passaggi fondamentali la cui conquista
permetterà di rompere definitivamente le catene della
dominazione coloniale e quelle dello sfruttamento di classe:
Riconoscimento della legittimità del Popolo Sardo ad esercitare
la sovranità nazionale con conseguente diritto
all'autodeterminazione, inteso nel senso di diritto alla creazione di
uno stato proprio e indipendente.
• Nel breve periodo AMpI deve operare per promuovere e
radicare la coscienza nazionale di classe tra il Popolo Lavoratore
Sardo (sviluppo della Classe-Nazione). Occorre preliminarmente
sviluppare un lavoro di denuncia verso il PLS dei mali generati dal
colonialismo sotto i principali aspetti: economico, politico, sociale e
culturale. E' inoltre necessario lavorare per la costituzione ed il
rafforzamento di una Sinistra Indipendentista Sarda, di cui AMpI deve
esserne motore e guida, capace di assumere un ruolo egemone all'interno
del più vasto Movimento di Liberazione Nazionale (M.L.N.).
In questa fase l'organizzazione deve impegnarsi a rendere efficace la
sua capacità di intervento sul PLS: le cellule incaricate di
agire sulle principali contraddizioni strutturali e sovrastrutturali
che costituiscono la Questione Nazionale Sarda devono essere capaci di
produrre analisi da riversare sulle altre strutture di AMpI , in
particolar modo devono supportare il Direttivo Politico Nazionale (DPN)
fornendo quella mole di studio, dati e analisi necessaria per poter
sempre avere una conoscenza scientifica della realtà sarda; le
stesse cellule, ognuna nel campo di intervento affidatogli, devono
predisporre interventi (dibattiti, conferenze, mostre, momenti di
mobilitazione, etc.) da realizzare direttamente e/o da proporre alle
altre strutture di AMpI . Le sezioni devono continuare a radicarsi nel
territorio, intervenendo sulle contraddizioni individuate a livello
locale. AMpI costituisce organismi di massa e favorisce attraverso le
sue cellule lo sviluppo degli organismi di massa già presenti in
ciascun territorio. Il Portavoce dell'organizzazione, l'ufficio stampa,
i responsabili delle strutture: Agitazione e Propaganda, devono operare
al fine di portare la voce dell'organizzazione al PLS. Il simbolo, la
bandiera, Soberania e il programma politico di AMpI devono essere
patrimonio comune del PLS. Quest'ultimo deve fare proprie le parole
d'ordine della lotta anticolonialista portata avanti da AMpI:
Sotzialismu – Indipendentzia, Sardigna no est Italia, A fora sos
meres, Sardigna Libera e Ruja, Sardigna Sotzialista.
• Nel medio – lungo periodo e nei tempi e modi
stabiliti dall'organizzazione dovrà essere messa in campo la
scelta politico - tattica di un referendum popolare per l'indipendenza,
da utilizzare come leva rivendicativa nei confronti dello stato
italiano. Tale opportunità potrà essere utilizzata
solamente in una fase in cui sia maturo e radicato nel PLS il
sentimento della coscienza nazionale di classe.
Miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro per le classi
popolari: il Popolo Lavoratore Sardo dovrà disporre di poteri
sufficienti per dotarsi delle strutture economiche, che valuterà
politicamente e socialmente più adeguate, per il proprio
progresso e benessere.
• Nel breve periodo il primo obiettivo in tale prospettiva
è l'analisi e la denuncia dei meccanismi coloniali che
determinano una situazione di “economia dipendente” da
quella dello stato italiano.
In questa fase l'organizzazione, utilizzando le strutture considerate
adatte (commissioni, sezioni, organismi di massa, CSS) deve impegnarsi
a studiare, analizzare e, infine, acquisire una propria posizione
politica chiara e determinata sulla questione economica: occorre
individuare la strategia posta in campo dallo stato italiano nel
processo di “neo-colonizzazione” dell'isola e denunciarne
chiaramente gli effetti e le distorsioni. In particolare andranno
analizzati i seguenti pilastri della politica
“neo-coloniale” italiana:
• presenza di un'industria, quella petrolchimica,
completamente slegata dalle esigenze proprie dell'economia sarda e in
funzione degli interessi del capitale italiano e internazionale.
• Sviluppo industriale squilibrato e centrato su un
intervento unisettoriale nell'industria (petrolchimico) e su una
polarizzazione limitata a ristrette aree della Sardegna meridionale
(Sarroch e Portovesme), di quella settentrionale (Porto Torres), oltre
che dell'area centrale (Ottana) con l'abbandono del resto dell'isola.
• Crisi del settore industriale isolano (Montefibre, Legler,
Cartiera Arbatax, Nuova Scaini, etc.) e avvio di una politica di puro
assistenzialismo (Cassa integrazione, Mobilità, etc.) e di
elargizione di generosi finanziamenti (Piano ) per progetti industriali
(Bolotana, Ottana, Villacidro, Arbatax, Porto Torres) privi di
qualsiasi possibilità di successo.
• Mancanza di ogni tipo di serio e pianificato intervento a
sostegno delle attività economiche dell'isola: agricoltura,
pastorizia, pesca e settore estrattivo, nei confronti delle quali viene
scientificamente sviluppata una politica di esclusivo assistenzialismo
e sostentamento.
• Progetto di sviluppo turistico incentrato sul c.d. “totaliturismo”.
• Nel medio – lungo periodo l'organizzazione
dovrà individuare quelle risorse strategiche il cui controllo
possa permettere la rottura di tale dipendenza e sviluppare un proprio
programma politico - economico che dovrà vertere sui seguenti
principi:
• Le risorse naturali presenti nel territorio nazionale dovranno essere utilizzate ad esclusivo vantaggio del PLS.
• Dovrà essere individuato un percorso di sviluppo
dell'industria armonico con le esigenze primarie dell'economia sarda.
• Dovranno essere messe in atto adeguate azioni di rilancio
e sostegno delle tradizionali attività economiche quali
l'agricoltura, la pastorizia e la pesca.
• Dovrà essere individuata e promossa una forma di
turismo rispettosa del territorio e della cultura del popolo sardo.
• Dovrà essere sviluppata un'efficace azione di lotta
al precariato e a tutte le forme di sfruttamento del lavoro.
• Un'attenzione particolare dovrà essere dedicata a
porre le condizioni economiche per il ritorno degli emigrati/deportati.
Smilitarizzazione dell'isola con la chiusura di tutte le basi militari straniere presenti.
La smilitarizzazione deve essere intesa anche come abbandono dell'isola
da parte di tutte quelle forze di occupazione italiane (carabinieri,
polizia di stato, guardia di finanza, etc.) presenti in numero tale da
determinare un vero e proprio stato di occupazione militare e di
polizia, il cui compito principale è quello della repressione
delle tensioni sociali e delle rivendicazioni politiche.
Nel breve periodo occorre continuare e ampliare il lavoro di
sensibilizzazione tra il PLS sui mali prodotti dalla presenza delle
basi militari e dalle attività svolte al loro interno: utilizzo
di armamenti pericolosi per la salute umana e per l'ambiente (vedi
uranio impoverito, inquinamento radioattivo a La Maddalena, c.d.
“sindrome di Quirra”, etc.); desertificazione dell'economia
delle comunità situate nei territori limitrofi alle zone
occupate dalle basi militari, ridotta ad essere completamente
dipendente dalla presenza dell'installazione militare, etc.
In questa fase l'organizzazione, oltre a continuare ad impegnarsi per
la diffusione tra il PLS dei temi dell'antimilitarismo, dovrà
lavorare alla creazione di organismi di massa contro l'azione
repressiva dello stato italiano (Comitati contro la repressione,
organismi c.d. di “soccorso rosso”).
• Nel medio – lungo periodo si dovrà operare
affinché i territori finora oggetto d'occupazione tornino a
disposizione delle popolazioni e dei rispettivi comuni.
La lingua sarda deve essere riconosciuta come lingua ufficiale e
prioritaria e diventare la lingua di insegnamento nelle scuole e lingua
ufficiale negli atti pubblici.
• Nelle scuole di ogni ordine e grado dovrà essere
data priorità all'insegnamento della storia della Sardegna.
In questa fase occorrerà lavorare per denunciare il processo di
genocidio culturale ed etnico che lo stato italiano porta avanti contro
il PLS. In particolare andranno studiati e analizzati i seguenti
aspetti: emarginazione della lingua, folclorizzazione delle tradizioni,
della cultura locale, di tutto ciò che rappresenta il nucleo
della “sardità” e processo di
“desardizzazione”.
Deve essere riconosciuto il legittimo diritto del PLS ad essere rappresentato da un sindacato nazionale di classe.
• Nel breve periodo si deve lavorare al rafforzamento della
componente comunista all'interno della Confederazione Sindacale Sarda,
appoggiando e sostenendo il lavoro della federazione sassarese di tale
organizzazione. Contemporaneamente occorre operare verso l'esterno per
il radicamento della CSS tra le masse lavoratrici.
L'organizzazione deve sviluppare rapporti di solidarietà interni
(Sardigna) e internazionali con le organizzazioni politiche che
riconoscono la legittimità della lotta per l'autodeterminazione
del PLS.
Nella lotta anticoloniale per la sovranità nazionale AMpI nei
rapporti con le altre forze indipendentiste e con le organizzazioni
internazionali che riconoscono giusta la lotta per l'autodeterminazione
delle nazioni senza stato anche nei paesi imperialistici sviluppa una
politica di unità di intenti basata su: conoscenza reciproca e
scambio di esperienze, dibattito aperto su questioni di interesse
comune, solidarietà reciproca di fronte agli attacchi della
controrivoluzione preventiva in qualsiasi modo essa si manifesti.
Riteniamo che solo attraverso il confronto con il popolo sardo e con le
sue espressioni politico – culturali sia possibile abbattere e
modificare la situazione in cui versa attualmente la nostra terra:
colonizzata, sfruttata, spopolata ed emarginata da coloro che in
complicità con il dominatore di turno approfittano della fame,
della disoccupazione, della disperazione per appropriarsi impunemente
delle sue risorse lasciando dietro di sé solo deserto e
distruzione. Per questo, noi patrioti di A Manca pro s'Indipendentzia ,
pensiamo che ci sia una sola soluzione: la costruzione della coscienza
nazionale di classe come tappa fondamentale della costruzione del
nostro progetto: SOTZIALISMU - INDIPENDENTZIA .
Primu e Segundu de Abrili de su 2006
a Manca pro s'Indipendentzia
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